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Nani (e ballerine) sulle spalle di giganti.

In Italia abbiamo avuto statisti. Alcuni di loro avevano anche cura del popolo italiano e tra questi ultimi me ne sovvengono due che non sono più tra noi: Enrico Berlinguer e Aldo Moro. Ne abbiamo avuti anche altri, successivamente, oggi vivi e vegeti, ma questi personaggi sono ai margini dell’agone politico. È gente che giocava un altro gioco, oggi in disuso. Cercavano di modificare la realtà, consapevoli della difficoltà di realizzare i loro progetti e per questo erano misurati nelle scelte e nelle dichiarazioni, usando una certa prudenza nel raccogliere il consenso, peraltro meno – assai meno – mobile di adesso.Quei tempi sono lontani. Oggi nel rapporto con la società civile la politica è agita molto più come gestione dello stato di fatto: per gran parte degli attori ha perso l’ambizione di cambiare i rapporti di forza esistenti nella società, e si muove per occupare posti di guida senza però ambire a decidere la destinazione.A questo gioco l’unico precetto è vincere o, alla peggio, continuare a giocare. Ogni altra prescrizione è tattica. Per i più capaci è strategica: l’etica è un’immagine ostenta per puro calcolo tattico. A gente così sarebbe ingenuo chiedere sincerità. È invece lecito aspettarsi furbizia, al più arguzia.E arguto è stato l’annuncio di Meloni di una mozione di maggioranza in Parlamento, a chiedere il riconoscimento dello Stato di Palestina a condizione però che gli ostaggi siano liberati e che Hamas sia estromessa dal “governo” di Gaza. Nello stato attuale delle cose si tratta di due condiciones diabolicae, per dirla coi giuristi: due condizioni impossibili da realizzare e sicuramente da determinare. In pratica la nostra Presidente del Consiglio ha manifestato – usando altre parole – gli stessi propositi di Netanyahu: prima bisogna sconfiggere Hamas e (of course) liberare gli ostaggi, un pio desiderio tanto sbandierato quanto non realmente sentito, quest’ultimo, visto che Netanyahu non si è proprio sforzato troppo di riportare a casa quelle persone (e le loro famiglie se ne sono accorte). In pratica la nostra premier ha buttato la palla nel campo avverso, a vantaggio della stampa amica, che potrà accusare l’opposizione che chiede il riconoscimento della Palestina, di non esecrare Hamas a sufficienza.Meno spendibile la richiesta del nostro Ministro degli Esteri ad Israele: di fonte alla prosecuzione degli attacchi contro la Global Sumud Flotilla, Tajani avrebbe chiesto: “Israele tuteli chi è a bordo” confermando che riconosce in Israele la provenienza degli attacchi, senza condannare quello che è a tutti gli effetti un atto di pirateria ma limitandosi ad una richiesta/implorazione di salvaguardare la vita dei naviganti. Se dovesse morire qualcuno, il Governo dovrebbe districarsi in un ginepraio, considerato, ripetiamo, che gli attacchi alla Flotilla sono patentemente illegali per il diritto internazionale.Però alla fine, a parte l’amaro in bocca per essere governati da codesta gente senza qualità – o, se si preferisce, con queste qualità, sale su una domanda: ma così non risulta evidente una forma di complicità del governo Meloni con l’attività del governo israeliano, che ormai in tanti definiscono genocidio?

Afascismo

Ogniqualvolta nell’attuale dibattito politico italiano qualcuno lancia un allarme fascismo si trova qualche esponente della Destra politica (o giornalistica) pronto a negare l’allarme: il fascismo sarebbe finito alla fine della seconda guerra mondiale.

Tale affermazione è infondata. Meloni e FDI sono obiettivamente gli eredi del Fascismo per il tramite del #neofascismo degli anni ’60 e’70, riferimento per tanti dei loro elettori.

Però, a mio avviso, Meloni non attribuisce al Fascismo storico più importanza di tanto: non può condannarlo nettamente per non perdere  seguito, ma non ne trae diretta ispirazione. Certo non ideologica, quanto meno.

Come potrebbe, d’altronde, trarre ispirazione dal nulla? Qual era l’ideologia fascista? Il Fascismo collezionava al suo interno visioni, posizioni e comportamenti diversissimi e a tratti contraddittori. Solo il culto della personalità del Duce faceva da collante. Ricordate? “Mussolini  ha sempre ragione”. Per questo la figura di Mussolini è così importante per i fascisti: cosa c’era oltre quello?

Però in effetti un culto della personalità (in miniatura ma coltivato con impegno)  riguarda anche Meloni, che – obiettivamente – spicca senza particolare fatica nella compagine governativa che cerca di guidare.

In effetti c’era un tratto caratterizzante il fascismo: il netto rigetto di tutte le forme di  socialismo e di ogni forma di conflitto di classe mirante ad un cambiamento degli equilibri della società. Ma tale rifiuto non definisce il fascismo, se non per il fatto che l’azione fascista a difesa dei poteri economici consolidati era ostentatamente violenta.

L’anticomunismo/antisocialismo è patrimonio comune ed essenzialmente inscindibile della “società dei mercati”. La socialdemocrazia è stato un esperimento interessante (e sospettosamente monitorato) ma  – mi chiedo – sarebbe stato possibile senza l’esistenza dell’Unione sovietica? Certo non le è sopravvissuto.

Tornando a Meloni, il suo dichiarato “afascismo”, all’insegna di una pragmatica quanto interessata acquiescenza agli interessi americani e delle oligarchie internazionali, si sostanzia in un approccio formalmente perbenista, epperò non rassicura: in primis perché promuove la crescita nella società di istanze francamente violente (verbali ma non solo) avvelenando il dibattito politico e in secondo luogo perché continua a premere sui pilastri dell’architettura costituzionale del Paese, in primo luogo la tripartizione liberale dei poteri, promuovendo forme di democrazia autoritaria in cui il governo in quanto derivante dall’investitura elettorale sarebbe  al di sopra delle leggi – legibus solutus.

D’altronde  gli spunti di questa Impostazione si evincono già da diverse norme del decreto sicurezza, a cominciare da quell’art.31 che consente ai servizi di intelligence nazionali di compiere determinati reati, inclusa la direzione di associazioni terroristiche in operazioni sotto copertura, senza incorrere in sanzioni penali, come se in Italia non ci fosse mai stata una strategia della tensione.

Per non parlare dell’aggressione alla magistratura costituita dalla riforma Nordio.

D’altronde, al di là delle proteste e delle rassicurazioni del ministro della giustizia, la postura di questi nei confronti, della magistratura sia nazionale (sia internazionale – vedi caso Almasri) non lascia spazio e grandi dubbi, al di là dell’afflato garantista (limitato però ai colletti bianchi) di coloro che ricercano nella separazione delle carriere la piena realizzazione del processo accusatorio e con questo pensano di risolvere i problemi della giustizia italiana.

Tornando all’afascismo – una sorta di non fascismo non antifascista – questo presenta tutte le componenti dell’essenza più profonda del fascismo: protezione del potere economico dalle rivendicazioni di classe, fino alla obliterazione del conflitto democratico con un ostentato vittimismo che giustifichi l’impiego di norme contro le protesta,  estrema flessibilità delle pratiche e dei valori per adattarsi alla mutevolezza dei contesti e poi il collante, essenziale: il culto della personalità del leader, reso iconico dalla propaganda.

Il disegno della nostra Costituzione non è mai stato tanto in pericolo.

Risorse umane?

L’economista italiano Piero Sraffa ha scritto “Produzione di merci per mezzo di merci”.

Un portato del nostro tempo è considerare merce  il lavoro umano e la persone “risorse umane”. Non fini ma mezzi. Mezzi di produzione. Su cui risparmiare. Massimizzare i ricavi e minimizzare i costi.

Solo che una caratteristica ineliminabile delle risorse umane è che hanno un affitto da pagare e la spesa da fare.
Il problema è quando le imprese focalizzano la loro attenzione solo sul profitto, dimenticando che come si diceva una volta  “hanno ragion d’essere nel soddisfacimento dei bisogni umani”. 

Almaviva in questa visione  disumanizzante da tempo riveste efficacemente il ruolo di modello.

Esemplare la vertenza dei 489 dipendenti ex operatori del call center che rispondeva al numero 1500 – indispensabile durante la pandemia: finita l’emergenza Almaviva non ritiene più conveniente investire nel settore dei call center e decide di disfarsi di questi lavoratori.

Il problema di queste persone è che le spese familiari, vitto, affitto, energia, etc) arrivano puntuali e dopo il lungo periodo passato in cassa integrazione ritrovarsi licenziate dal primo agosto è peggio di un incubo – perché è reale. La politica nazionale non ha adottato interventi risolutivi per evitare questo stato di cose e la politica regionale si è mossa con la consueta intempestività.
In più la politica regionale deve muoversi da protagonista in questa vicenda, perché di questi quasi 500 lavoratori quasi 400 lavorano tra Palermo e Catania.

Intanto si avvicina la pausa di Ferragosto ed è essenziale che queste persone non siano lasciate per strada da una politica che va in ferie. Le idee ci sarebbero e riguardano sia l’impiego di parte di loro nel call center dedicato alla sanità coi numeri 116 – 117, sia la digitalizzazione di documentazione sanitaria per il restanti con la temporale collocazione in un bacino di ricollocazione. Quindi le idee ci sono, ma fin quando rimangono idee e non vengono concretizzate non producono benefici concreti.

Gli occhi di queste famiglie (e di tutti i siciliani che conoscono questo tipo di problemi) sono fissi sulle scelte del governo regionale e sulla tempestività con cui vengono realizzate.

Ancora, è opportuno segnalare la necessità e l’urgenza per tutta la politica nazionale di  affrontare in modo serio la tematica del lavoro, anche in considerazione delle fulminee e fulminanti innovazioni portate dall’intelligenza artificiale, di cui questa vicenda porta tracce evidenti. Le innovazioni tecnologiche consentono di ridurre drasticamente l’Impiego del lavoro delle persone E queste non possono aspettare l’adempimento di promesse future quando il problema si presenta già oggi.

Il punto di equilibrio.

Quando nel ‘47 la Costituente elaborò la nostra Carta si era creato un equilibrio, forse irripetibile, di scienza e di coscienza, di motivazione a cercare la giusta misura tra la necessità di governare una società già allora complessa e la necessità di governarla senza che una parte obliterasse le ragioni delle altre parti. Il prodotto fu un buon prodotto. Non è che piacesse tutto a tutti, ma si era raggiunto un compromesso alto tra i liberali e comunisti, tra i cattolici e i laici, tra i monarchici e i repubblicani, tra coloro che non si sentivano antifascisti (Ma erano abbastanza opportunisti per non esprimere la loro posizione) e coloro che avevano fatto della lotta al Fascismo la propria ragione di vita.

Gli italiani avevano trovato un punto di equilibrio, che era si un punto da cui tirare verso la propria parte, ma era un punto comune: la Costituzione della Repubblica Italiana del ‘48 non era, come ogni prodotto umano esente da difetti, Il punto è che i difetti individuati da alcuni per altri erano pregi.

Nonostante la divisione dei poteri, per esempio, il Parlamento aveva un controllo diretto o indiretto su tutti gli altri poteri ed organi istituzionali. Inoltre la società civile attraverso i partiti e i sindacati pesava e pesava tanto!

Il potere del Parlamento si confrontava di continuo col potere del Governo, che per effetto della sua connessione col Parlamento attraverso i partiti era controllato da una parte e controllante dall’altra.

La distinzione tra Parlamento e Governo si fondava in buona misura sulla autonomia dei parlamentari, eletti col sistema proporzionale e le preferenze.

Il tentativo di divincolare il governo dal controllo parlamentare segue tutta la storia della Repubblica, da sempre in tanti hanno criticato il sistema di formazione delle decisioni pubbliche, che avveniva soprattutto in ambito partitico, ma che in Parlamento aveva un momento di ineliminabile incremento di trasparenza.

E la trasparenza nei processi decisionali pubblici non è interesse di tutti; è interesse della maggioranza dei cittadini meno influenti.

La trasformazione del sistema elettorale in sistema maggioritario, in più a turno unico, ha d’emblée stravolto gli equilibri: ha ingigantito Il potere delle segreterie di partito e snaturato il Parlamento rendendolo di volta in volta la cassa di risonanza o il mezzo di ammortizzazione politica delle scelte governative, a seconda della bisogna.

L’unico elemento che un po’ sfugge di fatto al nuovo equilibrio è il Senato, che per la base regionale dell’elezione rende impossibile una maggioranza blindata così come avviene alla camera. In Senato infatti è impossibile attribuire un premio di maggioranza unico per tutto il Paese. Per inciso, per una questione legata al differente numero di eletti per regione e all’orientamento di alcune  regioni più grandi, il Senato risulta molto più “ribelle”, quando vince il centro-sinistra.

Ciò ha costituito il motivo della riforma Renzi – Boschi, che sappiamo com’è andata a finire.

Possiamo dire che ogni volta che si è messo mano alla costituzione del 48, si è lavorato come dei muratori scadenti impegnati a “restaurare” una facciata monumentale: le modifiche si vedono e sono brutte e deturpanti,  anche da un punto di vista stilistico. Le persone come Concetto Marchesi oggi girano al largo, o sono tenute distanti, dalla politica istituzionale.

Quando le modifiche sono state più importanti come la riforma del Titolo V(approvata dal centro-sinistra)  il danno è stato più che proporzionale, ne vediamo i risultati a tutt’oggi e di questi risultati paventiamo gli sviluppi nei progetti di autonomia differenziata.

Intanto si continua a lavorare a “riforme” – che sarebbe utile chiamare correttamente col termine tecnico più sobrio di “revisioni” della Costituzione – che continuano a stirare quel povero punto di equilibrio del ’48 in direzione meno anti tirannica (o se si preferisce meno antifascista). Arrivando alla fine a snaturare il lavoro dei Costituenti, fino a rendere esigua quella tripartizione equilibrata dei poteri, che è uno dei tesori lasciatici dalla cultura illuminista e dalla Rivoluzione francese.

Andando alla noce della questione il potere esecutivo mal tollera i controlli: riesce a mascherarsi da democrazia grazie a una stampa amica, e a mostrarsi come emanazione della volontà popolare, dove il popolo è vittima di un drammatico “errore motivo” indotto dalla propaganda, ma avverte la pressione del controllo di legalità espresso dalla Magistratura, in quanto la Magistratura ha gli strumenti tecnici per restare immune dalla propaganda.

Intendiamoci, i magistrati non vivono su Marte, tra I magistrati abbiamo avuto dei martiri laici (e ne abbiamo avuti tanti – troppi) ma abbiamo avuto anche delle persone che con gli altri poteri ci hanno convissuto profittevolmente. Però il magistrato ha nella legge e nelle norme costituzionali una fonte di potere in buona parte indipendente e autonomo dalla politica e in quanto tale per certa politica è un problema. Problema che questo governo sta cercando di neutralizzare.

Alcuni fautori della separazione delle carriere i magistrato inquirente e di magistrato giudicante segnalano comprensibilmente le criticità di una vicinanza tra soggetti che espletano le due differenti funzioni. Tali criticità andrebbero sicuramente curate, come tanti ottimi studiosi e ottimi magistrati hanno segnalato in più occasioni. Mi pare però che i fautori “ingenui” (in senso etimologico) della separazione delle carriere non abbiano ponderato accuratamente gli esiti ultimi di questa separazione, resi prevedibili dall’operato quotidiano di questo governo: la sterilizzazione del controllo della Magistratura sulla politica e soprattutto sull’esecutivo.

E tale sterilizzazione avrebbe un effetto devastante su tutto il sistema, avvicinandoci drammaticamente all’esperienza ungherese o peggio ancora russa. Gli equilibri sono roba fragile e gli Stati Uniti con Trump lo stanno sperimentando.

 

Niente è più Cristiano della speranza.

La Chiesa cattolica è una grandissima comunità di persone, appartenenti a Paesi ed orientamenti diversi. Non stupisce che sia estremamente composita ed ospiti visioni  eterogenee. Infatti non è nuova a profonde divisioni alcune delle quali sfociate addirittura in scismi.

Il capo di una comunità ha il compito di condurla secondo coscienza. Se ha un approccio collegiale o, come si dice nella Chiesa, sinodale, lo farà cercando preventivamente una sintesi col corpo della comunità,  pur sempre tenendo conto della sua responsabilità legata alla figura di “pastore” e quindi di guida (teoricamente) indiscussa, ma col compito di assicurare l’unità.
Il papa è il vescovo di Roma, quindi un vescovo, però è anche il successore di Pietro, cui nel vangelo è stato assegnato il ruolo di guida (di fatto mai indiscussa) degli apostoli.

Il magistero di Papa Francesco ha adottato scelte importanti, coraggiose e per questo oggetto di discussioni. La scelta manifesta per la chiesa dei poveri, delle minoranze, delle periferie ha generato tensioni con la chiesa più compatibile col potere e i suoi seguaci. Con la Chiesa dei fasti e delle liturgie, che si occupa più della cura di una spiritualità avulsa dagli avvenimenti del mondo e per questa così cara al potere.
Papa Francesco ha pagato il prezzo del suo coraggio, tanto che la parte più conservatrice della Chiesa è arrivata nei suoi rappresentanti estremi a definirlo antipapa e a negarne la piena legittimità.

Dai primi segni dati Papa Leone XIV (nome che appare significativamente in continuità col papa della Rerum novarum e della dottrina sociale della Chiesa) appare un papa che vuol  continuare la missione di Francesco nell’impegno -su questa terra- in direzione della pace, in direzione dell’attenzione  per i poveri e le vittime di guerra, sposando questa missione con l’altra -altrettanto difficile- di lavorare per ricucire, per gettare ponti all’interno della comunità cattolica, con le parti più riottose.Bisognerà vedere quali saranno i risultati di questo tentativo di sintesi. Ci piace essere speranzosi. Intanto pare sia stato superato il tentativo di coloro che volevano cancellare gli effetti di questi ultimi anni di pontificato di Francesco.
Da questo punto di vista appaiono interessanti i commenti su Leone XIV della Destra americana a cominciare da Bannon. Staremo a vedere .

Bisognerà vedere quali saranno i risultati di questo tentativo di sintesi. Ci piace essere speranzosi. Intanto pare sia stato superato il tentativo di coloro che volevano cancellare gli effetti di questi ultimi anni di pontificato di Francesco.
Da questo punto di vista appaiono interessanti i commenti su Leone XIV della Destra americana a cominciare da Bannon. Staremo a vedere .

Imbelli, ribelli e CGIL.

“Imbelle e ribelle”: questi due termini non hanno in comune soltanto la radice “bellum” dal latino, che significa guerra, ma condividono anche il rifiuto della volontà della élite che controlla la comunità di appartenenza. Gli imbelli rifiutano di combattere le guerre imposte dalla leadership, mentre i ribelli mettono in discussione la leadership stessa, rifiutandone le prescrizioni. Tale rifiuto fa degli imbelli e dei ribelli il bersaglio della disapprovazione dei gruppi dirigenti e, tramite il lavoro degli intellettuali conformi, che ne sostengono le posizioni, l’obiettivo della disapprovazione della comunità.

In questi giorni, alcuni intellettuali hanno definito “imbelli” i giovani che rigettano l’idea della guerra, che rifiutano di condividere la visione geopolitica per cui l’attuale leadership europea sta preparando il riarmo dei Paesi.

È facile notare come gli stessi gruppi dirigenti considerino altrettanto inaccettabile l’atteggiamento di giovani che, come quelli di “Ultima Generazione”, per attirare un’attenzione altrimenti negata dai media, bloccano la circolazione stradale o lanciano vernice contro edifici pubblici e monumenti.

Il tratto comune, che porta alla condanna pubblica delle figure degli imbelli e dei ribelli ,sarebbe quindi il rifiuto della direzione indicata da chi guida la società, la divergenza rispetto alle prescrizioni indotte cui si accompagna un conflitto variamente intenso verso i prescrittori.

La società occidentale si definisce libera in quanto dovrebbe consentire il dissenso pacifico, senza censure o limitazioni che vadano oltre il mantenimento dell’ordine pubblico. Tuttavia, la protezione dell’ordine pubblico è soggetta a valutazioni variabili: esso viene interpretato in modi diversi non in rapporto alla forma in cui la manifestazione si esplica, al turbamento dell’ordine fisico, materiale; ma a seconda che il dissenso metta in discussione aspetti considerati marginali o scelte politiche che l’élite giudica irrinunciabili, fino ad individuare i dissenzienti come nemici pubblici.

Ciò pone il problema di come possa superarsi il conformismo quando le scelte della leadership si discostano significativamente dal sentire di gruppi ampi o, addirittura dal sentire della maggioranza dei cittadini.

Tale atteggiamento, la consapevole adozione di scelte che si riconoscono minoritarie nella società, è definito dagli intellettuali conformi come assunzione di responsabilità. Rimane da capire come tale responsabilità possa essere vagliata dal controllo popolare. Come tale controllo possa essere esercitato tempestivamente.

La Costituzione materiale della Prima Repubblica consentiva una forma di ribellione ordinata, lo sciopero generale, ma questo strumento è stato reso sempre meno praticabile e praticato sia per l’affievolimento della conflittualità di grandi organizzazioni sindacali, un po’ per la riduzione del consenso, un po’ per l’assorbimento di abitudini negoziali iperconcertative, sia da una serie di interventi legislativi che hanno limitato il diritto di sciopero fino a renderlo inefficace.

Il dissenso potrebbe e dovrebbe manifestarsi nelle urne elettorali, ma anche quest’arma è stata spuntata dall’adozione di sistemi elettorali variamente maggioritari, che costringono gli elettori a scegliere tra opzioni percepite come simili, fino a indurre tanti a disertare le elezioni.

Un altro strumento istituzionale di espressione del dissenso è il referendum abrogativo, che però funziona solo se promosso da grandi organizzazioni nazionali, altrimenti  segue un percorso impervio con destino incerto, sia nell’ottenimento della consultazione sia nella validazione col raggiungimento del quorum.

La maggioranza e le forze che, pur dall’opposizione, condividono scelte economiche di fondo, cercano di disinnescare il potenziale di cambiamento del referendum, creando le condizioni per non raggiungere il quorum.

Un esempio evidente è il trattamento riservato ai referendum sul lavoro promossi dalla CGIL. La scelta di fissare la data del referendum all’8-9 giugno, in concomitanza con il secondo turno delle elezioni amministrative, tradizionalmente meno partecipato, e il silenzio dei media di massa sui temi referendari sono, con tutta evidenza, applicazioni di questa strategia.

A questo punto, tutti coloro che credono nei valori di libertà dovrebbero sentire il dovere di pubblicizzare il referendum, i temi che affronta, i problemi che vuole risolvere e le date in cui si terrà, giacché il tentativo di vincere appoggiandosi all’astensione è intrinsecamente antidemocratico.

(Noi di 99percento faremo di tutto per arrivare ad una vittoria dei sì, sia per la dignità di chi lavora, sia per il valore della democrazia. Ecco il link:

https://www.cgil.it/referendum

Meglio manifestare contro il riarmo

Non so cosa riuscirà a ottenere la manifestazione promossa da Michele Serra in termini di affermazione dell’utilità dell’Unione Europea per la salvaguardia dei valori della democrazia liberale; è certo, però, che questa manifestazione ha colpito in pieno i tentativi di unione delle opposizioni di sinistra e progressista, con effetti insperati per il governo italiano.

In effetti, le bordate trumpiane contro la pluridecennale alleanza tra USA e UE sono state tanto gravi da generare una diffusa sensazione di sgomento: nel bene e nel male, l’unità atlantica tra americani ed europei era considerata un punto fermo da tutti e, detto per inciso, è stata una delle cause fondamentali della gestione della crisi ucraina, prima e dopo l’invasione russa.

Quindi, è comprensibile che un intellettuale schierato per i valori progressisti come Michele Serra abbia sentito, il 27 febbraio, l’impulso di chiedere una manifestazione di adesione ai valori dell’Europa.

Bisogna anche dire che questa Europa, però, ha con i valori che proclama un rapporto non privo di discontinuità e ambiguità: la volontà popolare, che è evidentemente alla base della democrazia, più volte è stata considerata superabile. Potrebbe valere per tutti l’esempio del trattamento riservato alla Grecia nel 2014. Il leader greco Tsipras aveva combattuto per un’altra Europa, ma questa, quella esistente, lo ha rimesso al suo posto, lui e il Paese che governava.

D’altro canto, anche i diritti umani sono visti dall’UE come valori di importanza variabile: se è vero che la UE ha trasformato la Turchia e il Mediterraneo in valli insuperabili, anche a costo della morte dei disgraziati che provano a varcarli per raggiungere il “paese dei diritti”. Così come il diritto internazionale è considerato superabile se l’infrattore è un importante alleato degli USA, come Netanyahu. Con buona pace delle decine di migliaia di vittime civili a Gaza.

Rimane comunque un’opinione comune, difficilmente contraddicibile, che i diritti civili e le libertà democratiche nell’Unione Europea finora siano trattati meglio di quanto avvenga, ad esempio, in Russia, in Ucraina o in Cina (per quanto riguarda gli USA, stiamo a vedere cosa succede).

Però, da un po’ di tempo, l’UE – da sempre attenta alle ragioni della grande impresa – sta considerando l’opzione di cominciare a passare dal consumo di burro al consumo di cannoni: non paga di fornire armamenti a paesi in guerra, come Rheinmetall ha fatto con l’Arabia Saudita, ha cominciato a fornire armamenti a paesi che rischiavano di entrare in guerra, come per esempio l’Ucraina.

Oggi siamo passati a prendere in considerazione l’opportunità di produrre armi per noi, per proteggerci dalla Russia, la quale pare abbia mostrato con l’Ucraina non solo una sorta di iperreattività, ma anche un’aggressività senza limiti, almeno secondo la grande stampa europea, che ha paventato la volontà di Putin di arrivare fino all’Atlantico.

Tale forsennata aggressività si ritiene vada rintuzzata con una deterrenza adeguata, costi quel che costi.

Si è quindi deciso di approfondire, intensificare e fondere in una le politiche estere dei paesi europei? No. Non si è neppure deciso di passare convintamente alla progettazione e poi alla realizzazione di un esercito unico europeo (cosa complicata e di dubbia efficacia in assenza di un’unica politica estera). Si è invece deciso di consentire a ogni Stato di aumentare la propria spesa per armamenti, senza passare prima attraverso un efficientamento dell’aspetto complessivo, opzione che avrebbe reso estremamente più efficace la spesa attuale.

Il bello è che, per l’irrobustimento delle forze armate europee, specialmente in fase iniziale, si utilizzerà l’apparato produttivo militare-industriale americano, senza tenere conto del nuovo atteggiamento di dichiarata avversione dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Unione. Cioè, di fatto, di fronte a una chiusura degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Europea, l’Europa decide di aumentare gli acquisti presso le fabbriche statunitensi.

Il 4 marzo 2025, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato il piano Rearm EU di oltre 800 miliardi di euro, invitando i paesi membri a spendere fondi per le forniture militari senza metterli a conto dei deficit nazionali.

A questo punto, l’invito sentimentale di Michele Serra del 27 marzo, a levare alte le bandiere dell’UE, viene messo alla prova nel suo senso più profondo, giacché l’Unione Europea dei diritti e della pace si mostra con ancor maggiore evidenza come un’organizzazione in cui l’apparato militare-industriale ha un peso rilevante, se non decisivo. La domanda sorge spontanea: questa desiderata manifestazione ha ancora senso? Secondo molti a sinistra, no. E a dirla tutta, anche secondo molti che non sono di sinistra, atteso che, insieme a coloro che andranno a manifestare con la bandiera della pace, si troveranno altri a manifestare con la bandiera europea in una mano e la bandiera ucraina o quella georgiana nell’altra. Quindi, insieme, pacifisti e neo-imperialisti che non ce l’hanno fatta e sono in cerca di una rivincita.

Meglio una manifestazione che esprima in modo netto la voglia di pace dei cittadini europei e il rifiuto degli armamenti.

La rabbia e la sofferenza.

La rabbia può essere una cattiva consigliera e ciò che è accaduto a Bologna e a Roma lo prova.
L’uccisione di Ramy da parte di carabinieri in servizio in una periferia milanese abbandonata e fatta oggetto di atti di razzismo ha scatenato la rabbia di molti giovani: non a Milano dove invece le manifestazioni sono state del tutto pacifiche, anche secondo l’invito della famiglia del ragazzo.
Ma la rabbia c’è e si è manifestata. E va detto chiaramente che i disordini si devono condannare, ma anche che occorre individuarne le cause.

Girare la testa dall’altra parte liquidando ciò che è accaduto come frutto di facinorosi, non solo non affronta il problema ma rischia di ingigantirlo sempre più.

L’atteggiamento repressivo di questo governo, le sua filosofia securitaria che si manifesta nella sua produzione normativa e nelle manganellate agli studenti che manifestano per la liberazione della Palestina o per gli affitti troppo cari dei posti letto o per gli stipendi da fame (vedere riders) devono essere temi sui quali non ce la si può cavare con una semplice alzata di spalle o alzando la voce.
Devono essere messi al centro dell’azione politica, sociale, culturale se non vogliamo che le occasioni di scontro, anche fisico, diventino quotidiana normalità.
A meno che non sia questo governo a cercare l’incidente, per giustificare restrizioni delle libertà civili e politiche.

Che fare, adesso?

Quando le persone si muovono in gruppo tendono a a sentire stemperate le proprie responsabilità.
Chi ha detto che l’unione fa la forza ha dimenticato di aggiungere che buona parte di quella forza deriva dalla fiducia nel farla franca.
Chiunque voglia quindi evitare comportamenti indesiderati o indesiderabili dovrebbe aver cura di esaltare” la responsabilità individuale, ma per questo bisogna accettare di relazionarsi con gli individui consapevoli e spesso chi gestisce le comunità preferisce ridurre gli ostacoli alla propria azione e per cui predilige atteggiamenti gregari. In ambito politico, in cui si gestiscono collettività sociali, uno dei modi più efficaci per promuovere atteggiamenti gregari o per disincentivare assunzione individuale di responsabilità è la promozione di una scuola che prediliga l’addestramento e la trasmissione di tecniche e trascuri lo studio dei temi legati alle cause e al senso delle cose.
Da decenni si affida alla scuola la funzione di formare operatori e si disincentiva la formazione di persone autonome.

Fino a quando i meccanismi disposti per il funzionamento sociale, assicurano un accettabile soddisfacimento dei bisogni dei singoli, una società fatta di “persone semplici” rimane in stato di equilibrio. Pochi soggetti naturalmente autonomi vengono neutralizzati da meccanismi sociali inertizzanti.

Quando invece si attraversano fasi di crisi, in cui non si riesce a garantire il benessere diffuso, neanche in modo virtuale, manipolando le percezioni, allora la coesione sociale viene meno e a quel punto si aprono delle fasi dagli esiti imprevedibili: a quel punto si formano nuove aggregazioni interne alle classi dirigenti, o vecchi sodalizi propongono nuovi modi di perseguire il benessere dei singoli.

I personaggi che svolgono un ruolo da protagonista in situazioni di svolta sono detti demagoghi, parola ormai desueta, carica di senso negativo, che etimologicamente significa conduttori del Popolo.
In pratica il demagogo è la persona capace di sedurre il popolo e di portarlo in giro un po’ come il pifferaio di Hamelin induceva topi o bambini a seguirlo.

Quanto sta avvenendo alle democrazie può essere letto attraverso la lente della demagogia: le masse, deprivate di senso critico e sottoposte al grave stress derivante da un impoverimento generalizzato, vissuto come insopportabile, cercano una via d’uscita e accettano chi riesce a convincerle della bontà della propria proposta.

Dobbiamo interrogarci sulle cause della situazione presente e dobbiamo immaginare vie d’uscita alternative a quelle proposte dai demagoghi, più stabili e desiderabili negli esiti. Se fossimo stati più lungimiranti, avremmo potuto scegliere anche percorsi meno scabrosi, che evitassero il passaggio attraverso la notte della demagogia. Oggi dobbiamo mirare alla riduzione del danno in tutti i sensi, alla riduzione qualitativa del danno, alla riduzione quantitativa del danno e ancora dalla riduzione del tempo di esposizione al danno.

Non sono certo obiettivi facili, ma la definizione e la scelta di percorsi condivisi è un passaggio necessario e urgente. Sicuramente bisogna lavorare alla cura delle due criticità scatenanti: la diffusa sofferenza economica e la diffusa mancanza di strumenti di analisi della realtà.

Riteniamo che la politica debba lavorare in ogni modo possibile per curare queste due carenze e nell’attuale stato di cose, con le destre che controllano la sfera pubblica, deve iniziare a farlo senza poter contare sull’impiego delle istituzioni. La prima cura politica va indirizzata al corpo sociale, con le energie personali ed il tempo immediatamente disponibili a chi vuole veramente il cambiamento.

La pace si può raggiungere.

All’atto della sua costituzione Israele è stata una forzatura fatta a danno dei Palestinesi: immaginate che gente straniera si insedi nel vostro paese ed ad un certo punto pretenda di costituirvi un proprio stato. Oltretutto lo stato di un popolo più ricco di voi, protetto, dai sensi di colpa dell’Europa e protetto dagli USA che intendono farne una sorta di proprio avamposto in Medio oriente.

Quando nel 1948 l’ ONU propose la divisione dei territori della Palestina in due stati, i Palestinesi rifiutarono, ma non avevano la forza di fermare gli eventi e l’attacco degli stati arabi al neonato stato di Israele non è stato di aiuto alla causa palestinese. Di fatto la sconfitta araba confermò il fatto compiuto.

Ciò detto oggi la eliminazione dello stato di Israele (laddove realizzabile) sarebbe una forzatura della storia tanto ingiusta quanto produttiva di altre distruzioni e di altri rancori.

Immaginare un unico stato israelo palestinese dopo anni di occupazione israeliana violenta e di attacchi palestinesi feroci è un obiettivo evidentemente difficile da raggiungere. I due popoli sono nemici da generazioni e, in assenza di importanti interventi esterni ci vorrebbero generazioni dalla fine delle ostilità per avviare un percorso che porti a relazioni serene.

La costituzione di due stati nazionali contigui oggi potrebbe apparire un obiettivo meno lontano, ma in questi anni i territori destinati ai palestinesi sono stati erosi dal continuo impianto di nuove colonie ebraiche, promosse dallo stato di Israele, estremamente aggressive coi Palestinesi e spalleggiate dall’IDF, l’esercito istraeliano.

Di fatto non ci sono soluzioni prossime possibili, se non promosse con determinazione concorde dalla comunità internazionale.

La comunità internazionale dovrebbe premere in modo continuo e sinergico su Israele perché abbandoni l’ideologia tanto cara ai coloni di un diritto ebraico a quella Terra derivante dalla religione e dovrebbe premere sui palestinesi perché il diritto al ritorno trovi un soddisfacimento mediato e quindi parziale, nella considerazione della nuova realtà politica e demografica esistente oggi in Palestina.

Se queste considerazioni fossero condivise, il passaggio successivo, preliminare e necessario per un credibile processo di pace è l’assunzione di un comportamento equanime e responsabile da parte dell’ONU. Senza veti.

Negli ultimi decenni non è stato così, anzi nel dibattito politico ci si è polarizzati tra filoisraeliani e filopalestinesi, impiegando anche questa grande questione come terreno di dibattito polemico, mentre la maggior parte dell’opinione pubblica ignorava i soprusi inflitti dai coloni israeliani ai palestinesi: invasione di case private, distruzione di frutteti, molestie per strada.

Questi percorsi ci hanno condotto all’attuale fase di stallo tragico. È necessario un cambio di direzione e per farlo, per cambiare la gestione politica della questione palestinese, è utile, se non necessario, che gli attori politici più coinvolti nella genesi dell’attuale stato di cose escano di scena e che altri attori li sostituiscano: l’apporto dei liberali e della sinistra israeliana, la voce degli ebrei progressisti che in Israele e in tutto il mondo hanno protestato e protestano, chiedendo il cessate il fuoco a Gaza, devono essere premiati da una maggiore attenzione da parte della comunità internazionale

C’è bisogno di lavorare per sommare la voglia di pace della migliore parte della società israeliana alla voglia di giustizia e di libertà del popolo palestinese.

Come?

Dobbiamo approfondire e precisare il concetto di comunità internazionale.

Nello scenario attuale i governi finora sono stati attenti a mantenere l’appoggio dei gruppi di interesse, al fine di garantire la propria stabilità politica. Al di là di dichiarazioni più o meno plausibili, hanno tollerato che un esercito ben armato martellasse un territorio povero e sovraffollato provocando decine di migliaia di morti in pochi mesi. Di più: hanno continuato a fornire all’esercito Israeliano armi e munizioni da usare per continuare a colpire i palestinesi ed hanno interrotto gli usuali finanziamenti all’UNRWA, l’agenzia ONU preposta all’assistenza dei profughi palestinesi.

Questo mentre tantissimi in tutto il mondo protestavano per chiedere il cessate il fuoco sulla striscia di Gaza e per questo venivano accusati di antisemitismo. In effetti il governo Israeliano è arrivato ad accusare di antisemitismo perfino l’ONU.

Ma se i governi occidentali appoggiano Israele per corrispondere alle richieste dei gruppi di interesse e così stabilizzarsi, è quella stabilità che va messa in discussione per ottenere la pace in Palestina. Serve un importante cambiamento di indirizzo dell’opinione pubblica, tale che i governi intendano che la prosecuzione dell’appoggio dell’aggressività israeliana può costargli la perdita di consensi all’interno.

Cambiare l’orientamento dell’opinione pubblica non è semplice. I governi hanno basi di consenso politico e tendono ad ampliarle con l’aiuto accorto di gran parte della stampa che li supporta. Far partire e condurre un processo di convincimento a cambiare rotta è un impegno laborioso e dovrebbe essere ordinato ed accorto. Fino adesso le proteste, specialmente nel nostro paese, sono state tanto generose quanto caotiche e scoordinate, a volte arrivando a prestare il fianco ad accuse di antisemitismo pronunciate a volte in buona fede, ma il più delle volte veicolate in modo malizioso, da parti politiche filoisraeliane a prescindere.

Invece per la Pace è necessaria una spinta sinergica di tutti coloro che la vogliono, quale che sia la nazionalità, a cui appartengono la religione che professano o l’ideologia che seguono. I numeri ci sarebbero, ma per essere efficaci vanno sommati.

Il sistema dell’infelicità. E la cura.

Volendo alzare lo sguardo per guardare più in là, per immaginare uno scenario diverso, è utile valutare due aspetti: le criticità del sistema mercatocentrico e i possibili percorsi di cambiamento.

Cominciamo col dire che il mercato e le ideologie che lo sottendono ha una formidabile agenzia di propaganda implicita nella pubblicità, che se è divenuta nel tempo sempre più efficace nel convincere della bontà del prodotto reclamizzato, è oramai da decenni un veicolo di formazione subliminale di consenso: si può preferire un marchio di detersivo o un altro , ma non si mette in discussione che un lenzuolo debba essere candido per poter essere steso su un letto; si può preferire il rasoio o la ceretta, il laser o altri strumenti tecnici, ma non si discute che i peli superflui debbano essere eliminati.

La pubblicità per sua natura deve parlare a quanta più gente possibile, quindi deve utilizzare codici di comunicazione quanto più universali possibile, per cui il riferimento più o meno mediato è pressoché sempre agli istinti più basici: fame, sesso, paura. Oltretutto il riferirsi alla voglia di mangiare, congiungersi, proteggersi è effettuato in modo sempre più tecnicamente raffinato, grazie a studi di psicologia dedicata che lasciano molto poco spazio alla capacità di discernimento razionale.
Per inciso possiamo dire che l’enorme sviluppo della pratica della pubblicità e degli studi dedicati, grazie anche alla grandissima quantità di fondi disponibili, ha reso questo mezzo capace di espressioni estremamente raffinate, tanto da rendere alcune performance vere e proprie forme d’arte. La qualità degli strumenti impiegati nulla, però, toglie alla sostanza manipolatoria del mezzo.

Ma la pubblicità serve ad indurre bisogni. Perciò è nata e perciò è coltivata. Ma il destinatario della pubblicità, recettore di enormi quantità di messaggi, che gli dicono che ha bisogno di quel cibo, di quell’abito, di quell’automobile, di quel viaggio, nella maggior parte dei casi non può accedere a quei beni.

E non può accedervi anche perché della ricchezza prodotta dal sistema la maggior parte delle persone non riceve che le briciole. Questo può far pensare che il sistema neoliberale, il sistema dei mercati, produca una grande quantità di frustrazione e quindi di infelicità, come prodotto di scarto.

Il dubbio che val la pena di esplorare, però, è se la frustrazione e l’infelicità non siano piuttosto uno strumento di mantenimento del sistema, purché gestite, purché indirizzate opportunamente.

Attenzione. Tutti i sistemi politici si sono basati su diverse forme di anestesia dei governati: dalle feste, agli spettacoli teatrali alle corse di bighe, ai giochi del Circo, alle religioni. Però quelle distrazioni di massa, in genere lavoravano sulle masse, che masse restavano: i popolani si incontravano, vivevano emozioni collettive, a volte si producevano in sommosse.

Una caratteristica innovativa della anestesia neoliberista dei governati è invece l’avere polverizzato il popolo, riducendolo ad una massa  di individui, una massa tanto incapace di assumere forme definite, da essere indicata come liquida.

Le occasioni di socializzazione sono praticamente avversate: anche la posizione di eventi e rappresentazioni destinate al consumo collettivo sono fruite individualmente: l’esempio della circolazione dei film passata dalle sale cinematografiche prima ai DVD e poi alla distribuzione sulle piattaforme di streaming, insieme agli eventi sportivi,  insieme ai giochi per ragazzi passati dai giochi fisici ai videogiochi di cui si è favorita l’esperienza on-line.

I personal computer, che erano già stati soppiantati nell’uso ludico dalle apparecchiature dedicate ai videogiochi, sono stati a loro volta sostituiti dal device più individuale di tutti: lo smartphone. Quest’ultimo strumento è diventato così pervasivo da riuscire a disgregare anche la compresenza tra pochi: capita a tutti di vedere persone in coppia o intere comitive stare vicino ma ciascuna intenta ad interagire col proprio telefonino.

Non è più fantascienza la proposta di partner virtuali mossi dalle intelligenza artificiale e generati dall’utente in base alle sue preferenze. Il trionfo del solipsismo.

Ovviamente per il mantenimento di una società così composta la scuola non è soltanto inutile:  è dannosa. Dopo aver reso pressoché impossibile lavorare allo sviluppo della persona, in classi pollaio seguite da persone precarie e malpagate (dove riuscivano a lavorare bene soltanto le persone estremamente motivate), si è passati a scuole votate allo sviluppo di “risorse umane” per le imprese. Scuole che coltivassero produttori non troppo fantasiosi e volitivi.

La società frutto di questo sistema è infelice e non potrebbe essere altrimenti. Le persone sono indotte a coltivare bisogni molti dei quali irrealizzabili, gli si prospettano obiettivi spesso irraggiungibili e le si convince che se non riescono è perché non hanno meritato il successo. L’unica protezione sarebbe la famiglia, spesso ridotta a coppia, a cui ci si  attacca disperatamente in assenza di altri punti di riferimento, ma anche la coppia è sottoposta a tensioni che ne aumentano la precarietà. Di fronte a una diffusa sensazione di solitudine e isolamento, gli omicidi – suicidi sono diventati frequentissimi, insieme ad altre reazioni abnormi alle situazioni conflittuali.

Tutto ciò non è un destino immutabile. Non ci si può abbandonare a questo stato di cose. Si può e si deve cambiare.
La cura sono le relazioni vere, fisiche, durature, non solo finalizzate. Una volta c’erano i partiti, o  le Chiese, le quali hanno mantenuto caratteri di superfamiglia e pur attaccate da più parti e affaticate dell’individualismo, hanno resistito meglio di altre aggregazioni.

Ma quello che è da aggiustare è il modo di produrre e quello di consumare. L’iniziativa privata è sicuramente efficace per perseguire l’innovazione ma, se non controllata, si trasforma e si muove con modalità selvagge, regolata dalla legge della giungla: pochi predatori, circondati  da gregari e poi la moltitudine delle prede. E le ultime innovazioni tecnologiche amplificano il problema.

Alla fine il tema è tornare a quell’equilibrio tra economia e politica scritto nella costituzione del ’48, bistrattata e a tratti stravolta dalle modifiche introdotte dalla seconda Repubblica: svilimento dei controlli parlamentari con legge elettorale maggioritaria, spostamento del baricentro legislativo verso le regioni, aprendo la strada a tentativi criptoscissionistici come l’autonomia differenziata. L’impastoiamento del Parlamento con la modifica dell’articolo 81. Adesso anche il tentativo di ridurre ulteriormente la funzione parlamentare e quella del Presidente della Repubblica, blindando il Governo.
Per non dire della drastica riduzione della progressività del sistema fiscale, che si aggiunge alla diffusa e tollerata evasione fiscale.

C’è bisogno di un vero riformismo, che si proponga di tornare allo spirito della Costituente, quella si aveva trovato una sintesi tra gli opposti.

Per farlo bisogna parlare alle persone e metterle in relazione ed esortarle a parlare del loro presente e del loro futuro, senza farselo raccontare da altri.

Disturberemo il manovratore.

La Costituzione repubblicana approvata dalla Costituente ed entrata in vigore nel 1948 è il risultato travagliato di una difficile sintesi , un equilibrio tra diverse culture italiane quella cattolica, quella liberale quella socialista e quella qualunquista, la quale fu un po’ il modo in cui quegli italiani, che avevano appoggiato il fascismo da posizioni defilate, erano rappresentati nella Costituente.

Un equilibrio fragile e destinato a subire attacchi continui non appena le condizioni si fossero modificate.

Certo è che se nei settantacinque anni di vigenza della Costituzione l’attenzione spesa per la sua riforma fosse stata impiegata per la sua applicazione, l’Italia oggi sarebbe un paese diverso.

Appare evidente che le modifiche della Costituzione apportate nel tempo l’abbiano resa meno coerente, meno leggibile e meno efficace rispetto agli obiettivi che si proponeva: una società in cui la politica si esprimesse non solo negli organismi istituzionali, ma anche nella partecipazione negli organismi intermedi. Una società in cui l’indifferenza, che tanti danni aveva creato nei decenni precedenti la seconda guerra mondiale fosse sostituita dalla partecipazione dei cittadini.

I tentativi di modifica della Costituzione – e soprattutto gli ultimi – sono stati tesi a ridurre il controllo parlamentare sul governo e a riduzione le occasioni di partecipazione popolare.

Tutto questo si inserisce nel flusso coerente che ha prodotto la legge sulla regolamentazione – affievolimento del diritto di sciopero e, soprattutto, la riforma del sistema elettorale in senso maggioritario.

La nostra Costituzione In effetti ha un bug: la divisione dei poteri prevista dall’ideologia illuministico liberale è resa in modo imperfetto: il Parlamento ha una funzione sovraordinata rispetto agli altri organi costituzionali, con fortissime attribuzioni di controllo sia sul potere esecutivo sia su quello giudiziario.

Questo perché il Parlamento, eletto direttamente sarebbe l’attuatore della sovranità che, recita l’art. 1, “appartiene al Popolo”. Ma questa impostazione funzionava fino alla riforma del sistema elettorale in senso maggioritario Eletto col sistema proporzionale il Parlamento era una rappresentazione fedele degli orientamenti popolari.

Il Parlamento eletto con il maggioritario, invece, istituisce un’immedesimazione tra volontà parlamentare e volontà del governo tanto forte da sostanziarsi in una liberazione del Governo dal controllo parlamentare, anzi nella trasformazione del Parlamento in una cassa di risonanza della volontà della maggioranza di governo, oltre che di un ammortizzatore capace di catalizzare su di sé la responsabilità delle scelte governative.

L’unica criticità in questo asservimento del parlamento al governo fino adesso è stata costituita dal meccanismo di elezione del Senato della Repubblica, che essendo effettuata per Costituzione su base regionale non garantisce una maggioranza uguale a quella della Camera, eletta su base nazionale. Infatti in tutte le legislature dal ’94 in poi le preoccupazioni dei governi si sono sempre focalizzate sul Senato in cui le maggioranze erano meno stabili e più risicate.

A questo punto coi partiti alleggeriti dalle ramificazioni territoriali e la rappresentanza parlamentare allontanata dai territori anche per la riduzione del numero dei parlamentari il governo è già arbitro mal controllato del gioco politico.

Per metterlo al riparo da scossoni e assolutamente fuori controllo serve soltanto depotenziare la Presidenza della Repubblica e sterilizzare la possibilità che il Parlamento tolga la fiducia.
Se entrasse in vigore la proposta di revisione costituzionale del governo Meloni, il Premier verrebbe eletto insieme al Parlamento (votato con la stessa scheda – come già i sindaci) ed i partiti che gli sono collegati otterrebbero il 55% dei seggi, anche se alle urne non avessero la maggioranza assoluta.

A questo punto, superando la sensazione di deja vu nel Ventennio, viene spontanea una domanda: con un architettura siffatta, quanto conta la volontà di un cittadino?

Basta guardare a quello che hanno prodotto i governi “stabili”: peggioramento delle pensioni, partecipazioni a guerre non volute dalla maggioranza dei cittadini, mancata lotta all’inflazione, mancata cura del territorio e contemporanei tentativi di mettere in cantiere opere faraoniche come il Ponte sullo Stretto di Messina. E tutto questo senza il rischio di essere ‘mandati a casa”.

Con la riforma Meloni si eliminerebbe anche la pallida possibilità che di fronte ad un disastro conclamato i parlamentari sfiducino il governo, inducendo il Presidente della Repubblica a nominare un altro Presidente del Consiglio.

È quello che vogliono gli italiani?

Se questa maggioranza approvasse questa revisione della Costituzione, lo vedremo al referendum.
Noi voteremo NO.

Il contrario di quello che stanno facendo.

Dall’Africa si emigra, le persone fuggono la sete, la fame, le malattie le guerre.
Purtroppo la maggior parte dei mali da cui scappano gli emigranti derivano dalle attività passate e presenti degli occidentali.

L’africa è stata per tanto tempo un luogo da cui estrarre materie prime al minor prezzo e piu di recente il luogo in cui portare gli scarti ed i rifiuti pericolosi.

In più l’africa è uno dei luoghi in cui il cambiamento climatico ha fatto piu danni, a cominciare da siccità e desertificazione.

Perciò l’espressione aiutiamoli a casa loro è intrinsecamente falsa ed ipocrita: l’aiuto maggiore per i popoli africani sarebbe lasciarli in pace. Inutile dire che le multinazionali occidentali non hanno alcuna intenzione di farlo.

Il fatto è che l’Occidente ha bisogno delle materie prime dell’Africa, ma non vuole le conseguenze critiche della propria attività.
I migranti possono essere accolti solo nella misura in cui possono essere utili: così dopo aver sfruttato le materie prime africane possiamo sfruttarne anche la popolazione.

Ma chi può condannare i giovani che dai paesi subsahariani partono all’avventura per fuggire a una vita impossibile?
Può farlosolo quella politica che ha trovato nei migranti il capro espiatorio su cui focalizzare le attenzioni dei popoli europei, a disagio per l’indebolimento dell’attività degli Stati, a cominciare dalle attività di coordinamento e regolazione della società. Il sistema economico dominante vuole stati deboli e o complici

Una società in cui il sistema economico spinge tutti contro tutti verso una competizione senza regole. Una società rinselvatichita in cui ciascuno prende ciò che può senza rispettare l’altro, in cui omicidi e violenze wulle dinn o sui piu indifesi vengono filmati e ostentati sui social. Però per le persone è tanto più rassicurante proiettare fuori dal “noi” verso il nuovo arrivato le proprie paure. In Queste narrazioni il migrante diventa il nemico perfetto.

Questa narrazione, però, ha un difetto: non può indicare una soluzione stabile. Ecco che si trova il super nemico negli scafisti, nei trafficanti di esseri umani, che gestiscono la migrazione. Ignorando che scafisti e trafficanti si limitano a trarre profitto parassitario da dinamiche che preesistono a loro e che ci sarebbero anche senza di loro: i ragazzi verrebbero via dai Paesi africani anche se non ci fossero trafficanti, anche se non ci fossero scafisti.

Se anche l’Occidente smettesse qui ed ora di sfruttare i territori africani (e non sembrano proprio intenzionato a farlo) per effetto di una sorta di inerzia, e prima che la vita neinpaesi di partenza migliori sensibilmente, oper qualche tempo le persone continuerebbero a partire dalle proprie case, in cerca di una vita migliore.

Per questo la soluzione non è trattenere I migranti di là del mare: la soluzione è eliminare i fattori che li spingono a partire e nel frattempo gestire i flussi di persone, che non possono essere fermati nei campi di concentramento. Né in quelli libici né in quelli Turchi né in quelli italiani o greci. E gestire quei flussi significa organizzarsi e accogliere provando ad integrare. Proprio il contrario di ciò che stanno facendo.

Il bello è che i cittadini sono spesso più avanti dei governi: un esempio chiarissimo sono stati i cittadini di Lampedusa, che hanno solidarizzato concretamente con I migranti.

Per questo abbiamo avviato una raccolta di firme su change.org per chiedere che agli abitanti dell’isola di Lampedusa venga conferito il premio Nobel per la pace.

Questo è il link:

https://www.change.org/Il_Nobel_ai_Lampedusani_gente_di_Pace

Ma alla fine a chi interessa la sicurezza sul lavoro?



Avere interesse per qualcosa e interessarsene, averne cura, sono due questioni diverse: la differenza tra l’una e l’altra è misurata dalla consapevolezza dell’importanza della questione per sé.

Purtroppo non pare esserci alcuna consapevolezza dell’importanza della sicurezza sul lavoro.

Non ne sono consapevoli gli imprenditori, altrimenti non spingerebbero i lavoratori a fare prima a rischio dell’incolumità (vedi Brandizzo), non toglierebbero i presidi di sicurezza dai macchinari per ridurre i tempi di lavorazione (ricordate Luana D’Orazio?) e cosi via.

Non ne sembrano consapevoli i lavoratori, che sanno di dover mettere imbragatura e casco mentre stanno sui ponteggi, ma spesso non li mettono, sanno che è obbligatorio essere autorizzati prima di salire sui binari per la manutenzione, ma pur di lavorare accettano di cominciare il lavoro prima che arrivi l’autorizzazione.

Non interessa agli uffici deputati alle ispezioni: se non sono destinati ispettori per i controlli non è certo colpa loro: si controlla ciò che si può, consapevoli che l’incidente può succedere ovunque ed in ogni momento, ma la responsabilità non può ascriversi ad un ufficio svuotato di risorse e senza mezzi.

Non interessa al politico, disposto ad approvare una legge da rivendicare in TV, ma indisponibile a perdere i voti delle imprese incrementando realmente i controlli per fare applicare le leggi. Né vuol perdere i voti dei lavoratori lasciati a casa da un’azienda che chiude, non accettando la riduzione dei margini di profitto.

Questo disinteresse per la sicurezza è solo in parte una scommessa sulla propria fortuna; è più uno dei sintomi del diffuso schiacciamento sul presente: qlla domanda “e se domani..?” “Spesso si risponde “ci penserò domani”.

Ma allora la battaglia per la sicurezza va combattuta in sede formativa. Non solo durante l’addestramento sul lavoro, o nella formazione continua. Deve iniziarsi a scuola. Da bambini.

Anche perché la cultura della sicurezza non riguarda solo la sicurezza sul lavoro, ma anche la sicurezza stradale, la sicurezza dei consumatori e questo sforzo va fatto dallo Stato, perché la società di oggi vive di effimero. Altro che sicurezza!

Se ci sarà consapevolezza , dell’importanza della sicurezza, allora cambierà tutto l’approccio.

Ma serve una forza politica che si faccia carico di questo bisogno di consapevolezza, perché, come si diceva sopra, al momento pare che in giro non interessi a nessuno. Al di là dell’ipocrisia delle dichiarazioni.

Gli scafisti siamo noi.

Questo Governo e questa maggioranza parlamentare, figli della stanchezza e dell’insipienza delle maggiori organizzazioni politiche progressiste italiane, stanno in piedi per gli abbandoni degli avversari: non hanno un progetto per fare crescere il Paese e non possono permetterselo perché fanno gli interessi proprio di quel pezzo di popolo italiano, che cresce senza regole e senza controlli e che mentre  avvilisce il settore pubblico, gli richiede benefici.

Né FdI, né la Lega né Forza Italia si occuperanno mai di far crescere la popolazione scolastica e universitaria effettiva, contrastando gli abbandoni, della lotta all’evasione fiscale o del controllo della qualità degli appalti pubblici: sono stati votati per non farlo.

Però sono stati votati anche da tanti che credono nelle favole, se ben raccontate e da questo punto di vista, se Salvini ha perso un po’ di smalto, la presidente del Consiglio Meloni è ancora in grande attività.

Tra le favole continuiamo a sentire quella dello scafista cattivo, che nella leggenda della destra  porta dei poveracci oltre il mare, e ‘attacca” il nostro Paese, approfittando di una opinione pubblica molle e pusillanime.

Non rilevano i motivi per cui la gente va via da casa propria, figuratevi se si fa attenzione ai modi coi quali sulle sponde orientali e meridionali del Mediterraneo si bloccano le partenze.

Alla destra non interessa sentire parlare dei modi usati da Erdogan in Turchia o delle tecniche usate dai Libici o dai Tunisini.
L’importante è fermare le traversate in qualsiasi modo, anche sparando (con le motovedette fornite da noi) purché lo si faccia lontano dai nostri occhi.

Qui si spiega l’ostilità verso le ONG, le quali, continuando a fare da scomode testimoni e segnalando in avanti in difficoltà, sono accusate addirittura di intralciare i soccorsi con le continue richieste di aiuto.

Intanto le nostre imprese continuano ad estrarre Coltan, cobalto, oro ed altri minerali.
I (pochi) soldi con cui sono pagate le materie prime depredate non vanno tanto alla manodopera -che fa la fame- quanto alle fazioni che si combattono per controllare i territori estrattivi e i commerci.
Il denaro gli serve per le armi. Fornite da noi.

Quindi, le nostre imprese vanno in Africa, portano via a basso prezzo le materie prime mentre vendono armi (e regalano rifiuti speciali) e per farlo bene non fanno attenzione a ciò che succede laggiù.

Poi la gente fugge e cerca di arrivare in un posto dove ci sia cibo, acqua e pace.
Ma noi vogliamo fermarli e paghiamo banditi e dittatori per farlo al posto nostro.

Cosa dicevamo degli scafisti?

la nostra proposta per il XXI secolo.

La Democrazia, il governo del Popolo, funziona bene tra uguali. Una società è danneggiata dalla presenza di persone troppo povere come dalla presenza di persone troppo ricche, perché nell’esprimere la propria volontà, i propri voti, chi è troppo povero è ricattabile e chi è troppo ricco ha la concreta possibilità di cambiare le regole (durante la partita) quando e come vuole. 

L’obiettivo centrale è curare la società dagli eccessi, dalla miseria e dalla opulenza, anche perchè storicamente l‘equilibrio è il presupposto delle società più sviluppate, più armoniche, più felici.

Ma l’uguaglianza non può essere né totale né imposta dall’alto: le persone non sono tutte uguali, anzi sono tutte diverse l’una dall’altra: differenze di tutti i generi, gusti, desideri, sensibilità. C’è chi vuole disporre di più cose – e per questo è disposto a un maggiore impegno – e chi preferisce più tempo libero. Ci sta. C’è anche chi parla di merito, ma questo termine ha senso solo a parità di condizioni e nell’ambito di processi semplici, senza condizionamenti esterni, condizioni che nelle complesse realtà sociali non si verificano mai.

È giusto che chi vuole impegnarsi di più sia libero di farlo e di raccogliere il frutto del proprio lavoro. Però la libertà di fare di più, se non è regolata, spinge naturalmente verso l’inasprimento delle disuguaglianze: chi ha ottenuto un vantaggio tende a stabilizzare i risultati ottenuti, magari per trasferire questi risultati ad altri, i figli per esempio, che così possono   avvantaggiarsi anche senza sforzi propri. 

Qui deve intervenire la spinta riequilibratrice dello Stato, per evitare che la ricchezza diventi un vantaggio incolmabile. Per questo la Costituzione dice che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. 

Tutti hanno diritto a scuole pubbliche e ad università gratuite e funzionanti, perché tutti hanno il diritto di concorrere alla pari ai ruoli sociali di maggiore responsabilità e prestigio.

Tutti hanno diritto al lavoro – pagato tanto da poterci vivere dignitosamente – per avere un ruolo attivo al funzionamento della società.

Tutti hanno diritto a cure mediche gratuite tempestive e di buona qualità, per essere liberi dal timore che una malattia non possa essere curata o li porti alla rovina propria e delle proprie famiglie. 

Sappiamo che il progetto della Costituzione non si è mai realizzato appieno per la resistenza di settori politici e sociali conservatori, ma tale obiettivo rimane il nostro per questo XXI secolo, anzi oggi è più urgente ed è anche più raggiungibile per effetto delle enormi innovazioni tecniche avvenute. 

Alcune riforme sono diventate urgenti, per evitare che l’acuirsi delle sofferenze sociali porti ad una situazione irriformabile. Il fatto che non ci siano alternative risulta  naturalmente inaccettabile per chi nell’attuale stato di cose sopravvive a malapena.

Ma per realizzare qualsiasi riforma bisogna  ricostruire la macchina della Repubblica: Stato Regione ed Enti locali. E’ attraverso queste strutture che  si possono mettere in atto i cambiamenti necessari. Serve un settore pubblico che funzioni veramente, dalla Sanità alla Scuola, all’Assistenza sociale, alla manutenzione del Territorio, alle funzioni di controllo. Oggi non è così. Le amministrazioni pubbliche da più di  30 anni sono state messe nelle condizioni di non funzionare, disattivate: il blocco del turn over ha ridotto e fatto invecchiare il personale e questo stesso personale spesso non ha fruito di aggiornamenti e formazione. La peggiore politica clientelare ha fatto di tutto per infiltrarlo e condizionarne impropriamente l’attività.

Le pubbliche amministrazioni devono tornare nelle condizioni di funzionare, essere messe in grado di utilizzare al meglio le tecnologie dell’informazione e per questo servono funzionari pubblici giovani e preparati, selezionati con concorsi pubblici e destinati a rimanere impiegati stabilmente, al fine di disporre di organizzazioni efficaci al giusto costo. 

Certo la riattivazione della macchina pubblica ha un costo non indifferente. 

Che fare? Bisogna invertire la rotta: ad oggi Stato ed enti pubblici non riscuotono il necessario per funzionare e in più spendono troppo per acquistare beni e servizi, spesso di cattiva qualità. Il dissesto della macchina pubblica non era inevitabile e non è stato casuale. Neutralizzare gli uffici pubblici é stato funzionale alla riduzione di tutti i controlli: sulla riscossione dei tributi, sul rispetto degli spazi e dei beni comuni, sull’ambiente.

Per finire, la neutralizzazione degli Uffici pubblici è servita per offrire all’economia privata proficue occasioni di guadagno, sostituendosi al Pubblico: dalla Sanità alla Scuola, dalle Università alla distribuzione dell’acqua alla mediazione tra domanda e offerta di lavoro, financo alla vigilanza del territorio. Inoltre la politica usa gli uffici pubblici per coltivare il consenso, ponendosi come rimedio “ad personam” per superare le lungaggini burocratiche create dalla stessa politica con norme ambigue, quando non contraddittorie.

La riappropriazione di spazi di attività da parte del settore pubblico non significa negazione dell’iniziativa privata. Questa, se operata nel rispetto dei diritti dei lavoratori, dei consumatori e dell’ambiente è un elemento prezioso di pluralismo e di autonomia individuale. e come tale può svolgere un’importante funzione nell’innovazione dei prodotti e dei processi. Essa non deve essere caricata di costi di assistenza, che devono essere pubblici perché universali e non deve essere assistita da fondi pubblici sotto forma di contributi a fondo perduto, di agevolazioni incondizionate e di altri supporti che gravanti sulla spesa pubblica. 

Inoltre l’iniziativa privata sarebbe avvantaggiata da una macchina pubblica efficace, da controlli veloci, capaci di bloccare le forme di concorrenza sleale e da una veloce e precisa amministrazione delle controversie.

Seguiteci. vi proporremo le nostre priorità.

Just “pro reo”?



Come chiamare il fenomeno per cui la vittima è colpevolizzata per l’evento dannoso subìto?
Il neologismo vittimicidio è gia stato creato per descrivere l’atteggiamento diffuso nella cultura patriarcale per le fattispecie che colpiscono le donne, intimidite, zittitte, maltrattate, violate, perché sarebbero state petulanti, arroganti, inquiete, provocanti.

Ma a ben vedere nel nostro Paese è in voga (e sedimentata) una cultura in cui l’Autorità è flebile e inefficace, quando non addirittura complice: il colpevole viene di fatto lasciato impunito, quando non ammirato per la sua audacia.

Come spiegare altrimenti il Fascismo, il Berlusconismo o il Renzismo?

In Italia siamo lontani dalla bigotta ipocrisia americana: Mussolini poté addossarsi in Parlamento la responsabilità politica dell’assassinio di Matteotti, il Parlamento votò che Ruby era la nipote di Mubarak e Renzi è ancora in Parlamento nonostante abbia silurato Letta dopo averlo rassicurato sul suo appoggio – “Enrico stai sereno” – ed essere stato bocciato al referendum costituzionale del 2016 “se perdo mi ritiro dalla politica”.

In Italia si depenalizza il falso in bilancio, si condonano abusi e cartelle esattoriali, si garantiscono (i colletti bianchi), ci si lamenta per le indagini della magistratura quando riguardano una persona di ceto borghese (senza integrare il personale giudiziario).

In Italia si promuovono o si lasciano al lavoro poliziotti e carabinieri implicati in indagini su fatti gravissimi (es. G8 di Genova, caso Cucchi, etc). In italia i responsabili della morte di giovani lavoratrici subiscono condanne irrisorie.

Gramsci aveva correttamente indicato nell’indifferenza il male dell’Italia, un paese pieno di Don Abbondio laici e no. Gramsci è morto senza sentire la sentenza per cui c’è stata si una trattativa con la mafia ma “a fin di bene”.

In un Paese siffatto i casi dei Matteotti, dei Gramsci, dei Libero Grassi, dei Falcone, dei Borsellino sembrano servire più come esempi da evitare che come modelli da seguire.

In questo scenario esempi come quello di Ilaria Cucchi sembrano alieni: “si è stata brava, ma io non avrei insistito tanto” e comunque queste persone vengono sfruttate,  diluite, dissipate in realtà tutte italiane, in normali come Sinistra Italiana (appunto) insieme ai Sumahoro.

Quindi abbiamo – è giusto dirlo – persone che denunciano: denunciano auto in doppia fila che gli impediscono di uscire dal parcheggio, o ex compagni stalker, denunciano abusi di datori di lavoro disonesti, o intimidazioni di funzionari concussori, denunciano minacce di estortori mafiosi e ndranghetisti,
Ma poi queste persone non ottengono giustizia e neanche sono protette dalle ritorsioni.

Hanno la colpa imperdonabile di essere vittime e di chiedere giustizia e protezione allo Stato.

Perché è lo Stato il grande malato italiano: è malato di debolezza fino all’esanimità. Esanime appunto, senza spirito né volontà. In Italia la trama delle relazioni superfamiliari si esplica in organizzazioni  che, quale che ne sia la natura teorica, tendono a configurarsi come clan, in senso antropologico: qualcosa di prepolitico in cui le relazioni personali e familiari superano in forza e funzione le relazioni formali dichiarate. E questo avviene nelle associazioni e nei sindacati, nei partiti e nelle comunità parrocchiali, nelle Massonerie e nell’Opus dei.

Prima i miei associati, però (per cerchi concentrici) dopo i miei amici, i miei parenti, la mia famiglia, i miei figli.

Questi non sono problemi che si risolvono facilmente o brevemente, ma, se individuati e riconosciuti, possono essere curati. E va fatto. Per rendere il nostro paese abitabile, anche per le vittime. Tutte.

Costruiamo insieme

Noi che viviamo del nostro lavoro Siamo sotto attacco da anni, da parte delle classi dirigenti: manager, grandi imprese ed intellettuali al seguito:

  • hanno reso precario il lavoro: ci pagano meno e hanno cancellato la maggior parte dei diritti;
  • hanno ridotto le pensioni e cominciano a pagarcele molto dopo;
  • hanno ridotto quantità e qualità dei lavori pubblici: crollano ponti e viadotti, le strade non sono manutenute, gli argini dei torrenti non sono controllati;
  • hanno ridotto quantità e qualità dei servizi sanitari: i medici di base hanno troppi assistiti e si trasformano sempre di più in impiegati amministrativi; hanno chiuso molti ospedali pubblici ed hanno esternalizzato molti servizi di diagnosi e di terapia; i posti di pronto soccorso sono sottodimensionati;
  • hanno ridotto quantità e qualità dei servizi scolastici: classi troppo numerose, troppo pochi insegnanti troppi dei quali precari ed hanno trasformato le scuole pubbliche in aziende, e le ospitano in locali fatiscenti e inadeguati;
  • non fanno funzionare gli uffici pubblici: gli impiegati vanno in pensione e non vengono sostituiti da giovani, in più i nuovi assunti non vengono né selezionati né formati; così i controlli non si possono fare e quando fatti sono fatti in modo sbilanciato e iniquo;
  • le università pubbliche sono impoverite e lasciate nelle mani di baroni che gestiscono l’ingresso dei giovani; moltissimi dei nostri migliori giovani ricercatori vanno all’estero;
  • aumentano le sovvenzioni per le imprese e poi tante di queste spostano gli impianti all’estero e chiudono gli stabilimenti, licenziando il personale;
  • aumentano la spesa militare e mandano armi in teatri di guerra, senza lavorare per la pace;
  • mantengono imposte e tasse ingiuste sui lavoratori e sui piccoli negozianti e riducono le imposte sui più ricchi e sulle grandi imprese;
  • ignorano le ingiustizie nel mondo in Palestina, Iran, Turchia, e ignorano gli attacchi alla libertà come a Cuba e in Venezuela. L’unico criterio di valutazione è la volontà degli USA, o in subordine, la volontà delle burocrazie Europee espressione delle cultura dell’arbitrio dei mercati.

Come si vede è difficile rispondere a tutti gli attacchi: ci sono arrivati da tutte le parti e su mille punti diversi.

Dobbiamo cambiare schema: ottenere una società armoniosa in cui tutti abbiano pari opportunità e in cui nessuno sia abbandonato alla miseria.

Per farlo c’è bisogno – adesso- di un’organizzazione che ci rappresenti e che funzioni. Non abbiamo bisogno di uomini o donne della provvidenza, abbiamo bisogno di coordinarci e di farci avanti tutte e tutti, mettendo da parte le differenze di metodo, per trovare modi di lotta che ci mettano d’accordo e focalizzando la nostra attenzione sulle priorità.

Non lasciamo che continuino a spogliarci di tutto.

Innescare la cittadinanza

La vera ricchezza dei popoli sono le persone.
È anche un fatto di numero (una popolazione che si va riducendo e va invecchiando è un problema enorme), ma pur importante il numero è marginale.
È la cultura che trasforma una persona in una forza capace di cambiare le cose, con le idee, la fantasia e la capacità di aggregare altre persone sul lavoro per il raggiungimento di un obbiettivo comune. Ciò perché la cultura è il prodotto delle relazioni con gli altri e con l’ambiente.

Ma perché questa forza sia realmente potente, deve essere innescata: la persona deve diventare pienamente “animale sociale”, cittadino. 

Per questo la #scuola è così importante per un Paese. Una scuola capace di formare persone capaci di relazionarsi col contesto in cui si muovono; contesto che oggi è estremamente fluido e cangiante e per questo richiede robustezza interiore e capacità di adattamento. Ma la scuola deve coltivare anche la disposizione a relazionarsi con gli altri, aiutando a generare interesse e #rispetto per le persone con cui si viene a contatto, coi loro punti forti ed i loro bisogni.

Dalla scuola e dalla sua naturale prosecuzione nelle attività culturali devono nascere le basi su cui costruire la crescita civile e umana delle persone e collettivamente la capacità di un Popolo di esprimere rappresentazioni del mondo capaci, di generare forme di #simbiosi armoniche con l’altro da sé a cominciare dall’ambiente.
Una società che  dà modo a ciascuno di esprimere ogni potenzialità e per questo una società siffatta è capace di  innovare, di evolversi e di resistere alle avversità.

Anche per questo la scuola dev’essere molto, molto di più di una agenzia di preparazione al lavoro: dev’essere una fucina di persone serene, capaci di comprendere il modo e gli altri, capaci di risolvere problemi.

Si. Serve un polo popolare!

C’è un pezzo di Italia che si è stancata di veder partire i figli in cerca di lavoro e di veder dare la colpa ad altri figli scappati dalla fame e dalla guerra che cercano riparo da noi.

C’è un pezzo di Italia che vorrebbe che le tasse fossero destinate ad ospedali e scuole che funzionano e non a cliniche e ad ambulatori privati.

C’è un pezzo d’Italia che vorrebbe controlli pubblici funzionanti sulle condizioni di lavoro e sulla sicurezza.

C’è un pezzo d’Italia stanca di aspettare un futuro migliore e che sta al lavoro fino a 67 anni, guardando i figli precari fino a 40 anni.

C’è un pezzo d’Italia stanca di vedere i milionari spiegare ai poveri che essere poveri è colpa dei poveri e chiedere di pagare sempre meno tasse.

Questa Italia l’hanno costruita Letta e Salvini Renzi e Meloni con Berlusconi a fare da ispiratore.
Ognuno ci ha messo il suo pezzettino.

Gli italiani stanno male e i furbacchioni fanno demagogia strumentalizzando le questioni come migrazioni, Unità Europea, debito pubblico ed evasione fiscale, usandole come clave anzichè curarle.

Intanto le tasse sui ricchi sono state abbassate e le tasse sui poveri sono state aumentate: giù le tasse di successione per i grandi patrimoni su le tasse sulla benzina che paghiamo tutti.

Il m5s ha ottenuto la realizzazione del primo aiuto importante per i poveri: il reddito di cittadinanza e si è intestato un’agenda sociale importante distante dall’agenda Draghi che gli altri partiti vogliono continuare a seguire e si è dichiarato contrario a spedire le armi un Ucraina e ad aumentare le spese militari.

Perché il m5s non si impegna in questa battaglia con coloro che queste priorità le hanno da sempre? Perché non si crea un polo popolare – veramente popolare – con Unione popolare? Che ci fanno Sinistra Italiana e i Verdi con Calenda ed i nuclearisti? Santoro e Montanari vogliono impegnarsi? Benissimo!

Il m5s rimetta in campo la volontà di partecipazione popolare che lo ha fatto nascere e partiamo.
Non è detto per nulla che debba vincere la Destra con le sue falsità.

Ma se lasciamo il PD a difendere l’esistente, quel pezzo d’Italia di cui parlavamo non andrà a votare e la colpa sarà di chi ha chiuso gli occhi ed ha chiesto ancora fiducia per l’ennesima fregatura!

Superbonus 110% Un po’ di chiarezza.

Da ormai due anni non si sente parlare di altro che di Superbonus 110% Ma lo si fa in modi che creano una grande confusione nell’opinione pubblica e anche tra le persone direttamente interessate.

Proviamo a chiarire di cosa si tratta e soprattutto di cosa non si tratta, facendo rapidamente una carrellata su tutti gli intoppi che questo provvedimento ha incontrato nel suo percorso.

CHE COSA E’

Il superbonus 110% è un incentivo basato sulla detrazione fiscale; in pratica lo Stato riconosce al proprietario dell’immobile in ristrutturazione una detrazione fiscale sull’importo dei lavori eseguiti.

Tale detrazione ammonta al 110% del computo dei lavori e viene rimborsata in cinque quote annuali di pari importo.

L’utente può dunque:

  1. Recuperare l’intero importo pagato maggiorato dell’incentivo del 10%, detraendo il totale dalle tasse che pagherà nei successivi cinque anni;
  2. cedere il credito derivante dall’importo pagato, ottenendo una quota leggermente superiore all’importo stesso;
  3. non pagare affatto l’importo dei lavori, ottenendo lo sconto in fattura dall’impresa che, a sua volta, recupererà il credito direttamente, o lo cederà di nuovo.

Questo primo passo ci fa già capire che per il superbonus lo Stato non esborsa neanche un euro, in quanto sia il 100% dell’importo speso sia il premio del 10% in più, saranno recuperati dal proprietario dell’immobile attraverso la detrazione fiscale su quanto si dovrà versare nei successivi cinque anni. Lo Stato quindi non immette sul mercato denaro proprio per pagare il Superbonus, ma si limita a non riscuotere imposte future. Però con l’operazione si genera un grande Incremento di redditi di impresa e di lavoro che incrementeranno la massa imponibile.

Qualcuno potrebbe dire che i soldi non incassati dallo Stato equivalgono a soldi spesi. Ma in pratica i fondi messi in circolazione sono stati immessi dai privati o dalle imprese che hanno concesso lo sconto in fattura. In moltissimi casi per disporre dei liquidi necessari ai lavori ci si rivolge alle banche

Il Superbonus nasce nel 2020 in pieno lockdown, che aveva fatto crollare l’economia di tutti i paesi del mondo. Il Governo italiano si è quindi trovato a dover erogare ristori per far fronte alle perdite economiche subite dalle imprese.

Per il Superbonus furono stanziati 55 miliardi da detrarre dalle entrate 2021 – 2025 ma, quali entrate ci sarebbero state senza incentivi? L’idea fu quella di indurre i privati ad investire subito per ottenere detrazioni in futuro.

Ma passiamo ora all’altro aspetto a cui abbiamo fatto riferimento all’inizio

CHE COSA NON E’

Il Superbonus non finanzia qualsiasi ristrutturazione, non è una semplice ritinteggiatura e non è neanche un semplice miglioramento degli stabili!

Il Superbonus è un intervento complesso che deve obbedire a regole precise:

  1. si deve realizzare almeno un intervento “Trainante” per poter realizzare dopo gli interventi trainati;
  2. ci deve essere un miglioramento energetico di almeno due classi;
  3. si devono usare materiali certificati, marchiati CE e a basso impatto ambientale;
  4. si devono rispettare i massimali e i tetti di spesa imposti per ogni singola lavorazione;
  5. i prezzi delle lavorazioni devono essere congrui con gli studi di mercato sui prezzi medi, espressi nei tariffari regionali o del Genio Civile;
  6. oltre ai tariffari i prezzi devono essere verificati rispetto a massimali generici che riguardano il prezzo unitario dei prodotti o dei materiali utilizzati;
  7. gli importi delle parcelle non sono decisi dal professionista ma vengono calcolati attraverso i parametri di un decreto legge;
  8. ogni S.A.L. deve essere asseverato presso ENEA;
  9. dopo aver ottenuto il nulla osta di ENEA, prima di inoltrare la pratica all’Agenzia delle Entrate, è necessario apporre il “Visto di Conformità”;
  10. sia l’Asseveratore che il Commercialista che appone il Visto devono avere copertura assicurativa che garantisca l’intero importo dell’opera;
  11. per gli 8 anni successivi all’opera, ENEA e AdE faranno controlli incrociati, quindi anche le polizze assicurative dovranno avere tale durata;
  12. fuori catalogo, le banche pretendono il “doppio controllo” su tutte le asseverazioni.

Un provvedimento di tale complessità comporta capacità elevate di chi progetta e dirige l’opera, capacità di realizzazione di chi l’opera la deve eseguire, qualità dei materiali e degli impianti di livello superiore.

Tutto questo, insieme alla scarsa reperibilità di materiali e maestranze fa salire il prezzo della realizzazione.

E’ fisiologico, è una legge del mercato “all’aumentare della domanda aumenta il prezzo”. L’esplosivo lancio del Superbonus ha spinto i produttori di semilavorati a incrementare la loro produzione, facendo salire la richiesta di materiali e, conseguentemente, il prezzo dei prodotti, da qui le pesanti accuse rivolte al provvedimento tacciato come “la più grande speculazione edilizia”.

Ma c’è un altro elemento da considerare: chiunque lavori in ambito superbonus viene pagato a “success fee” ovvero a risultato raggiunto.

I S.A.L. (stato avanzamento lavori) vengono saldati solo dopo il loro raggiungimento, solo dopo le asseverazioni e solo dopo il visto di conformità.

CHI PAGA?

Solo allora il Fisco immette crediti sul “Cassetto Fiscale” di ognuno degli operatori.

E QUINDI?

Qui sopra viene un elemento ulteriore da cui nasce la speculazione.

Fino alla quantificazione del credito di imposta non c’è stato passaggio di denaro ma ora bisogna trasformare i crediti in moneta e come avviene questo?

Sono state narrate storie fantasiose che parlavano di “soggetti” i quali, dovendo pagare molte tasse, convertivano i crediti alla pari guadagnando quel 10% promesso dallo Stato (piccola nota, nel “cratere sismico”, cioè nelle aree del centro Italia maggiormente colpite da fenomeni tellurici, il credito di imposta sale dal 110 al 160%). Però ci sono in ballo tantissimi soldi e tutti vogliono realizzare subito. Naturalmente tra tutti chi ci riesce sono le banche.

Le banche, infatti, da diversi mesi, e cioè dall’emanazione del “decreto antifrodi”, hanno sospeso l’acquisto del credito, costringendo i pochi operatori ancora attivi a cedere il credito a “General Contractor” a soggetti cioè che hanno a loro volta accordi con le Banche e che dispongono quindi di “Plafond” sostanziosi.

Da qui l’affermazione che i 33 miliardi stanziati sarebbero stati accaparrati dai vari General Contractor.

Questi soggetti vanno praticamente in deroga ai paletti stabiliti dal Governo e soprattutto dalle Banche riuscendo a semplificare le procedure di accesso al credito e chiaramente non lo fanno alla pari, come il provvedimento pretendeva che succedesse, ma con ricavi intorno al 20 – 25% in rapida salita (niente di nuovo: un famoso finanziatore prima del Superbonus prendeva il 33%).

Imprese e tecnici sono costretti quindi a lavorare al 75 – 80% della loro parcella con pagamenti che stanno sulla media dei 60 – 90 gg.

Però tra gli addetti al settore circola con insistenza la notizia che la quota destinata alle imprese scenderà rapidamente fino al 60%.

Ricapitolando quindi lo Stato negli anni 2020 – 2022 non ha versato un centesimo ma ha solo rinunciato a delle entrate che non avrebbe avuto senza il Superbonus. Di contro sempre negli anni 2020 – 2022, tutti coloro che hanno percepito incassi grazie al Superbonus hanno creato reddito sul quale hanno dovuto o dovranno versare tasse e contributi.

Quindi non solo lo Stato non ha speso ma ha addirittura incassato cifre più alte di quelle alle quali avrebbe presumibilmente rinunciato.

Il Superbonus quindi crea occupazione, produce reddito (PIL) e se fatto bene migliora il patrimonio immobiliare tanto da renderlo più resistente ai numerosi terremoti e meno energivoro, partecipando a quella transizione ecologica di cui si parla.

Ma il Presidente del Consiglio dei Ministri ha trovato utile battezzare “truffa” il Superbonus, dando il via alla serrata delle Banche che sta mettendo seriamente a rischio di fallimento più di 30 mila imprese in tutta Italia.

Ad oggi la situazione è drammatica: cantieri aperti e non conclusi, imprese che rischiano il fallimento, delusione serpeggiante tra i cittadini che si erano illusi e che ora vivono l’amara esperienza di un blocco di cui non capiscono i motivi e di cui non vedono la scadenza, inoltre TV e giornali, unitamente schierati contro il provvedimento spargono notizie terroristiche col risultato di confondere l’opinione pubblica e facendo odiare quello che sembrava essere un buon provvedimento di rilancio dell’economia italiana post Covid.

Chi ci guadagna?

Valerio Iannuzzi

Sbilanciata e diseguale

Vi sarete accorti che nella nostra società ci sono cose che non vanno bene.

In tanti si sono esercitati ad elencarle, per convincere chi ascolta di avere capito i suoi bisogni.
Sulle soluzioni invece si tende a glissare, perchè necessariamente le proposte accontentano alcuni e scontentano altri.
Il risultato sono personalità e gruppi politici che criticano gli altri e sorvolano o mentono sui propri insuccessi.

La questione è pesante e difficile da risolvere, perchè i cambiamenti da fare sono imponenti: la Repubblica italiana (Stato+Regioni+enti locali) preleva in imposte e tasse molto di più di quanto restituisca in servizi al cittadino. Questo perchè una parte consistente di imposte e tasse vanno a restituire quote di debito contratto coi privati e a pagare interessi a tassi di mercato.

In più per pagare quelle imposte non viene chiesto a tutti lo stesso #sacrificio:
lavoratori dipendenti e pensionati pagano tutto. Imprenditori e liberi professionisti in parte: i lavoratori a partita iva pagano tutto; i piccoli professionisti e le microimprese si fanno uno sconto più o meno consistente; i grandi studi professionali e le imprese medie e grandi, che possono fruire di competenze piu importanti per ridurre le imposte, pagano poco. e si lamentano più di tutti.

Per finire la rassegna, la spesa pubblica segue una ripartizione altrettanto iniqua: il welfare pubblico viene amministrato col contagocce. Scuola e sanità pubbliche, pensioni e servizi ai meno abbienti sono sottoposti a tagli continui di fondi e peggioramenti qualitativi e quantitativi dei servizi. Classi scolastiche di trenta e piu alunni, Ticket per i farmaci, tempi biblici per gli esami diagnostici, riduzione di posti letto, pensioni piu basse, ottenute sempre piu tardi

Invece la spesa pubblica per le imprese – specialmente quelle grandi – è considerata spesa virtuosa e produttiva , perchè le imprese danno lavoro e quindi agevolazioni, sovvenzioni, concessioni e contratti pubblici convenienti (per le imprese).

Il tutto mentre negli uffici pubblici marchiati come covi di #fannulloni, non vengono assunti giovani (o se vengono assunti, sono #precari e ricattabili e gli anziani non vengono fatti aggiornare e studiare. Pare che la politica faccia il possibile perchè gli uffici pubblici non funzionino bene. Cosicché quando i funzionari hanno rapporti coi privati pendano dalle labbra del consulente o del fornitore.

In conclusione, viviamo in una società sbilanciata e diseguale, che si muove per diventare ancora piu sbilanciata ed ancora più diseguale, però a dirlo si passa per estremisti o populisti.

Queste cose vanno spiegate ai cittadini. Solo quando gli elettori capiremo che nessuno può salvarci se non cominciamo ad interessarci noi stessi di politica, solo allora potremo capire che bisogna cambiare proprio tanto e che c’è veramente tanta gente che non vuole proprio che le cose cambino.

Ubuntu

Noi rappresentanti dei popoli provenienti da diversi orizzonti, da diverse culture, da diverse religioni,
Uniti dalla nostra comune dignità.
Insieme al popolo italiano che ripudia la guerra come scritto nella sua costituzione
A nome delle generazioni future

Lanciamo un appello per un cessato il fuoco immediato:

Vogliamo fare tacere le armi,
Vogliamo promuovere il dialogo
Vogliamo interrompere l’insensata corsa al riarmo ,
Vogliamo utilizzare queste ingenti risorse per affrontare le sfide di fronte al genere umano.
Vogliamo uscire da questa cultura materialista del consumo
Vogliamo curare insieme le profonde ferite ambientali inferte da un feroce modello di sviluppo
Vogliamo combattere le ingiuste disuguaglianze sociale ripensando a una ridistribuzione delle risorse.
Vogliamo instaurare una economia fondate sul lavoro, abbattendo la speculazione finanziaria.

NOI, coscienti della nostra parte di responsabilità, ci impegniamo a non alimentare vecchi nazionalismi e nuove prepotenze, conservando la nostra identità umana per contribuire a sviluppare una cultura fedele allo spirito fratellanza e attenta al bene comune. Elemento vitale per dare un futuro pacifico all’umanità.

Ubuntu

“L’aumento della spesa militare: un volano per l’Economia”?.

Lasciateci dire che il dibattito con gli interventisti in Ucraina è diventato stucchevole.
La guerra è un fatto atroce ed iniziarla è sempre un fatto criminale. Indurre persone e popoli ad iniziarla è altrettanto criminale.

Il brutto della guerra è che muoiano persone sia  armate sia disarmate. Ne sono morte a piazza Maidan a Kiev nel 2014 ad opera di cecchini ancora ignoti. Ne sono morte ad Odessa (ricordate la strage nella casa del sindacato?) Ne sono morte in Donbass (circa 14mila dal 2014, ma si continua. Ne stanno morendo in questa maledetta guerra.

Chi ha iniziato? Tra questi ci sono sicuramente la dirigenza politica ed economica russa, quella ucraina e quella occidentale, gli statunitensi in prima fila.

Chi sta morendo? Persone comuni russe e ucraine, oltre a gruppi di stranieri che si sono trovati in quei posti disgraziatamente (come gli studenti ed i lavoratori stranieri, che oggi vengono ricacciati indietro alle frontiere polacche e Ungheresi) o volontariamente, come i neonazisti che sono andati a guerreggiare da una parte e dall’altra delle linee, credibilmente per soddisfare la propria indole, i mercenari pagati dai governi per uccidere, o i volontari che pensano di contribuire in armi alla lotta per la giustizia.

In questo bailamme che giustamente l’ONU, il Papa e i pacifisti chiedono sia fermato, arriva la stampa mainstream e chiede giustizia e la sconfitta del malvagio. È appena il caso di rilevare che il malvagio è il dirigente della parte contraria. È stato Saddam, Sono stati i talebani, adesso è Putin. Intendiamoci: i gruppi dirigenti iracheni, afgani, russi si stanno effettivamente comportando in modo malvagio. Ma a che titolo e con quali criteri l’Occidente sceglie qual è il malvagio da perseguire e come?

Perché Putin è malvagio e i sauditi no?

Un altro aspetto che ci pare rilevante è la classificazione e valutazione dei morti per razza. Il partito democratico sa che siamo noi a vendere e mandare le bombe da lanciare anche sui civili yemeniti? Lo sa. Lo sa.

Il pubblico italiano riesce a distinguere le membra dilaniate di una donna curda da quelle di una donna ucraina? Il pianto di un bambino ucraini da quello di un bambino nigeriano?

E perché solo pochi giornali inascoltati danno peso alla notizia che il giorno due di aprile 2022 due giorni fa) è stato lasciato andare alla deriva e poi affondare un barcone con un centinaio di migranti che fuggivano dalla Libia? Perché solo pochi sanno la notizia che i quattro – solo quattro – superstiti sono stati salvati, portati a bordo da una petroliera che passava e riportati nei lager libici?

Non può essere una questione di distanza: la Libia è molto più vicina all’Italia dell’Ucraina e quel che vi succede ci condiziona eccome.

Gli interventisti dovrebbero dire con chiarezza, se dovremmo intervenire in Ucraina (mandando armi ) perché gli ucraini sono belli e biondi mentre gli altri sono scuretti o addirittura neri, oppure se il motivo è che l’invio di armi -ed il nostro riarmo – è desiderato dalle grandi imprese  come appare con chiarezza nell’articolo del sole24ore di oggi : “L’aumento della spesa militare un volano per l’economia”.

Mentre la spinta alla pace interessa solo ai poveri cristi sotto le bombe. Non a chi quelle bombe le vende.

Racconti di guerra.

Vi ricordate la formula del giuramento in tribunale, tante volte ascoltata nei film? Giuro di dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità.
La verità percepita da chi la racconta ci dà notizie delle cose che avvengono, se è raccontata in buona fede, tutta (senza omissioni) e niente altro (senza aggiunte)
0vviamente è un pio desiderio: chiunque che abbia assistito a qualcosa può farne solo una rappresentazione dal proprio punto di vista.
Però la volontà di essere sinceri aiuta.
Invece
Esiste un rapporto strano tra desiderio di informazione delle persone e volontà di comunicazione del potere: vorremmo sapere e capire quanto più possibile delle crisi mondiali, di pandemia, di Ucraina, di Assange ma la nostra fame di notizie reali e complete viene placata con una valanga di dati parziali, colorati e sfumati con le opinioni, le immagini e con parole cariche di emotività.


In questi giorni è possibile leggere che in Russia il 60-70% dei cittadini è d’accordo con Putin e la sua invasione dell’Ucraina (anzi operazione militare speciale). In Russia il governo informa la popolazione coi canali ufficiali televisivi e radiofonici e sta cercando di sterilizzare tutte le altre fonti di informazione legate ad Internet, a cominciare dai social e da Google.

In Occidente la stragrande maggioranza dei cittadini è di opinione opposta: la Russia sta martirizzando l’Ucraina, che si difende come una leonessa e chiede armi per continuare la difesa della patria.
Europa ed USA buoni – ma responsabili – forniscono all’Ucraina le armi per continuare la sua battaglia, ma non possono arrivare a partecipare a quella guerra imponendo il divieto alla Russia di sorvolare (e bombardare) l’Ucraina. Nessuna No Fly Zone, quindi, perché quasi sicuramente il tentativo di imporla porterebbe alla terza guerra mondiale.

Qualcuno ha dubbi sul fatto che le due opposte narrazioni abbiano lacune ed imprecisioni tanto importanti quanto strumentali?

In Russia la TV non racconta delle bombe sui civili e delle perdite russe. Per i Russi gli Ucraini sono imbevuti di #Nazismo, tanto da rendere necessaria la denazificazione dell’Ucraina.

In Occidente pochi sanno (poco) del neonazismo in Ucraina, di ministri dell’interno nazisti, del fatto che nel Donbass (russofono e ricco) e separatista la lotta contro i secessionisti sia stata affidata a reparti paramilitari neonazisti, inglobati nella guardia nazionale Ucraina, che in otto anni hanno fatto più di diecimila morti. Solo i più informati sanno, poi, di episodi atroci come la strage di Odessa, in cui una sede sindacale è stata assaltata e le persone all’interno uccise o violentate e poi costrette a stare all’interno mentre la sede veniva incendiata. Tutto senza che la polizia Ucraina, presente, intervenisse.
Questi episodi mentre la NATO supportava l’Ucraina nella prospettiva di associarla e di promuovere la sua associazione all’Unione europea.

Se in Occidente pochi sanno di questi fatti è perché la grande massa non accede a queste informazioni, la sintesi dei telegiornali, non gli dà spazio e poco se ne parla anche nei talk show.

Per saperne di più bisogna leggere riviste specializzate, cercare su internet e sopportare la fatica di un vero e proprio lavoro di ricerca e di confronto delle notizie, con una pazienza ed un lavoro di attenzione che la maggior parte non ha interesse a fare.

La complessità, tanto sottolineata a parole, rende più comprensibile la richiesta -anche solo istintiva- di tanti perché ci si sforzi per la pace subito, senza mandare armi (che non hanno mai aiutato la pace) ma promuovendo un “cessate il fuoco” immediato impegnandosi a capire l’altra parte e generando la pace futura sanzionando i belligeranti. Tutti.
Sia chi bombarda i civili a Mariupol sia chi bombarda i civili a Lugansk. Perché un fascista (o un nazista) è cattivo sempre. Sia se combatte in aiuto ai russi, sia se combatte alleato con gli Americani.

Con le armi non si costruisce la Pace

Le analisi geopolitiche e storiche sui motivi del conflitto tra Russia e Ucraina sono ormai note; quella che ci pare più rilevante per il passato e, soprattutto, per il futuro, è il ruolo dell’Unione Europea e della NATO.

I paesi europei tra le scelte ostili alla Russia con l’applicazione di sanzioni importanti hanno deciso di armare l’Ucraina e di rinforzare la difesa nei paesi della NATO confinanti con Ucraina e Russia.

Intanto il popolo ucraino sta vivendo questi giorni sotto i bombardamenti mentre donne e bambini sono costretti ad abbandonare le loro case e affrontare un futuro ignoto.

L’unico modo di liberarli da questo stato di cose è stabilire il cessate il fuoco.

Mentre il popolo Russo sta manifestando contro la guerra pagando di persona, in occidente i cittadini manifestano chiedendo la pace ai propri governanti, responsabili di avere scelto di inviare armi e irrobustire la forza militare occidentale, incrementando la presenza di forze tattiche nei paesi NATO confinanti con la Russia e i suoi alleati.

“Ogni guerra lascia il nostro mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male” dice l’enciclica “ Fratelli Tutti” di papa Francesco, dunque la politica di costruzione di pace sia orientata al disarmo, alla riduzione sistematica delle spese militari ( oltre 60 premi Nobel, tra cui Carlo Rubbia e Giorgio Parisi, lo hanno chiesto nell’iniziativa Global peacedividend) invece che all’incremento del ministero della Difesa

  • Non condividiamo la scelta del Governo Italiano di inviare armi in Ucraina scelta voluta e condivisa dalla maggior parte dei parlamentari che saranno chiamati a rendere conto di questa sciagurata decisione: noi non dimentichiamo!
  • Chiediamo le dimissioni del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio per incapacità manifesta avendo abusato del proprio ruolo in occasione di molte apparizioni televisive durante le quali si è lasciato andare ad espressioni offensive e dispregiative del Presidente della Russia in un momento nel quale di tutto c’è bisogno meno che di alzare i toni dello scontro.
  • Chiediamo al governo Italiano, in ottemperanza all’art. 11 della Costituzione di adoperarsi in ogni modo per favorire l’azione diplomatica volta all’ottenimento del cessate il fuoco.
  • Condividiamo la piattaforma della manifestazione di sabato 5 Marzo promossa da Retepacedisarmo
  • Esprimiamo la nostra piena solidarietà al popolo Ucraino e auspichiamo l’immediato cessate il fuoco

Spetta a noi cittadini e cittadine del mondo agire e conquistare la pace. Rinunciare alla logica della guerra e seguire i princìpi di fraternità e solidarietà non è soltanto auspicabile, ma urgentemente necessario, se vogliamo che la vita umana sulla terra possa continuare.

Riformiamo le pensioni!

l tema delle pensioni, già in discussione da decenni e oggetto di ulteriori aggiustamenti nelle intenzioni del Governo è uno di quei temi chiave che modificano profondamente il funzionamento della società. Le prime riforme delle pensioni andavano a correggere situazioni di squilibrio evidente che avevano consentito ad alcuni lavoratori e lavoratrici di andare in pensione in un’età di grande vigore e di piena capacità lavorativa, tanto che le stesse persone spesso andavano a svolgere altri lavori in autonomia, sommando i nuovi redditi alla piccola rendita acquisita con la baby pensione.

Le ulteriori restrizioni del sistema previdenziale, anche quelle attualmente in discussione, cercano fondamento sull’innalzamento delle aspettative di vita degli italiani, che, sommato alla drastica riduzione delle nascite, stanno comportando un progressivo invecchiamento della popolazione.

Il ragionamento suona pressappoco così: giacché le fasce d’età attualmente in produzione sostengono numeri di persone pensionate molto superiori rispetto a quanto avveniva in passato e poiché il rapporto tra persone produttrici e persone in pensione è destinato a ridursi ulteriormente e progressivamente nel futuro, bisognerebbe porre rimedio, aumentando l’età di pensionamento, per ridurre il numero degli anni in cui la persona vivrà di pensione e per ridurre il peso dei pensionati sui produttori.

Il ragionamento che ho provato a descrivere appare convincente, ma parte da un presupposto dato per scontato: l’invarianza della capacità produttiva delle persone nel tempo, anche in tempi lunghissimi: come se un lavoratore che operava nel 1970 producesse quanto un lavoratore che opera nel 2020. Solo che questa equivalenza non è vera: chi guardi al lavoro negli uffici o nelle fabbriche, nella logistica o nelle vendite si rende conto facilmente di una realtà assolutamente vistosa: grazie alla innovazione tecnologica un lavoratore dei nostri tempi produce una quantità di beni o di servizi enormemente superiore a quella prodotta da un lavoratore di cinquanta anni fa.

Oggi a mandare un messaggio a migliaia di clienti basta il tempo di scrivere ed inviare un messaggio di posta elettronica. Lavoro che può fare una sola persona (due se il lavoro viene supervisionato). Bastano un paio d’ore di lavoro per scrivere il messaggio, se il messaggio è articolato e importante, e bastano pochi secondi per inviarlo.

Negli anni settanta bisognava stampare le lettere, imbustarle e portarle nel luogo di spedizione. Lì sarebbero state spedite nei luoghi di destinazione, dove sarebbero state distribuite. In caso di migliaia di destinatari si può parlare del lavoro di decine di persone , in qualche caso di centinaia.

I miei coetanei ricorderanno che il modello di vendita per corrispondenza una volta erano i cataloghi “Vestro” e “Postal Market” , oggi sostituiti da “Amazon” o “Alibaba” (per i quali oggi appare primitivo anche il sistema di ordine tramite posta elettronica).

Le fabbriche di Fiat ed Alfa Romeo degli anni Settanta con gli attuali impianti di Melfi non hanno confronti, se non, forse, nel trattamento degli operai. Quante automobili uscivano al giorno da una catena di montaggio e quante ne escono oggi? Impiegando quante persone?

Se quanto ho descritto è vero, allora la questione va posta diversamente: oggi e con l’attuale livello di strumentazione tecnologica, il sistema economico quante persone inattive può mantenere? E che età devono avere queste persone? La domanda relativa all’età non deve stupire: Oggi il sistema mantiene in produzione una parte delle persone – gli adulti occupati – mentre mantiene inattive altre persone: minori in età prescolare e scolare, inoccupati, disoccupati, pensionati. Inoltre il progresso delle tecniche induce a ritenere che il numero degli occupati potrebbe ulteriormente ridursi. I processi di automazione nelle fabbriche e l’auspicato impiego massivo della rete Internet nella gestione delle relazioni con le pubbliche amministrazioni, come è già avvenuto con le banche e altre aziende produttrici di servizi, va in quella direzione: ci sarà meno bisogno di lavoro umano.

Che le persone siano educate e formate nei primi anni della vita è cosa utile per loro e necessaria per la società, che con la scuola può dotarsi di cittadini che condividono norme di comportamento condivise (l’esperienza ci insegna che non è sempre vero che l’educazione familiare consegua modelli di relazione sociale desiderabili) quindi è assolutamente opportuno che la prima gioventù sia spesa nella formazione delle persone, che incidentalmente, se meglio formate, saranno anche produttori più capaci e consumatori più educati. Si potrebbe quindi immaginare di far studiare per più tempo i ragazzi e le ragazze.

Ma ad un certo punto sarebbe bene per la società (oltre che per loro) che i ragazzi potessero effettivamente lavorare e guadagnare in modo da affrancarsi dalle famiglie di origine e magari avviare una nuova famiglia con partner e figli. Ad oggi invece abbiamo percentuali inaudite di disoccupazione giovanile: tanti giovani adulti non hanno occupazione e se ce l’hanno si tratta di occupazione precaria, a volte estremamente precaria e spessissimo malpagata. Tantissimi giovani sono imprigionati in quella categoria dei working poors (lavoratori poveri) e non possono rendersi autonomi dalle famiglie di origine. Questa situazione ovviamente deprime la demografia del paese.

A questo punto sorge spontanea alcune domande: a chi giova mantenere inattive o sottoccupate persone di venti o trenta, o quarant’anni e, insieme, mantenere al lavoro persone ultrasessantacinquenni, fisicamente meno efficienti, meno elastiche nell’acquisizione di nuove modalità operative e, spesso, meno motivate? Per quanto tempo potranno protrarsi politiche che comprimono progressivamente la natalità, impedendo la formazione di nuove giovani famiglie? Dobbiamo immaginare un futuro in cui si entra nel mondo del lavoro a quarant’anni e se ne esce a settanta? Settantacinque anni?

Solo che per muoversi nella direzione di far entrare “in produzione” gli adulti giovani e farne uscire gli adulti anziani, bisognerebbe incrementare la spesa pubblica e coprirla con un incremento del volume delle entrate tributarie. Ma il carico dei tributi sui cittadini è già molto lalto. Per aumentare le entrate tributarie, senza rendere eccessivo il carico sui contribuenti, sarebbero indispensabili alcune riforme molto profonde: una riforma della fiscalità orientata ai redditi delle persone fisiche, seriamente progressiva ed orientata ad una lotta all’evasione seria, utilizzando efficacemente l’incrocio dei dati già in possesso delle amministrazioni pubbliche; una effettiva semplificazione delle norme fiscali, per evitare dinamiche elusive e una riforma della contabilità della redistribuzione. Trovare cioè una nuova organizzazione pubblica della previdenza che porti alla trasformazione dell’INPS da ente autonomo a ufficio statale e che affidi la copertura delle pensioni alla fiscalità generale. Direttamente sul bilancio dello Stato, eliminando contemporaneamente i contributi previdenziali così come li conosciamo oggi e riducendo il carico fiscale sul lavoro.

Così si interromperebbe la connessione tra lavoratori finanziatori del sistema previdenziale e pensionati fruitori, facendo entrare nel ruolo di finanziatori del sistema pensionistico i percettori dei redditi più alti, che tra evasione, ed elusione fiscale – anche promossa dalle riforme e dai condoni berlusconiani e leghisti – da tempo si sono visti ridurre l’imposizione fiscale.

Il processo di riforma che si ipotizza dovrebbe mantenere tutta l’attenzione necessaria alla tenuta dei saldi di finanza pubblica, ma – salvaguardando i redditi medi e bassi – dovrebbe ricercare nelle maggiori entrate tributarie, più equamente distribuite, il suo riequilibrio.

Per chiudere un ultimo accenno alla lotta all’evasione: non si capisce perché non si indichino degli obiettivi quantitativi nel recupero dell’imponibile fiscale, cui legare benefiche riduzioni di aliquote per tutti i contribuenti. “Pagare meno pagare tutti smetterà di essere uno slogan quando sarà chiaro quanto si pagherà di meno quando una quantità predefinita di evasione fiscale sarà riportata nella legalità.

Il dubbio è che nell’eterno corteggiamento agli elettori più scaltri, la lotta all’evasione sia un pio desiderio da raccontarsi a mo’ di favola ai bambini per le sere invernali.

Un’altra UE

Qualcuno crea confusione tra Europa ed UE.
l’Europa è una grande realtà culturale composita che condivide esperienze che l’hanno fatta diventare nel bene e nel male uno dei modelli più importanti per la comunità umana, dalla democrazia ateniese fino alla triade “Libertà Uguaglianza Fraternità della rivoluzione Francese; dal Cristianesimo che nel medioevo è stato insieme terreno comune e lizza di battaglie, fino al pensiero socialista, origine di una spinta politica di riscatto dei popoli governati, che ha portato nel mondo alcune delle innovazioni più importanti della storia dell’uomo, tanto che, per fermarlo sono state generate le controrivoluzioni fasciste.
La UE è un accordo tra Stati – prezioso per il mantenimento della Pace in Europa – in cui però ogni Stato è rimasto geloso della propria sovranità.
La UE ha indotto gli stati a generare una normativa comune, ma soprattutto li ha indotti a consentire alla delega della gestione monetaria, estremamente incisiva sulle politiche interne e fortemente voluta dai liberisti per il contenimento della spesa pubblica dando copertura alle classi dirigenti nella fase di contrasto alle istanze popolari.
La UE non è riuscita a costituirsi come una reale federazione degli stati europei con una gestione unica delle relazioni internazionali. Men che meno si è riusciti a lavorare a una fiscalità comune.
Ciò perché ogni Stato ha voluto continuare ad operare in autonomia, entrando in concorrenza con gli altri, generando all’interno dell’Unione una serie di piccoli paradisi fiscali, per la felicità dei possessori di grandi capitali mobiliari e delle grandi corporation.
Il grande successo della UE e cioè il mantenimento per la pace in Europa oggi è in discussione seriamente e il futuro appare ancora più buio.
La crescita della Cina come potenza economica e poi politica e poi militare ne ha fatto un essenziale elemento di catalizzazione per i BRICS. Il nuovo rassemblement di stati è certamente infarcito di contraddizioni e non è privo di tensioni interne, ma costituisce comunque un sintomo e una concausa dello stato di crisi dell’egemonia statunitense.
Purtroppo in questa contrapposizione la UE non è stata in grado di assumere il ruolo di attore autonomo che pure le si sarebbe attagliato perfettamente, ma si è accodata alla politica USA, fino al punto di continuare a subirla quando quella, con la presidenza Trump è diventata palesemente vessatoria.
A questo punto fa specie assistere al dibattito tra nazionalisti desiderosi del recupero della piena sovranità e neoliberisti globalisti, desiderosi del mantenimento alla UE del ruolo di coordinamento della politica monetaria.
Le due parti accusano l’altra di giocare allo sfascio, ignorando un aspetto dello scenario che sembra non gli interessi: la qualità della vita dei lavoratori europei, sacrificata agli interessi della classe dirigente economica (assecondata dalla politica) fino all’attuale rischio della guerra, con una contrapposizione alla Russia, che, iniziata in adesione ai desiderata americani, e cogenerata dall’espansione progressiva della NATO, oggi con la manifesta tendenza al disimpegno da parte statunitense, appare tanto grottescamente quanto pericolosamente temeraria. Oltre che capace di disarticolare l’Unione sotto la spinta di pulsioni contrastanti.
Per questo ci pare ancor più che utile, necessario dire con chiarezza che l’unità europea è, soprattutto oggi, irrinunciabile. Ma deve trovare ragioni diverse per continuare ad esistere: la qualità della vita degli europei ed il mantenimento dei loro valori culturali di apertura e libertà, oggi abbandonati in favore di tentazioni neonazionaliste, razziste e antidemocratiche, già esistenti nel dibattito politico del continente ma emarginate dalla fine della seconda guerra mondiale – ma oggi corroborate dall’anticomunismo nazionalista robustamente presente nei paesi dell’Europa orientale, acquisiti all’Unione, favorito dai timori storicamente comprensibili per le pulsioni egemoniche della Russia.
Per concludere sembra necessario un colpo di reni da parte delle parti più progressiste dell’impegno politico in Europa: uno sforzo di generosità e di ascolto nei confronti delle giovani generazioni, che guardano al futuro con enorme preoccupazione sia per la rovina ambientale diffusa (specialmente oggi che appare sempre più superata l’attenzione e sempre più sfumato il Green deal) sia per i crescenti livelli di diseguaglianza che minano alla base le ragioni della pacifica coesistenza sociale. È necessario favorire il dibattito tra i settori giovanili delle forze politiche progressiste continentali raccogliendo il contributo di esperienza dei vecchi, se questi sapranno mettere a disposizione i loro saperi con l’umiltà di chi riconosce di avere lasciato alle giovani generazioni grumi di problemi difficili da risolvere, sedimentati dalla persistente mancanza di soluzioni e spesso financo di cure coraggiose.
Per esempio: come si fa a lasciare da soli i ragazzi di extinction rebellion con le loro proteste tanto rozze nei modi quanto giustificate nelle ragioni?
Come si fa a non aprire un dibattito continentale sulla disparità tra i trend dei redditi pro capite da lavoro dei singoli stati?
Come si fa a non prevedere e prevenire la prevedibile reazione dell’Industria dei combustibili fossili e dei derivati? Ci si aspettava che si sarebbero lasciati mettere da canto senza generare una propaganda a difesa?
Come si fa a non affrontare con attenzione e determinazione il problema dell’invecchiamento della popolazione?
E come si fa, infine, a non rendere centrale il tema delle migrazioni, curando l’accoglimento ordinato e attento dei nuovi arrivati? Col risultato della crescita di sacche di popolazione non seguita, non accompagnata e non integrata lasciandola allo sfruttamento dell’imprenditoria più cinica e dalla malavita organizzata, per poi lasciare la gestione del tema alle destre più retrive, che lo usano per generare angoscia e xenofobia?
I progressisti probabilmente devono partire da una valutazione critica di decenni di scelte più miopi che prudenti. E giacché non sembrano pronti a farlo, c’è bisogno di attivismo popolare e quindi ben vengano le manifestazioni di piazza, gli scioperi generali, come quello indetti dalla USB e dalla CGIL, i comitati per il NO a controriforme costituzionali e i boicottaggi contro le imprese che si muovono senza rispettare i diritti dei consumatori e spesso il più elementari principi etici.
Tutte queste azioni anche quando non sono immediatamente efficaci, creano un ambiente favorevole al risanamento della democrazia, alla rivitalizzazione della appartenenza al popolo della sovranità, così come afferma la nostra Costituzione al suo art. 1

Alzare la testa e partecipare.

Non ci sono dubbi che la Meloni e Fratelli d’Italia siano esponenti di una politica tossica, ma non sono loro ad avere portato la democrazia in questo stato di prostrazione.

La gente non va più a votare e chi ci va lo fa come atto di civismo estremo, con pertinacia, sperando poco o nulla in un auspicabile cambiamento, perché a fronte di una diffusa sofferenza sociale e politica la maggior parte delle proposte si limita a suggerire aggiustamenti marginali portati avanti da personaggi variamente improbabili.

Come definire altrimenti personalità politiche presenti nel cosiddetto campo largo, che si mettono in evidenza per la difesa degli equilibri sociali e politici esistenti, continuando a rigettare come irrealizzabile ogni tentativo di dare risposte efficaci ai reali problemi delle persone (salari, sanita, pensioni)?

Questo stato di cose ha generato un pesante cinismo che a vari gradi ha impregnato il corpo elettorale, trasformando le elezioni in un confronto tra schieramenti più o meno clientelari e tutti con atteggiamenti di sorda tifoseria.

Alla tradizionale astensione strutturale, accresciuta dal disimpegno sociale delle forze politiche e dall’infiacchimento progressivo della scuola pubblica, che ha generato cittadini senza cultura politica, si è aggiunta una crescente astensione da scoramento, adottata da persone che hanno votato per tutta una vita e che adesso non trovano una proposta politica che sia insieme credibile e interessante.

Il fatto è che i partiti che hanno governato hanno accettato di agire la politica all’interno di un recinto fatto da compatibilità tutte interne alla cultura neoliberista e nel contempo hanno secreto una sorta di tossina contro ogni cultura politica divergente, per giustificare la propria scelta.
Alcune forze progressiste già radicali, hanno di fatto accettato una sorta di marginalità e hanno provato a ricavarsi una ragion d’essere dalla difesa dei diritti civili, accettabili in un quadro liberale.

Probabilmente questo stato di cose è stato, anche, l’effetto di una stabilizzazione forzata del quadro politico derivante dalla partecipazione più o meno coattiva all’alleanza guidata dagli Stati Uniti, fondati sul liberalismo di destra, comunque rimane il dato di una società sempre più diseguale, squilibrata al punto che le ingiustizie sono diventate tanto profonde, evidenti e insostenibili da far perdere dapprima credibilità e poi sostanza alla eguaglianza formale delle persone di fronte alla legge e quindi allo stesso fondamento della democrazia.

In questo contesto la nascita, la crescita e adesso la prosperità dei nazionalismi parafascisti costituisce una sorta di risultato ineludibile e per questo la tossicità di partiti come Fratelli d’Italia non si manifesta come capacità di far ammalare o peggio distruggere i sistemi democratici, ma come capacità di nutrirsi delle democrazie in decomposizione con un attitudine, appunto, saprofita.

La destinazione desiderabile, per porre fine all’attuale stato di cose, è un governo alternativo della società e non un’alternanza di soggetti che governino alla luce dello stesso quadro ideologico.

Questa è la scommessa che la sinistra, o più genericamente la “parte popolare” , ha di fronte in tutto il mondo.

E sì. Dobbiamo guardare con gioia a quello che hanno fatto i Democratici americani a New York, ma dobbiamo avere chiaro come interpretare il ruolo della sinistra qui, a casa nostra, partendo dal fatto che a sinistra non si deve fare qualcosa “per il popolo” ma si deve fare qualcosa ” insieme al popolo”.

Alla faccia di coloro che usano la parola populista per infiacchire la democrazia: se il popolo non ha – reale – potere di decisione e di controllo sulla politica, la democrazia non esiste.

La questione è come indurre la gente comune a partecipare alla politica. L’aggressività della classe politica nel difendere il proprio status allontana le persone che non hanno mai fatto politica dalla partecipazione diretta. Troppo difficile appare riuscire a introdurre novità.

Comunque non ha senso aspettare che qualche leader illuminato ci guidi fuori dalla situazione attuale, anche perché, in assenza di una vigilanza sociale diffusa, il sistema politico economico mediatico tende ad assimilare a sé ogni singolo che si metta in evidenza nel tentativo di indurre delle modifiche significative. Dobbiamo alzare la testa e partecipare, partendo prima di tutto dal cercar di cambiare la cultura di feroce individualismo diffusa tra le persone. È un processo laborioso, ma possibile.

Abbiamo aderito a BDS Italia.

​Siamo onorati di annunciare l’adesione di 99% al movimento BDS Italia (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).

​Questa decisione scaturisce dalla necessità impellente di agire concretamente contro la continua violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali da parte dello stato di Israele nei confronti del Popolo palestinese.

Riteniamo che il silenzio non sia un’opzione. Ciascuno, in qualità di individuo o associazione, ha il dovere morale di opporsi all’ingiustizia, grande o piccola che sia l’azione che si può intraprendere.

Specialmente di fronte all’atteggiamento di complice silenzio da parte dell’Italia, accodata agli Stati Uniti insieme all’Unione Europea.

​Unirci a BDS è un passo per rafforzare la pressione nonviolenta e promuovere la giustizia e l’uguaglianza.

Due popoli liberi e due stati in pace.

La narrativa dominante sul conflitto israelo-palestinese è spesso monolitica e auto-assolutoria, ignorando le sue radici storiche.
Il sionismo è nato con l’obiettivo del ritorno in Palestina e della costituzione di uno Stato ebraico, ma in un’ottica che è stata definita da molti, inclusi i primi sionisti stessi, come colonialismo di insediamento. Il principio “una terra senza popolo per un popolo senza terra” ha tragicamente ignorato le popolazioni arabe preesistenti, gettando le basi per l’attuale e doloroso conflitto.
Oggi, assistiamo a un fenomeno di vittimismo selettivo nella narrazione dominante: si punta il dito esclusivamente su Hamas, ma si tacciono o si minimizzano le continue malefatte e violazioni del diritto internazionale israeliane a Gaza e in Cisgiordania, come l’espansione degli insediamenti.
È un’operazione pericolosa e disonesta quella di demonizzare l’antisionismo, cercando di assimilarlo all’antisemitismo. Non solo questo svilisce la reale lotta contro l’odio antiebraico, ma ignora completamente la vastità di ebrei della diaspora e della sinistra israeliana che sono fieramente antisionisti. Le loro voci, come quelle dei palestinesi, sono spesso messe a tacere dalla maggior parte della stampa mainstream, che, nonostante ciò, si lamenta paradossalmente di non riuscire a esprimere le proprie posizioni.
Basta ipocrisie. Non c’è sicurezza per nessuno finché non ci sarà giustizia per tutti.
Per avviare un processo di pace credibile e fondato sulla soluzione di Due Popoli, Due Stati, è fondamentale che emergano leader capaci di unire e negoziare. Anche per questo, continuiamo a chiedere la liberazione immediata di Marwan Barghouti, un leader palestinese ampiamente riconosciuto, laico e convinto sostenitore della soluzione a due Stati. La sua leadership è cruciale per rafforzare un interlocutore palestinese autorevole.
La soluzione “due popoli due stati” deve essere implementata sotto una stretta e vincolante vigilanza internazionale che:

  • Garantisca la cessazione immediata e definitiva di tutte le attività di insediamento.
  • Assicuri confini sicuri e riconosciuti internazionalmente, basati sulle linee pre-1967.
  • Protegga i diritti umani e la sicurezza di entrambi i popoli.
  • Promuova la ricostruzione e lo sviluppo di uno Stato Palestinese democratico e pacifico.
    Il tempo delle occupazioni, della violenza e delle narrazioni distorte deve finire. È ora di agire per una pace giusta e duratura.

Per la Pace in Palestina. Liberate Marwan Barghouti

Uno stato palestinese libero e capace di crescere su una terra sicura è il primo passo per una pace reale in Palestina. 

Distruggere un avversario non è umano e distruggere un popolo non è possibile. La Pace è l’unica soluzione. 

Tutti insieme stiamo dando una occasione alla Pace, col nostro piccolo, ma sacrosanto contributo. 

Abbiamo destinato una petizione alle massime autorità del nostro Paese e dell’Unione Europea. per chiedere la Liberazione di Marwan Barghouti, un leader Palestinese rispettato dai suoi connazionali, prigioniero da decenni nelle carceri israeliane.

Firmiamola e continuiamo a farla firmare. Niente può fermare un popolo che non si arrende. 

https://www.change.org/liberateMarwanBarghouti

il 7 ottobre e l’ombra languente della Democrazia.

In Medio Oriente, resa più evidente dalla violenza della guerra, si mostra un fenomeno presente in tutto il mondo: il cinismo delle elite per i popoli governati. Come non ricordare l’orrore per i ragazzi del festival che scappavano inseguiti in moto dai miliziani di Hamas e uccisi sia dai terroristi, sia dai militari dell’IDF che quel giorno sparavano su tutto ciò che si muoveva? E al tempo stesso come non restare inpietriti sui corpi di bembini e financo di neonati distrutti dalle bombe negli ospedali senza energia elettrica e senza medicine? Operati senza anestesia? Nel frattempo i miliziani si presentavano alle telecamere vestiti di uniformi impeccabili?

Due élites nazionaliste, quella israeliana e quella palestinese di Hamas hanno nutrito i propri popoli di odio per il nemico e hanno provocato le peggiori sofferenze dei propri connazionali usandoli come carne da cannone, come si diceva una volta.

Ma di questi tempi è di moda governare col sangue dei poveri. Il popolo si abbandona al governo di pochi e ne segue la narrazione senza metterla in dubbio, per fede, pigrizia o rassegnazione e in questo modo si consegna a mani legate al tritacarne della storia.

Nel frattempo i Trump, i Blair, i Nethaniau e i capi di Hamas trattano di potere e di risorse in nome di principi cui non credono usando le persone come materiale di scena. Poi ci sono anche i comprimari che, come la nostra premier si propongono per “partecipare al board per la ricostruzione” e raccogliere qualche pezzo anche loro.

Tutto questo è consentito da un coro prodotto dall’opinione pubblica addomesticata, che racconta in un’ampia declinazione di variabili la verità commissionata sempre dalle stesse èlite.

Su questo scenario triste si stagliano coraggiose le figure di quelle persone comuni che non si rassegnano al ruolo di gregge. Come non pensare alle persone imbarcate sulla Flotilla, disposte a mettere in gioco il proprio corpo per un’idea di umanità e di libertà e le persone che in un fiotto di vitalità democratica hanno sfilato nelle piazze con pacata determinazione.

Qualcuno potrebbe qualificare queste considerazioni come populiste, Ma se questo è populismo, che cosa è democrazia?

La democrazia è libertà per tutti e, come diceva una vecchia canzone, la libertà è partecipazione.

Giù le mani dalla Costituzione!

L’articolo 138 della nostra Costituzione ne prevede e regolamenta la modifica: è possibile modificare la Costituzione purché la legge di revisione sia votata  col testo identico per due volte da ognuna delle due Camere, con un intervallo di almeno tre mesi da una votazione all’altra e con la maggioranza assoluta dei componenti. Inoltre se alla seconda votazione non si raggiunge i due terzi dei componenti di una delle Camere è possibile chiedere il referendum costituzionale confermativo, per il quale non è necessario il quorum del 50% del corpo elettorale (necessario invece per il referendum abrogativo delle leggi ordinarie)

Questa procedura è stata definita dai Costituenti per rendere modificabile la Costituzione ancorché con una procedura aggravata che la rende “rigida”.

Il problema è che questo sistema non è funzionale ad un cambiamento profondo della Costituzione, ma solo a piccole correzioni.

Male fece il Parlamento nel 2001 quando stravolse il titolo V, cambiando profondamente il rapporto tra lo Stato ed il sistema delle autonomie.

Il fatto è che la Costituzione del ’48 cercò di rappresentare in modo fedele e puntuale la complessità e delle culture politiche italiane, tenendo conto della frammentarietà sociale e territoriale del popolo italiano. L’idea era quella di rappresentare puntualmente la società senza consentire ad un’organizzazione di dominare il sistema ammutolendo le componenti che si opponevano. Da quel sistema partì la Prima repubblica, che in un sistema di negoziazione continua riuscì a portare l’Italia prima a rialzarsi dalla guerra e poi alla condizione di partecipante al consesso dei sette grandi del pianeta.

Il pezzo di società che i costituenti avevano sconfitto, i fascisti e quella parte di italiani che con la loro indifferenza avevano consentito il fascismo, pur sconfitta permaneva viva e vegeta, anche grazie alla profonda inimicizia che gli Stati Uniti nutrivano e nutrono per i comunisti e i socialisti. Inimicizia che aveva fatto sì che gli Americani decidessero di assoldare nella loro opera di condizionamento del nostro Paese prima gli esponenti dello stato fascista che apparivano recuperabili (e desiderosi di essere recuperati), poi ragazzi cresciuti nel mito del Fascismo, disposti a “difendere il paese dal Comunismo” raccolti nella struttura ” stay behind” resa pubblica ai tempi della presidenza di Francesco Cossiga.

Questi militanti politici disposti a prendere le armi in caso di vittoria comunista alle elezioni in Italia costituivano una sorta di partito fascista clandestino, promosso nascostamente dagli USA, che, in forme diverse e con diverse complicità, ha operato in Italia per tutto il dopoguerra, collaborando al bisogno anche con la criminalità organizzata, per l’eliminazione di personaggi che fossero scomodi per gli USA , o per la criminalità organizzata, o per quel pezzo di potentato economico italiano che trovò nella P2, ma non solo, un luogo di sintesi degli interessi.

Questo blocco di interessi non accettò mai il progetto che i costituenti avevano definito nella Carta costituzionale e spinse continuamente per operare delle modifiche che, come si disse negli anni ’80, consentissero la “governabilità”.

La storia italiana conosce molteplici tentativi di modifica del Sistema, volti a irrobustire la posizione del governo, a spese degli altri organismi intermedi, che trovava la camera di compensazione nel Parlamento come definito dai costituenti,

Falliti i tentativi di cambiare da un punto di vista formale gli equilibri, si riuscì a modificarli con la trasformazione in senso maggioritario del sistema elettorale parlamentare.

In questo modo si riuscì a stabilizzare il governo a spese del Parlamento, ridotto a fare di volta in volta la cassa di risonanza o il capo espiatorio – ammortizzatore dell’Esecutivo.

In effetti il Parlamento definito dai costituenti era il fulcro del sistema, il luogo di realizzazione della sovranità popolare, modificando la sostanza di questo, sì riuscì a modificare il sistema senza toccare formalmente in profondità la Costituzione.

Per i fautori della “governabilità” il parzialmente problema rimase,  per la difficoltà di dare al Senato un sistema di elezione maggioritario utile a neutralizzarlo così come era avvenuto per la Camera dei deputati. Durante la diciassettesima legislatura il governo Renzi provo a risolvere il “problema” togliendo al Senato della Repubblica il potere di accordare  la fiducia al Governo

Ma la volontà del potere economico italiano di disporre di un ceto politico “servizievole”  e libero di muoversi utilmente, quella volontà non si è quietata. Esiste ancora un potere dello Stato  riconducibile appieno alla volontà della classe dominante: la Magistratura.

D’altro canto costituire la Magistratura come potere autonomo nasce dal pensiero illuminista per far sì che il potere non si concentri ed evitare che esso possa muoversi senza limiti.

I magistrati sono uomini e come tali singolarmente possono essere condizionati, o uccisi (purtroppo è storia) quando effettuano scelte eccessivamente sgradite al potere economico, al potere politico, al potere mafioso, Poteri che, si ricorda, non sempre sono in competizione tra loro.

La magistratura nel suo insieme comunque è un ostacolo, un limite alla assolutezza del potere.

Il partito di maggioranza relativa che sostiene questo governo è indubitabilmente l’erede  universale di quella parte del Paese che non ha mai accettato la Costituzione del ‘48, ed ha lottato per anni per osteggiarne gli obiettivi.

I legami con poteri paralleli italiani e stranieri, oggi descritti da un’ampia bibliografia, hanno consentito a costoro di continuare a sussistere in barba alla XII Disposizione transitoria della Costituzione e alla legge attuativa, la n.645 del 1952, nota come legge Scelba, che punisce chiunque promuova o organizzi un’associazione che persegue le finalità antidemocratiche proprie del disciolto partito fascista.

Oggi dalla posizione di governo con una serie mirata di revisioni costituzionali il tentativo di squinternare la Costituzione appare evidente: da una parte l’ulteriore blindatura dell’esecutivo con la riforma indicata come “Premierato”, dall’altra parte la sterilizzazione della Magistratura con una serie di riforme che ne minerebbero l’autonomia a cominciare dalla separazione delle carriere, contrabbandata come strumento indispensabile per separare la funzione della pubblica accusa da quella del giudice, senza considerare che l’attuale ordinamento prevede già tutta una serie di efficaci strumenti di separazione delle funzioni, per altro egregiamente evidenziati nell’attività di divulgazione di studiosi e magistrati autorevoli.

È appena il caso di notare che a fronte di un garantismo peloso nei confronti dei reati tipici dei “colletti bianchi”, gli esponenti di “Fratelli d’Italia” diventano ferocemente giustizialisti nei confronti dei reati messi in atto da delinquenti provenienti dagli Stati socialmente più svantaggiati.

L’obiettivo del “tirare diritto” della  Premier e del suo partito è chiaro: sottrarre chi governa (e i gruppi dirigenti che l’appoggiano) ai controlli democratici necessari per ogni stato liberale che si rispetti.

Il momento è particolarmente pericoloso, considerato che il paese più potente del blocco occidentale è oggi in mano a una persona insofferente ad ogni controllo, anche a quello elettorale, visto che Dopo aver perso la precedente tornata elettorale non ha esitato a promuovere al palazzo del Congresso

Intanto noi non ci rassegniamo ad accettare questa corrente autoritaria che pare espandersi nel mondo e ci prepariamo un’altra volta a difendere la Costituzione antifascista.