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Chi paga, chi evade, chi incassa.

Non tutte le scelte politiche hanno un contenuto economico immediato. Le politiche sui diritti civili, sulla sicurezza pubblica, sulle forme di rappresentanza, incidono sulla vita dei cittadini in modi che non si misurano facilmente in euro. Ma esistono scelte — quelle fiscali, quelle di spesa, quelle sui trasferimenti a famiglie e imprese — che hanno effetti redistributivi diretti, espliciti, quantificabili. Sono scelte che decidono chi guadagna e chi perde, chi contribuisce e chi viene risparmiato.

Su questi temi la politica italiana ha storicamente tenuto un atteggiamento biforcato: generosa e aggressiva all’opposizione, reticente ed elusiva al governo. La giustificazione è sempre la stessa — non ci sono fondi — ma la giustificazione è falsa, o almeno parziale. Il problema non è la scarsità assoluta di risorse, ma la loro distribuzione: ci sono abbastanza fondi per accontentare chi sa farsi sentire; non abbastanza per tutti gli altri.

Le entrate: chi paga davvero

Il primo nodo è strutturale e riguarda la composizione del gettito fiscale. In Italia le imposte indirette — IVA, accise sui carburanti, imposte sui consumi — colpiscono indistintamente ogni classe di reddito. Chi guadagna diecimila euro all’anno e chi ne guadagna duecentomila pagano la stessa aliquota IVA sul pane, sulla benzina, sulle bollette. Le imposte dirette rappresentano il 57% del totale delle entrate tributarie, mentre l’IVA da sola pesa per circa il 30% (Bollettino Entrate Tributarie Internazionali, MEF, aprile 2025). Un peso enorme, e strutturalmente regressivo.

Sul versante delle imposte dirette, che in teoria dovrebbero distinguere tra redditi alti e redditi bassi, la realtà è ancora più sconfortante. La quota dominante del gettito IRPEF è prodotta dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, tassati alla fonte senza scampo. Le rendite finanziarie e quelle immobiliari, in percentuale, pagano meno. Gli autonomi e le imprese di dimensioni medio-piccole beneficiano di un sistema che — non per vocazione morale ma per architettura normativa — consente margini di sottrazione fiscale che il lavoratore dipendente non potrà mai permettersi.

Va però riconosciuto, con onestà, che questa categoria non è omogenea. Esistono lavoratori autonomi e liberi professionisti fiscalmente corretti, che dichiarano integralmente i propri redditi e sopportano un carico fiscale e contributivo elevato, senza le tutele — malattia, maternità, ammortizzatori sociali, TFR — di cui gode il lavoro dipendente. Questi contribuenti onesti subiscono una doppia penalizzazione: competono in condizioni di svantaggio con colleghi disonesti che abbattono il costo dei propri servizi grazie all’evasione, e si trovano esposti, più di chiunque altro, alle inefficienze della pubblica amministrazione — tempi biblici per autorizzazioni, pagamenti, rimborsi fiscali, accesso ai servizi — che per chi non ha un datore di lavoro si traducono in perdite dirette di reddito e di tempo. La soluzione non è l’indulgenza verso chi evade, ma la costruzione di un sistema di controlli efficace che smetta di premiare la disonestà e restituisca parità competitiva a chi le regole le rispetta.

Quanto vale il gap complessivo dell’evasione? Secondo la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva pubblicata dal MEF, nel solo 2021 sono stati evasi 82,4 miliardi di euro (Lavoce.info, ottobre 2024). Le stime più recenti dello stesso Ministero indicano un’evasione fiscale complessiva di circa 100 miliardi di euro l’anno, cifra che non include l’evasione legata all’economia sommersa (MEF, Relazione annuale 2024). La componente più rilevante riguarda l’IVA, stimata intorno ai 35 miliardi di euro annui, seguita dall’IRPEF non dichiarata e dall’IRES delle società. Non sono numeri marginali: sono risorse sistematicamente sottratte alla collettività, con l’indulgenza tacita di una politica che ha tutto l’interesse a non disturbare la propria base elettorale di riferimento.

La spesa: parsimonia selettiva.

Dal lato della spesa, da decenni si assiste a una progressiva compressione delle spese correnti, classificate come “meno produttive” rispetto agli investimenti. Il risultato è visibile a occhio nudo: strade dissestate, opere pubbliche che si deteriorano, amministrazioni svuotate di personale. Il blocco delle assunzioni, protratto in modo irrazionale per anni, ha paralizzato non solo il welfare pubblico — sanità, scuola, previdenza — ma anche le funzioni minime dello Stato: giustizia, sicurezza, pubblica amministrazione centrale e locale. Ne ha beneficiato il mercato privato, che si è insediato negli spazi lasciati vuoti, con il prevedibile aumento delle disuguaglianze nell’accesso ai servizi.

A questo regime di austerità generalizzata fanno eccezione, miracolosamente, le erogazioni alle imprese: esenzioni fiscali, agevolazioni all’accesso al credito, contributi a fondo perduto. La giustificazione è sempre la stessa: queste imprese creano lavoro. Vero. Fino a quando non decidono di smettere di crearlo in Italia.

Fiat è l’esempio più citato, e con ragione: decenni di sussidi pubblici, poi la progressiva migrazione produttiva verso l’estero, fino alla fusione con PSA e alla nascita di Stellantis, con sede legale ad Amsterdam. Ma il copione si è ripetuto altrove, e continua ancora oggi. Nel 2018 Whirlpool chiuse lo stabilimento piemontese della controllata Embraco, tagliando 500 posti per trasferire la produzione in Slovacchia — dove il costo del lavoro è più basso e la fiscalità più conveniente. Nel 2024, dopo l’acquisizione da parte del gruppo turco Arçelik e la nascita di Beko Europe, arrivò l’annuncio della chiusura di tre stabilimenti italiani con quasi 2.000 esuberi. Solo una lunga vertenza e l’impegno finanziario dello Stato hanno scongiurato, per ora, il peggio. Dodici anni di cassa integrazione, decenni di sussidi pubblici: ogni volta lo stesso copione — la multinazionale incassa, poi presenta il conto ai lavoratori e allo Stato.

Il debito pubblico: a chi vanno i soldi.

C’è un capitolo che viene raramente nominato nel dibattito pubblico, eppure è decisivo per capire dove finisce il denaro dei contribuenti. Da molti anni le entrate dello Stato superano le spese primarie — ovvero tutte le spese escluse gli interessi sul debito. Lo Stato, in altri termini, produce un avanzo primario: preleva dal sistema economico più di quanto non restituisca in servizi e investimenti. La differenza viene trasferita ai detentori del debito pubblico.

Chi sono? Secondo le rilevazioni di Banca d’Italia e dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, circa il 14% del debito è in mano a piccoli risparmiatori privati; il resto appartiene a investitori istituzionali — banche, fondi, compagnie assicurative — italiani e stranieri. Banca d’Italia sta progressivamente riducendo la propria quota, mentre cresce quella delle famiglie tramite polizze vita e fondi pensione. La redistribuzione, in questo schema, avviene in senso inverso rispetto a quanto proclamano i programmi elettorali: dai redditi da lavoro verso i redditi da capitale.

Che fare.

Ricomporre questo squilibrio richiede interventi su più livelli, che non possono essere elusi rimandando a tempi migliori.

Il primo è il ripristino di una progressività fiscale effettiva. Non si può continuare a tartassare lavoratori dipendenti e pensionati — che non hanno né la possibilità né gli strumenti per sottrarsi — mentre rendite finanziarie e immobiliari godono di aliquote di favore. Combattere l’evasione è necessario, ma non sufficiente: bisogna prima rimuovere le condizioni strutturali che la rendono conveniente, a partire da un sistema impositivo che smetta di penalizzare chi dichiara tutto e non premia chi non lo fa.

Il secondo è il finanziamento adeguato delle funzioni pubbliche: sanità, scuola, giustizia, sicurezza, amministrazione. Non come spesa improduttiva da tagliare, ma come investimento nella coesione sociale e nel funzionamento dello Stato di diritto. Ma sarebbe disonesto fermarsi qui. Chiedere ai cittadini — e in particolare a quelli che già pagano — di finanziare una macchina pubblica più grande senza contestualmente pretendere che quella macchina funzioni sarebbe una posizione politicamente fragile e moralmente incoerente. Efficacia ed efficienza della gestione pubblica non sono slogan liberisti: sono condizioni imprescindibili di legittimità. Uno Stato che chiede di più in tasse e restituisce code agli sportelli, pratiche perse, rimborsi che non arrivano, appalti mal gestiti e servizi scadenti non merita la fiducia dei contribuenti, e non la otterrà. Riformare la spesa pubblica — misurandone i risultati, responsabilizzando i dirigenti, premiando le amministrazioni virtuose — non è un’alternativa alla giustizia fiscale: ne è la precondizione politica.

Il terzo, più impopolare ma ineludibile, è una revisione della fiscalità sul patrimonio. Non una patrimoniale indiscriminata che colpisca i risparmi delle famiglie medie, ma un’imposta sulle grandi ricchezze e, prima ancora, una riforma sostanziale delle imposte di successione. Tutti i principali Paesi europei applicano regole più stringenti di quelle vigenti in Italia; fino agli anni Novanta anche il nostro ordinamento era molto più rigoroso. I margini per recuperare gettito da questa fonte esistono, e sarebbero socialmente più equi dell’alternativa attuale: continuare a finanziare lo Stato attraverso l’IVA e le accise, tasse che non distinguono tra ricchi e poveri.

Meglio far pagare chi ha che continuare a tartassare chi non può sfuggire.

Nani (e ballerine) sulle spalle di giganti.

In Italia abbiamo avuto statisti. Alcuni di loro avevano anche cura del popolo italiano e tra questi ultimi me ne sovvengono due che non sono più tra noi: Enrico Berlinguer e Aldo Moro. Ne abbiamo avuti anche altri, successivamente, oggi vivi e vegeti, ma questi personaggi sono ai margini dell’agone politico. È gente che giocava un altro gioco, oggi in disuso. Cercavano di modificare la realtà, consapevoli della difficoltà di realizzare i loro progetti e per questo erano misurati nelle scelte e nelle dichiarazioni, usando una certa prudenza nel raccogliere il consenso, peraltro meno – assai meno – mobile di adesso.Quei tempi sono lontani. Oggi nel rapporto con la società civile la politica è agita molto più come gestione dello stato di fatto: per gran parte degli attori ha perso l’ambizione di cambiare i rapporti di forza esistenti nella società, e si muove per occupare posti di guida senza però ambire a decidere la destinazione.A questo gioco l’unico precetto è vincere o, alla peggio, continuare a giocare. Ogni altra prescrizione è tattica. Per i più capaci è strategica: l’etica è un’immagine ostenta per puro calcolo tattico. A gente così sarebbe ingenuo chiedere sincerità. È invece lecito aspettarsi furbizia, al più arguzia.E arguto è stato l’annuncio di Meloni di una mozione di maggioranza in Parlamento, a chiedere il riconoscimento dello Stato di Palestina a condizione però che gli ostaggi siano liberati e che Hamas sia estromessa dal “governo” di Gaza. Nello stato attuale delle cose si tratta di due condiciones diabolicae, per dirla coi giuristi: due condizioni impossibili da realizzare e sicuramente da determinare. In pratica la nostra Presidente del Consiglio ha manifestato – usando altre parole – gli stessi propositi di Netanyahu: prima bisogna sconfiggere Hamas e (of course) liberare gli ostaggi, un pio desiderio tanto sbandierato quanto non realmente sentito, quest’ultimo, visto che Netanyahu non si è proprio sforzato troppo di riportare a casa quelle persone (e le loro famiglie se ne sono accorte). In pratica la nostra premier ha buttato la palla nel campo avverso, a vantaggio della stampa amica, che potrà accusare l’opposizione che chiede il riconoscimento della Palestina, di non esecrare Hamas a sufficienza.Meno spendibile la richiesta del nostro Ministro degli Esteri ad Israele: di fonte alla prosecuzione degli attacchi contro la Global Sumud Flotilla, Tajani avrebbe chiesto: “Israele tuteli chi è a bordo” confermando che riconosce in Israele la provenienza degli attacchi, senza condannare quello che è a tutti gli effetti un atto di pirateria ma limitandosi ad una richiesta/implorazione di salvaguardare la vita dei naviganti. Se dovesse morire qualcuno, il Governo dovrebbe districarsi in un ginepraio, considerato, ripetiamo, che gli attacchi alla Flotilla sono patentemente illegali per il diritto internazionale.Però alla fine, a parte l’amaro in bocca per essere governati da codesta gente senza qualità – o, se si preferisce, con queste qualità, sale su una domanda: ma così non risulta evidente una forma di complicità del governo Meloni con l’attività del governo israeliano, che ormai in tanti definiscono genocidio?

Afascismo

Ogniqualvolta nell’attuale dibattito politico italiano qualcuno lancia un allarme fascismo si trova qualche esponente della Destra politica (o giornalistica) pronto a negare l’allarme: il fascismo sarebbe finito alla fine della seconda guerra mondiale.

Tale affermazione è infondata. Meloni e FDI sono obiettivamente gli eredi del Fascismo per il tramite del #neofascismo degli anni ’60 e’70, riferimento per tanti dei loro elettori.

Però, a mio avviso, Meloni non attribuisce al Fascismo storico più importanza di tanto: non può condannarlo nettamente per non perdere  seguito, ma non ne trae diretta ispirazione. Certo non ideologica, quanto meno.

Come potrebbe, d’altronde, trarre ispirazione dal nulla? Qual era l’ideologia fascista? Il Fascismo collezionava al suo interno visioni, posizioni e comportamenti diversissimi e a tratti contraddittori. Solo il culto della personalità del Duce faceva da collante. Ricordate? “Mussolini  ha sempre ragione”. Per questo la figura di Mussolini è così importante per i fascisti: cosa c’era oltre quello?

Però in effetti un culto della personalità (in miniatura ma coltivato con impegno)  riguarda anche Meloni, che – obiettivamente – spicca senza particolare fatica nella compagine governativa che cerca di guidare.

In effetti c’era un tratto caratterizzante il fascismo: il netto rigetto di tutte le forme di  socialismo e di ogni forma di conflitto di classe mirante ad un cambiamento degli equilibri della società. Ma tale rifiuto non definisce il fascismo, se non per il fatto che l’azione fascista a difesa dei poteri economici consolidati era ostentatamente violenta.

L’anticomunismo/antisocialismo è patrimonio comune ed essenzialmente inscindibile della “società dei mercati”. La socialdemocrazia è stato un esperimento interessante (e sospettosamente monitorato) ma  – mi chiedo – sarebbe stato possibile senza l’esistenza dell’Unione sovietica? Certo non le è sopravvissuto.

Tornando a Meloni, il suo dichiarato “afascismo”, all’insegna di una pragmatica quanto interessata acquiescenza agli interessi americani e delle oligarchie internazionali, si sostanzia in un approccio formalmente perbenista, epperò non rassicura: in primis perché promuove la crescita nella società di istanze francamente violente (verbali ma non solo) avvelenando il dibattito politico e in secondo luogo perché continua a premere sui pilastri dell’architettura costituzionale del Paese, in primo luogo la tripartizione liberale dei poteri, promuovendo forme di democrazia autoritaria in cui il governo in quanto derivante dall’investitura elettorale sarebbe  al di sopra delle leggi – legibus solutus.

D’altronde  gli spunti di questa Impostazione si evincono già da diverse norme del decreto sicurezza, a cominciare da quell’art.31 che consente ai servizi di intelligence nazionali di compiere determinati reati, inclusa la direzione di associazioni terroristiche in operazioni sotto copertura, senza incorrere in sanzioni penali, come se in Italia non ci fosse mai stata una strategia della tensione.

Per non parlare dell’aggressione alla magistratura costituita dalla riforma Nordio.

D’altronde, al di là delle proteste e delle rassicurazioni del ministro della giustizia, la postura di questi nei confronti, della magistratura sia nazionale (sia internazionale – vedi caso Almasri) non lascia spazio e grandi dubbi, al di là dell’afflato garantista (limitato però ai colletti bianchi) di coloro che ricercano nella separazione delle carriere la piena realizzazione del processo accusatorio e con questo pensano di risolvere i problemi della giustizia italiana.

Tornando all’afascismo – una sorta di non fascismo non antifascista – questo presenta tutte le componenti dell’essenza più profonda del fascismo: protezione del potere economico dalle rivendicazioni di classe, fino alla obliterazione del conflitto democratico con un ostentato vittimismo che giustifichi l’impiego di norme contro le protesta,  estrema flessibilità delle pratiche e dei valori per adattarsi alla mutevolezza dei contesti e poi il collante, essenziale: il culto della personalità del leader, reso iconico dalla propaganda.

Il disegno della nostra Costituzione non è mai stato tanto in pericolo.

Risorse umane?

L’economista italiano Piero Sraffa ha scritto “Produzione di merci per mezzo di merci”.

Un portato del nostro tempo è considerare merce  il lavoro umano e la persone “risorse umane”. Non fini ma mezzi. Mezzi di produzione. Su cui risparmiare. Massimizzare i ricavi e minimizzare i costi.

Solo che una caratteristica ineliminabile delle risorse umane è che hanno un affitto da pagare e la spesa da fare.
Il problema è quando le imprese focalizzano la loro attenzione solo sul profitto, dimenticando che come si diceva una volta  “hanno ragion d’essere nel soddisfacimento dei bisogni umani”. 

Almaviva in questa visione  disumanizzante da tempo riveste efficacemente il ruolo di modello.

Esemplare la vertenza dei 489 dipendenti ex operatori del call center che rispondeva al numero 1500 – indispensabile durante la pandemia: finita l’emergenza Almaviva non ritiene più conveniente investire nel settore dei call center e decide di disfarsi di questi lavoratori.

Il problema di queste persone è che le spese familiari, vitto, affitto, energia, etc) arrivano puntuali e dopo il lungo periodo passato in cassa integrazione ritrovarsi licenziate dal primo agosto è peggio di un incubo – perché è reale. La politica nazionale non ha adottato interventi risolutivi per evitare questo stato di cose e la politica regionale si è mossa con la consueta intempestività.
In più la politica regionale deve muoversi da protagonista in questa vicenda, perché di questi quasi 500 lavoratori quasi 400 lavorano tra Palermo e Catania.

Intanto si avvicina la pausa di Ferragosto ed è essenziale che queste persone non siano lasciate per strada da una politica che va in ferie. Le idee ci sarebbero e riguardano sia l’impiego di parte di loro nel call center dedicato alla sanità coi numeri 116 – 117, sia la digitalizzazione di documentazione sanitaria per il restanti con la temporale collocazione in un bacino di ricollocazione. Quindi le idee ci sono, ma fin quando rimangono idee e non vengono concretizzate non producono benefici concreti.

Gli occhi di queste famiglie (e di tutti i siciliani che conoscono questo tipo di problemi) sono fissi sulle scelte del governo regionale e sulla tempestività con cui vengono realizzate.

Ancora, è opportuno segnalare la necessità e l’urgenza per tutta la politica nazionale di  affrontare in modo serio la tematica del lavoro, anche in considerazione delle fulminee e fulminanti innovazioni portate dall’intelligenza artificiale, di cui questa vicenda porta tracce evidenti. Le innovazioni tecnologiche consentono di ridurre drasticamente l’Impiego del lavoro delle persone E queste non possono aspettare l’adempimento di promesse future quando il problema si presenta già oggi.

Il punto di equilibrio.

Quando nel ‘47 la Costituente elaborò la nostra Carta si era creato un equilibrio, forse irripetibile, di scienza e di coscienza, di motivazione a cercare la giusta misura tra la necessità di governare una società già allora complessa e la necessità di governarla senza che una parte obliterasse le ragioni delle altre parti. Il prodotto fu un buon prodotto. Non è che piacesse tutto a tutti, ma si era raggiunto un compromesso alto tra i liberali e comunisti, tra i cattolici e i laici, tra i monarchici e i repubblicani, tra coloro che non si sentivano antifascisti (Ma erano abbastanza opportunisti per non esprimere la loro posizione) e coloro che avevano fatto della lotta al Fascismo la propria ragione di vita.

Gli italiani avevano trovato un punto di equilibrio, che era si un punto da cui tirare verso la propria parte, ma era un punto comune: la Costituzione della Repubblica Italiana del ‘48 non era, come ogni prodotto umano esente da difetti, Il punto è che i difetti individuati da alcuni per altri erano pregi.

Nonostante la divisione dei poteri, per esempio, il Parlamento aveva un controllo diretto o indiretto su tutti gli altri poteri ed organi istituzionali. Inoltre la società civile attraverso i partiti e i sindacati pesava e pesava tanto!

Il potere del Parlamento si confrontava di continuo col potere del Governo, che per effetto della sua connessione col Parlamento attraverso i partiti era controllato da una parte e controllante dall’altra.

La distinzione tra Parlamento e Governo si fondava in buona misura sulla autonomia dei parlamentari, eletti col sistema proporzionale e le preferenze.

Il tentativo di divincolare il governo dal controllo parlamentare segue tutta la storia della Repubblica, da sempre in tanti hanno criticato il sistema di formazione delle decisioni pubbliche, che avveniva soprattutto in ambito partitico, ma che in Parlamento aveva un momento di ineliminabile incremento di trasparenza.

E la trasparenza nei processi decisionali pubblici non è interesse di tutti; è interesse della maggioranza dei cittadini meno influenti.

La trasformazione del sistema elettorale in sistema maggioritario, in più a turno unico, ha d’emblée stravolto gli equilibri: ha ingigantito Il potere delle segreterie di partito e snaturato il Parlamento rendendolo di volta in volta la cassa di risonanza o il mezzo di ammortizzazione politica delle scelte governative, a seconda della bisogna.

L’unico elemento che un po’ sfugge di fatto al nuovo equilibrio è il Senato, che per la base regionale dell’elezione rende impossibile una maggioranza blindata così come avviene alla camera. In Senato infatti è impossibile attribuire un premio di maggioranza unico per tutto il Paese. Per inciso, per una questione legata al differente numero di eletti per regione e all’orientamento di alcune  regioni più grandi, il Senato risulta molto più “ribelle”, quando vince il centro-sinistra.

Ciò ha costituito il motivo della riforma Renzi – Boschi, che sappiamo com’è andata a finire.

Possiamo dire che ogni volta che si è messo mano alla costituzione del 48, si è lavorato come dei muratori scadenti impegnati a “restaurare” una facciata monumentale: le modifiche si vedono e sono brutte e deturpanti,  anche da un punto di vista stilistico. Le persone come Concetto Marchesi oggi girano al largo, o sono tenute distanti, dalla politica istituzionale.

Quando le modifiche sono state più importanti come la riforma del Titolo V(approvata dal centro-sinistra)  il danno è stato più che proporzionale, ne vediamo i risultati a tutt’oggi e di questi risultati paventiamo gli sviluppi nei progetti di autonomia differenziata.

Intanto si continua a lavorare a “riforme” – che sarebbe utile chiamare correttamente col termine tecnico più sobrio di “revisioni” della Costituzione – che continuano a stirare quel povero punto di equilibrio del ’48 in direzione meno anti tirannica (o se si preferisce meno antifascista). Arrivando alla fine a snaturare il lavoro dei Costituenti, fino a rendere esigua quella tripartizione equilibrata dei poteri, che è uno dei tesori lasciatici dalla cultura illuminista e dalla Rivoluzione francese.

Andando alla noce della questione il potere esecutivo mal tollera i controlli: riesce a mascherarsi da democrazia grazie a una stampa amica, e a mostrarsi come emanazione della volontà popolare, dove il popolo è vittima di un drammatico “errore motivo” indotto dalla propaganda, ma avverte la pressione del controllo di legalità espresso dalla Magistratura, in quanto la Magistratura ha gli strumenti tecnici per restare immune dalla propaganda.

Intendiamoci, i magistrati non vivono su Marte, tra I magistrati abbiamo avuto dei martiri laici (e ne abbiamo avuti tanti – troppi) ma abbiamo avuto anche delle persone che con gli altri poteri ci hanno convissuto profittevolmente. Però il magistrato ha nella legge e nelle norme costituzionali una fonte di potere in buona parte indipendente e autonomo dalla politica e in quanto tale per certa politica è un problema. Problema che questo governo sta cercando di neutralizzare.

Alcuni fautori della separazione delle carriere i magistrato inquirente e di magistrato giudicante segnalano comprensibilmente le criticità di una vicinanza tra soggetti che espletano le due differenti funzioni. Tali criticità andrebbero sicuramente curate, come tanti ottimi studiosi e ottimi magistrati hanno segnalato in più occasioni. Mi pare però che i fautori “ingenui” (in senso etimologico) della separazione delle carriere non abbiano ponderato accuratamente gli esiti ultimi di questa separazione, resi prevedibili dall’operato quotidiano di questo governo: la sterilizzazione del controllo della Magistratura sulla politica e soprattutto sull’esecutivo.

E tale sterilizzazione avrebbe un effetto devastante su tutto il sistema, avvicinandoci drammaticamente all’esperienza ungherese o peggio ancora russa. Gli equilibri sono roba fragile e gli Stati Uniti con Trump lo stanno sperimentando.

 

Niente è più Cristiano della speranza.

La Chiesa cattolica è una grandissima comunità di persone, appartenenti a Paesi ed orientamenti diversi. Non stupisce che sia estremamente composita ed ospiti visioni  eterogenee. Infatti non è nuova a profonde divisioni alcune delle quali sfociate addirittura in scismi.

Il capo di una comunità ha il compito di condurla secondo coscienza. Se ha un approccio collegiale o, come si dice nella Chiesa, sinodale, lo farà cercando preventivamente una sintesi col corpo della comunità,  pur sempre tenendo conto della sua responsabilità legata alla figura di “pastore” e quindi di guida (teoricamente) indiscussa, ma col compito di assicurare l’unità.
Il papa è il vescovo di Roma, quindi un vescovo, però è anche il successore di Pietro, cui nel vangelo è stato assegnato il ruolo di guida (di fatto mai indiscussa) degli apostoli.

Il magistero di Papa Francesco ha adottato scelte importanti, coraggiose e per questo oggetto di discussioni. La scelta manifesta per la chiesa dei poveri, delle minoranze, delle periferie ha generato tensioni con la chiesa più compatibile col potere e i suoi seguaci. Con la Chiesa dei fasti e delle liturgie, che si occupa più della cura di una spiritualità avulsa dagli avvenimenti del mondo e per questa così cara al potere.
Papa Francesco ha pagato il prezzo del suo coraggio, tanto che la parte più conservatrice della Chiesa è arrivata nei suoi rappresentanti estremi a definirlo antipapa e a negarne la piena legittimità.

Dai primi segni dati Papa Leone XIV (nome che appare significativamente in continuità col papa della Rerum novarum e della dottrina sociale della Chiesa) appare un papa che vuol  continuare la missione di Francesco nell’impegno -su questa terra- in direzione della pace, in direzione dell’attenzione  per i poveri e le vittime di guerra, sposando questa missione con l’altra -altrettanto difficile- di lavorare per ricucire, per gettare ponti all’interno della comunità cattolica, con le parti più riottose.Bisognerà vedere quali saranno i risultati di questo tentativo di sintesi. Ci piace essere speranzosi. Intanto pare sia stato superato il tentativo di coloro che volevano cancellare gli effetti di questi ultimi anni di pontificato di Francesco.
Da questo punto di vista appaiono interessanti i commenti su Leone XIV della Destra americana a cominciare da Bannon. Staremo a vedere .

Bisognerà vedere quali saranno i risultati di questo tentativo di sintesi. Ci piace essere speranzosi. Intanto pare sia stato superato il tentativo di coloro che volevano cancellare gli effetti di questi ultimi anni di pontificato di Francesco.
Da questo punto di vista appaiono interessanti i commenti su Leone XIV della Destra americana a cominciare da Bannon. Staremo a vedere .

Imbelli, ribelli e CGIL.

“Imbelle e ribelle”: questi due termini non hanno in comune soltanto la radice “bellum” dal latino, che significa guerra, ma condividono anche il rifiuto della volontà della élite che controlla la comunità di appartenenza. Gli imbelli rifiutano di combattere le guerre imposte dalla leadership, mentre i ribelli mettono in discussione la leadership stessa, rifiutandone le prescrizioni. Tale rifiuto fa degli imbelli e dei ribelli il bersaglio della disapprovazione dei gruppi dirigenti e, tramite il lavoro degli intellettuali conformi, che ne sostengono le posizioni, l’obiettivo della disapprovazione della comunità.

In questi giorni, alcuni intellettuali hanno definito “imbelli” i giovani che rigettano l’idea della guerra, che rifiutano di condividere la visione geopolitica per cui l’attuale leadership europea sta preparando il riarmo dei Paesi.

È facile notare come gli stessi gruppi dirigenti considerino altrettanto inaccettabile l’atteggiamento di giovani che, come quelli di “Ultima Generazione”, per attirare un’attenzione altrimenti negata dai media, bloccano la circolazione stradale o lanciano vernice contro edifici pubblici e monumenti.

Il tratto comune, che porta alla condanna pubblica delle figure degli imbelli e dei ribelli ,sarebbe quindi il rifiuto della direzione indicata da chi guida la società, la divergenza rispetto alle prescrizioni indotte cui si accompagna un conflitto variamente intenso verso i prescrittori.

La società occidentale si definisce libera in quanto dovrebbe consentire il dissenso pacifico, senza censure o limitazioni che vadano oltre il mantenimento dell’ordine pubblico. Tuttavia, la protezione dell’ordine pubblico è soggetta a valutazioni variabili: esso viene interpretato in modi diversi non in rapporto alla forma in cui la manifestazione si esplica, al turbamento dell’ordine fisico, materiale; ma a seconda che il dissenso metta in discussione aspetti considerati marginali o scelte politiche che l’élite giudica irrinunciabili, fino ad individuare i dissenzienti come nemici pubblici.

Ciò pone il problema di come possa superarsi il conformismo quando le scelte della leadership si discostano significativamente dal sentire di gruppi ampi o, addirittura dal sentire della maggioranza dei cittadini.

Tale atteggiamento, la consapevole adozione di scelte che si riconoscono minoritarie nella società, è definito dagli intellettuali conformi come assunzione di responsabilità. Rimane da capire come tale responsabilità possa essere vagliata dal controllo popolare. Come tale controllo possa essere esercitato tempestivamente.

La Costituzione materiale della Prima Repubblica consentiva una forma di ribellione ordinata, lo sciopero generale, ma questo strumento è stato reso sempre meno praticabile e praticato sia per l’affievolimento della conflittualità di grandi organizzazioni sindacali, un po’ per la riduzione del consenso, un po’ per l’assorbimento di abitudini negoziali iperconcertative, sia da una serie di interventi legislativi che hanno limitato il diritto di sciopero fino a renderlo inefficace.

Il dissenso potrebbe e dovrebbe manifestarsi nelle urne elettorali, ma anche quest’arma è stata spuntata dall’adozione di sistemi elettorali variamente maggioritari, che costringono gli elettori a scegliere tra opzioni percepite come simili, fino a indurre tanti a disertare le elezioni.

Un altro strumento istituzionale di espressione del dissenso è il referendum abrogativo, che però funziona solo se promosso da grandi organizzazioni nazionali, altrimenti  segue un percorso impervio con destino incerto, sia nell’ottenimento della consultazione sia nella validazione col raggiungimento del quorum.

La maggioranza e le forze che, pur dall’opposizione, condividono scelte economiche di fondo, cercano di disinnescare il potenziale di cambiamento del referendum, creando le condizioni per non raggiungere il quorum.

Un esempio evidente è il trattamento riservato ai referendum sul lavoro promossi dalla CGIL. La scelta di fissare la data del referendum all’8-9 giugno, in concomitanza con il secondo turno delle elezioni amministrative, tradizionalmente meno partecipato, e il silenzio dei media di massa sui temi referendari sono, con tutta evidenza, applicazioni di questa strategia.

A questo punto, tutti coloro che credono nei valori di libertà dovrebbero sentire il dovere di pubblicizzare il referendum, i temi che affronta, i problemi che vuole risolvere e le date in cui si terrà, giacché il tentativo di vincere appoggiandosi all’astensione è intrinsecamente antidemocratico.

(Noi di 99percento faremo di tutto per arrivare ad una vittoria dei sì, sia per la dignità di chi lavora, sia per il valore della democrazia. Ecco il link:

https://www.cgil.it/referendum

Meglio manifestare contro il riarmo

Non so cosa riuscirà a ottenere la manifestazione promossa da Michele Serra in termini di affermazione dell’utilità dell’Unione Europea per la salvaguardia dei valori della democrazia liberale; è certo, però, che questa manifestazione ha colpito in pieno i tentativi di unione delle opposizioni di sinistra e progressista, con effetti insperati per il governo italiano.

In effetti, le bordate trumpiane contro la pluridecennale alleanza tra USA e UE sono state tanto gravi da generare una diffusa sensazione di sgomento: nel bene e nel male, l’unità atlantica tra americani ed europei era considerata un punto fermo da tutti e, detto per inciso, è stata una delle cause fondamentali della gestione della crisi ucraina, prima e dopo l’invasione russa.

Quindi, è comprensibile che un intellettuale schierato per i valori progressisti come Michele Serra abbia sentito, il 27 febbraio, l’impulso di chiedere una manifestazione di adesione ai valori dell’Europa.

Bisogna anche dire che questa Europa, però, ha con i valori che proclama un rapporto non privo di discontinuità e ambiguità: la volontà popolare, che è evidentemente alla base della democrazia, più volte è stata considerata superabile. Potrebbe valere per tutti l’esempio del trattamento riservato alla Grecia nel 2014. Il leader greco Tsipras aveva combattuto per un’altra Europa, ma questa, quella esistente, lo ha rimesso al suo posto, lui e il Paese che governava.

D’altro canto, anche i diritti umani sono visti dall’UE come valori di importanza variabile: se è vero che la UE ha trasformato la Turchia e il Mediterraneo in valli insuperabili, anche a costo della morte dei disgraziati che provano a varcarli per raggiungere il “paese dei diritti”. Così come il diritto internazionale è considerato superabile se l’infrattore è un importante alleato degli USA, come Netanyahu. Con buona pace delle decine di migliaia di vittime civili a Gaza.

Rimane comunque un’opinione comune, difficilmente contraddicibile, che i diritti civili e le libertà democratiche nell’Unione Europea finora siano trattati meglio di quanto avvenga, ad esempio, in Russia, in Ucraina o in Cina (per quanto riguarda gli USA, stiamo a vedere cosa succede).

Però, da un po’ di tempo, l’UE – da sempre attenta alle ragioni della grande impresa – sta considerando l’opzione di cominciare a passare dal consumo di burro al consumo di cannoni: non paga di fornire armamenti a paesi in guerra, come Rheinmetall ha fatto con l’Arabia Saudita, ha cominciato a fornire armamenti a paesi che rischiavano di entrare in guerra, come per esempio l’Ucraina.

Oggi siamo passati a prendere in considerazione l’opportunità di produrre armi per noi, per proteggerci dalla Russia, la quale pare abbia mostrato con l’Ucraina non solo una sorta di iperreattività, ma anche un’aggressività senza limiti, almeno secondo la grande stampa europea, che ha paventato la volontà di Putin di arrivare fino all’Atlantico.

Tale forsennata aggressività si ritiene vada rintuzzata con una deterrenza adeguata, costi quel che costi.

Si è quindi deciso di approfondire, intensificare e fondere in una le politiche estere dei paesi europei? No. Non si è neppure deciso di passare convintamente alla progettazione e poi alla realizzazione di un esercito unico europeo (cosa complicata e di dubbia efficacia in assenza di un’unica politica estera). Si è invece deciso di consentire a ogni Stato di aumentare la propria spesa per armamenti, senza passare prima attraverso un efficientamento dell’aspetto complessivo, opzione che avrebbe reso estremamente più efficace la spesa attuale.

Il bello è che, per l’irrobustimento delle forze armate europee, specialmente in fase iniziale, si utilizzerà l’apparato produttivo militare-industriale americano, senza tenere conto del nuovo atteggiamento di dichiarata avversione dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Unione. Cioè, di fatto, di fronte a una chiusura degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Europea, l’Europa decide di aumentare gli acquisti presso le fabbriche statunitensi.

Il 4 marzo 2025, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato il piano Rearm EU di oltre 800 miliardi di euro, invitando i paesi membri a spendere fondi per le forniture militari senza metterli a conto dei deficit nazionali.

A questo punto, l’invito sentimentale di Michele Serra del 27 marzo, a levare alte le bandiere dell’UE, viene messo alla prova nel suo senso più profondo, giacché l’Unione Europea dei diritti e della pace si mostra con ancor maggiore evidenza come un’organizzazione in cui l’apparato militare-industriale ha un peso rilevante, se non decisivo. La domanda sorge spontanea: questa desiderata manifestazione ha ancora senso? Secondo molti a sinistra, no. E a dirla tutta, anche secondo molti che non sono di sinistra, atteso che, insieme a coloro che andranno a manifestare con la bandiera della pace, si troveranno altri a manifestare con la bandiera europea in una mano e la bandiera ucraina o quella georgiana nell’altra. Quindi, insieme, pacifisti e neo-imperialisti che non ce l’hanno fatta e sono in cerca di una rivincita.

Meglio una manifestazione che esprima in modo netto la voglia di pace dei cittadini europei e il rifiuto degli armamenti.

La rabbia e la sofferenza.

La rabbia può essere una cattiva consigliera e ciò che è accaduto a Bologna e a Roma lo prova.
L’uccisione di Ramy da parte di carabinieri in servizio in una periferia milanese abbandonata e fatta oggetto di atti di razzismo ha scatenato la rabbia di molti giovani: non a Milano dove invece le manifestazioni sono state del tutto pacifiche, anche secondo l’invito della famiglia del ragazzo.
Ma la rabbia c’è e si è manifestata. E va detto chiaramente che i disordini si devono condannare, ma anche che occorre individuarne le cause.

Girare la testa dall’altra parte liquidando ciò che è accaduto come frutto di facinorosi, non solo non affronta il problema ma rischia di ingigantirlo sempre più.

L’atteggiamento repressivo di questo governo, le sua filosofia securitaria che si manifesta nella sua produzione normativa e nelle manganellate agli studenti che manifestano per la liberazione della Palestina o per gli affitti troppo cari dei posti letto o per gli stipendi da fame (vedere riders) devono essere temi sui quali non ce la si può cavare con una semplice alzata di spalle o alzando la voce.
Devono essere messi al centro dell’azione politica, sociale, culturale se non vogliamo che le occasioni di scontro, anche fisico, diventino quotidiana normalità.
A meno che non sia questo governo a cercare l’incidente, per giustificare restrizioni delle libertà civili e politiche.

Che fare, adesso?

Quando le persone si muovono in gruppo tendono a a sentire stemperate le proprie responsabilità.
Chi ha detto che l’unione fa la forza ha dimenticato di aggiungere che buona parte di quella forza deriva dalla fiducia nel farla franca.
Chiunque voglia quindi evitare comportamenti indesiderati o indesiderabili dovrebbe aver cura di esaltare” la responsabilità individuale, ma per questo bisogna accettare di relazionarsi con gli individui consapevoli e spesso chi gestisce le comunità preferisce ridurre gli ostacoli alla propria azione e per cui predilige atteggiamenti gregari. In ambito politico, in cui si gestiscono collettività sociali, uno dei modi più efficaci per promuovere atteggiamenti gregari o per disincentivare assunzione individuale di responsabilità è la promozione di una scuola che prediliga l’addestramento e la trasmissione di tecniche e trascuri lo studio dei temi legati alle cause e al senso delle cose.
Da decenni si affida alla scuola la funzione di formare operatori e si disincentiva la formazione di persone autonome.

Fino a quando i meccanismi disposti per il funzionamento sociale, assicurano un accettabile soddisfacimento dei bisogni dei singoli, una società fatta di “persone semplici” rimane in stato di equilibrio. Pochi soggetti naturalmente autonomi vengono neutralizzati da meccanismi sociali inertizzanti.

Quando invece si attraversano fasi di crisi, in cui non si riesce a garantire il benessere diffuso, neanche in modo virtuale, manipolando le percezioni, allora la coesione sociale viene meno e a quel punto si aprono delle fasi dagli esiti imprevedibili: a quel punto si formano nuove aggregazioni interne alle classi dirigenti, o vecchi sodalizi propongono nuovi modi di perseguire il benessere dei singoli.

I personaggi che svolgono un ruolo da protagonista in situazioni di svolta sono detti demagoghi, parola ormai desueta, carica di senso negativo, che etimologicamente significa conduttori del Popolo.
In pratica il demagogo è la persona capace di sedurre il popolo e di portarlo in giro un po’ come il pifferaio di Hamelin induceva topi o bambini a seguirlo.

Quanto sta avvenendo alle democrazie può essere letto attraverso la lente della demagogia: le masse, deprivate di senso critico e sottoposte al grave stress derivante da un impoverimento generalizzato, vissuto come insopportabile, cercano una via d’uscita e accettano chi riesce a convincerle della bontà della propria proposta.

Dobbiamo interrogarci sulle cause della situazione presente e dobbiamo immaginare vie d’uscita alternative a quelle proposte dai demagoghi, più stabili e desiderabili negli esiti. Se fossimo stati più lungimiranti, avremmo potuto scegliere anche percorsi meno scabrosi, che evitassero il passaggio attraverso la notte della demagogia. Oggi dobbiamo mirare alla riduzione del danno in tutti i sensi, alla riduzione qualitativa del danno, alla riduzione quantitativa del danno e ancora dalla riduzione del tempo di esposizione al danno.

Non sono certo obiettivi facili, ma la definizione e la scelta di percorsi condivisi è un passaggio necessario e urgente. Sicuramente bisogna lavorare alla cura delle due criticità scatenanti: la diffusa sofferenza economica e la diffusa mancanza di strumenti di analisi della realtà.

Riteniamo che la politica debba lavorare in ogni modo possibile per curare queste due carenze e nell’attuale stato di cose, con le destre che controllano la sfera pubblica, deve iniziare a farlo senza poter contare sull’impiego delle istituzioni. La prima cura politica va indirizzata al corpo sociale, con le energie personali ed il tempo immediatamente disponibili a chi vuole veramente il cambiamento.

La pace si può raggiungere.

All’atto della sua costituzione Israele è stata una forzatura fatta a danno dei Palestinesi: immaginate che gente straniera si insedi nel vostro paese ed ad un certo punto pretenda di costituirvi un proprio stato. Oltretutto lo stato di un popolo più ricco di voi, protetto, dai sensi di colpa dell’Europa e protetto dagli USA che intendono farne una sorta di proprio avamposto in Medio oriente.

Quando nel 1948 l’ ONU propose la divisione dei territori della Palestina in due stati, i Palestinesi rifiutarono, ma non avevano la forza di fermare gli eventi e l’attacco degli stati arabi al neonato stato di Israele non è stato di aiuto alla causa palestinese. Di fatto la sconfitta araba confermò il fatto compiuto.

Ciò detto oggi la eliminazione dello stato di Israele (laddove realizzabile) sarebbe una forzatura della storia tanto ingiusta quanto produttiva di altre distruzioni e di altri rancori.

Immaginare un unico stato israelo palestinese dopo anni di occupazione israeliana violenta e di attacchi palestinesi feroci è un obiettivo evidentemente difficile da raggiungere. I due popoli sono nemici da generazioni e, in assenza di importanti interventi esterni ci vorrebbero generazioni dalla fine delle ostilità per avviare un percorso che porti a relazioni serene.

La costituzione di due stati nazionali contigui oggi potrebbe apparire un obiettivo meno lontano, ma in questi anni i territori destinati ai palestinesi sono stati erosi dal continuo impianto di nuove colonie ebraiche, promosse dallo stato di Israele, estremamente aggressive coi Palestinesi e spalleggiate dall’IDF, l’esercito istraeliano.

Di fatto non ci sono soluzioni prossime possibili, se non promosse con determinazione concorde dalla comunità internazionale.

La comunità internazionale dovrebbe premere in modo continuo e sinergico su Israele perché abbandoni l’ideologia tanto cara ai coloni di un diritto ebraico a quella Terra derivante dalla religione e dovrebbe premere sui palestinesi perché il diritto al ritorno trovi un soddisfacimento mediato e quindi parziale, nella considerazione della nuova realtà politica e demografica esistente oggi in Palestina.

Se queste considerazioni fossero condivise, il passaggio successivo, preliminare e necessario per un credibile processo di pace è l’assunzione di un comportamento equanime e responsabile da parte dell’ONU. Senza veti.

Negli ultimi decenni non è stato così, anzi nel dibattito politico ci si è polarizzati tra filoisraeliani e filopalestinesi, impiegando anche questa grande questione come terreno di dibattito polemico, mentre la maggior parte dell’opinione pubblica ignorava i soprusi inflitti dai coloni israeliani ai palestinesi: invasione di case private, distruzione di frutteti, molestie per strada.

Questi percorsi ci hanno condotto all’attuale fase di stallo tragico. È necessario un cambio di direzione e per farlo, per cambiare la gestione politica della questione palestinese, è utile, se non necessario, che gli attori politici più coinvolti nella genesi dell’attuale stato di cose escano di scena e che altri attori li sostituiscano: l’apporto dei liberali e della sinistra israeliana, la voce degli ebrei progressisti che in Israele e in tutto il mondo hanno protestato e protestano, chiedendo il cessate il fuoco a Gaza, devono essere premiati da una maggiore attenzione da parte della comunità internazionale

C’è bisogno di lavorare per sommare la voglia di pace della migliore parte della società israeliana alla voglia di giustizia e di libertà del popolo palestinese.

Come?

Dobbiamo approfondire e precisare il concetto di comunità internazionale.

Nello scenario attuale i governi finora sono stati attenti a mantenere l’appoggio dei gruppi di interesse, al fine di garantire la propria stabilità politica. Al di là di dichiarazioni più o meno plausibili, hanno tollerato che un esercito ben armato martellasse un territorio povero e sovraffollato provocando decine di migliaia di morti in pochi mesi. Di più: hanno continuato a fornire all’esercito Israeliano armi e munizioni da usare per continuare a colpire i palestinesi ed hanno interrotto gli usuali finanziamenti all’UNRWA, l’agenzia ONU preposta all’assistenza dei profughi palestinesi.

Questo mentre tantissimi in tutto il mondo protestavano per chiedere il cessate il fuoco sulla striscia di Gaza e per questo venivano accusati di antisemitismo. In effetti il governo Israeliano è arrivato ad accusare di antisemitismo perfino l’ONU.

Ma se i governi occidentali appoggiano Israele per corrispondere alle richieste dei gruppi di interesse e così stabilizzarsi, è quella stabilità che va messa in discussione per ottenere la pace in Palestina. Serve un importante cambiamento di indirizzo dell’opinione pubblica, tale che i governi intendano che la prosecuzione dell’appoggio dell’aggressività israeliana può costargli la perdita di consensi all’interno.

Cambiare l’orientamento dell’opinione pubblica non è semplice. I governi hanno basi di consenso politico e tendono ad ampliarle con l’aiuto accorto di gran parte della stampa che li supporta. Far partire e condurre un processo di convincimento a cambiare rotta è un impegno laborioso e dovrebbe essere ordinato ed accorto. Fino adesso le proteste, specialmente nel nostro paese, sono state tanto generose quanto caotiche e scoordinate, a volte arrivando a prestare il fianco ad accuse di antisemitismo pronunciate a volte in buona fede, ma il più delle volte veicolate in modo malizioso, da parti politiche filoisraeliane a prescindere.

Invece per la Pace è necessaria una spinta sinergica di tutti coloro che la vogliono, quale che sia la nazionalità, a cui appartengono la religione che professano o l’ideologia che seguono. I numeri ci sarebbero, ma per essere efficaci vanno sommati.

Il sistema dell’infelicità. E la cura.

Volendo alzare lo sguardo per guardare più in là, per immaginare uno scenario diverso, è utile valutare due aspetti: le criticità del sistema mercatocentrico e i possibili percorsi di cambiamento.

Cominciamo col dire che il mercato e le ideologie che lo sottendono ha una formidabile agenzia di propaganda implicita nella pubblicità, che se è divenuta nel tempo sempre più efficace nel convincere della bontà del prodotto reclamizzato, è oramai da decenni un veicolo di formazione subliminale di consenso: si può preferire un marchio di detersivo o un altro , ma non si mette in discussione che un lenzuolo debba essere candido per poter essere steso su un letto; si può preferire il rasoio o la ceretta, il laser o altri strumenti tecnici, ma non si discute che i peli superflui debbano essere eliminati.

La pubblicità per sua natura deve parlare a quanta più gente possibile, quindi deve utilizzare codici di comunicazione quanto più universali possibile, per cui il riferimento più o meno mediato è pressoché sempre agli istinti più basici: fame, sesso, paura. Oltretutto il riferirsi alla voglia di mangiare, congiungersi, proteggersi è effettuato in modo sempre più tecnicamente raffinato, grazie a studi di psicologia dedicata che lasciano molto poco spazio alla capacità di discernimento razionale.
Per inciso possiamo dire che l’enorme sviluppo della pratica della pubblicità e degli studi dedicati, grazie anche alla grandissima quantità di fondi disponibili, ha reso questo mezzo capace di espressioni estremamente raffinate, tanto da rendere alcune performance vere e proprie forme d’arte. La qualità degli strumenti impiegati nulla, però, toglie alla sostanza manipolatoria del mezzo.

Ma la pubblicità serve ad indurre bisogni. Perciò è nata e perciò è coltivata. Ma il destinatario della pubblicità, recettore di enormi quantità di messaggi, che gli dicono che ha bisogno di quel cibo, di quell’abito, di quell’automobile, di quel viaggio, nella maggior parte dei casi non può accedere a quei beni.

E non può accedervi anche perché della ricchezza prodotta dal sistema la maggior parte delle persone non riceve che le briciole. Questo può far pensare che il sistema neoliberale, il sistema dei mercati, produca una grande quantità di frustrazione e quindi di infelicità, come prodotto di scarto.

Il dubbio che val la pena di esplorare, però, è se la frustrazione e l’infelicità non siano piuttosto uno strumento di mantenimento del sistema, purché gestite, purché indirizzate opportunamente.

Attenzione. Tutti i sistemi politici si sono basati su diverse forme di anestesia dei governati: dalle feste, agli spettacoli teatrali alle corse di bighe, ai giochi del Circo, alle religioni. Però quelle distrazioni di massa, in genere lavoravano sulle masse, che masse restavano: i popolani si incontravano, vivevano emozioni collettive, a volte si producevano in sommosse.

Una caratteristica innovativa della anestesia neoliberista dei governati è invece l’avere polverizzato il popolo, riducendolo ad una massa  di individui, una massa tanto incapace di assumere forme definite, da essere indicata come liquida.

Le occasioni di socializzazione sono praticamente avversate: anche la posizione di eventi e rappresentazioni destinate al consumo collettivo sono fruite individualmente: l’esempio della circolazione dei film passata dalle sale cinematografiche prima ai DVD e poi alla distribuzione sulle piattaforme di streaming, insieme agli eventi sportivi,  insieme ai giochi per ragazzi passati dai giochi fisici ai videogiochi di cui si è favorita l’esperienza on-line.

I personal computer, che erano già stati soppiantati nell’uso ludico dalle apparecchiature dedicate ai videogiochi, sono stati a loro volta sostituiti dal device più individuale di tutti: lo smartphone. Quest’ultimo strumento è diventato così pervasivo da riuscire a disgregare anche la compresenza tra pochi: capita a tutti di vedere persone in coppia o intere comitive stare vicino ma ciascuna intenta ad interagire col proprio telefonino.

Non è più fantascienza la proposta di partner virtuali mossi dalle intelligenza artificiale e generati dall’utente in base alle sue preferenze. Il trionfo del solipsismo.

Ovviamente per il mantenimento di una società così composta la scuola non è soltanto inutile:  è dannosa. Dopo aver reso pressoché impossibile lavorare allo sviluppo della persona, in classi pollaio seguite da persone precarie e malpagate (dove riuscivano a lavorare bene soltanto le persone estremamente motivate), si è passati a scuole votate allo sviluppo di “risorse umane” per le imprese. Scuole che coltivassero produttori non troppo fantasiosi e volitivi.

La società frutto di questo sistema è infelice e non potrebbe essere altrimenti. Le persone sono indotte a coltivare bisogni molti dei quali irrealizzabili, gli si prospettano obiettivi spesso irraggiungibili e le si convince che se non riescono è perché non hanno meritato il successo. L’unica protezione sarebbe la famiglia, spesso ridotta a coppia, a cui ci si  attacca disperatamente in assenza di altri punti di riferimento, ma anche la coppia è sottoposta a tensioni che ne aumentano la precarietà. Di fronte a una diffusa sensazione di solitudine e isolamento, gli omicidi – suicidi sono diventati frequentissimi, insieme ad altre reazioni abnormi alle situazioni conflittuali.

Tutto ciò non è un destino immutabile. Non ci si può abbandonare a questo stato di cose. Si può e si deve cambiare.
La cura sono le relazioni vere, fisiche, durature, non solo finalizzate. Una volta c’erano i partiti, o  le Chiese, le quali hanno mantenuto caratteri di superfamiglia e pur attaccate da più parti e affaticate dell’individualismo, hanno resistito meglio di altre aggregazioni.

Ma quello che è da aggiustare è il modo di produrre e quello di consumare. L’iniziativa privata è sicuramente efficace per perseguire l’innovazione ma, se non controllata, si trasforma e si muove con modalità selvagge, regolata dalla legge della giungla: pochi predatori, circondati  da gregari e poi la moltitudine delle prede. E le ultime innovazioni tecnologiche amplificano il problema.

Alla fine il tema è tornare a quell’equilibrio tra economia e politica scritto nella costituzione del ’48, bistrattata e a tratti stravolta dalle modifiche introdotte dalla seconda Repubblica: svilimento dei controlli parlamentari con legge elettorale maggioritaria, spostamento del baricentro legislativo verso le regioni, aprendo la strada a tentativi criptoscissionistici come l’autonomia differenziata. L’impastoiamento del Parlamento con la modifica dell’articolo 81. Adesso anche il tentativo di ridurre ulteriormente la funzione parlamentare e quella del Presidente della Repubblica, blindando il Governo.
Per non dire della drastica riduzione della progressività del sistema fiscale, che si aggiunge alla diffusa e tollerata evasione fiscale.

C’è bisogno di un vero riformismo, che si proponga di tornare allo spirito della Costituente, quella si aveva trovato una sintesi tra gli opposti.

Per farlo bisogna parlare alle persone e metterle in relazione ed esortarle a parlare del loro presente e del loro futuro, senza farselo raccontare da altri.

Disturberemo il manovratore.

La Costituzione repubblicana approvata dalla Costituente ed entrata in vigore nel 1948 è il risultato travagliato di una difficile sintesi , un equilibrio tra diverse culture italiane quella cattolica, quella liberale quella socialista e quella qualunquista, la quale fu un po’ il modo in cui quegli italiani, che avevano appoggiato il fascismo da posizioni defilate, erano rappresentati nella Costituente.

Un equilibrio fragile e destinato a subire attacchi continui non appena le condizioni si fossero modificate.

Certo è che se nei settantacinque anni di vigenza della Costituzione l’attenzione spesa per la sua riforma fosse stata impiegata per la sua applicazione, l’Italia oggi sarebbe un paese diverso.

Appare evidente che le modifiche della Costituzione apportate nel tempo l’abbiano resa meno coerente, meno leggibile e meno efficace rispetto agli obiettivi che si proponeva: una società in cui la politica si esprimesse non solo negli organismi istituzionali, ma anche nella partecipazione negli organismi intermedi. Una società in cui l’indifferenza, che tanti danni aveva creato nei decenni precedenti la seconda guerra mondiale fosse sostituita dalla partecipazione dei cittadini.

I tentativi di modifica della Costituzione – e soprattutto gli ultimi – sono stati tesi a ridurre il controllo parlamentare sul governo e a riduzione le occasioni di partecipazione popolare.

Tutto questo si inserisce nel flusso coerente che ha prodotto la legge sulla regolamentazione – affievolimento del diritto di sciopero e, soprattutto, la riforma del sistema elettorale in senso maggioritario.

La nostra Costituzione In effetti ha un bug: la divisione dei poteri prevista dall’ideologia illuministico liberale è resa in modo imperfetto: il Parlamento ha una funzione sovraordinata rispetto agli altri organi costituzionali, con fortissime attribuzioni di controllo sia sul potere esecutivo sia su quello giudiziario.

Questo perché il Parlamento, eletto direttamente sarebbe l’attuatore della sovranità che, recita l’art. 1, “appartiene al Popolo”. Ma questa impostazione funzionava fino alla riforma del sistema elettorale in senso maggioritario Eletto col sistema proporzionale il Parlamento era una rappresentazione fedele degli orientamenti popolari.

Il Parlamento eletto con il maggioritario, invece, istituisce un’immedesimazione tra volontà parlamentare e volontà del governo tanto forte da sostanziarsi in una liberazione del Governo dal controllo parlamentare, anzi nella trasformazione del Parlamento in una cassa di risonanza della volontà della maggioranza di governo, oltre che di un ammortizzatore capace di catalizzare su di sé la responsabilità delle scelte governative.

L’unica criticità in questo asservimento del parlamento al governo fino adesso è stata costituita dal meccanismo di elezione del Senato della Repubblica, che essendo effettuata per Costituzione su base regionale non garantisce una maggioranza uguale a quella della Camera, eletta su base nazionale. Infatti in tutte le legislature dal ’94 in poi le preoccupazioni dei governi si sono sempre focalizzate sul Senato in cui le maggioranze erano meno stabili e più risicate.

A questo punto coi partiti alleggeriti dalle ramificazioni territoriali e la rappresentanza parlamentare allontanata dai territori anche per la riduzione del numero dei parlamentari il governo è già arbitro mal controllato del gioco politico.

Per metterlo al riparo da scossoni e assolutamente fuori controllo serve soltanto depotenziare la Presidenza della Repubblica e sterilizzare la possibilità che il Parlamento tolga la fiducia.
Se entrasse in vigore la proposta di revisione costituzionale del governo Meloni, il Premier verrebbe eletto insieme al Parlamento (votato con la stessa scheda – come già i sindaci) ed i partiti che gli sono collegati otterrebbero il 55% dei seggi, anche se alle urne non avessero la maggioranza assoluta.

A questo punto, superando la sensazione di deja vu nel Ventennio, viene spontanea una domanda: con un architettura siffatta, quanto conta la volontà di un cittadino?

Basta guardare a quello che hanno prodotto i governi “stabili”: peggioramento delle pensioni, partecipazioni a guerre non volute dalla maggioranza dei cittadini, mancata lotta all’inflazione, mancata cura del territorio e contemporanei tentativi di mettere in cantiere opere faraoniche come il Ponte sullo Stretto di Messina. E tutto questo senza il rischio di essere ‘mandati a casa”.

Con la riforma Meloni si eliminerebbe anche la pallida possibilità che di fronte ad un disastro conclamato i parlamentari sfiducino il governo, inducendo il Presidente della Repubblica a nominare un altro Presidente del Consiglio.

È quello che vogliono gli italiani?

Se questa maggioranza approvasse questa revisione della Costituzione, lo vedremo al referendum.
Noi voteremo NO.

Il contrario di quello che stanno facendo.

Dall’Africa si emigra, le persone fuggono la sete, la fame, le malattie le guerre.
Purtroppo la maggior parte dei mali da cui scappano gli emigranti derivano dalle attività passate e presenti degli occidentali.

L’africa è stata per tanto tempo un luogo da cui estrarre materie prime al minor prezzo e piu di recente il luogo in cui portare gli scarti ed i rifiuti pericolosi.

In più l’africa è uno dei luoghi in cui il cambiamento climatico ha fatto piu danni, a cominciare da siccità e desertificazione.

Perciò l’espressione aiutiamoli a casa loro è intrinsecamente falsa ed ipocrita: l’aiuto maggiore per i popoli africani sarebbe lasciarli in pace. Inutile dire che le multinazionali occidentali non hanno alcuna intenzione di farlo.

Il fatto è che l’Occidente ha bisogno delle materie prime dell’Africa, ma non vuole le conseguenze critiche della propria attività.
I migranti possono essere accolti solo nella misura in cui possono essere utili: così dopo aver sfruttato le materie prime africane possiamo sfruttarne anche la popolazione.

Ma chi può condannare i giovani che dai paesi subsahariani partono all’avventura per fuggire a una vita impossibile?
Può farlosolo quella politica che ha trovato nei migranti il capro espiatorio su cui focalizzare le attenzioni dei popoli europei, a disagio per l’indebolimento dell’attività degli Stati, a cominciare dalle attività di coordinamento e regolazione della società. Il sistema economico dominante vuole stati deboli e o complici

Una società in cui il sistema economico spinge tutti contro tutti verso una competizione senza regole. Una società rinselvatichita in cui ciascuno prende ciò che può senza rispettare l’altro, in cui omicidi e violenze wulle dinn o sui piu indifesi vengono filmati e ostentati sui social. Però per le persone è tanto più rassicurante proiettare fuori dal “noi” verso il nuovo arrivato le proprie paure. In Queste narrazioni il migrante diventa il nemico perfetto.

Questa narrazione, però, ha un difetto: non può indicare una soluzione stabile. Ecco che si trova il super nemico negli scafisti, nei trafficanti di esseri umani, che gestiscono la migrazione. Ignorando che scafisti e trafficanti si limitano a trarre profitto parassitario da dinamiche che preesistono a loro e che ci sarebbero anche senza di loro: i ragazzi verrebbero via dai Paesi africani anche se non ci fossero trafficanti, anche se non ci fossero scafisti.

Se anche l’Occidente smettesse qui ed ora di sfruttare i territori africani (e non sembrano proprio intenzionato a farlo) per effetto di una sorta di inerzia, e prima che la vita neinpaesi di partenza migliori sensibilmente, oper qualche tempo le persone continuerebbero a partire dalle proprie case, in cerca di una vita migliore.

Per questo la soluzione non è trattenere I migranti di là del mare: la soluzione è eliminare i fattori che li spingono a partire e nel frattempo gestire i flussi di persone, che non possono essere fermati nei campi di concentramento. Né in quelli libici né in quelli Turchi né in quelli italiani o greci. E gestire quei flussi significa organizzarsi e accogliere provando ad integrare. Proprio il contrario di ciò che stanno facendo.

Il bello è che i cittadini sono spesso più avanti dei governi: un esempio chiarissimo sono stati i cittadini di Lampedusa, che hanno solidarizzato concretamente con I migranti.

Per questo abbiamo avviato una raccolta di firme su change.org per chiedere che agli abitanti dell’isola di Lampedusa venga conferito il premio Nobel per la pace.

Questo è il link:

https://www.change.org/Il_Nobel_ai_Lampedusani_gente_di_Pace

Ma alla fine a chi interessa la sicurezza sul lavoro?



Avere interesse per qualcosa e interessarsene, averne cura, sono due questioni diverse: la differenza tra l’una e l’altra è misurata dalla consapevolezza dell’importanza della questione per sé.

Purtroppo non pare esserci alcuna consapevolezza dell’importanza della sicurezza sul lavoro.

Non ne sono consapevoli gli imprenditori, altrimenti non spingerebbero i lavoratori a fare prima a rischio dell’incolumità (vedi Brandizzo), non toglierebbero i presidi di sicurezza dai macchinari per ridurre i tempi di lavorazione (ricordate Luana D’Orazio?) e cosi via.

Non ne sembrano consapevoli i lavoratori, che sanno di dover mettere imbragatura e casco mentre stanno sui ponteggi, ma spesso non li mettono, sanno che è obbligatorio essere autorizzati prima di salire sui binari per la manutenzione, ma pur di lavorare accettano di cominciare il lavoro prima che arrivi l’autorizzazione.

Non interessa agli uffici deputati alle ispezioni: se non sono destinati ispettori per i controlli non è certo colpa loro: si controlla ciò che si può, consapevoli che l’incidente può succedere ovunque ed in ogni momento, ma la responsabilità non può ascriversi ad un ufficio svuotato di risorse e senza mezzi.

Non interessa al politico, disposto ad approvare una legge da rivendicare in TV, ma indisponibile a perdere i voti delle imprese incrementando realmente i controlli per fare applicare le leggi. Né vuol perdere i voti dei lavoratori lasciati a casa da un’azienda che chiude, non accettando la riduzione dei margini di profitto.

Questo disinteresse per la sicurezza è solo in parte una scommessa sulla propria fortuna; è più uno dei sintomi del diffuso schiacciamento sul presente: qlla domanda “e se domani..?” “Spesso si risponde “ci penserò domani”.

Ma allora la battaglia per la sicurezza va combattuta in sede formativa. Non solo durante l’addestramento sul lavoro, o nella formazione continua. Deve iniziarsi a scuola. Da bambini.

Anche perché la cultura della sicurezza non riguarda solo la sicurezza sul lavoro, ma anche la sicurezza stradale, la sicurezza dei consumatori e questo sforzo va fatto dallo Stato, perché la società di oggi vive di effimero. Altro che sicurezza!

Se ci sarà consapevolezza , dell’importanza della sicurezza, allora cambierà tutto l’approccio.

Ma serve una forza politica che si faccia carico di questo bisogno di consapevolezza, perché, come si diceva sopra, al momento pare che in giro non interessi a nessuno. Al di là dell’ipocrisia delle dichiarazioni.

Gli scafisti siamo noi.

Questo Governo e questa maggioranza parlamentare, figli della stanchezza e dell’insipienza delle maggiori organizzazioni politiche progressiste italiane, stanno in piedi per gli abbandoni degli avversari: non hanno un progetto per fare crescere il Paese e non possono permetterselo perché fanno gli interessi proprio di quel pezzo di popolo italiano, che cresce senza regole e senza controlli e che mentre  avvilisce il settore pubblico, gli richiede benefici.

Né FdI, né la Lega né Forza Italia si occuperanno mai di far crescere la popolazione scolastica e universitaria effettiva, contrastando gli abbandoni, della lotta all’evasione fiscale o del controllo della qualità degli appalti pubblici: sono stati votati per non farlo.

Però sono stati votati anche da tanti che credono nelle favole, se ben raccontate e da questo punto di vista, se Salvini ha perso un po’ di smalto, la presidente del Consiglio Meloni è ancora in grande attività.

Tra le favole continuiamo a sentire quella dello scafista cattivo, che nella leggenda della destra  porta dei poveracci oltre il mare, e ‘attacca” il nostro Paese, approfittando di una opinione pubblica molle e pusillanime.

Non rilevano i motivi per cui la gente va via da casa propria, figuratevi se si fa attenzione ai modi coi quali sulle sponde orientali e meridionali del Mediterraneo si bloccano le partenze.

Alla destra non interessa sentire parlare dei modi usati da Erdogan in Turchia o delle tecniche usate dai Libici o dai Tunisini.
L’importante è fermare le traversate in qualsiasi modo, anche sparando (con le motovedette fornite da noi) purché lo si faccia lontano dai nostri occhi.

Qui si spiega l’ostilità verso le ONG, le quali, continuando a fare da scomode testimoni e segnalando in avanti in difficoltà, sono accusate addirittura di intralciare i soccorsi con le continue richieste di aiuto.

Intanto le nostre imprese continuano ad estrarre Coltan, cobalto, oro ed altri minerali.
I (pochi) soldi con cui sono pagate le materie prime depredate non vanno tanto alla manodopera -che fa la fame- quanto alle fazioni che si combattono per controllare i territori estrattivi e i commerci.
Il denaro gli serve per le armi. Fornite da noi.

Quindi, le nostre imprese vanno in Africa, portano via a basso prezzo le materie prime mentre vendono armi (e regalano rifiuti speciali) e per farlo bene non fanno attenzione a ciò che succede laggiù.

Poi la gente fugge e cerca di arrivare in un posto dove ci sia cibo, acqua e pace.
Ma noi vogliamo fermarli e paghiamo banditi e dittatori per farlo al posto nostro.

Cosa dicevamo degli scafisti?

la nostra proposta per il XXI secolo.

La Democrazia, il governo del Popolo, funziona bene tra uguali. Una società è danneggiata dalla presenza di persone troppo povere come dalla presenza di persone troppo ricche, perché nell’esprimere la propria volontà, i propri voti, chi è troppo povero è ricattabile e chi è troppo ricco ha la concreta possibilità di cambiare le regole (durante la partita) quando e come vuole. 

L’obiettivo centrale è curare la società dagli eccessi, dalla miseria e dalla opulenza, anche perchè storicamente l‘equilibrio è il presupposto delle società più sviluppate, più armoniche, più felici.

Ma l’uguaglianza non può essere né totale né imposta dall’alto: le persone non sono tutte uguali, anzi sono tutte diverse l’una dall’altra: differenze di tutti i generi, gusti, desideri, sensibilità. C’è chi vuole disporre di più cose – e per questo è disposto a un maggiore impegno – e chi preferisce più tempo libero. Ci sta. C’è anche chi parla di merito, ma questo termine ha senso solo a parità di condizioni e nell’ambito di processi semplici, senza condizionamenti esterni, condizioni che nelle complesse realtà sociali non si verificano mai.

È giusto che chi vuole impegnarsi di più sia libero di farlo e di raccogliere il frutto del proprio lavoro. Però la libertà di fare di più, se non è regolata, spinge naturalmente verso l’inasprimento delle disuguaglianze: chi ha ottenuto un vantaggio tende a stabilizzare i risultati ottenuti, magari per trasferire questi risultati ad altri, i figli per esempio, che così possono   avvantaggiarsi anche senza sforzi propri. 

Qui deve intervenire la spinta riequilibratrice dello Stato, per evitare che la ricchezza diventi un vantaggio incolmabile. Per questo la Costituzione dice che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. 

Tutti hanno diritto a scuole pubbliche e ad università gratuite e funzionanti, perché tutti hanno il diritto di concorrere alla pari ai ruoli sociali di maggiore responsabilità e prestigio.

Tutti hanno diritto al lavoro – pagato tanto da poterci vivere dignitosamente – per avere un ruolo attivo al funzionamento della società.

Tutti hanno diritto a cure mediche gratuite tempestive e di buona qualità, per essere liberi dal timore che una malattia non possa essere curata o li porti alla rovina propria e delle proprie famiglie. 

Sappiamo che il progetto della Costituzione non si è mai realizzato appieno per la resistenza di settori politici e sociali conservatori, ma tale obiettivo rimane il nostro per questo XXI secolo, anzi oggi è più urgente ed è anche più raggiungibile per effetto delle enormi innovazioni tecniche avvenute. 

Alcune riforme sono diventate urgenti, per evitare che l’acuirsi delle sofferenze sociali porti ad una situazione irriformabile. Il fatto che non ci siano alternative risulta  naturalmente inaccettabile per chi nell’attuale stato di cose sopravvive a malapena.

Ma per realizzare qualsiasi riforma bisogna  ricostruire la macchina della Repubblica: Stato Regione ed Enti locali. E’ attraverso queste strutture che  si possono mettere in atto i cambiamenti necessari. Serve un settore pubblico che funzioni veramente, dalla Sanità alla Scuola, all’Assistenza sociale, alla manutenzione del Territorio, alle funzioni di controllo. Oggi non è così. Le amministrazioni pubbliche da più di  30 anni sono state messe nelle condizioni di non funzionare, disattivate: il blocco del turn over ha ridotto e fatto invecchiare il personale e questo stesso personale spesso non ha fruito di aggiornamenti e formazione. La peggiore politica clientelare ha fatto di tutto per infiltrarlo e condizionarne impropriamente l’attività.

Le pubbliche amministrazioni devono tornare nelle condizioni di funzionare, essere messe in grado di utilizzare al meglio le tecnologie dell’informazione e per questo servono funzionari pubblici giovani e preparati, selezionati con concorsi pubblici e destinati a rimanere impiegati stabilmente, al fine di disporre di organizzazioni efficaci al giusto costo. 

Certo la riattivazione della macchina pubblica ha un costo non indifferente. 

Che fare? Bisogna invertire la rotta: ad oggi Stato ed enti pubblici non riscuotono il necessario per funzionare e in più spendono troppo per acquistare beni e servizi, spesso di cattiva qualità. Il dissesto della macchina pubblica non era inevitabile e non è stato casuale. Neutralizzare gli uffici pubblici é stato funzionale alla riduzione di tutti i controlli: sulla riscossione dei tributi, sul rispetto degli spazi e dei beni comuni, sull’ambiente.

Per finire, la neutralizzazione degli Uffici pubblici è servita per offrire all’economia privata proficue occasioni di guadagno, sostituendosi al Pubblico: dalla Sanità alla Scuola, dalle Università alla distribuzione dell’acqua alla mediazione tra domanda e offerta di lavoro, financo alla vigilanza del territorio. Inoltre la politica usa gli uffici pubblici per coltivare il consenso, ponendosi come rimedio “ad personam” per superare le lungaggini burocratiche create dalla stessa politica con norme ambigue, quando non contraddittorie.

La riappropriazione di spazi di attività da parte del settore pubblico non significa negazione dell’iniziativa privata. Questa, se operata nel rispetto dei diritti dei lavoratori, dei consumatori e dell’ambiente è un elemento prezioso di pluralismo e di autonomia individuale. e come tale può svolgere un’importante funzione nell’innovazione dei prodotti e dei processi. Essa non deve essere caricata di costi di assistenza, che devono essere pubblici perché universali e non deve essere assistita da fondi pubblici sotto forma di contributi a fondo perduto, di agevolazioni incondizionate e di altri supporti che gravanti sulla spesa pubblica. 

Inoltre l’iniziativa privata sarebbe avvantaggiata da una macchina pubblica efficace, da controlli veloci, capaci di bloccare le forme di concorrenza sleale e da una veloce e precisa amministrazione delle controversie.

Seguiteci. vi proporremo le nostre priorità.

Just “pro reo”?



Come chiamare il fenomeno per cui la vittima è colpevolizzata per l’evento dannoso subìto?
Il neologismo vittimicidio è gia stato creato per descrivere l’atteggiamento diffuso nella cultura patriarcale per le fattispecie che colpiscono le donne, intimidite, zittitte, maltrattate, violate, perché sarebbero state petulanti, arroganti, inquiete, provocanti.

Ma a ben vedere nel nostro Paese è in voga (e sedimentata) una cultura in cui l’Autorità è flebile e inefficace, quando non addirittura complice: il colpevole viene di fatto lasciato impunito, quando non ammirato per la sua audacia.

Come spiegare altrimenti il Fascismo, il Berlusconismo o il Renzismo?

In Italia siamo lontani dalla bigotta ipocrisia americana: Mussolini poté addossarsi in Parlamento la responsabilità politica dell’assassinio di Matteotti, il Parlamento votò che Ruby era la nipote di Mubarak e Renzi è ancora in Parlamento nonostante abbia silurato Letta dopo averlo rassicurato sul suo appoggio – “Enrico stai sereno” – ed essere stato bocciato al referendum costituzionale del 2016 “se perdo mi ritiro dalla politica”.

In Italia si depenalizza il falso in bilancio, si condonano abusi e cartelle esattoriali, si garantiscono (i colletti bianchi), ci si lamenta per le indagini della magistratura quando riguardano una persona di ceto borghese (senza integrare il personale giudiziario).

In Italia si promuovono o si lasciano al lavoro poliziotti e carabinieri implicati in indagini su fatti gravissimi (es. G8 di Genova, caso Cucchi, etc). In italia i responsabili della morte di giovani lavoratrici subiscono condanne irrisorie.

Gramsci aveva correttamente indicato nell’indifferenza il male dell’Italia, un paese pieno di Don Abbondio laici e no. Gramsci è morto senza sentire la sentenza per cui c’è stata si una trattativa con la mafia ma “a fin di bene”.

In un Paese siffatto i casi dei Matteotti, dei Gramsci, dei Libero Grassi, dei Falcone, dei Borsellino sembrano servire più come esempi da evitare che come modelli da seguire.

In questo scenario esempi come quello di Ilaria Cucchi sembrano alieni: “si è stata brava, ma io non avrei insistito tanto” e comunque queste persone vengono sfruttate,  diluite, dissipate in realtà tutte italiane, in normali come Sinistra Italiana (appunto) insieme ai Sumahoro.

Quindi abbiamo – è giusto dirlo – persone che denunciano: denunciano auto in doppia fila che gli impediscono di uscire dal parcheggio, o ex compagni stalker, denunciano abusi di datori di lavoro disonesti, o intimidazioni di funzionari concussori, denunciano minacce di estortori mafiosi e ndranghetisti,
Ma poi queste persone non ottengono giustizia e neanche sono protette dalle ritorsioni.

Hanno la colpa imperdonabile di essere vittime e di chiedere giustizia e protezione allo Stato.

Perché è lo Stato il grande malato italiano: è malato di debolezza fino all’esanimità. Esanime appunto, senza spirito né volontà. In Italia la trama delle relazioni superfamiliari si esplica in organizzazioni  che, quale che ne sia la natura teorica, tendono a configurarsi come clan, in senso antropologico: qualcosa di prepolitico in cui le relazioni personali e familiari superano in forza e funzione le relazioni formali dichiarate. E questo avviene nelle associazioni e nei sindacati, nei partiti e nelle comunità parrocchiali, nelle Massonerie e nell’Opus dei.

Prima i miei associati, però (per cerchi concentrici) dopo i miei amici, i miei parenti, la mia famiglia, i miei figli.

Questi non sono problemi che si risolvono facilmente o brevemente, ma, se individuati e riconosciuti, possono essere curati. E va fatto. Per rendere il nostro paese abitabile, anche per le vittime. Tutte.

Costruiamo insieme

Noi che viviamo del nostro lavoro Siamo sotto attacco da anni, da parte delle classi dirigenti: manager, grandi imprese ed intellettuali al seguito:

  • hanno reso precario il lavoro: ci pagano meno e hanno cancellato la maggior parte dei diritti;
  • hanno ridotto le pensioni e cominciano a pagarcele molto dopo;
  • hanno ridotto quantità e qualità dei lavori pubblici: crollano ponti e viadotti, le strade non sono manutenute, gli argini dei torrenti non sono controllati;
  • hanno ridotto quantità e qualità dei servizi sanitari: i medici di base hanno troppi assistiti e si trasformano sempre di più in impiegati amministrativi; hanno chiuso molti ospedali pubblici ed hanno esternalizzato molti servizi di diagnosi e di terapia; i posti di pronto soccorso sono sottodimensionati;
  • hanno ridotto quantità e qualità dei servizi scolastici: classi troppo numerose, troppo pochi insegnanti troppi dei quali precari ed hanno trasformato le scuole pubbliche in aziende, e le ospitano in locali fatiscenti e inadeguati;
  • non fanno funzionare gli uffici pubblici: gli impiegati vanno in pensione e non vengono sostituiti da giovani, in più i nuovi assunti non vengono né selezionati né formati; così i controlli non si possono fare e quando fatti sono fatti in modo sbilanciato e iniquo;
  • le università pubbliche sono impoverite e lasciate nelle mani di baroni che gestiscono l’ingresso dei giovani; moltissimi dei nostri migliori giovani ricercatori vanno all’estero;
  • aumentano le sovvenzioni per le imprese e poi tante di queste spostano gli impianti all’estero e chiudono gli stabilimenti, licenziando il personale;
  • aumentano la spesa militare e mandano armi in teatri di guerra, senza lavorare per la pace;
  • mantengono imposte e tasse ingiuste sui lavoratori e sui piccoli negozianti e riducono le imposte sui più ricchi e sulle grandi imprese;
  • ignorano le ingiustizie nel mondo in Palestina, Iran, Turchia, e ignorano gli attacchi alla libertà come a Cuba e in Venezuela. L’unico criterio di valutazione è la volontà degli USA, o in subordine, la volontà delle burocrazie Europee espressione delle cultura dell’arbitrio dei mercati.

Come si vede è difficile rispondere a tutti gli attacchi: ci sono arrivati da tutte le parti e su mille punti diversi.

Dobbiamo cambiare schema: ottenere una società armoniosa in cui tutti abbiano pari opportunità e in cui nessuno sia abbandonato alla miseria.

Per farlo c’è bisogno – adesso- di un’organizzazione che ci rappresenti e che funzioni. Non abbiamo bisogno di uomini o donne della provvidenza, abbiamo bisogno di coordinarci e di farci avanti tutte e tutti, mettendo da parte le differenze di metodo, per trovare modi di lotta che ci mettano d’accordo e focalizzando la nostra attenzione sulle priorità.

Non lasciamo che continuino a spogliarci di tutto.

Innescare la cittadinanza

La vera ricchezza dei popoli sono le persone.
È anche un fatto di numero (una popolazione che si va riducendo e va invecchiando è un problema enorme), ma pur importante il numero è marginale.
È la cultura che trasforma una persona in una forza capace di cambiare le cose, con le idee, la fantasia e la capacità di aggregare altre persone sul lavoro per il raggiungimento di un obbiettivo comune. Ciò perché la cultura è il prodotto delle relazioni con gli altri e con l’ambiente.

Ma perché questa forza sia realmente potente, deve essere innescata: la persona deve diventare pienamente “animale sociale”, cittadino. 

Per questo la #scuola è così importante per un Paese. Una scuola capace di formare persone capaci di relazionarsi col contesto in cui si muovono; contesto che oggi è estremamente fluido e cangiante e per questo richiede robustezza interiore e capacità di adattamento. Ma la scuola deve coltivare anche la disposizione a relazionarsi con gli altri, aiutando a generare interesse e #rispetto per le persone con cui si viene a contatto, coi loro punti forti ed i loro bisogni.

Dalla scuola e dalla sua naturale prosecuzione nelle attività culturali devono nascere le basi su cui costruire la crescita civile e umana delle persone e collettivamente la capacità di un Popolo di esprimere rappresentazioni del mondo capaci, di generare forme di #simbiosi armoniche con l’altro da sé a cominciare dall’ambiente.
Una società che  dà modo a ciascuno di esprimere ogni potenzialità e per questo una società siffatta è capace di  innovare, di evolversi e di resistere alle avversità.

Anche per questo la scuola dev’essere molto, molto di più di una agenzia di preparazione al lavoro: dev’essere una fucina di persone serene, capaci di comprendere il modo e gli altri, capaci di risolvere problemi.

Si. Serve un polo popolare!

C’è un pezzo di Italia che si è stancata di veder partire i figli in cerca di lavoro e di veder dare la colpa ad altri figli scappati dalla fame e dalla guerra che cercano riparo da noi.

C’è un pezzo di Italia che vorrebbe che le tasse fossero destinate ad ospedali e scuole che funzionano e non a cliniche e ad ambulatori privati.

C’è un pezzo d’Italia che vorrebbe controlli pubblici funzionanti sulle condizioni di lavoro e sulla sicurezza.

C’è un pezzo d’Italia stanca di aspettare un futuro migliore e che sta al lavoro fino a 67 anni, guardando i figli precari fino a 40 anni.

C’è un pezzo d’Italia stanca di vedere i milionari spiegare ai poveri che essere poveri è colpa dei poveri e chiedere di pagare sempre meno tasse.

Questa Italia l’hanno costruita Letta e Salvini Renzi e Meloni con Berlusconi a fare da ispiratore.
Ognuno ci ha messo il suo pezzettino.

Gli italiani stanno male e i furbacchioni fanno demagogia strumentalizzando le questioni come migrazioni, Unità Europea, debito pubblico ed evasione fiscale, usandole come clave anzichè curarle.

Intanto le tasse sui ricchi sono state abbassate e le tasse sui poveri sono state aumentate: giù le tasse di successione per i grandi patrimoni su le tasse sulla benzina che paghiamo tutti.

Il m5s ha ottenuto la realizzazione del primo aiuto importante per i poveri: il reddito di cittadinanza e si è intestato un’agenda sociale importante distante dall’agenda Draghi che gli altri partiti vogliono continuare a seguire e si è dichiarato contrario a spedire le armi un Ucraina e ad aumentare le spese militari.

Perché il m5s non si impegna in questa battaglia con coloro che queste priorità le hanno da sempre? Perché non si crea un polo popolare – veramente popolare – con Unione popolare? Che ci fanno Sinistra Italiana e i Verdi con Calenda ed i nuclearisti? Santoro e Montanari vogliono impegnarsi? Benissimo!

Il m5s rimetta in campo la volontà di partecipazione popolare che lo ha fatto nascere e partiamo.
Non è detto per nulla che debba vincere la Destra con le sue falsità.

Ma se lasciamo il PD a difendere l’esistente, quel pezzo d’Italia di cui parlavamo non andrà a votare e la colpa sarà di chi ha chiuso gli occhi ed ha chiesto ancora fiducia per l’ennesima fregatura!

Superbonus 110% Un po’ di chiarezza.

Da ormai due anni non si sente parlare di altro che di Superbonus 110% Ma lo si fa in modi che creano una grande confusione nell’opinione pubblica e anche tra le persone direttamente interessate.

Proviamo a chiarire di cosa si tratta e soprattutto di cosa non si tratta, facendo rapidamente una carrellata su tutti gli intoppi che questo provvedimento ha incontrato nel suo percorso.

CHE COSA E’

Il superbonus 110% è un incentivo basato sulla detrazione fiscale; in pratica lo Stato riconosce al proprietario dell’immobile in ristrutturazione una detrazione fiscale sull’importo dei lavori eseguiti.

Tale detrazione ammonta al 110% del computo dei lavori e viene rimborsata in cinque quote annuali di pari importo.

L’utente può dunque:

  1. Recuperare l’intero importo pagato maggiorato dell’incentivo del 10%, detraendo il totale dalle tasse che pagherà nei successivi cinque anni;
  2. cedere il credito derivante dall’importo pagato, ottenendo una quota leggermente superiore all’importo stesso;
  3. non pagare affatto l’importo dei lavori, ottenendo lo sconto in fattura dall’impresa che, a sua volta, recupererà il credito direttamente, o lo cederà di nuovo.

Questo primo passo ci fa già capire che per il superbonus lo Stato non esborsa neanche un euro, in quanto sia il 100% dell’importo speso sia il premio del 10% in più, saranno recuperati dal proprietario dell’immobile attraverso la detrazione fiscale su quanto si dovrà versare nei successivi cinque anni. Lo Stato quindi non immette sul mercato denaro proprio per pagare il Superbonus, ma si limita a non riscuotere imposte future. Però con l’operazione si genera un grande Incremento di redditi di impresa e di lavoro che incrementeranno la massa imponibile.

Qualcuno potrebbe dire che i soldi non incassati dallo Stato equivalgono a soldi spesi. Ma in pratica i fondi messi in circolazione sono stati immessi dai privati o dalle imprese che hanno concesso lo sconto in fattura. In moltissimi casi per disporre dei liquidi necessari ai lavori ci si rivolge alle banche

Il Superbonus nasce nel 2020 in pieno lockdown, che aveva fatto crollare l’economia di tutti i paesi del mondo. Il Governo italiano si è quindi trovato a dover erogare ristori per far fronte alle perdite economiche subite dalle imprese.

Per il Superbonus furono stanziati 55 miliardi da detrarre dalle entrate 2021 – 2025 ma, quali entrate ci sarebbero state senza incentivi? L’idea fu quella di indurre i privati ad investire subito per ottenere detrazioni in futuro.

Ma passiamo ora all’altro aspetto a cui abbiamo fatto riferimento all’inizio

CHE COSA NON E’

Il Superbonus non finanzia qualsiasi ristrutturazione, non è una semplice ritinteggiatura e non è neanche un semplice miglioramento degli stabili!

Il Superbonus è un intervento complesso che deve obbedire a regole precise:

  1. si deve realizzare almeno un intervento “Trainante” per poter realizzare dopo gli interventi trainati;
  2. ci deve essere un miglioramento energetico di almeno due classi;
  3. si devono usare materiali certificati, marchiati CE e a basso impatto ambientale;
  4. si devono rispettare i massimali e i tetti di spesa imposti per ogni singola lavorazione;
  5. i prezzi delle lavorazioni devono essere congrui con gli studi di mercato sui prezzi medi, espressi nei tariffari regionali o del Genio Civile;
  6. oltre ai tariffari i prezzi devono essere verificati rispetto a massimali generici che riguardano il prezzo unitario dei prodotti o dei materiali utilizzati;
  7. gli importi delle parcelle non sono decisi dal professionista ma vengono calcolati attraverso i parametri di un decreto legge;
  8. ogni S.A.L. deve essere asseverato presso ENEA;
  9. dopo aver ottenuto il nulla osta di ENEA, prima di inoltrare la pratica all’Agenzia delle Entrate, è necessario apporre il “Visto di Conformità”;
  10. sia l’Asseveratore che il Commercialista che appone il Visto devono avere copertura assicurativa che garantisca l’intero importo dell’opera;
  11. per gli 8 anni successivi all’opera, ENEA e AdE faranno controlli incrociati, quindi anche le polizze assicurative dovranno avere tale durata;
  12. fuori catalogo, le banche pretendono il “doppio controllo” su tutte le asseverazioni.

Un provvedimento di tale complessità comporta capacità elevate di chi progetta e dirige l’opera, capacità di realizzazione di chi l’opera la deve eseguire, qualità dei materiali e degli impianti di livello superiore.

Tutto questo, insieme alla scarsa reperibilità di materiali e maestranze fa salire il prezzo della realizzazione.

E’ fisiologico, è una legge del mercato “all’aumentare della domanda aumenta il prezzo”. L’esplosivo lancio del Superbonus ha spinto i produttori di semilavorati a incrementare la loro produzione, facendo salire la richiesta di materiali e, conseguentemente, il prezzo dei prodotti, da qui le pesanti accuse rivolte al provvedimento tacciato come “la più grande speculazione edilizia”.

Ma c’è un altro elemento da considerare: chiunque lavori in ambito superbonus viene pagato a “success fee” ovvero a risultato raggiunto.

I S.A.L. (stato avanzamento lavori) vengono saldati solo dopo il loro raggiungimento, solo dopo le asseverazioni e solo dopo il visto di conformità.

CHI PAGA?

Solo allora il Fisco immette crediti sul “Cassetto Fiscale” di ognuno degli operatori.

E QUINDI?

Qui sopra viene un elemento ulteriore da cui nasce la speculazione.

Fino alla quantificazione del credito di imposta non c’è stato passaggio di denaro ma ora bisogna trasformare i crediti in moneta e come avviene questo?

Sono state narrate storie fantasiose che parlavano di “soggetti” i quali, dovendo pagare molte tasse, convertivano i crediti alla pari guadagnando quel 10% promesso dallo Stato (piccola nota, nel “cratere sismico”, cioè nelle aree del centro Italia maggiormente colpite da fenomeni tellurici, il credito di imposta sale dal 110 al 160%). Però ci sono in ballo tantissimi soldi e tutti vogliono realizzare subito. Naturalmente tra tutti chi ci riesce sono le banche.

Le banche, infatti, da diversi mesi, e cioè dall’emanazione del “decreto antifrodi”, hanno sospeso l’acquisto del credito, costringendo i pochi operatori ancora attivi a cedere il credito a “General Contractor” a soggetti cioè che hanno a loro volta accordi con le Banche e che dispongono quindi di “Plafond” sostanziosi.

Da qui l’affermazione che i 33 miliardi stanziati sarebbero stati accaparrati dai vari General Contractor.

Questi soggetti vanno praticamente in deroga ai paletti stabiliti dal Governo e soprattutto dalle Banche riuscendo a semplificare le procedure di accesso al credito e chiaramente non lo fanno alla pari, come il provvedimento pretendeva che succedesse, ma con ricavi intorno al 20 – 25% in rapida salita (niente di nuovo: un famoso finanziatore prima del Superbonus prendeva il 33%).

Imprese e tecnici sono costretti quindi a lavorare al 75 – 80% della loro parcella con pagamenti che stanno sulla media dei 60 – 90 gg.

Però tra gli addetti al settore circola con insistenza la notizia che la quota destinata alle imprese scenderà rapidamente fino al 60%.

Ricapitolando quindi lo Stato negli anni 2020 – 2022 non ha versato un centesimo ma ha solo rinunciato a delle entrate che non avrebbe avuto senza il Superbonus. Di contro sempre negli anni 2020 – 2022, tutti coloro che hanno percepito incassi grazie al Superbonus hanno creato reddito sul quale hanno dovuto o dovranno versare tasse e contributi.

Quindi non solo lo Stato non ha speso ma ha addirittura incassato cifre più alte di quelle alle quali avrebbe presumibilmente rinunciato.

Il Superbonus quindi crea occupazione, produce reddito (PIL) e se fatto bene migliora il patrimonio immobiliare tanto da renderlo più resistente ai numerosi terremoti e meno energivoro, partecipando a quella transizione ecologica di cui si parla.

Ma il Presidente del Consiglio dei Ministri ha trovato utile battezzare “truffa” il Superbonus, dando il via alla serrata delle Banche che sta mettendo seriamente a rischio di fallimento più di 30 mila imprese in tutta Italia.

Ad oggi la situazione è drammatica: cantieri aperti e non conclusi, imprese che rischiano il fallimento, delusione serpeggiante tra i cittadini che si erano illusi e che ora vivono l’amara esperienza di un blocco di cui non capiscono i motivi e di cui non vedono la scadenza, inoltre TV e giornali, unitamente schierati contro il provvedimento spargono notizie terroristiche col risultato di confondere l’opinione pubblica e facendo odiare quello che sembrava essere un buon provvedimento di rilancio dell’economia italiana post Covid.

Chi ci guadagna?

Valerio Iannuzzi

Sbilanciata e diseguale

Vi sarete accorti che nella nostra società ci sono cose che non vanno bene.

In tanti si sono esercitati ad elencarle, per convincere chi ascolta di avere capito i suoi bisogni.
Sulle soluzioni invece si tende a glissare, perchè necessariamente le proposte accontentano alcuni e scontentano altri.
Il risultato sono personalità e gruppi politici che criticano gli altri e sorvolano o mentono sui propri insuccessi.

La questione è pesante e difficile da risolvere, perchè i cambiamenti da fare sono imponenti: la Repubblica italiana (Stato+Regioni+enti locali) preleva in imposte e tasse molto di più di quanto restituisca in servizi al cittadino. Questo perchè una parte consistente di imposte e tasse vanno a restituire quote di debito contratto coi privati e a pagare interessi a tassi di mercato.

In più per pagare quelle imposte non viene chiesto a tutti lo stesso #sacrificio:
lavoratori dipendenti e pensionati pagano tutto. Imprenditori e liberi professionisti in parte: i lavoratori a partita iva pagano tutto; i piccoli professionisti e le microimprese si fanno uno sconto più o meno consistente; i grandi studi professionali e le imprese medie e grandi, che possono fruire di competenze piu importanti per ridurre le imposte, pagano poco. e si lamentano più di tutti.

Per finire la rassegna, la spesa pubblica segue una ripartizione altrettanto iniqua: il welfare pubblico viene amministrato col contagocce. Scuola e sanità pubbliche, pensioni e servizi ai meno abbienti sono sottoposti a tagli continui di fondi e peggioramenti qualitativi e quantitativi dei servizi. Classi scolastiche di trenta e piu alunni, Ticket per i farmaci, tempi biblici per gli esami diagnostici, riduzione di posti letto, pensioni piu basse, ottenute sempre piu tardi

Invece la spesa pubblica per le imprese – specialmente quelle grandi – è considerata spesa virtuosa e produttiva , perchè le imprese danno lavoro e quindi agevolazioni, sovvenzioni, concessioni e contratti pubblici convenienti (per le imprese).

Il tutto mentre negli uffici pubblici marchiati come covi di #fannulloni, non vengono assunti giovani (o se vengono assunti, sono #precari e ricattabili e gli anziani non vengono fatti aggiornare e studiare. Pare che la politica faccia il possibile perchè gli uffici pubblici non funzionino bene. Cosicché quando i funzionari hanno rapporti coi privati pendano dalle labbra del consulente o del fornitore.

In conclusione, viviamo in una società sbilanciata e diseguale, che si muove per diventare ancora piu sbilanciata ed ancora più diseguale, però a dirlo si passa per estremisti o populisti.

Queste cose vanno spiegate ai cittadini. Solo quando gli elettori capiremo che nessuno può salvarci se non cominciamo ad interessarci noi stessi di politica, solo allora potremo capire che bisogna cambiare proprio tanto e che c’è veramente tanta gente che non vuole proprio che le cose cambino.

Ubuntu

Noi rappresentanti dei popoli provenienti da diversi orizzonti, da diverse culture, da diverse religioni,
Uniti dalla nostra comune dignità.
Insieme al popolo italiano che ripudia la guerra come scritto nella sua costituzione
A nome delle generazioni future

Lanciamo un appello per un cessato il fuoco immediato:

Vogliamo fare tacere le armi,
Vogliamo promuovere il dialogo
Vogliamo interrompere l’insensata corsa al riarmo ,
Vogliamo utilizzare queste ingenti risorse per affrontare le sfide di fronte al genere umano.
Vogliamo uscire da questa cultura materialista del consumo
Vogliamo curare insieme le profonde ferite ambientali inferte da un feroce modello di sviluppo
Vogliamo combattere le ingiuste disuguaglianze sociale ripensando a una ridistribuzione delle risorse.
Vogliamo instaurare una economia fondate sul lavoro, abbattendo la speculazione finanziaria.

NOI, coscienti della nostra parte di responsabilità, ci impegniamo a non alimentare vecchi nazionalismi e nuove prepotenze, conservando la nostra identità umana per contribuire a sviluppare una cultura fedele allo spirito fratellanza e attenta al bene comune. Elemento vitale per dare un futuro pacifico all’umanità.

Ubuntu

“L’aumento della spesa militare: un volano per l’Economia”?.

Lasciateci dire che il dibattito con gli interventisti in Ucraina è diventato stucchevole.
La guerra è un fatto atroce ed iniziarla è sempre un fatto criminale. Indurre persone e popoli ad iniziarla è altrettanto criminale.

Il brutto della guerra è che muoiano persone sia  armate sia disarmate. Ne sono morte a piazza Maidan a Kiev nel 2014 ad opera di cecchini ancora ignoti. Ne sono morte ad Odessa (ricordate la strage nella casa del sindacato?) Ne sono morte in Donbass (circa 14mila dal 2014, ma si continua. Ne stanno morendo in questa maledetta guerra.

Chi ha iniziato? Tra questi ci sono sicuramente la dirigenza politica ed economica russa, quella ucraina e quella occidentale, gli statunitensi in prima fila.

Chi sta morendo? Persone comuni russe e ucraine, oltre a gruppi di stranieri che si sono trovati in quei posti disgraziatamente (come gli studenti ed i lavoratori stranieri, che oggi vengono ricacciati indietro alle frontiere polacche e Ungheresi) o volontariamente, come i neonazisti che sono andati a guerreggiare da una parte e dall’altra delle linee, credibilmente per soddisfare la propria indole, i mercenari pagati dai governi per uccidere, o i volontari che pensano di contribuire in armi alla lotta per la giustizia.

In questo bailamme che giustamente l’ONU, il Papa e i pacifisti chiedono sia fermato, arriva la stampa mainstream e chiede giustizia e la sconfitta del malvagio. È appena il caso di rilevare che il malvagio è il dirigente della parte contraria. È stato Saddam, Sono stati i talebani, adesso è Putin. Intendiamoci: i gruppi dirigenti iracheni, afgani, russi si stanno effettivamente comportando in modo malvagio. Ma a che titolo e con quali criteri l’Occidente sceglie qual è il malvagio da perseguire e come?

Perché Putin è malvagio e i sauditi no?

Un altro aspetto che ci pare rilevante è la classificazione e valutazione dei morti per razza. Il partito democratico sa che siamo noi a vendere e mandare le bombe da lanciare anche sui civili yemeniti? Lo sa. Lo sa.

Il pubblico italiano riesce a distinguere le membra dilaniate di una donna curda da quelle di una donna ucraina? Il pianto di un bambino ucraini da quello di un bambino nigeriano?

E perché solo pochi giornali inascoltati danno peso alla notizia che il giorno due di aprile 2022 due giorni fa) è stato lasciato andare alla deriva e poi affondare un barcone con un centinaio di migranti che fuggivano dalla Libia? Perché solo pochi sanno la notizia che i quattro – solo quattro – superstiti sono stati salvati, portati a bordo da una petroliera che passava e riportati nei lager libici?

Non può essere una questione di distanza: la Libia è molto più vicina all’Italia dell’Ucraina e quel che vi succede ci condiziona eccome.

Gli interventisti dovrebbero dire con chiarezza, se dovremmo intervenire in Ucraina (mandando armi ) perché gli ucraini sono belli e biondi mentre gli altri sono scuretti o addirittura neri, oppure se il motivo è che l’invio di armi -ed il nostro riarmo – è desiderato dalle grandi imprese  come appare con chiarezza nell’articolo del sole24ore di oggi : “L’aumento della spesa militare un volano per l’economia”.

Mentre la spinta alla pace interessa solo ai poveri cristi sotto le bombe. Non a chi quelle bombe le vende.

Racconti di guerra.

Vi ricordate la formula del giuramento in tribunale, tante volte ascoltata nei film? Giuro di dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità.
La verità percepita da chi la racconta ci dà notizie delle cose che avvengono, se è raccontata in buona fede, tutta (senza omissioni) e niente altro (senza aggiunte)
0vviamente è un pio desiderio: chiunque che abbia assistito a qualcosa può farne solo una rappresentazione dal proprio punto di vista.
Però la volontà di essere sinceri aiuta.
Invece
Esiste un rapporto strano tra desiderio di informazione delle persone e volontà di comunicazione del potere: vorremmo sapere e capire quanto più possibile delle crisi mondiali, di pandemia, di Ucraina, di Assange ma la nostra fame di notizie reali e complete viene placata con una valanga di dati parziali, colorati e sfumati con le opinioni, le immagini e con parole cariche di emotività.


In questi giorni è possibile leggere che in Russia il 60-70% dei cittadini è d’accordo con Putin e la sua invasione dell’Ucraina (anzi operazione militare speciale). In Russia il governo informa la popolazione coi canali ufficiali televisivi e radiofonici e sta cercando di sterilizzare tutte le altre fonti di informazione legate ad Internet, a cominciare dai social e da Google.

In Occidente la stragrande maggioranza dei cittadini è di opinione opposta: la Russia sta martirizzando l’Ucraina, che si difende come una leonessa e chiede armi per continuare la difesa della patria.
Europa ed USA buoni – ma responsabili – forniscono all’Ucraina le armi per continuare la sua battaglia, ma non possono arrivare a partecipare a quella guerra imponendo il divieto alla Russia di sorvolare (e bombardare) l’Ucraina. Nessuna No Fly Zone, quindi, perché quasi sicuramente il tentativo di imporla porterebbe alla terza guerra mondiale.

Qualcuno ha dubbi sul fatto che le due opposte narrazioni abbiano lacune ed imprecisioni tanto importanti quanto strumentali?

In Russia la TV non racconta delle bombe sui civili e delle perdite russe. Per i Russi gli Ucraini sono imbevuti di #Nazismo, tanto da rendere necessaria la denazificazione dell’Ucraina.

In Occidente pochi sanno (poco) del neonazismo in Ucraina, di ministri dell’interno nazisti, del fatto che nel Donbass (russofono e ricco) e separatista la lotta contro i secessionisti sia stata affidata a reparti paramilitari neonazisti, inglobati nella guardia nazionale Ucraina, che in otto anni hanno fatto più di diecimila morti. Solo i più informati sanno, poi, di episodi atroci come la strage di Odessa, in cui una sede sindacale è stata assaltata e le persone all’interno uccise o violentate e poi costrette a stare all’interno mentre la sede veniva incendiata. Tutto senza che la polizia Ucraina, presente, intervenisse.
Questi episodi mentre la NATO supportava l’Ucraina nella prospettiva di associarla e di promuovere la sua associazione all’Unione europea.

Se in Occidente pochi sanno di questi fatti è perché la grande massa non accede a queste informazioni, la sintesi dei telegiornali, non gli dà spazio e poco se ne parla anche nei talk show.

Per saperne di più bisogna leggere riviste specializzate, cercare su internet e sopportare la fatica di un vero e proprio lavoro di ricerca e di confronto delle notizie, con una pazienza ed un lavoro di attenzione che la maggior parte non ha interesse a fare.

La complessità, tanto sottolineata a parole, rende più comprensibile la richiesta -anche solo istintiva- di tanti perché ci si sforzi per la pace subito, senza mandare armi (che non hanno mai aiutato la pace) ma promuovendo un “cessate il fuoco” immediato impegnandosi a capire l’altra parte e generando la pace futura sanzionando i belligeranti. Tutti.
Sia chi bombarda i civili a Mariupol sia chi bombarda i civili a Lugansk. Perché un fascista (o un nazista) è cattivo sempre. Sia se combatte in aiuto ai russi, sia se combatte alleato con gli Americani.

Con le armi non si costruisce la Pace

Le analisi geopolitiche e storiche sui motivi del conflitto tra Russia e Ucraina sono ormai note; quella che ci pare più rilevante per il passato e, soprattutto, per il futuro, è il ruolo dell’Unione Europea e della NATO.

I paesi europei tra le scelte ostili alla Russia con l’applicazione di sanzioni importanti hanno deciso di armare l’Ucraina e di rinforzare la difesa nei paesi della NATO confinanti con Ucraina e Russia.

Intanto il popolo ucraino sta vivendo questi giorni sotto i bombardamenti mentre donne e bambini sono costretti ad abbandonare le loro case e affrontare un futuro ignoto.

L’unico modo di liberarli da questo stato di cose è stabilire il cessate il fuoco.

Mentre il popolo Russo sta manifestando contro la guerra pagando di persona, in occidente i cittadini manifestano chiedendo la pace ai propri governanti, responsabili di avere scelto di inviare armi e irrobustire la forza militare occidentale, incrementando la presenza di forze tattiche nei paesi NATO confinanti con la Russia e i suoi alleati.

“Ogni guerra lascia il nostro mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male” dice l’enciclica “ Fratelli Tutti” di papa Francesco, dunque la politica di costruzione di pace sia orientata al disarmo, alla riduzione sistematica delle spese militari ( oltre 60 premi Nobel, tra cui Carlo Rubbia e Giorgio Parisi, lo hanno chiesto nell’iniziativa Global peacedividend) invece che all’incremento del ministero della Difesa

  • Non condividiamo la scelta del Governo Italiano di inviare armi in Ucraina scelta voluta e condivisa dalla maggior parte dei parlamentari che saranno chiamati a rendere conto di questa sciagurata decisione: noi non dimentichiamo!
  • Chiediamo le dimissioni del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio per incapacità manifesta avendo abusato del proprio ruolo in occasione di molte apparizioni televisive durante le quali si è lasciato andare ad espressioni offensive e dispregiative del Presidente della Russia in un momento nel quale di tutto c’è bisogno meno che di alzare i toni dello scontro.
  • Chiediamo al governo Italiano, in ottemperanza all’art. 11 della Costituzione di adoperarsi in ogni modo per favorire l’azione diplomatica volta all’ottenimento del cessate il fuoco.
  • Condividiamo la piattaforma della manifestazione di sabato 5 Marzo promossa da Retepacedisarmo
  • Esprimiamo la nostra piena solidarietà al popolo Ucraino e auspichiamo l’immediato cessate il fuoco

Spetta a noi cittadini e cittadine del mondo agire e conquistare la pace. Rinunciare alla logica della guerra e seguire i princìpi di fraternità e solidarietà non è soltanto auspicabile, ma urgentemente necessario, se vogliamo che la vita umana sulla terra possa continuare.

Riformiamo le pensioni!

l tema delle pensioni, già in discussione da decenni e oggetto di ulteriori aggiustamenti nelle intenzioni del Governo è uno di quei temi chiave che modificano profondamente il funzionamento della società. Le prime riforme delle pensioni andavano a correggere situazioni di squilibrio evidente che avevano consentito ad alcuni lavoratori e lavoratrici di andare in pensione in un’età di grande vigore e di piena capacità lavorativa, tanto che le stesse persone spesso andavano a svolgere altri lavori in autonomia, sommando i nuovi redditi alla piccola rendita acquisita con la baby pensione.

Le ulteriori restrizioni del sistema previdenziale, anche quelle attualmente in discussione, cercano fondamento sull’innalzamento delle aspettative di vita degli italiani, che, sommato alla drastica riduzione delle nascite, stanno comportando un progressivo invecchiamento della popolazione.

Il ragionamento suona pressappoco così: giacché le fasce d’età attualmente in produzione sostengono numeri di persone pensionate molto superiori rispetto a quanto avveniva in passato e poiché il rapporto tra persone produttrici e persone in pensione è destinato a ridursi ulteriormente e progressivamente nel futuro, bisognerebbe porre rimedio, aumentando l’età di pensionamento, per ridurre il numero degli anni in cui la persona vivrà di pensione e per ridurre il peso dei pensionati sui produttori.

Il ragionamento che ho provato a descrivere appare convincente, ma parte da un presupposto dato per scontato: l’invarianza della capacità produttiva delle persone nel tempo, anche in tempi lunghissimi: come se un lavoratore che operava nel 1970 producesse quanto un lavoratore che opera nel 2020. Solo che questa equivalenza non è vera: chi guardi al lavoro negli uffici o nelle fabbriche, nella logistica o nelle vendite si rende conto facilmente di una realtà assolutamente vistosa: grazie alla innovazione tecnologica un lavoratore dei nostri tempi produce una quantità di beni o di servizi enormemente superiore a quella prodotta da un lavoratore di cinquanta anni fa.

Oggi a mandare un messaggio a migliaia di clienti basta il tempo di scrivere ed inviare un messaggio di posta elettronica. Lavoro che può fare una sola persona (due se il lavoro viene supervisionato). Bastano un paio d’ore di lavoro per scrivere il messaggio, se il messaggio è articolato e importante, e bastano pochi secondi per inviarlo.

Negli anni settanta bisognava stampare le lettere, imbustarle e portarle nel luogo di spedizione. Lì sarebbero state spedite nei luoghi di destinazione, dove sarebbero state distribuite. In caso di migliaia di destinatari si può parlare del lavoro di decine di persone , in qualche caso di centinaia.

I miei coetanei ricorderanno che il modello di vendita per corrispondenza una volta erano i cataloghi “Vestro” e “Postal Market” , oggi sostituiti da “Amazon” o “Alibaba” (per i quali oggi appare primitivo anche il sistema di ordine tramite posta elettronica).

Le fabbriche di Fiat ed Alfa Romeo degli anni Settanta con gli attuali impianti di Melfi non hanno confronti, se non, forse, nel trattamento degli operai. Quante automobili uscivano al giorno da una catena di montaggio e quante ne escono oggi? Impiegando quante persone?

Se quanto ho descritto è vero, allora la questione va posta diversamente: oggi e con l’attuale livello di strumentazione tecnologica, il sistema economico quante persone inattive può mantenere? E che età devono avere queste persone? La domanda relativa all’età non deve stupire: Oggi il sistema mantiene in produzione una parte delle persone – gli adulti occupati – mentre mantiene inattive altre persone: minori in età prescolare e scolare, inoccupati, disoccupati, pensionati. Inoltre il progresso delle tecniche induce a ritenere che il numero degli occupati potrebbe ulteriormente ridursi. I processi di automazione nelle fabbriche e l’auspicato impiego massivo della rete Internet nella gestione delle relazioni con le pubbliche amministrazioni, come è già avvenuto con le banche e altre aziende produttrici di servizi, va in quella direzione: ci sarà meno bisogno di lavoro umano.

Che le persone siano educate e formate nei primi anni della vita è cosa utile per loro e necessaria per la società, che con la scuola può dotarsi di cittadini che condividono norme di comportamento condivise (l’esperienza ci insegna che non è sempre vero che l’educazione familiare consegua modelli di relazione sociale desiderabili) quindi è assolutamente opportuno che la prima gioventù sia spesa nella formazione delle persone, che incidentalmente, se meglio formate, saranno anche produttori più capaci e consumatori più educati. Si potrebbe quindi immaginare di far studiare per più tempo i ragazzi e le ragazze.

Ma ad un certo punto sarebbe bene per la società (oltre che per loro) che i ragazzi potessero effettivamente lavorare e guadagnare in modo da affrancarsi dalle famiglie di origine e magari avviare una nuova famiglia con partner e figli. Ad oggi invece abbiamo percentuali inaudite di disoccupazione giovanile: tanti giovani adulti non hanno occupazione e se ce l’hanno si tratta di occupazione precaria, a volte estremamente precaria e spessissimo malpagata. Tantissimi giovani sono imprigionati in quella categoria dei working poors (lavoratori poveri) e non possono rendersi autonomi dalle famiglie di origine. Questa situazione ovviamente deprime la demografia del paese.

A questo punto sorge spontanea alcune domande: a chi giova mantenere inattive o sottoccupate persone di venti o trenta, o quarant’anni e, insieme, mantenere al lavoro persone ultrasessantacinquenni, fisicamente meno efficienti, meno elastiche nell’acquisizione di nuove modalità operative e, spesso, meno motivate? Per quanto tempo potranno protrarsi politiche che comprimono progressivamente la natalità, impedendo la formazione di nuove giovani famiglie? Dobbiamo immaginare un futuro in cui si entra nel mondo del lavoro a quarant’anni e se ne esce a settanta? Settantacinque anni?

Solo che per muoversi nella direzione di far entrare “in produzione” gli adulti giovani e farne uscire gli adulti anziani, bisognerebbe incrementare la spesa pubblica e coprirla con un incremento del volume delle entrate tributarie. Ma il carico dei tributi sui cittadini è già molto lalto. Per aumentare le entrate tributarie, senza rendere eccessivo il carico sui contribuenti, sarebbero indispensabili alcune riforme molto profonde: una riforma della fiscalità orientata ai redditi delle persone fisiche, seriamente progressiva ed orientata ad una lotta all’evasione seria, utilizzando efficacemente l’incrocio dei dati già in possesso delle amministrazioni pubbliche; una effettiva semplificazione delle norme fiscali, per evitare dinamiche elusive e una riforma della contabilità della redistribuzione. Trovare cioè una nuova organizzazione pubblica della previdenza che porti alla trasformazione dell’INPS da ente autonomo a ufficio statale e che affidi la copertura delle pensioni alla fiscalità generale. Direttamente sul bilancio dello Stato, eliminando contemporaneamente i contributi previdenziali così come li conosciamo oggi e riducendo il carico fiscale sul lavoro.

Così si interromperebbe la connessione tra lavoratori finanziatori del sistema previdenziale e pensionati fruitori, facendo entrare nel ruolo di finanziatori del sistema pensionistico i percettori dei redditi più alti, che tra evasione, ed elusione fiscale – anche promossa dalle riforme e dai condoni berlusconiani e leghisti – da tempo si sono visti ridurre l’imposizione fiscale.

Il processo di riforma che si ipotizza dovrebbe mantenere tutta l’attenzione necessaria alla tenuta dei saldi di finanza pubblica, ma – salvaguardando i redditi medi e bassi – dovrebbe ricercare nelle maggiori entrate tributarie, più equamente distribuite, il suo riequilibrio.

Per chiudere un ultimo accenno alla lotta all’evasione: non si capisce perché non si indichino degli obiettivi quantitativi nel recupero dell’imponibile fiscale, cui legare benefiche riduzioni di aliquote per tutti i contribuenti. “Pagare meno pagare tutti smetterà di essere uno slogan quando sarà chiaro quanto si pagherà di meno quando una quantità predefinita di evasione fiscale sarà riportata nella legalità.

Il dubbio è che nell’eterno corteggiamento agli elettori più scaltri, la lotta all’evasione sia un pio desiderio da raccontarsi a mo’ di favola ai bambini per le sere invernali.

Il grande paradosso dell’automazione: perché il socialismo tecnologico Conviene anche ai Capitalisti.


L’automazione totale di ogni lavoro manuale e ripetitivo non è un’ipotesi futuristica, ma un destino economico ineluttabile. I robot non vanno in ferie, non si ammalano, non scioperano e lavorano senza sosta con una precisione geometrica, mentre i loro costi di produzione continuano a crollare. Nel lungo termine, l’unica eccezione a questa regola sarà l’artigianato d’arte, cercato e pagato proprio per la sua intrinseca imperfezione emotiva e umana. Ma se tutta la manifattura e la logistica verranno delegate alle macchine, il lavoro subordinato per come lo conosciamo semplicemente svanirà. E con esso, sparirà anche il reddito da salario per miliardi di persone.
Se la politica decidesse di ignorare questo cambiamento, lasciando che le forze di mercato facciano il loro corso senza regole, l’Italia e l’Occidente scivolerebbero dritti in un “Nuovo Medioevo”. Immaginate uno scenario in cui l’1% della popolazione controlla il 99% della ricchezza mondiale, prodotta interamente dalle loro flotte di robot. Senza stipendi, il ceto medio si estinguerebbe in pochi anni, azzerando i consumi. Supermercati, negozi e ristoranti fallirebbero in massa. Lo Stato, non potendo più tassare i salari tramite l’IRPEF né i consumi tramite l’IVA, dichiarerebbe bancarotta, smettendo di erogare sanità e trasporti. I super-ricchi si ritroverebbero a vivere in cittadelle blindate e “closed communities”, protetti da droni e sistemi di sicurezza automatizzati, mentre fuori il 99% della popolazione della penisola tornerebbe a un’economia di sussistenza, baratto e inevitabili rivolte violente. Un mondo distopico e invivibile per tutti, ricchi compresi.
Ed è qui che crolla il dogma del capitalismo classico, ed emerge una verità sorprendente: evitare questo disastro conviene in primis proprio ai baroni industriali. Questo concetto è stato limpidamente espresso da figure insospettabili, ben lontane dalle ideologie di sinistra. Elon Musk, il più grande imprenditore tecnologico del pianeta, lo ripete ormai da anni: con l’avvento dei robot umanoidi e dell’intelligenza artificiale generale, il lavoro diventerà un’attività opzionale. Musk ha affermato esplicitamente che andremo incontro a un’era di “abbondanza universale”, in cui l’unica forma democratica possibile per evitare il collasso sociale sarà il Reddito Universale di Base (UBI) finanziato dallo Stato. Il motivo è puramente matematico: se le fabbriche automatizzate producono miliardi di merci perfette a costo zero, ma nessuno ha più uno stipendio per comprarle, il sistema capitalista implode per mancanza di clienti. I capitalisti hanno un disperato bisogno di consumatori solvibili per mantenere il valore delle loro aziende.
Come finanziare, quindi, questo welfare del futuro senza mandare in fumo l’economia? La risposta sta nella “Robot Tax”, una leva fiscale pionieristica di cui si discute sempre più spesso nei corridoi di Bruxelles e nei think tank economici. L’idea fondamentale è semplice: se un robot antropomorfo sostituisce un operaio umano, quel robot deve essere tassato simulando i contributi previdenziali e le imposte sul reddito che l’operaio avrebbe versato allo Stato. Non si tratta di punire l’innovazione, ma di spostare il carico fiscale dal lavoro umano ai profitti generati dall’automazione. Questa enorme massa di entrate verrebbe reincanalata direttamente nelle casse pubbliche per finanziare il reddito di cittadinanza e i servizi essenziali.
Quello che ci attende non è la fine del benessere, ma la fine della schiavitù del lavoro per la sopravvivenza. Già nel 1858 Karl Marx, nel suo “Frammento sulle macchine”, previde un’era in cui l’automazione avrebbe ridotto l’uomo a custode dei processi produttivi, trasformando il tempo libero nella vera ricchezza. Nel 1930, l’economista John Maynard Keynes parlava di “disoccupazione tecnologica” come anticamera di una società liberata dal bisogno. Oggi, la tecnologia sta finalmente rendendo reale quella profezia. Lo Stato sociale del futuro, forte di un welfare totale e dell’automazione, non sarà una scelta ideologica, ma l’unico compromesso logico e razionale per la sopravvivenza stessa della civiltà umana.

DDL Valditara: senza interventi educativi, come si prevengono i femminicidi?

Il governo e la violenza di genere: punire sì, prevenire no

Due leggi, una visione. Il 25 novembre 2025, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il Parlamento italiano ha approvato all’unanimità la legge che introduce il femminicidio come reato autonomo nel codice penale, punito con l’ergastolo. Applausi trasversali, dichiarazioni solenni, fotografie di rito. La presidente del Consiglio ha parlato di norme “molto importanti, fortemente volute”. Il ministro della Giustizia di “risultato epocale”. Lo stesso giorno, al Senato, la maggioranza bloccava il ddl che avrebbe riformato la disciplina sulla violenza sessuale introducendo il criterio del “consenso libero e attuale” — il cuore di quasi tutte le legislazioni europee avanzate. Rinviato. Da approfondire. Poi dimenticato.

Pochi mesi dopo, a giugno 2026, la stessa maggioranza approvava il ddl Valditara sul consenso informato: nessuna educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia e primarie, autorizzazione parentale scritta per ogni attività che riguardi affettività o sessualità nelle scuole medie e superiori. Motivazione ufficiale: tutela della “libertà educativa dei genitori”. Effetto concreto: l’Italia si consolida nel gruppo ristretto di paesi europei — insieme a Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria e Cipro — privi di qualsiasi forma obbligatoria di educazione sessuo-affettiva scolastica.

Qualcuno ha letto in queste due vicende una contraddizione. Una destra che si batte contro il femminicidio e poi blocca gli strumenti per prevenirlo. È una lettura comprensibile, ma sbagliata. Non c’è nessuna contraddizione. C’è, al contrario, una coerenza perfetta — e smontarla nei suoi meccanismi è più utile che limitarsi a denunciarla.

Il deterrente che non deterrisce

La criminologia lo ripete da decenni con una chiarezza che il legislatore italiano continua sistematicamente a ignorare: l’inasprimento delle pene non ha effetto deterrente sulla violenza di genere. Lo documentano Alessandro Baratta, Massimo Pavarini, Giuseppe Mosconi. Lo ribadisce una meta-analisi recente che ha analizzato oltre cinquantamila casi in tre continenti. Lo afferma esplicitamente l’Unione delle Camere Penali Italiane nel suo parere sul ddl, definendo la norma una “grida manzoniana” — un provvedimento che serve a sedare l’allarme dell’opinione pubblica, non a modificare il fenomeno.

Gli autori di femminicidio non sono individui che calcolano rischi penali prima di agire. Non si arrestano davanti alla prospettiva dell’ergastolo perché non ragionano in quei termini: agiscono dentro una cultura che normalizza il controllo, il possesso, la sopraffazione. Quella cultura non si tocca con nuovi articoli del codice penale. Si modifica — lentamente, faticosamente — attraverso l’educazione, la formazione, il cambiamento delle relazioni tra i generi a partire dall’infanzia.

C’è poi un dettaglio tecnico che rende la legge ancora più difficile da difendere sul piano della razionalità giuridica: la pena dell’ergastolo per l’omicidio di una donna era già prevista dal codice vigente, nei casi commessi nei confronti del coniuge, del convivente, del partner. Il nuovo reato autonomo di femminicidio non introduce una sanzione che prima non esisteva. Introduce un’etichetta. Una dichiarazione di intenti travestita da norma.

La prevenzione come campo minato

Se l’approccio punitivo è inefficace, l’approccio preventivo è invece documentato. Una meta-analisi del 2023 su oltre cinquantamila adolescenti tra i 10 e i 19 anni — condotta in Europa, negli Stati Uniti e in Asia — evidenzia che programmi strutturati di educazione sessuo-affettiva producono un significativo miglioramento nella capacità di costruire relazioni paritarie, gestire i conflitti, riconoscere e rispettare il consenso, e una riduzione misurabile degli episodi di violenza sessuale tra pari. L’esperienza svedese, con l’educazione obbligatoria dal 1955, documenta una diminuzione della violenza di genere tra i giovani e un netto miglioramento del benessere relazionale. I Paesi Bassi, dove il 93% degli studenti riceve educazione sessuale completa prima dei 15 anni, registrano uno dei tassi di gravidanze adolescenziali più bassi d’Europa.

Il governo conosce questi dati. E sceglie diversamente. Non per ignoranza — sarebbe quasi una attenuante — ma per una logica politica precisa, che vale la pena rendere esplicita.

La coerenza che nessuno vuole nominare

Introdurre il reato di femminicidio non costa nulla sul piano del conflitto culturale. È anzi un’operazione che produce consenso immediato, titoli unanimi, solidarietà trasversale. Non disturba nessuna visione del mondo. Legge il femminicidio come devianza individuale — la “barbarie” di un “mostro” — e risponde con la sanzione che si riserva ai mostri: l’ergastolo. La struttura relazionale, culturale, pedagogica che produce quella violenza resta intatta. Non viene nemmeno nominata.

L’educazione sessuo-affettiva, al contrario, presuppone che la violenza di genere non sia una patologia individuale ma un prodotto culturale sistemico. Che i ruoli, le aspettative, i modelli relazionali trasmessi dall’infanzia contribuiscano a costruire quel sistema di dominanza che può sfociare, al suo estremo, nel femminicidio. Questa è un’ammissione incompatibile con la visione tradizionalista della famiglia, dell’autorità genitoriale, dei ruoli di genere che la destra di governo vuole invece preservare e legittimare. Il ddl Valditara non è solo un freno all’educazione: è la difesa di un modello culturale che non può permettersi di essere interrogato.

La criminologa Isabella Merzagora ha definito la legge femminicidio un “ansiolitico sociale”: uno strumento che calma l’opinione pubblica senza incidere sul fenomeno. È la definizione giusta. Ma il punto è che questa destra non cerca di risolvere il problema — cerca di gestirne la percezione. Il registro punitivo-simbolico è perfettamente funzionale a questo obiettivo: dà l’impressione dell’azione, segnala severità morale, raccoglie consenso. Il registro preventivo-culturale lo contraddirebbe, perché richiederebbe di ammettere che la violenza ha radici in ciò che questa destra considera patrimonio da tutelare.

Le donne, nel frattempo, continuano a morire. Con l’ergastolo in codice e senza un’ora di educazione affettiva in classe.

tra Giungla e caserma

Mercato, libertà e Costituzione nell’età dei neotiranni

C’è una scena che si ripete con inquietante regolarità nella storia del pensiero politico occidentale: qualcuno avverte che la libertà, distribuita senza misura, produce i propri carnefici. Lo disse Platone nel V secolo a.C., nella Repubblica, con un’immagine che suona profetica: il dispensatore di vino deve essere misurato nella mescita, altrimenti l’ubriachezza travolge il simposio. La democrazia sfrenata, avvertiva, genera tirannide — non nonostante la libertà, ma attraverso di essa. Duemilaquattrocento anni dopo, Elon Musk acquista Twitter, Jeff Bezos possiede il Washington Post, e Peter Thiel finanzia candidati che promettono di smantellare le istituzioni che lo hanno reso miliardario. Il simposio è ubriaco. Il dispensatore è sparito.
La vera domanda, oggi, non è come siamo arrivati qui. È se esiste un equilibrio praticabile tra la giungla del mercato deregolamentato e la caserma del controllo statale autoritario — e se, per caso, quel punto di equilibrio sia già scritto da qualche parte. La tesi che voglio sostenere è insieme semplice e scomoda: sì, esiste. E lo abbiamo nel cassetto dal 1948. Si chiama Costituzione della Repubblica italiana.

L’MMA senza recinto: anatomia della deregulation
La competizione capitalistica, nella sua forma classica, assomiglia a una disciplina sportiva: ci sono regole, un campo, un arbitro, e i risultati — per quanto spietati — rimangono dentro un perimetro accettabile. La deregulation sistematica degli ultimi quarant’anni ha tolto il recinto, rimosso l’arbitro e cancellato le regole. Ciò che resta è un’arena in cui vince non il più bravo, ma il più disposto a tutto.
Milton Friedman, in Capitalism and Freedom (1962), sosteneva che la libertà economica è condizione necessaria della libertà politica: il mercato disperso come antidoto naturale alla concentrazione del potere statale. Cinquant’anni di applicazione pratica hanno dimostrato il contrario. La libertà economica senza vincoli non disperde il potere: lo concentra. Lo trasferisce dallo Stato — almeno in teoria democraticamente controllabile — a soggetti privati che non rispondono a nessun elettorato.
Friedrich Hayek, in The Road to Serfdom (1944), immaginava che qualsiasi pianificazione statale conducesse inevitabilmente alla tirannide. Non si chiedeva però chi avrebbe pianificato il pianeta quando fossero stati i mercati a farlo: chi avrebbe deciso l’algoritmo di Facebook, la fiscalità di Amazon, le condizioni di lavoro nei magazzini di logistica. La risposta è: qualcuno — ma quel qualcuno non è stato eletto da nessuno.
Ayn Rand ha completato l’edificio ideologico con la filosofia dell’oggettivismo — la santificazione dell’interesse egoistico come virtù suprema. In La rivolta di Atlante (1957) immagina un mondo in cui i “creatori” si ribellano ai “parassiti”, cioè alla comunità, allo Stato, ai lavoratori che chiedono diritti. È una fantasia che ha trovato attuazione pratica nella Silicon Valley: la cultura del move fast and break things è letteratura randiana applicata all’impresa tecnologica. Musk, Thiel, Andreessen ne sono dichiarati lettori e prosecutori.
Il risultato storico è sotto gli occhi di tutti. Negli Stati Uniti, il paese che ha applicato più fedelmente il dogma, l‘11% della popolazione possiede più ricchezza del 50% inferiore. Trump non è un’anomalia: è il prodotto finale di una disuguaglianza così estrema da aver reso irriconoscibile il demos che dovrebbe sostenere la democrazia. I neotiranni della Silicon Valley non sono eccentrici: sono il coronamento logico di un sistema che ha privatizzato il potere senza privatizzare la responsabilità.

Il collegio: il modello cinese e il prezzo della coerenza
A questo punto, qualcuno indica la Cina. Ed è giusto farlo, perché il modello cinese ha una sua coerenza interna che merita analisi onesta, non liquidazione ideologica.
Il Partito Comunista Cinese ha adottato, a partire dagli anni Ottanta, un capitalismo inquadrato: gli attori privati competono, innovano, accumulano — ma dentro un perimetro definito politicamente. Lo Stato interviene, orienta, corregge, e quando necessario colpisce. Jack Ma sparisce per qualche mese e riappare ridimensionato. Alibaba paga multe miliardarie. DiDi viene delistata dalla borsa americana su ordine di Pechino. Il messaggio è cristallino: potete arricchirvi, ma non siete più grandi dello Stato.
Il risultato economico è, sul piano strettamente produttivo, impressionante. La Cina ha sottratto alla povertà assoluta quasi un miliardo di persone in quarant’anni, costruito un’industria manifatturiera che domina le catene globali del valore, e compete da pari nella corsa alle tecnologie del futuro: intelligenza artificiale, energie rinnovabili, semiconduttori.
Ma il prezzo è quello che nessuno di noi — almeno nessuno che abbia interiorizzato la tradizione dei diritti individuali — sarebbe disposto a pagare. Non c’è stampa libera, non c’è opposizione politica, non c’è diritto di sciopero autonomo. Le minoranze subiscono quello che le organizzazioni internazionali definiscono crimini contro l’umanità. la caserma funziona, ma le sue regole le scrive chi sta in cima, senza possibilità di appello. Carl Schmitt — il giurista che ha teorizzato la supremazia del politico su ogni altra sfera, e che ha messo la sua intelligenza al servizio del nazismo — resta il riferimento teorico di chi crede che l’efficienza richieda la sospensione del diritto. È Schmitt che aleggia sulle politiche digitali cinesi, ed è Schmitt che riemerge ogni volta che un governo democratico invoca l’emergenza per comprimere le garanzie costituzionali.
Il dilemma sembra insolubile: o la giungla o il collegio. O Trump o Xi. O la libertà senza struttura o la struttura senza libertà.

La terza via che non è slogan: la Costituzione repubblicana
Questo dilemma è falso. O meglio: è il dilemma che conviene a chi vuole farci scegliere tra due forme di sottomissione.
La Costituzione italiana del 1948 è uno dei tentativi più sofisticati di rispondere esattamente a questa domanda: come si organizza una società libera senza che la libertà diventi strumento di oppressione? È un documento scritto da persone che avevano appena vissuto il fascismo — l’esempio più nitido di cosa accade quando lo Stato colonizza ogni sfera della vita — ma anche i disastri del capitalismo selvaggio degli anni Venti e Trenta, che il fascismo aveva in parte cavalcato e in parte prodotto.
L’architettura costituzionale risponde al dilemma con una logica che non è né liberista né statalista: è relazionale. I diritti non esistono in astratto, ma in relazione agli altri diritti e alla comunità che li garantisce. L’articolo 41 è il cuore di questa visione: l’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Libertà sì, ma non libertà assoluta. Mercato sì, ma dentro un perimetro di responsabilità sociale.
È la stessa logica che informa l’articolo 1 — la Repubblica fondata sul lavoro, non sul capitale né sul mercato — e l’articolo 3, che alla formale uguaglianza davanti alla legge aggiunge il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Una formulazione che legge la disuguaglianza non come destino naturale ma come problema politico da affrontare attivamente.

Gli autori dell’equilibrio
Karl Polanyi, in La grande trasformazione (1944), dimostra con ricchezza storica straordinaria che il mercato autoregolato è sempre stato un’utopia pericolosa. I mercati storicamente funzionano immersi in relazioni sociali, norme culturali, istituzioni politiche. Quando si tenta di astrarli da questo contesto, la società reagisce producendo patologie: populismo, protezionismo, violenza politica. Polanyi chiamerebbe Trump un movimento di controprotezione — una risposta barbarica a un problema reale, generata dall’abbandono di quelle mediazioni istituzionali che la Costituzione repubblicana aveva invece il compito di garantire.
John Rawls, in Una teoria della giustizia (1971), offre la versione filosofica più raffinata dell’equilibrio costituzionale. Il suo velo di ignoranza — immaginate di dover scegliere le regole di una società senza sapere quale posizione vi spetterà in essa — produce naturalmente una struttura di protezione dei più vulnerabili: non per bontà, ma per razionalità. Un sistema giusto è quello in cui le disuguaglianze sono accettabili solo se vanno a vantaggio dei più svantaggiati. Esattamente quello che la nostra Costituzione, agli articoli 3 e 36, cerca di rendere operativo.
Amartya Sen, in Lo sviluppo è libertà (1999), sposta ulteriormente il baricentro: la libertà non è il punto di partenza da cui tutto il resto deriva — come in Friedman e Hayek — ma l’obiettivo a cui tende uno sviluppo umano autentico. Le libertà sostanziali dipendono da condizioni materiali che il solo mercato non garantisce. Lo Stato non è il nemico della libertà: è spesso la sua condizione di possibilità.

Rappresentanza e governabilità: la stessa battaglia
La deregulation economica e la deregulation istituzionale sono la stessa operazione vista da angolature diverse. Entrambe restringono il perimetro della democrazia reale; entrambe trasferiscono potere verso l’alto, fuori dalla portata del controllo collettivo; entrambe si presentano come modernizzazione inevitabile mentre smontano i dispositivi di protezione che la Costituzione aveva eretto.
In Italia questa parallela ha un nome: governabilità. Pronunciata con il tono della necessità tecnica, questa parola ha giustificato, a partire dalla stagione referendaria del 1993, la più sistematica operazione di compressione della rappresentanza popolare della storia repubblicana. Il proporzionale, si disse, produceva instabilità. Il maggioritario avrebbe garantito alternanza, chiarezza, decisione. Quello che non si disse è che il proporzionale non era il problema: era lo specchio. Rifletteva una società attraversata da interessi realmente plurali. Il maggioritario non ha risolto queste tensioni: le ha espulse dalla rappresentanza formale, lasciandole libere di incancrenire nel corpo sociale.
Il nodo è costituzionale, non solo elettorale. Il Parlamento italiano non è una camera di ratifica dell’esecutivo: è il centro gravitazionale dell’intero impianto repubblicano. Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento. Il Governo nasce dalla sua fiducia. La Corte Costituzionale è nominata per un terzo da esso. Questa centralità ha senso — ha senso costituzionale, non solo formale — soltanto se il Parlamento è la rappresentazione fedele del popolo sovrano. E può esserlo soltanto se è eletto con un sistema che traduce voti in seggi senza distorcere, amputare, silenziare. Il proporzionale non è una preferenza tecnica: è la condizione di possibilità della centralità parlamentare che la Costituzione presuppone.
Il premierato e lo stabilitum che il governo Meloni persegue non sono quindi una riforma contingente: sono il compimento di una traiettoria trentennale. La costituzionalizzazione di ciò che la legge elettorale maggioritaria aveva già fatto di fatto — la sostituzione della rappresentanza con la governabilità, del popolo plurale con il vincitore semplificato. È, ancora una volta, la logica della giungla applicata alle istituzioni: meno regole, meno contrappesi, più velocità per chi è già in posizione dominante.

Attuare la Costituzione: il programma che manca
Il problema dell’Italia non è che la Costituzione sia insufficiente. È che non è stata attuata. L’articolo 41, nella sua seconda parte, è rimasto lettera morta sotto ogni governo. L’articolo 36, che garantisce una retribuzione proporzionata e sufficiente, viene smentito ogni giorno da un mercato del lavoro che produce lavoratori poveri. L’articolo 3, nel suo secondo comma trasformativo, attende ancora un’interpretazione coerente e un’attuazione legislativa all’altezza.
La risposta non è il ritorno al modello statalista degli anni Settanta. È prendere sul serio la Costituzione come progetto politico: regolare i mercati digitali con la stessa determinazione con cui si regolano le banche; tassare le rendite con la progressività prevista dall’articolo 53; garantire il lavoro dignitoso come diritto e non come privilegio; restituire alle istituzioni pubbliche quella capacità di indirizzo che la vulgata neoliberale ha eroso. E insieme: difendere un Parlamento che parli davvero con le voci del paese reale, nella loro proporzione effettiva — perché solo quel Parlamento può esercitare in modo legittimo il controllo sui poteri economici e istituzionali che la Costituzione gli affida.
Platone aveva ragione: il dispensatore di vino deve essere misurato. Ma la misura non è arbitrio — è il risultato di un patto collettivo, scritto in articoli che aspettano ancora di diventare realtà. La giungla ci consegna i neotiranni. la caserma ci consegna i commissari. La Costituzione repubblicana ci offre qualcosa di più difficile e più prezioso: una comunità di persone libere che si danno regole insieme, e insieme le fanno rispettare. Abbiamo già lo strumento. Ci manca, semmai, il coraggio politico di usarlo.

Finite le celebrazioni…

Quarantotto anni dopo, il 9 maggio resta una data che l’Italia non ha ancora davvero metabolizzato. Quel giorno del 1978 il corpo di Aldo Moro fu trovato nel bagagliaio di una Renault rossa in via Caetani, a Roma, a metà strada simbolica tra la sede della DC e quella del PCI. Poche ore prima, a Cinisi, in provincia di Palermo, i resti di Peppino Impastato venivano ritrovati sui binari della ferrovia: la mafia aveva cercato di simulare un attentato suicida. Due morti, due depistamenti, due silenzi che lo Stato avrebbe impiegato decenni a rompere solo parzialmente.

La coincidenza della data ha qualcosa di perturbante. Ma è il parallelismo sostanziale a meritare riflessione. Moro e Impastato non si conoscevano, appartenevano a mondi lontanissimi, incarnavano visioni politiche difficilmente sovrapponibili. Eppure condividevano qualcosa di essenziale: avevano scelto di sfidare un potere enormemente più grande di loro, sapendo — o almeno intuendo — il rischio che correvano. Moro cercava di ricucire fratture sistemiche in un paese bloccato dalla Guerra Fredda, aprendo un dialogo che disturba le grandi centrali d’influenza. Impastato trasmetteva in radio e scriveva sui muri di Cinisi il nome di Gaetano Badalamenti, il boss mafioso che era di fatto il padrone del territorio. Entrambi pagarono con la vita.

Li chiamiamo eroi. E lo sono, nel senso più classico del termine: individui che incarnano valori collettivi e li difendono fino all’estremo limite. Ma la categoria dell'”eroe” porta con sé un’ombra scomoda. L’eroe è, per definizione, eccezione. Il suo sacrificio commuove, ma non trasforma automaticamente la società che lo ha prodotto — e spesso non trasforma nemmeno quella che lo celebra. L’Italia ha intitolato strade a Impastato e ha canonizzato Moro nel pantheon della Repubblica. Ha fatto molto meno per costruire le condizioni strutturali che rendano meno necessari gli eroi: permane un deficit di cittadinanza.

La domanda che quella data ci pone è brutale: a cosa serve la memoria se non produce cambiamento? E soprattutto — nel contesto di oggi — cosa serve per produrre quel cambiamento che Moro e Impastato, ciascuno a modo suo, cercavano di avviare?

La risposta più onesta è che serve un popolo politicamente sveglio. Non nel senso vago e retorico con cui questa espressione viene spesso usata, ma in senso tecnico: cittadini capaci di leggere i meccanismi del potere, di distinguere l’interesse pubblico dall’interesse di parte, di partecipare con strumenti adeguati alla vita democratica. La Costituzione italiana — quella stessa Costituzione che Moro contribuì a scrivere e che Impastato difendeva implicitamente ogni volta che alzava la voce contro la mafia — presuppone esattamente questo tipo di cittadino.

Ma le agenzie che avrebbero dovuto formarlo si sono progressivamente ritirate dal campo. La scuola, sotto la pressione combinata di decenni di riforme orientate alla immediata destinazione lavorativa degli studenti, forma sempre più lavoratori e sempre meno cittadini. L’educazione civica è tornata nei programmi scolastici per legge nel 2020, ma nella pratica quotidiana resta spesso marginale, ridotta a nozioni formali piuttosto che a palestra di pensiero critico.
I partiti, che nella Prima Repubblica — con tutti i loro difetti — svolgevano una poderosa funzione pedagogica attraverso sezioni, circoli, giornali, scuole di partito, sono oggi per lo più comitati elettorali permanenti, attivi a intermittenza e privi di qualsiasi ambizione formativa.

Ma qualcosa – faticosamente – funziona.

Non si tratta di nostalgie o di utopie. Esistono esperienze concrete, recenti, che dimostrano come la formazione civica dal basso produca risultati.
In alcune periferie italiane, esperienze come quelle dei “presìdi culturali” in quartieri a rischio di Napoli o Palermo — realtà che combinano educazione non formale, aggregazione sociale e attivismo civico — mostrano che il cambiamento è possibile anche in contesti più difficilmente permeabili. Non è casuale che molte di queste esperienze nascano proprio nel Mezzogiorno, dove la presenza mafiosa ha storicamente sostituito lo Stato: è lì che la necessità di costruire anticorpi civici si avverte con più urgenza.
Lì dove è piu faticoso.
Però queste iniziative, se isolate presentano margini di rischio enormi

Resta quindi il nodo più difficile: costruire cittadinanza diffusa. Un lavoro lento, dispendioso, spesso ingrato. Chi si impegna in questo senso — nelle associazioni, nei centri culturali, nelle esperienze di educazione popolare — lo sa bene: è difficile coinvolgere le persone senza una risposta visibile nel breve termine, senza la gratificazione di un risultato immediato. E in un’epoca dominata dall’urgenza e dall’attenzione frammentata, questa difficoltà si moltiplica.

Ma forse è proprio qui che la lezione di Impastato e Moro — così diversi, così tragicamente accomunati — diventa più utile: non nell’eroismo del gesto estremo, ma nella scelta quotidiana, ostinata e non spettacolare, di non accettare le cose come stanno. Radio Aut trasmetteva in un paese dove la mafia sembrava eterna e invincibile. Peppino Impastato non aspettava che il vento cambiasse: cercava di cambiarlo lui, con i mezzi che aveva. Facciamo la nostra parte. È ancora l’unico metodo che funziona.

Basta totonomi. Costruiamo il programma.

I giornali riempiono le pagine con il totonomi e le scaramucce sulle modalità di scelta del leader. È comprensibile: fa notizia, genera dibattito, si presta ai titoli ad effetto. Ma è esattamente il contrario di ciò che i potenziali elettori del centro-sinistra chiedono.

Perché quell’elettorato è più composito e più esigente di quanto la politica sembri disposta ad ammettere. Ci sono i moderati che guardano a sinistra senza trovarvi ancora un approdo convincente. C’è una sinistra frammentata — soggetti e gruppi che spesso faticano a parlarsi. E ci sono — dato non trascurabile — quegli italiani che per anni avevano smesso di votare e che al referendum sulla separazione delle carriere sono tornati alle urne, scegliendo il No. Persone che non cercano un simbolo o un volto, ma un progetto in cui riconoscersi.

E c’è un elemento che rende tutto questo urgente, non rinviabile: dopo gli ultimi passi falsi del governo, la tentazione di andare alle urne anticipatamente diventa meno improbabile e meno lontana. Chi si oppone a questa maggioranza non può arrivare impreparato a un appuntamento che potrebbe essere convocato prima del previsto.

Cosa chiedono, concretamente, questi elettori? Di partecipare alla costruzione di un programma. Di trovare risposte serie su questioni che incidono sulla loro vita quotidiana: la distribuzione del carico fiscale, le politiche del lavoro e della sicurezza, il sostegno alle famiglie, le opportunità per i giovani. E poi le pensioni, da ripensare alla luce di un mercato del lavoro che le nuove tecnologie stanno trasformando in profondità.

C’è poi la questione che nessuna forza progressista può continuare a eludere: dove sta l’Italia sulle guerre in corso, sugli armamenti, su quale modello di Europa vogliamo costruire. Abbiamo la guida dell’art.11 della Costituzione cui attenerci.

Affrontare tutto questo è difficile e laborioso. Richiede coraggio, sintesi, disponibilità al conflitto interno. Ma è precisamente per questo che bisogna cominciare adesso, subito, con un confronto trasparente e aperto ai contributi di chi vuole essere protagonista — non spettatore — della politica che verrà.

Sionismo cristiano e Antisionismo ebraico.

Il sionismo è il movimento politico e l’ideologia volti alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina — il nome deriva da Sion, collina di Gerusalemme. Si sviluppò alla fine del XIX secolo, sull’onda dell’inasprirsi dell’antisemitismo in Europa orientale e della crisi seguita all’affare Dreyfus, avanzando le proprie rivendicazioni al Congresso di Basilea del 1897, organizzato da Theodor #Herzl.

Il sionismo sorse come ideologia di una parte minoritaria del mondo ebraico, prevalentemente laica e areligiosa, che auspicava la formazione di uno Stato nazionale degli ebrei come soluzione al permanere dell’antisemitismo. I suoi presupposti fondamentali si basano sull’idea che l’ebraismo non rappresenti una sola religione, ma un popolo dai confini ben definiti e distinto dagli altri, che si sarebbe formato secondo quanto narrato dalla Bibbia e che avrebbe vissuto in diaspora nutrendosi del desiderio di tornare nella “terra d’Israele” — non come riferimento spirituale ma come luogo concreto nel quale costituire uno Stato.
Le due dimensioni del sionismo — quella difensiva e quella costruttiva — hanno agito simultaneamente e in modo intrecciato. Da un lato, l’antisemitismo europeo, culminato nei pogrom dell’Europa orientale, rappresentò un potente fattore di spinta. Dall’altro, il legame con la Terra d’Israele precede di secoli la modernità politica ed è parte integrante della tradizione culturale e simbolica ebraica.

Il Sionismo è diviso in diverse correnti.

Il sionismo non è un’ideologia monolitica. Le correnti storicamente dominanti comprendono il sionismo liberale, quello laburista, quello revisionista e quello culturale. Gruppi come Brit Shalom e Ihud hanno costituito fazioni dissenzienti all’interno del movimento.

Il sionismo laburista è stato per decenni la corrente egemone in Israele. La corrente principale del sionismo, nella formazione dell’Ischuv e poi nei primi vent’anni dello Stato d’Israele, era fondamentalmente laica, ma ha sempre ambiguamente utilizzato le motivazioni religiose per legittimare il diritto degli ebrei a insediarsi in Palestina. Il laburismo, forza politica dominante fino alla metà degli anni Settanta, si rifaceva a una visione universalistica tipica del movimento operaio, ma si ancorava contemporaneamente a una concezione etnocentrica dello Stato.

Il sionismo revisionista, fondato da Vladimir Jabotinsky negli anni Venti, rappresenta la matrice ideologica della destra israeliana moderna. Con la vittoria elettorale del Likud nel 1977 è iniziato un lungo processo di trasformazione degli equilibri politici e del clima ideologico dominante. La crisi del sionismo laburista e di sinistra ha aperto uno spazio per ciò che può essere definito “post-sionismo”.

Il sionismo religioso ha prodotto, nella sua versione più recente, una componente di estrema destra. Il Partito Sionista Religioso (HaTzionut HaDatit), conosciuto fino al 2020 come Tkuma, è un partito politico israeliano di estrema destra fondato nel 1998, che si è poi alleato con formazioni ancora più radicali come Otzma Yehudit. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich — ministri nell’attuale governo Netanyahu — ne sono oggi le figure più rappresentative.

L’antisionismo ebraico. E però non bisogna dimenticare che esistono correnti ebraiche radicalmente opposte al sionismo politico. Per gli ebrei ortodossi più radicali del gruppo Neturei Karta, lo Stato di Israele non ha alcuna legittimità spirituale, poiché secondo la Torah il ritorno nella Terra Promessa può essere operato soltanto dal Messia, non dalla forza militare umana.

Ed esiste anche un sionismo cristiano.

Il sionismo cristiano nasce nell’ambito delle chiese evangeliche, fenomeno globale oggi fortemente sottovalutato da analisti e opinione pubblica. I suoi aderenti sono valutati a livello mondiale in circa 660 milioni, in costante crescita.

I primi esordi del sionismo cristiano vanno cercati nell’Inghilterra della chiesa anglicana di metà Ottocento, con speculazioni “messianiche” sulla “terza Gerusalemme”. Questo retroterra spiega, almeno in parte, il sostegno della Gran Bretagna al progetto sionista, culminato nella Dichiarazione Balfour del 1917.

La colonizzazione del Nuovo Mondo da parte di dissidenti religiosi — calvinisti, Padri Pellegrini, Quaccheri, anabattisti Amish — li portava a identificarsi come i “nuovi israeliti” in un nuovo Esodo verso la Terra Promessa. L’idea di essere il “popolo eletto” e di sentirsi i nuovi ebrei fu il seme di una cultura religiosa che negli Stati Uniti avrebbe mantenuto vive quelle caratteristiche “messianiche”.

La teologia di riferimento è la cosiddetta #dispensazionalismopremillenarista: l’idea di partenza nasce da una lettura letterale di alcuni passi della Bibbia che alludono a un ritorno in massa degli ebrei nella terra promessa. Questa idea viene associata a quella del prossimo ritorno di Cristo nel mondo: non per morire in croce, ma per governare il mondo per i prossimi mille anni, condannando i rei e beatificando i giusti. In questa prospettiva, agli Ebrei tornati in Israele viene offerta una seconda chance: potranno accogliere il Messia ritornato salvandosi, o saranno altrimenti dannati per sempre.

Il sostegno a Israele, in questa visione, non è un atto politico ma un imperativo teologico — e questo lo rende strutturalmente impermeabile a qualsiasi critica basata sul diritto internazionale.

Il sionismo cristiano negli Stati Uniti: ha un’enorme influenza politica.

Negli USA gli evangelici sono stimati tra i 60 e gli 80 milioni di fedeli, pari ad almeno il 25% dei cittadini aventi diritto al voto, di provata fedeltà repubblicana. I sionisti cristiani in senso stretto sono valutati tra i 20 e i 40 milioni di individui.

Già nel 2017 un sondaggio LifeWay rilevava che l’80% degli evangelici americani credeva che la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 fosse il compimento di una profezia biblica destinata a preparare il ritorno di Cristo sulla Terra.

L’organizzazione più potente di questo blocco è la Christians United for Israel (CUFI). Fondata nel 2006 dal pastore John Hagee, a differenza di altre lobby pro-Israele come l’AIPAC — che operano con un approccio pragmatico incentrato su sicurezza e interessi strategici — CUFI si approccia alla questione con un’impronta più teologica. Opera su due fronti: lobbying diretto a Capitol Hill e mobilitazione di massa attraverso campagne coordinate di email, telefonate e lettere. L’annuale convegno di Washington attira migliaia di attivisti, trasformandosi in una dimostrazione di forza e in un’opportunità per indirizzare l’azione dei politici.

Il blocco elettorale degli evangelici è un pilastro fondamentale per il Partito Repubblicano. Per molti candidati, il sostegno incondizionato a Israele è diventato un vero e proprio test di fedeltà, indispensabile per ottenere appoggio anche finanziario. Diventa così estremamente difficile per qualsiasi politico americano prendere le distanze dalle politiche israeliane, anche quando siano strategicamente controproducenti per gli interessi degli Stati Uniti o per le prospettive di pace nella regione.

La simbiosi tra sionismo cristiano e destra americana trova la sua incarnazione più eloquente nell’amministrazione Trump. Lo stesso Trump, in un comizio in Wisconsin nell’agosto 2020, aveva dichiarato che la decisione di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme — riconoscendo la città come capitale di Israele — aveva entusiasmato più gli evangelici statunitensi che gli israeliani stessi.

La figura di Mike Huckabee cristallizza questa deriva in modo clamoroso: pastore battista, sionista cristiano dichiarato, nominato da Trump nel 2025 ambasciatore degli Stati Uniti in Israele. In un’intervista del 2017 aveva dichiarato: “Non esiste nulla chiamato West Bank. È la Giudea e la Samaria. Non esistono gli insediamenti. Sono comunità, quartieri, città. Non esiste l’occupazione”.

Il rapporto con lo Stato di Israele

Questo asse non è privo di ambiguità profonde. Il premier Netanyahu, in un discorso del 2023 davanti a quattrocento leader evangelici, aveva detto loro che erano “i migliori amici che lo Stato ebraico abbia mai avuto”, aggiungendo che senza di loro Israele non esisterebbe. All’epoca di Menachem Begin, negli anni Settanta e Ottanta, il Ministero degli Esteri israeliano aveva identificato gli evangelici come una forza elettorale vitale nella politica americana, trasformando i sionisti cristiani in un elemento chiave della diplomazia di Israele verso Washington.

Eppure il paradosso è strutturale: il 68% degli ebrei americani esprime un giudizio negativo sulla leadership di Netanyahu. Un’associazione di quattordici organizzazioni ebraiche americane ha ufficialmente espresso disapprovazione per la “Legge sullo Stato Nazionale Ebraico” voluta da Netanyahu.

Il sostegno incondizionato degli Stati Uniti si sta rivelando problematico anche per Israele stesso: riducendo le pressioni esterne a moderare le politiche più controverse, ha favorito l’adozione di posture che, nel medio-lungo termine, ne minano sicurezza e legittimità internazionale.

Il sionismo cristiano in Europa

In Europa il sionismo cristiano ha un peso molto minore rispetto agli Stati Uniti, ma non è assente. Le chiese evangelicali e pentecostali britanniche, olandesi e tedesche mantengono reti di solidarietà con Israele. In Gran Bretagna operano organizzazioni come la Christian Friends of Israel e la Churches’ Ministry Among Jewish People, che combinano attività missionarie con sostegno politico allo Stato ebraico.

A livello parlamentare europeo esiste il Christians’ Caucus all’interno dell’Intergruppo parlamentare per la pace israelo-palestinese, mentre il European Coalition for Israel — con sede a Bruxelles — tenta di influenzare le posizioni dell’UE mantenendo vivo un canale tra le chiese evangeliche del continente e il governo israeliano.

La differenza strutturale rispetto agli USA è che in Europa il protestantesimo evangelico non raggiunge la massa critica sufficiente per condizionare la politica estera dei grandi paesi; pesa di più, invece, una solidarietà laica con Israele che affonda le radici nella memoria dell’Olocausto e nell’equazione — politicamente costruita — tra critica al sionismo e antisemitismo.

Il caso italiano

In Italia il sionismo cristiano in senso teologico è una corrente marginale: la cultura religiosa dominante è cattolica, e la Chiesa di Roma ha mantenuto verso Israele un rapporto ambivalente, tra dialogo interreligioso e difesa dei diritti dei palestinesi cristiani. Non esistono, nel panorama italiano, organizzazioni evangeliche di massa paragonabili alla CUFI americana.

Il sostegno a Israele in Italia si articola piuttosto su un asse politico-culturale laico. Esistono reti associative come l’UDAI (Unione di Associazioni Pro Israele), cui aderisce ad esempio l’Associazione Milanese Pro Israele, costituita su iniziativa di cittadini di ogni orientamento politico, religioso e culturale.

Sul versante parlamentare, il Transatlantic Friends of Israel è la rete di parlamentari europei e italiani che si coordina in difesa delle posizioni israeliane. Tra i suoi membri in Italia figurano deputati di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega.

Nel 2025 i partiti di governo hanno ritenuto di procedere a inserire nell’ordinamento italiano una codificazione dell’antisemitismo connessa alla definizione approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), la cui adozione è controversa perché alcune delle sue esemplificazioni includono critiche alle politiche dello Stato di Israele.
Questo tentativo legislativo — promosso dalla Lega con la prima firma Molinari — è esplicitamente osteggiato da parte della sinistra e da giuristi che vi leggono un tentativo di criminalizzare il dissenso politico sulla questione palestinese.

Il paradosso italiano è che dietro il nobile proposito di tutelare i circa 30.000 ebrei italiani — di cui buona parte, a giudicare dalle elezioni nelle comunità territoriali, non si riconosce nel sionismo reale di Smotrich e Ben-Gvir — si cela un intento repressivo per imporre il sostegno alla politica del governo israeliano e l’ostracismo alla solidarietà con il popolo palestinese.

In conclusione possiamo dire che il sionismo non è un’entità monolitica né univoca. Nasce come risposta moderna alla persecuzione, si pluralizza in correnti laiche, religiose, revisioniste e socialiste, e produce — nel tempo — uno Stato che ne incarna le contraddizioni più acute: tra democrazia dichiarata e apartheid de facto, tra diritto all’autodifesa e occupazione militare permanente.

Il sionismo cristiano è il suo moltiplicatore politico più potente nel mondo contemporaneo — non per forza numerica degli ebrei, ma per la massa evangelica americana che lo sostiene per ragioni escatologiche proprie, indipendenti e spesso ignare degli interessi reali della diaspora ebraica stessa. È un’alleanza cinica e teologicamente fondata insieme: utile a Israele per il sostegno militare e diplomatico, utile alla destra americana per mobilitare la base, e potenzialmente disastrosa per entrambi nel lungo periodo, nella misura in cui rende impossibile qualsiasi negoziato credibile.

In Italia e in Europa la questione ha un profilo diverso: meno religioso, più politico e culturale. Ma la tendenza a equiparare antisionismo e antisemitismo — costruita con strumenti legislativi e definizioni internazionali — rischia di produrre gli stessi effetti distorsivi sul dibattito pubblico: marginalizzare il dissenso legittimo, coprire le responsabilità di un governo specifico (quello Netanyahu) con la tutela di un popolo intero, e rendere indicibile ciò che dovrebbe essere al centro di qualsiasi analisi politica seria.

la vittoria migliore.

C’è un tipo di vittoria in cui il nemico viene annientato. È una vittoria illusoria, gracile e temporanea: niente di umano può essere davvero annientato, e prima o poi qualcuno rimetterà tutto in discussione, chiedendo conto e rivincita.

C’è però un altro tipo di vittoria: quella in cui i due avversari, al termine del confronto, trovano la sintesi a cui approdare nel convincimento reciproco. Questa è una vittoria stabile, e rappresenta una crescita per entrambe le parti. I due tipi di vittoria promanano da due tipi diversi di conflitto: nell’uno si vince una battaglia che ammette un solo vincitore; nell’altro si convince.

Il referendum del 22-23 marzo ha sancito la sconfitta di una riforma costituzionale che, con la scusa di curare i mali della giustizia, mirava con ogni evidenza ad alterare l’equilibrio liberale dei poteri sancito dalla Costituzione. Chi la sosteneva cercava una vittoria totale: ha ottenuto una sconfitta netta.

Il campo di battaglia, come spesso accade, è rimasto pieno di scorie. Basta ascoltare le voci di chi ha votato sì in buona fede, convinto che quella riforma avrebbe davvero guarito i mali della giustizia. Queste persone si sentono sconfitte da un nemico malevolo, e questo sentimento riduce — e in parte offusca — il giusto compiacimento per la difesa della Costituzione:
vincere davvero significa convincere queste persone.

Le loro voci ci dicono con chiarezza che la battaglia non è finita, e non lo sarà finché chi ha difeso la Costituzione non riuscirà a mostrare la bontà delle proprie ragioni. Non esistono strade brevi: bisognerà affrontare con serietà ed equilibrio i mali reali della giustizia — a cominciare dalla lunghezza dei processi, dal sovraccarico che grava sul personale amministrativo e sugli stessi magistrati, requirenti e giudicanti.

Sarà altrettanto necessario che la magistratura dia evidenza, in ogni suo atto, della cura di sé: per mostrare al popolo che essa, come ogni potere dello Stato, trae la propria autorevolezza — sia pure indirettamente, attraverso la legge — dalla sovranità di quel popolo, nel cui nome afferma il diritto.

Giustizia italiana: capire prima di votare.

I numeri che nessuno ci spiega

Prima di parlare di referendum, vale la pena guardare i dati. Perché la crisi della giustizia italiana non è un’opinione: è aritmetica.

L’Italia ha circa 10.000 magistrati per 60 milioni di abitanti. Meno della media europea, con uffici che in alcune città lavorano con organici scoperti anche del 20%. I concorsi esistono, ma sono lenti e rari. Nel frattempo le cause si accumulano.

Il personale amministrativo — cancellieri, ausiliari, tecnici — è stato decimato da decenni di blocco del turnover. Un magistrato senza supporto amministrativo produce poco, indipendentemente dalla sua bravura. È come un medico senza infermieri.

Sul fronte opposto, l’Italia conta circa 250.000 avvocati iscritti all’albo. Il triplo pro capite della Germania. Il doppio della Francia. Non è una questione di cultura giuridica: è il segnale di un sistema che genera contenzioso invece di ridurlo, e che non ha mai trovato il coraggio di riformare l’accesso alla professione.

Le norme vigenti in Italia sono stimate intorno alle 150.000. In Germania sono circa 5.000. Ogni legislatura aggiunge migliaia di disposizioni nuove, spesso scritte male, spesso in contraddizione con quelle esistenti. Il risultato è un diritto che nemmeno i professionisti interpretano in modo uniforme — e una Cassazione intasata di ricorsi che esistono proprio per colmare l’ambiguità che il legislatore ha prodotto.


Di chi è la responsabilità?

Sarebbe comodo dare la colpa ai giudici lenti, agli avvocati numerosi, alla burocrazia pigra. Ma queste sono le conseguenze, non le cause.

Le cause stanno nelle scelte politiche degli ultimi trent’anni. Scelte precise: non finanziare adeguatamente gli organici, non semplificare il corpus normativo, non riformare l’accesso alle professioni legali, continuare a legiferare per emergenza invece che per sistema.

Non si tratta necessariamente di malafede. Ma si tratta di priorità: e la giustizia efficiente non è mai stata una priorità reale, perché una giustizia lenta — con processi che si prescrivono, con norme che si prestano a interpretazioni multiple — produce vantaggi diffusi per chi governa e per le reti di interesse che lo circondano. Una giustizia rapida e chiara è nell’interesse dei cittadini. Non sempre nell’interesse di chi legifera.


Il referendum: una risposta vera o una risposta comoda?

È qui che chi è indeciso ha ragione a esserlo. La domanda giusta non è “sei per riformare la giustizia?” — su questo siamo quasi tutti d’accordo. La domanda è: questo referendum riforma davvero qualcosa?

Chi sostiene il NO non difende lo status quo. Vuole un cambiamento, ma rifiuta anche l’idea che una riforma parziale, tecnica, a tratti ambiugua, difficile da comprendere per la maggior parte dei cittadini, possa essere spacciata per la soluzione.

Il sorteggio dei membri del CSM, ad esempio, può sembrare un colpo alle correnti interne della magistratura. Ma un organo scelto per sorteggio non è meno autorevole? Non é, paradossalmente, più esposto alle pressioni dell’esecutivo attraverso canali informali? La separazione delle carriere, senza investimenti reali e una riflessione approfondita e ampiamente condivisa, aggiunge complessità senza ridurre i problemi.

La giustizia italiana ha bisogno di più magistrati, meno norme, personale amministrativo adeguato e una politica che smetta di usare il diritto penale come arena di scontro. Il referendum non tocca nessuno di questi nodi.


Perché il NO può essere una scelta responsabile

Votare No non significa dire che va tutto bene. Significa dire che una riforma sbagliata, o insufficiente, può impedire le riforme necessarie — perché dà alla politica la possibilità di affermare di aver già fatto la sua parte, mentre aumenta il suo controllo sulla magistratura.

Chi rifiuta di aggregarsi ad una tifoseria mostra l’istinto giusto: sente che qualcosa non torna, che la complessità del problema non corrisponde alla semplicità della soluzione proposta. Quell’istinto merita rispetto, non pressione.

Prima di votare, vale la pena chiedersi: se passa questo referendum, quali problemi concreti della giustizia italiana verranno risolti? Se la risposta è difficile da trovare, probabilmente il No è la risposta più onesta: quale sarebbe il senso di procedere per tentativi e forzature di parte?

MEZZA TRUFFA

Mezza truffa. Prendiamo spunto da questa definizione, proposta da Nicola Gratteri durante una delle numerose trasmissioni televisive in cui, in questi ultimi mesi, è stato chiamato a illustrare i dettagli della “riforma costituzionale” sulla quale saremo chiamati a votare il 22 e 23 marzo, e soprattutto a spiegare le ragioni per cui votare NO.
In particolare, la definizione di Gratteri si riferisce al sistema con il quale, secondo la modifica proposta dal governo, dovrebbero venire in futuro designati i tre organi di governo autonomo della Magistratura, che andrebbero a sostituire l’attuale unico organo di autogoverno destinato a garantire, in base alla stessa Costituzione, l’autonomia del potere giudiziario.
La modifica, approvata senza possibilità di modifiche parlamentari e senza la maggioranza qualificata di 2/3 delle sue camere richiesta dalla Costituzione stessa per superare la richiedibilità della consultazione popolare) si caratterizza anche per il metodo di elezione dei tre organi.
Attualmente, a norma dell’Art. 104 della Costituzione (uno dei ben 7 che verrebbero modificati) al CSM, presieduto dal Presidente della Repubblica, “spettano le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”. Quanto alla composizione, “ne fanno parte di diritto il Primo presidente e il Procuratore generale della Corte di Cassazione. Gli altri componenti sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra Professori ordinari di Università in materie giuridiche e avvocati dopo quindici anni di esercizio”..
Questo, l’attuale dettato costituzionale, vanificato dal testo della riforma, che, per cominciare, all’Art. 104, sancisce la suddivisione fra “magistrati della carriera giudicante” e “magistrati della carriere requirente” e quindi istituisce due distinti CSM, uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri. Ma va anche molto oltre, istituendo un’unica ”Alta Corte” a cui è attribuita la “giurisdizione disciplinare”.
In tutto questo, il punto più rilevante, anzi, il classico “dettaglio in cui si nasconde il diavolo”, è che l’attuale metodo della scelta dei membri del del CSM viene sostituito con un sistema teoricamente basato sul sorteggio, e che quindi può essere presentato come imparziale e neutro.
Purtroppo è qui che si viene a configurare quella che Nicola Gratteri non esita a definire una “mezza truffa”, in realtà pericolosamente vicina a potersi prestare, in prospettiva, ad una truffa intera.
Infatti, la nuova norma dispone che i membri “togati”, ossia i rappresentanti dei magistrati, dei nuovi CSM, vengono scelti per sorteggio fra tutti i magistrati in attività, in possesso dei requisiti da definire in una successiva norma di legge, mentre i membri cosiddetti “laici” vengono per metà nominati dal Presidente della Repubblica, e per metà sorteggiati da una lista di soggetti votata dal Parlamento, sempre tenendo presenti i requisiti di professionalità elencati del testo attuale della Costituzione all’Art. 104.
Il punto è che di questo fantomatico “sorteggio” non si sa nulla. Non è difficile capire che il numero dei componenti di questa “lista” scelta – non si sa ancora come – dalla politica è di primaria importanza per garantire l’imparzialità del sorteggio. Mentre i magistrati verranno sorteggiati in un serbatoio di circa 8.000 nomi (senza peraltro la garanzia che escano dall’urna i nomi dei più esperti e preparati), la lista compilata dal parlamento sarà necessariamente ristretta, e con ogni probabilità con ciascun nome sottoposto ad un vaglio politico.
Questo rischio concreto di ingerenza della politica in un organo così delicato come l’Alta Corte, specificamente incaricata, come abbiamo visto, della funzione disciplinare, non può e non deve passare inosservato come se fosse un dettaglio tecnico. Tanto più considerando che, mentre contro un eventuale provvedimento disciplinare del CSM un magistrato, attualmente, può presentare ricorso alla Corte di Cassazione, la nuova normativa esclude questa possibilità. Il ricorso può essere presentato soltanto alla stessa Alta Corte che ha emesso il giudizio, e questa (per quanto mitigata da qualche correttivo cosmetico) è una stortura giuridica probabilmente inesistente in qualunque ordinamento.
Quindi, ciò che viene presentato come un metodo di scelta asettico, imparziale, puramente statistico di designare i componenti di quelli che dovrebbero essere organi di garanzia, si presta in realtà a manovre opache a cui, come sappiamo, la politica è tutt’altro che estranea. Sarebbe un altro mezzo, più o meno sottile, di minacciare l’indipendenza del Potere Giudiziario – che, non dimentichiamolo, è la suprema garanzia del rispetto della legalità per tutti i cittadini – senza che questo costituisca in alcun modo un miglioramento di quelli che sono i reali problemi, e cioè i tempi della giustizia, sia civile, sia penale, allungati a dismisura soprattutto dalla semplice mancanza di mezzi e di personale negli uffici.
La “riforma” è solo l’introduzione di un supplemento di burocrazia macchinoso, a serio rischio di manipolazione da parte degli altri poteri della stato, e che smonta un’architettura studiata dai Costituenti per il corretto funzionamento delle nostre istituzioni.
Per questo voteremo NO.

DI Marina Boagno