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Chi paga, chi evade, chi incassa.

Non tutte le scelte politiche hanno un contenuto economico immediato. Le politiche sui diritti civili, sulla sicurezza pubblica, sulle forme di rappresentanza, incidono sulla vita dei cittadini in modi che non si misurano facilmente in euro. Ma esistono scelte — quelle fiscali, quelle di spesa, quelle sui trasferimenti a famiglie e imprese — che hanno effetti redistributivi diretti, espliciti, quantificabili. Sono scelte che decidono chi guadagna e chi perde, chi contribuisce e chi viene risparmiato.

Su questi temi la politica italiana ha storicamente tenuto un atteggiamento biforcato: generosa e aggressiva all’opposizione, reticente ed elusiva al governo. La giustificazione è sempre la stessa — non ci sono fondi — ma la giustificazione è falsa, o almeno parziale. Il problema non è la scarsità assoluta di risorse, ma la loro distribuzione: ci sono abbastanza fondi per accontentare chi sa farsi sentire; non abbastanza per tutti gli altri.

Le entrate: chi paga davvero

Il primo nodo è strutturale e riguarda la composizione del gettito fiscale. In Italia le imposte indirette — IVA, accise sui carburanti, imposte sui consumi — colpiscono indistintamente ogni classe di reddito. Chi guadagna diecimila euro all’anno e chi ne guadagna duecentomila pagano la stessa aliquota IVA sul pane, sulla benzina, sulle bollette. Le imposte dirette rappresentano il 57% del totale delle entrate tributarie, mentre l’IVA da sola pesa per circa il 30% (Bollettino Entrate Tributarie Internazionali, MEF, aprile 2025). Un peso enorme, e strutturalmente regressivo.

Sul versante delle imposte dirette, che in teoria dovrebbero distinguere tra redditi alti e redditi bassi, la realtà è ancora più sconfortante. La quota dominante del gettito IRPEF è prodotta dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, tassati alla fonte senza scampo. Le rendite finanziarie e quelle immobiliari, in percentuale, pagano meno. Gli autonomi e le imprese di dimensioni medio-piccole beneficiano di un sistema che — non per vocazione morale ma per architettura normativa — consente margini di sottrazione fiscale che il lavoratore dipendente non potrà mai permettersi.

Va però riconosciuto, con onestà, che questa categoria non è omogenea. Esistono lavoratori autonomi e liberi professionisti fiscalmente corretti, che dichiarano integralmente i propri redditi e sopportano un carico fiscale e contributivo elevato, senza le tutele — malattia, maternità, ammortizzatori sociali, TFR — di cui gode il lavoro dipendente. Questi contribuenti onesti subiscono una doppia penalizzazione: competono in condizioni di svantaggio con colleghi disonesti che abbattono il costo dei propri servizi grazie all’evasione, e si trovano esposti, più di chiunque altro, alle inefficienze della pubblica amministrazione — tempi biblici per autorizzazioni, pagamenti, rimborsi fiscali, accesso ai servizi — che per chi non ha un datore di lavoro si traducono in perdite dirette di reddito e di tempo. La soluzione non è l’indulgenza verso chi evade, ma la costruzione di un sistema di controlli efficace che smetta di premiare la disonestà e restituisca parità competitiva a chi le regole le rispetta.

Quanto vale il gap complessivo dell’evasione? Secondo la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva pubblicata dal MEF, nel solo 2021 sono stati evasi 82,4 miliardi di euro (Lavoce.info, ottobre 2024). Le stime più recenti dello stesso Ministero indicano un’evasione fiscale complessiva di circa 100 miliardi di euro l’anno, cifra che non include l’evasione legata all’economia sommersa (MEF, Relazione annuale 2024). La componente più rilevante riguarda l’IVA, stimata intorno ai 35 miliardi di euro annui, seguita dall’IRPEF non dichiarata e dall’IRES delle società. Non sono numeri marginali: sono risorse sistematicamente sottratte alla collettività, con l’indulgenza tacita di una politica che ha tutto l’interesse a non disturbare la propria base elettorale di riferimento.

La spesa: parsimonia selettiva.

Dal lato della spesa, da decenni si assiste a una progressiva compressione delle spese correnti, classificate come “meno produttive” rispetto agli investimenti. Il risultato è visibile a occhio nudo: strade dissestate, opere pubbliche che si deteriorano, amministrazioni svuotate di personale. Il blocco delle assunzioni, protratto in modo irrazionale per anni, ha paralizzato non solo il welfare pubblico — sanità, scuola, previdenza — ma anche le funzioni minime dello Stato: giustizia, sicurezza, pubblica amministrazione centrale e locale. Ne ha beneficiato il mercato privato, che si è insediato negli spazi lasciati vuoti, con il prevedibile aumento delle disuguaglianze nell’accesso ai servizi.

A questo regime di austerità generalizzata fanno eccezione, miracolosamente, le erogazioni alle imprese: esenzioni fiscali, agevolazioni all’accesso al credito, contributi a fondo perduto. La giustificazione è sempre la stessa: queste imprese creano lavoro. Vero. Fino a quando non decidono di smettere di crearlo in Italia.

Fiat è l’esempio più citato, e con ragione: decenni di sussidi pubblici, poi la progressiva migrazione produttiva verso l’estero, fino alla fusione con PSA e alla nascita di Stellantis, con sede legale ad Amsterdam. Ma il copione si è ripetuto altrove, e continua ancora oggi. Nel 2018 Whirlpool chiuse lo stabilimento piemontese della controllata Embraco, tagliando 500 posti per trasferire la produzione in Slovacchia — dove il costo del lavoro è più basso e la fiscalità più conveniente. Nel 2024, dopo l’acquisizione da parte del gruppo turco Arçelik e la nascita di Beko Europe, arrivò l’annuncio della chiusura di tre stabilimenti italiani con quasi 2.000 esuberi. Solo una lunga vertenza e l’impegno finanziario dello Stato hanno scongiurato, per ora, il peggio. Dodici anni di cassa integrazione, decenni di sussidi pubblici: ogni volta lo stesso copione — la multinazionale incassa, poi presenta il conto ai lavoratori e allo Stato.

Il debito pubblico: a chi vanno i soldi.

C’è un capitolo che viene raramente nominato nel dibattito pubblico, eppure è decisivo per capire dove finisce il denaro dei contribuenti. Da molti anni le entrate dello Stato superano le spese primarie — ovvero tutte le spese escluse gli interessi sul debito. Lo Stato, in altri termini, produce un avanzo primario: preleva dal sistema economico più di quanto non restituisca in servizi e investimenti. La differenza viene trasferita ai detentori del debito pubblico.

Chi sono? Secondo le rilevazioni di Banca d’Italia e dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, circa il 14% del debito è in mano a piccoli risparmiatori privati; il resto appartiene a investitori istituzionali — banche, fondi, compagnie assicurative — italiani e stranieri. Banca d’Italia sta progressivamente riducendo la propria quota, mentre cresce quella delle famiglie tramite polizze vita e fondi pensione. La redistribuzione, in questo schema, avviene in senso inverso rispetto a quanto proclamano i programmi elettorali: dai redditi da lavoro verso i redditi da capitale.

Che fare.

Ricomporre questo squilibrio richiede interventi su più livelli, che non possono essere elusi rimandando a tempi migliori.

Il primo è il ripristino di una progressività fiscale effettiva. Non si può continuare a tartassare lavoratori dipendenti e pensionati — che non hanno né la possibilità né gli strumenti per sottrarsi — mentre rendite finanziarie e immobiliari godono di aliquote di favore. Combattere l’evasione è necessario, ma non sufficiente: bisogna prima rimuovere le condizioni strutturali che la rendono conveniente, a partire da un sistema impositivo che smetta di penalizzare chi dichiara tutto e non premia chi non lo fa.

Il secondo è il finanziamento adeguato delle funzioni pubbliche: sanità, scuola, giustizia, sicurezza, amministrazione. Non come spesa improduttiva da tagliare, ma come investimento nella coesione sociale e nel funzionamento dello Stato di diritto. Ma sarebbe disonesto fermarsi qui. Chiedere ai cittadini — e in particolare a quelli che già pagano — di finanziare una macchina pubblica più grande senza contestualmente pretendere che quella macchina funzioni sarebbe una posizione politicamente fragile e moralmente incoerente. Efficacia ed efficienza della gestione pubblica non sono slogan liberisti: sono condizioni imprescindibili di legittimità. Uno Stato che chiede di più in tasse e restituisce code agli sportelli, pratiche perse, rimborsi che non arrivano, appalti mal gestiti e servizi scadenti non merita la fiducia dei contribuenti, e non la otterrà. Riformare la spesa pubblica — misurandone i risultati, responsabilizzando i dirigenti, premiando le amministrazioni virtuose — non è un’alternativa alla giustizia fiscale: ne è la precondizione politica.

Il terzo, più impopolare ma ineludibile, è una revisione della fiscalità sul patrimonio. Non una patrimoniale indiscriminata che colpisca i risparmi delle famiglie medie, ma un’imposta sulle grandi ricchezze e, prima ancora, una riforma sostanziale delle imposte di successione. Tutti i principali Paesi europei applicano regole più stringenti di quelle vigenti in Italia; fino agli anni Novanta anche il nostro ordinamento era molto più rigoroso. I margini per recuperare gettito da questa fonte esistono, e sarebbero socialmente più equi dell’alternativa attuale: continuare a finanziare lo Stato attraverso l’IVA e le accise, tasse che non distinguono tra ricchi e poveri.

Meglio far pagare chi ha che continuare a tartassare chi non può sfuggire.

Nani (e ballerine) sulle spalle di giganti.

In Italia abbiamo avuto statisti. Alcuni di loro avevano anche cura del popolo italiano e tra questi ultimi me ne sovvengono due che non sono più tra noi: Enrico Berlinguer e Aldo Moro. Ne abbiamo avuti anche altri, successivamente, oggi vivi e vegeti, ma questi personaggi sono ai margini dell’agone politico. È gente che giocava un altro gioco, oggi in disuso. Cercavano di modificare la realtà, consapevoli della difficoltà di realizzare i loro progetti e per questo erano misurati nelle scelte e nelle dichiarazioni, usando una certa prudenza nel raccogliere il consenso, peraltro meno – assai meno – mobile di adesso.Quei tempi sono lontani. Oggi nel rapporto con la società civile la politica è agita molto più come gestione dello stato di fatto: per gran parte degli attori ha perso l’ambizione di cambiare i rapporti di forza esistenti nella società, e si muove per occupare posti di guida senza però ambire a decidere la destinazione.A questo gioco l’unico precetto è vincere o, alla peggio, continuare a giocare. Ogni altra prescrizione è tattica. Per i più capaci è strategica: l’etica è un’immagine ostenta per puro calcolo tattico. A gente così sarebbe ingenuo chiedere sincerità. È invece lecito aspettarsi furbizia, al più arguzia.E arguto è stato l’annuncio di Meloni di una mozione di maggioranza in Parlamento, a chiedere il riconoscimento dello Stato di Palestina a condizione però che gli ostaggi siano liberati e che Hamas sia estromessa dal “governo” di Gaza. Nello stato attuale delle cose si tratta di due condiciones diabolicae, per dirla coi giuristi: due condizioni impossibili da realizzare e sicuramente da determinare. In pratica la nostra Presidente del Consiglio ha manifestato – usando altre parole – gli stessi propositi di Netanyahu: prima bisogna sconfiggere Hamas e (of course) liberare gli ostaggi, un pio desiderio tanto sbandierato quanto non realmente sentito, quest’ultimo, visto che Netanyahu non si è proprio sforzato troppo di riportare a casa quelle persone (e le loro famiglie se ne sono accorte). In pratica la nostra premier ha buttato la palla nel campo avverso, a vantaggio della stampa amica, che potrà accusare l’opposizione che chiede il riconoscimento della Palestina, di non esecrare Hamas a sufficienza.Meno spendibile la richiesta del nostro Ministro degli Esteri ad Israele: di fonte alla prosecuzione degli attacchi contro la Global Sumud Flotilla, Tajani avrebbe chiesto: “Israele tuteli chi è a bordo” confermando che riconosce in Israele la provenienza degli attacchi, senza condannare quello che è a tutti gli effetti un atto di pirateria ma limitandosi ad una richiesta/implorazione di salvaguardare la vita dei naviganti. Se dovesse morire qualcuno, il Governo dovrebbe districarsi in un ginepraio, considerato, ripetiamo, che gli attacchi alla Flotilla sono patentemente illegali per il diritto internazionale.Però alla fine, a parte l’amaro in bocca per essere governati da codesta gente senza qualità – o, se si preferisce, con queste qualità, sale su una domanda: ma così non risulta evidente una forma di complicità del governo Meloni con l’attività del governo israeliano, che ormai in tanti definiscono genocidio?

Afascismo

Ogniqualvolta nell’attuale dibattito politico italiano qualcuno lancia un allarme fascismo si trova qualche esponente della Destra politica (o giornalistica) pronto a negare l’allarme: il fascismo sarebbe finito alla fine della seconda guerra mondiale.

Tale affermazione è infondata. Meloni e FDI sono obiettivamente gli eredi del Fascismo per il tramite del #neofascismo degli anni ’60 e’70, riferimento per tanti dei loro elettori.

Però, a mio avviso, Meloni non attribuisce al Fascismo storico più importanza di tanto: non può condannarlo nettamente per non perdere  seguito, ma non ne trae diretta ispirazione. Certo non ideologica, quanto meno.

Come potrebbe, d’altronde, trarre ispirazione dal nulla? Qual era l’ideologia fascista? Il Fascismo collezionava al suo interno visioni, posizioni e comportamenti diversissimi e a tratti contraddittori. Solo il culto della personalità del Duce faceva da collante. Ricordate? “Mussolini  ha sempre ragione”. Per questo la figura di Mussolini è così importante per i fascisti: cosa c’era oltre quello?

Però in effetti un culto della personalità (in miniatura ma coltivato con impegno)  riguarda anche Meloni, che – obiettivamente – spicca senza particolare fatica nella compagine governativa che cerca di guidare.

In effetti c’era un tratto caratterizzante il fascismo: il netto rigetto di tutte le forme di  socialismo e di ogni forma di conflitto di classe mirante ad un cambiamento degli equilibri della società. Ma tale rifiuto non definisce il fascismo, se non per il fatto che l’azione fascista a difesa dei poteri economici consolidati era ostentatamente violenta.

L’anticomunismo/antisocialismo è patrimonio comune ed essenzialmente inscindibile della “società dei mercati”. La socialdemocrazia è stato un esperimento interessante (e sospettosamente monitorato) ma  – mi chiedo – sarebbe stato possibile senza l’esistenza dell’Unione sovietica? Certo non le è sopravvissuto.

Tornando a Meloni, il suo dichiarato “afascismo”, all’insegna di una pragmatica quanto interessata acquiescenza agli interessi americani e delle oligarchie internazionali, si sostanzia in un approccio formalmente perbenista, epperò non rassicura: in primis perché promuove la crescita nella società di istanze francamente violente (verbali ma non solo) avvelenando il dibattito politico e in secondo luogo perché continua a premere sui pilastri dell’architettura costituzionale del Paese, in primo luogo la tripartizione liberale dei poteri, promuovendo forme di democrazia autoritaria in cui il governo in quanto derivante dall’investitura elettorale sarebbe  al di sopra delle leggi – legibus solutus.

D’altronde  gli spunti di questa Impostazione si evincono già da diverse norme del decreto sicurezza, a cominciare da quell’art.31 che consente ai servizi di intelligence nazionali di compiere determinati reati, inclusa la direzione di associazioni terroristiche in operazioni sotto copertura, senza incorrere in sanzioni penali, come se in Italia non ci fosse mai stata una strategia della tensione.

Per non parlare dell’aggressione alla magistratura costituita dalla riforma Nordio.

D’altronde, al di là delle proteste e delle rassicurazioni del ministro della giustizia, la postura di questi nei confronti, della magistratura sia nazionale (sia internazionale – vedi caso Almasri) non lascia spazio e grandi dubbi, al di là dell’afflato garantista (limitato però ai colletti bianchi) di coloro che ricercano nella separazione delle carriere la piena realizzazione del processo accusatorio e con questo pensano di risolvere i problemi della giustizia italiana.

Tornando all’afascismo – una sorta di non fascismo non antifascista – questo presenta tutte le componenti dell’essenza più profonda del fascismo: protezione del potere economico dalle rivendicazioni di classe, fino alla obliterazione del conflitto democratico con un ostentato vittimismo che giustifichi l’impiego di norme contro le protesta,  estrema flessibilità delle pratiche e dei valori per adattarsi alla mutevolezza dei contesti e poi il collante, essenziale: il culto della personalità del leader, reso iconico dalla propaganda.

Il disegno della nostra Costituzione non è mai stato tanto in pericolo.

Risorse umane?

L’economista italiano Piero Sraffa ha scritto “Produzione di merci per mezzo di merci”.

Un portato del nostro tempo è considerare merce  il lavoro umano e la persone “risorse umane”. Non fini ma mezzi. Mezzi di produzione. Su cui risparmiare. Massimizzare i ricavi e minimizzare i costi.

Solo che una caratteristica ineliminabile delle risorse umane è che hanno un affitto da pagare e la spesa da fare.
Il problema è quando le imprese focalizzano la loro attenzione solo sul profitto, dimenticando che come si diceva una volta  “hanno ragion d’essere nel soddisfacimento dei bisogni umani”. 

Almaviva in questa visione  disumanizzante da tempo riveste efficacemente il ruolo di modello.

Esemplare la vertenza dei 489 dipendenti ex operatori del call center che rispondeva al numero 1500 – indispensabile durante la pandemia: finita l’emergenza Almaviva non ritiene più conveniente investire nel settore dei call center e decide di disfarsi di questi lavoratori.

Il problema di queste persone è che le spese familiari, vitto, affitto, energia, etc) arrivano puntuali e dopo il lungo periodo passato in cassa integrazione ritrovarsi licenziate dal primo agosto è peggio di un incubo – perché è reale. La politica nazionale non ha adottato interventi risolutivi per evitare questo stato di cose e la politica regionale si è mossa con la consueta intempestività.
In più la politica regionale deve muoversi da protagonista in questa vicenda, perché di questi quasi 500 lavoratori quasi 400 lavorano tra Palermo e Catania.

Intanto si avvicina la pausa di Ferragosto ed è essenziale che queste persone non siano lasciate per strada da una politica che va in ferie. Le idee ci sarebbero e riguardano sia l’impiego di parte di loro nel call center dedicato alla sanità coi numeri 116 – 117, sia la digitalizzazione di documentazione sanitaria per il restanti con la temporale collocazione in un bacino di ricollocazione. Quindi le idee ci sono, ma fin quando rimangono idee e non vengono concretizzate non producono benefici concreti.

Gli occhi di queste famiglie (e di tutti i siciliani che conoscono questo tipo di problemi) sono fissi sulle scelte del governo regionale e sulla tempestività con cui vengono realizzate.

Ancora, è opportuno segnalare la necessità e l’urgenza per tutta la politica nazionale di  affrontare in modo serio la tematica del lavoro, anche in considerazione delle fulminee e fulminanti innovazioni portate dall’intelligenza artificiale, di cui questa vicenda porta tracce evidenti. Le innovazioni tecnologiche consentono di ridurre drasticamente l’Impiego del lavoro delle persone E queste non possono aspettare l’adempimento di promesse future quando il problema si presenta già oggi.

Il punto di equilibrio.

Quando nel ‘47 la Costituente elaborò la nostra Carta si era creato un equilibrio, forse irripetibile, di scienza e di coscienza, di motivazione a cercare la giusta misura tra la necessità di governare una società già allora complessa e la necessità di governarla senza che una parte obliterasse le ragioni delle altre parti. Il prodotto fu un buon prodotto. Non è che piacesse tutto a tutti, ma si era raggiunto un compromesso alto tra i liberali e comunisti, tra i cattolici e i laici, tra i monarchici e i repubblicani, tra coloro che non si sentivano antifascisti (Ma erano abbastanza opportunisti per non esprimere la loro posizione) e coloro che avevano fatto della lotta al Fascismo la propria ragione di vita.

Gli italiani avevano trovato un punto di equilibrio, che era si un punto da cui tirare verso la propria parte, ma era un punto comune: la Costituzione della Repubblica Italiana del ‘48 non era, come ogni prodotto umano esente da difetti, Il punto è che i difetti individuati da alcuni per altri erano pregi.

Nonostante la divisione dei poteri, per esempio, il Parlamento aveva un controllo diretto o indiretto su tutti gli altri poteri ed organi istituzionali. Inoltre la società civile attraverso i partiti e i sindacati pesava e pesava tanto!

Il potere del Parlamento si confrontava di continuo col potere del Governo, che per effetto della sua connessione col Parlamento attraverso i partiti era controllato da una parte e controllante dall’altra.

La distinzione tra Parlamento e Governo si fondava in buona misura sulla autonomia dei parlamentari, eletti col sistema proporzionale e le preferenze.

Il tentativo di divincolare il governo dal controllo parlamentare segue tutta la storia della Repubblica, da sempre in tanti hanno criticato il sistema di formazione delle decisioni pubbliche, che avveniva soprattutto in ambito partitico, ma che in Parlamento aveva un momento di ineliminabile incremento di trasparenza.

E la trasparenza nei processi decisionali pubblici non è interesse di tutti; è interesse della maggioranza dei cittadini meno influenti.

La trasformazione del sistema elettorale in sistema maggioritario, in più a turno unico, ha d’emblée stravolto gli equilibri: ha ingigantito Il potere delle segreterie di partito e snaturato il Parlamento rendendolo di volta in volta la cassa di risonanza o il mezzo di ammortizzazione politica delle scelte governative, a seconda della bisogna.

L’unico elemento che un po’ sfugge di fatto al nuovo equilibrio è il Senato, che per la base regionale dell’elezione rende impossibile una maggioranza blindata così come avviene alla camera. In Senato infatti è impossibile attribuire un premio di maggioranza unico per tutto il Paese. Per inciso, per una questione legata al differente numero di eletti per regione e all’orientamento di alcune  regioni più grandi, il Senato risulta molto più “ribelle”, quando vince il centro-sinistra.

Ciò ha costituito il motivo della riforma Renzi – Boschi, che sappiamo com’è andata a finire.

Possiamo dire che ogni volta che si è messo mano alla costituzione del 48, si è lavorato come dei muratori scadenti impegnati a “restaurare” una facciata monumentale: le modifiche si vedono e sono brutte e deturpanti,  anche da un punto di vista stilistico. Le persone come Concetto Marchesi oggi girano al largo, o sono tenute distanti, dalla politica istituzionale.

Quando le modifiche sono state più importanti come la riforma del Titolo V(approvata dal centro-sinistra)  il danno è stato più che proporzionale, ne vediamo i risultati a tutt’oggi e di questi risultati paventiamo gli sviluppi nei progetti di autonomia differenziata.

Intanto si continua a lavorare a “riforme” – che sarebbe utile chiamare correttamente col termine tecnico più sobrio di “revisioni” della Costituzione – che continuano a stirare quel povero punto di equilibrio del ’48 in direzione meno anti tirannica (o se si preferisce meno antifascista). Arrivando alla fine a snaturare il lavoro dei Costituenti, fino a rendere esigua quella tripartizione equilibrata dei poteri, che è uno dei tesori lasciatici dalla cultura illuminista e dalla Rivoluzione francese.

Andando alla noce della questione il potere esecutivo mal tollera i controlli: riesce a mascherarsi da democrazia grazie a una stampa amica, e a mostrarsi come emanazione della volontà popolare, dove il popolo è vittima di un drammatico “errore motivo” indotto dalla propaganda, ma avverte la pressione del controllo di legalità espresso dalla Magistratura, in quanto la Magistratura ha gli strumenti tecnici per restare immune dalla propaganda.

Intendiamoci, i magistrati non vivono su Marte, tra I magistrati abbiamo avuto dei martiri laici (e ne abbiamo avuti tanti – troppi) ma abbiamo avuto anche delle persone che con gli altri poteri ci hanno convissuto profittevolmente. Però il magistrato ha nella legge e nelle norme costituzionali una fonte di potere in buona parte indipendente e autonomo dalla politica e in quanto tale per certa politica è un problema. Problema che questo governo sta cercando di neutralizzare.

Alcuni fautori della separazione delle carriere i magistrato inquirente e di magistrato giudicante segnalano comprensibilmente le criticità di una vicinanza tra soggetti che espletano le due differenti funzioni. Tali criticità andrebbero sicuramente curate, come tanti ottimi studiosi e ottimi magistrati hanno segnalato in più occasioni. Mi pare però che i fautori “ingenui” (in senso etimologico) della separazione delle carriere non abbiano ponderato accuratamente gli esiti ultimi di questa separazione, resi prevedibili dall’operato quotidiano di questo governo: la sterilizzazione del controllo della Magistratura sulla politica e soprattutto sull’esecutivo.

E tale sterilizzazione avrebbe un effetto devastante su tutto il sistema, avvicinandoci drammaticamente all’esperienza ungherese o peggio ancora russa. Gli equilibri sono roba fragile e gli Stati Uniti con Trump lo stanno sperimentando.

 

Niente è più Cristiano della speranza.

La Chiesa cattolica è una grandissima comunità di persone, appartenenti a Paesi ed orientamenti diversi. Non stupisce che sia estremamente composita ed ospiti visioni  eterogenee. Infatti non è nuova a profonde divisioni alcune delle quali sfociate addirittura in scismi.

Il capo di una comunità ha il compito di condurla secondo coscienza. Se ha un approccio collegiale o, come si dice nella Chiesa, sinodale, lo farà cercando preventivamente una sintesi col corpo della comunità,  pur sempre tenendo conto della sua responsabilità legata alla figura di “pastore” e quindi di guida (teoricamente) indiscussa, ma col compito di assicurare l’unità.
Il papa è il vescovo di Roma, quindi un vescovo, però è anche il successore di Pietro, cui nel vangelo è stato assegnato il ruolo di guida (di fatto mai indiscussa) degli apostoli.

Il magistero di Papa Francesco ha adottato scelte importanti, coraggiose e per questo oggetto di discussioni. La scelta manifesta per la chiesa dei poveri, delle minoranze, delle periferie ha generato tensioni con la chiesa più compatibile col potere e i suoi seguaci. Con la Chiesa dei fasti e delle liturgie, che si occupa più della cura di una spiritualità avulsa dagli avvenimenti del mondo e per questa così cara al potere.
Papa Francesco ha pagato il prezzo del suo coraggio, tanto che la parte più conservatrice della Chiesa è arrivata nei suoi rappresentanti estremi a definirlo antipapa e a negarne la piena legittimità.

Dai primi segni dati Papa Leone XIV (nome che appare significativamente in continuità col papa della Rerum novarum e della dottrina sociale della Chiesa) appare un papa che vuol  continuare la missione di Francesco nell’impegno -su questa terra- in direzione della pace, in direzione dell’attenzione  per i poveri e le vittime di guerra, sposando questa missione con l’altra -altrettanto difficile- di lavorare per ricucire, per gettare ponti all’interno della comunità cattolica, con le parti più riottose.Bisognerà vedere quali saranno i risultati di questo tentativo di sintesi. Ci piace essere speranzosi. Intanto pare sia stato superato il tentativo di coloro che volevano cancellare gli effetti di questi ultimi anni di pontificato di Francesco.
Da questo punto di vista appaiono interessanti i commenti su Leone XIV della Destra americana a cominciare da Bannon. Staremo a vedere .

Bisognerà vedere quali saranno i risultati di questo tentativo di sintesi. Ci piace essere speranzosi. Intanto pare sia stato superato il tentativo di coloro che volevano cancellare gli effetti di questi ultimi anni di pontificato di Francesco.
Da questo punto di vista appaiono interessanti i commenti su Leone XIV della Destra americana a cominciare da Bannon. Staremo a vedere .

Imbelli, ribelli e CGIL.

“Imbelle e ribelle”: questi due termini non hanno in comune soltanto la radice “bellum” dal latino, che significa guerra, ma condividono anche il rifiuto della volontà della élite che controlla la comunità di appartenenza. Gli imbelli rifiutano di combattere le guerre imposte dalla leadership, mentre i ribelli mettono in discussione la leadership stessa, rifiutandone le prescrizioni. Tale rifiuto fa degli imbelli e dei ribelli il bersaglio della disapprovazione dei gruppi dirigenti e, tramite il lavoro degli intellettuali conformi, che ne sostengono le posizioni, l’obiettivo della disapprovazione della comunità.

In questi giorni, alcuni intellettuali hanno definito “imbelli” i giovani che rigettano l’idea della guerra, che rifiutano di condividere la visione geopolitica per cui l’attuale leadership europea sta preparando il riarmo dei Paesi.

È facile notare come gli stessi gruppi dirigenti considerino altrettanto inaccettabile l’atteggiamento di giovani che, come quelli di “Ultima Generazione”, per attirare un’attenzione altrimenti negata dai media, bloccano la circolazione stradale o lanciano vernice contro edifici pubblici e monumenti.

Il tratto comune, che porta alla condanna pubblica delle figure degli imbelli e dei ribelli ,sarebbe quindi il rifiuto della direzione indicata da chi guida la società, la divergenza rispetto alle prescrizioni indotte cui si accompagna un conflitto variamente intenso verso i prescrittori.

La società occidentale si definisce libera in quanto dovrebbe consentire il dissenso pacifico, senza censure o limitazioni che vadano oltre il mantenimento dell’ordine pubblico. Tuttavia, la protezione dell’ordine pubblico è soggetta a valutazioni variabili: esso viene interpretato in modi diversi non in rapporto alla forma in cui la manifestazione si esplica, al turbamento dell’ordine fisico, materiale; ma a seconda che il dissenso metta in discussione aspetti considerati marginali o scelte politiche che l’élite giudica irrinunciabili, fino ad individuare i dissenzienti come nemici pubblici.

Ciò pone il problema di come possa superarsi il conformismo quando le scelte della leadership si discostano significativamente dal sentire di gruppi ampi o, addirittura dal sentire della maggioranza dei cittadini.

Tale atteggiamento, la consapevole adozione di scelte che si riconoscono minoritarie nella società, è definito dagli intellettuali conformi come assunzione di responsabilità. Rimane da capire come tale responsabilità possa essere vagliata dal controllo popolare. Come tale controllo possa essere esercitato tempestivamente.

La Costituzione materiale della Prima Repubblica consentiva una forma di ribellione ordinata, lo sciopero generale, ma questo strumento è stato reso sempre meno praticabile e praticato sia per l’affievolimento della conflittualità di grandi organizzazioni sindacali, un po’ per la riduzione del consenso, un po’ per l’assorbimento di abitudini negoziali iperconcertative, sia da una serie di interventi legislativi che hanno limitato il diritto di sciopero fino a renderlo inefficace.

Il dissenso potrebbe e dovrebbe manifestarsi nelle urne elettorali, ma anche quest’arma è stata spuntata dall’adozione di sistemi elettorali variamente maggioritari, che costringono gli elettori a scegliere tra opzioni percepite come simili, fino a indurre tanti a disertare le elezioni.

Un altro strumento istituzionale di espressione del dissenso è il referendum abrogativo, che però funziona solo se promosso da grandi organizzazioni nazionali, altrimenti  segue un percorso impervio con destino incerto, sia nell’ottenimento della consultazione sia nella validazione col raggiungimento del quorum.

La maggioranza e le forze che, pur dall’opposizione, condividono scelte economiche di fondo, cercano di disinnescare il potenziale di cambiamento del referendum, creando le condizioni per non raggiungere il quorum.

Un esempio evidente è il trattamento riservato ai referendum sul lavoro promossi dalla CGIL. La scelta di fissare la data del referendum all’8-9 giugno, in concomitanza con il secondo turno delle elezioni amministrative, tradizionalmente meno partecipato, e il silenzio dei media di massa sui temi referendari sono, con tutta evidenza, applicazioni di questa strategia.

A questo punto, tutti coloro che credono nei valori di libertà dovrebbero sentire il dovere di pubblicizzare il referendum, i temi che affronta, i problemi che vuole risolvere e le date in cui si terrà, giacché il tentativo di vincere appoggiandosi all’astensione è intrinsecamente antidemocratico.

(Noi di 99percento faremo di tutto per arrivare ad una vittoria dei sì, sia per la dignità di chi lavora, sia per il valore della democrazia. Ecco il link:

https://www.cgil.it/referendum

Meglio manifestare contro il riarmo

Non so cosa riuscirà a ottenere la manifestazione promossa da Michele Serra in termini di affermazione dell’utilità dell’Unione Europea per la salvaguardia dei valori della democrazia liberale; è certo, però, che questa manifestazione ha colpito in pieno i tentativi di unione delle opposizioni di sinistra e progressista, con effetti insperati per il governo italiano.

In effetti, le bordate trumpiane contro la pluridecennale alleanza tra USA e UE sono state tanto gravi da generare una diffusa sensazione di sgomento: nel bene e nel male, l’unità atlantica tra americani ed europei era considerata un punto fermo da tutti e, detto per inciso, è stata una delle cause fondamentali della gestione della crisi ucraina, prima e dopo l’invasione russa.

Quindi, è comprensibile che un intellettuale schierato per i valori progressisti come Michele Serra abbia sentito, il 27 febbraio, l’impulso di chiedere una manifestazione di adesione ai valori dell’Europa.

Bisogna anche dire che questa Europa, però, ha con i valori che proclama un rapporto non privo di discontinuità e ambiguità: la volontà popolare, che è evidentemente alla base della democrazia, più volte è stata considerata superabile. Potrebbe valere per tutti l’esempio del trattamento riservato alla Grecia nel 2014. Il leader greco Tsipras aveva combattuto per un’altra Europa, ma questa, quella esistente, lo ha rimesso al suo posto, lui e il Paese che governava.

D’altro canto, anche i diritti umani sono visti dall’UE come valori di importanza variabile: se è vero che la UE ha trasformato la Turchia e il Mediterraneo in valli insuperabili, anche a costo della morte dei disgraziati che provano a varcarli per raggiungere il “paese dei diritti”. Così come il diritto internazionale è considerato superabile se l’infrattore è un importante alleato degli USA, come Netanyahu. Con buona pace delle decine di migliaia di vittime civili a Gaza.

Rimane comunque un’opinione comune, difficilmente contraddicibile, che i diritti civili e le libertà democratiche nell’Unione Europea finora siano trattati meglio di quanto avvenga, ad esempio, in Russia, in Ucraina o in Cina (per quanto riguarda gli USA, stiamo a vedere cosa succede).

Però, da un po’ di tempo, l’UE – da sempre attenta alle ragioni della grande impresa – sta considerando l’opzione di cominciare a passare dal consumo di burro al consumo di cannoni: non paga di fornire armamenti a paesi in guerra, come Rheinmetall ha fatto con l’Arabia Saudita, ha cominciato a fornire armamenti a paesi che rischiavano di entrare in guerra, come per esempio l’Ucraina.

Oggi siamo passati a prendere in considerazione l’opportunità di produrre armi per noi, per proteggerci dalla Russia, la quale pare abbia mostrato con l’Ucraina non solo una sorta di iperreattività, ma anche un’aggressività senza limiti, almeno secondo la grande stampa europea, che ha paventato la volontà di Putin di arrivare fino all’Atlantico.

Tale forsennata aggressività si ritiene vada rintuzzata con una deterrenza adeguata, costi quel che costi.

Si è quindi deciso di approfondire, intensificare e fondere in una le politiche estere dei paesi europei? No. Non si è neppure deciso di passare convintamente alla progettazione e poi alla realizzazione di un esercito unico europeo (cosa complicata e di dubbia efficacia in assenza di un’unica politica estera). Si è invece deciso di consentire a ogni Stato di aumentare la propria spesa per armamenti, senza passare prima attraverso un efficientamento dell’aspetto complessivo, opzione che avrebbe reso estremamente più efficace la spesa attuale.

Il bello è che, per l’irrobustimento delle forze armate europee, specialmente in fase iniziale, si utilizzerà l’apparato produttivo militare-industriale americano, senza tenere conto del nuovo atteggiamento di dichiarata avversione dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Unione. Cioè, di fatto, di fronte a una chiusura degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Europea, l’Europa decide di aumentare gli acquisti presso le fabbriche statunitensi.

Il 4 marzo 2025, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato il piano Rearm EU di oltre 800 miliardi di euro, invitando i paesi membri a spendere fondi per le forniture militari senza metterli a conto dei deficit nazionali.

A questo punto, l’invito sentimentale di Michele Serra del 27 marzo, a levare alte le bandiere dell’UE, viene messo alla prova nel suo senso più profondo, giacché l’Unione Europea dei diritti e della pace si mostra con ancor maggiore evidenza come un’organizzazione in cui l’apparato militare-industriale ha un peso rilevante, se non decisivo. La domanda sorge spontanea: questa desiderata manifestazione ha ancora senso? Secondo molti a sinistra, no. E a dirla tutta, anche secondo molti che non sono di sinistra, atteso che, insieme a coloro che andranno a manifestare con la bandiera della pace, si troveranno altri a manifestare con la bandiera europea in una mano e la bandiera ucraina o quella georgiana nell’altra. Quindi, insieme, pacifisti e neo-imperialisti che non ce l’hanno fatta e sono in cerca di una rivincita.

Meglio una manifestazione che esprima in modo netto la voglia di pace dei cittadini europei e il rifiuto degli armamenti.

La rabbia e la sofferenza.

La rabbia può essere una cattiva consigliera e ciò che è accaduto a Bologna e a Roma lo prova.
L’uccisione di Ramy da parte di carabinieri in servizio in una periferia milanese abbandonata e fatta oggetto di atti di razzismo ha scatenato la rabbia di molti giovani: non a Milano dove invece le manifestazioni sono state del tutto pacifiche, anche secondo l’invito della famiglia del ragazzo.
Ma la rabbia c’è e si è manifestata. E va detto chiaramente che i disordini si devono condannare, ma anche che occorre individuarne le cause.

Girare la testa dall’altra parte liquidando ciò che è accaduto come frutto di facinorosi, non solo non affronta il problema ma rischia di ingigantirlo sempre più.

L’atteggiamento repressivo di questo governo, le sua filosofia securitaria che si manifesta nella sua produzione normativa e nelle manganellate agli studenti che manifestano per la liberazione della Palestina o per gli affitti troppo cari dei posti letto o per gli stipendi da fame (vedere riders) devono essere temi sui quali non ce la si può cavare con una semplice alzata di spalle o alzando la voce.
Devono essere messi al centro dell’azione politica, sociale, culturale se non vogliamo che le occasioni di scontro, anche fisico, diventino quotidiana normalità.
A meno che non sia questo governo a cercare l’incidente, per giustificare restrizioni delle libertà civili e politiche.

Che fare, adesso?

Quando le persone si muovono in gruppo tendono a a sentire stemperate le proprie responsabilità.
Chi ha detto che l’unione fa la forza ha dimenticato di aggiungere che buona parte di quella forza deriva dalla fiducia nel farla franca.
Chiunque voglia quindi evitare comportamenti indesiderati o indesiderabili dovrebbe aver cura di esaltare” la responsabilità individuale, ma per questo bisogna accettare di relazionarsi con gli individui consapevoli e spesso chi gestisce le comunità preferisce ridurre gli ostacoli alla propria azione e per cui predilige atteggiamenti gregari. In ambito politico, in cui si gestiscono collettività sociali, uno dei modi più efficaci per promuovere atteggiamenti gregari o per disincentivare assunzione individuale di responsabilità è la promozione di una scuola che prediliga l’addestramento e la trasmissione di tecniche e trascuri lo studio dei temi legati alle cause e al senso delle cose.
Da decenni si affida alla scuola la funzione di formare operatori e si disincentiva la formazione di persone autonome.

Fino a quando i meccanismi disposti per il funzionamento sociale, assicurano un accettabile soddisfacimento dei bisogni dei singoli, una società fatta di “persone semplici” rimane in stato di equilibrio. Pochi soggetti naturalmente autonomi vengono neutralizzati da meccanismi sociali inertizzanti.

Quando invece si attraversano fasi di crisi, in cui non si riesce a garantire il benessere diffuso, neanche in modo virtuale, manipolando le percezioni, allora la coesione sociale viene meno e a quel punto si aprono delle fasi dagli esiti imprevedibili: a quel punto si formano nuove aggregazioni interne alle classi dirigenti, o vecchi sodalizi propongono nuovi modi di perseguire il benessere dei singoli.

I personaggi che svolgono un ruolo da protagonista in situazioni di svolta sono detti demagoghi, parola ormai desueta, carica di senso negativo, che etimologicamente significa conduttori del Popolo.
In pratica il demagogo è la persona capace di sedurre il popolo e di portarlo in giro un po’ come il pifferaio di Hamelin induceva topi o bambini a seguirlo.

Quanto sta avvenendo alle democrazie può essere letto attraverso la lente della demagogia: le masse, deprivate di senso critico e sottoposte al grave stress derivante da un impoverimento generalizzato, vissuto come insopportabile, cercano una via d’uscita e accettano chi riesce a convincerle della bontà della propria proposta.

Dobbiamo interrogarci sulle cause della situazione presente e dobbiamo immaginare vie d’uscita alternative a quelle proposte dai demagoghi, più stabili e desiderabili negli esiti. Se fossimo stati più lungimiranti, avremmo potuto scegliere anche percorsi meno scabrosi, che evitassero il passaggio attraverso la notte della demagogia. Oggi dobbiamo mirare alla riduzione del danno in tutti i sensi, alla riduzione qualitativa del danno, alla riduzione quantitativa del danno e ancora dalla riduzione del tempo di esposizione al danno.

Non sono certo obiettivi facili, ma la definizione e la scelta di percorsi condivisi è un passaggio necessario e urgente. Sicuramente bisogna lavorare alla cura delle due criticità scatenanti: la diffusa sofferenza economica e la diffusa mancanza di strumenti di analisi della realtà.

Riteniamo che la politica debba lavorare in ogni modo possibile per curare queste due carenze e nell’attuale stato di cose, con le destre che controllano la sfera pubblica, deve iniziare a farlo senza poter contare sull’impiego delle istituzioni. La prima cura politica va indirizzata al corpo sociale, con le energie personali ed il tempo immediatamente disponibili a chi vuole veramente il cambiamento.

La pace si può raggiungere.

All’atto della sua costituzione Israele è stata una forzatura fatta a danno dei Palestinesi: immaginate che gente straniera si insedi nel vostro paese ed ad un certo punto pretenda di costituirvi un proprio stato. Oltretutto lo stato di un popolo più ricco di voi, protetto, dai sensi di colpa dell’Europa e protetto dagli USA che intendono farne una sorta di proprio avamposto in Medio oriente.

Quando nel 1948 l’ ONU propose la divisione dei territori della Palestina in due stati, i Palestinesi rifiutarono, ma non avevano la forza di fermare gli eventi e l’attacco degli stati arabi al neonato stato di Israele non è stato di aiuto alla causa palestinese. Di fatto la sconfitta araba confermò il fatto compiuto.

Ciò detto oggi la eliminazione dello stato di Israele (laddove realizzabile) sarebbe una forzatura della storia tanto ingiusta quanto produttiva di altre distruzioni e di altri rancori.

Immaginare un unico stato israelo palestinese dopo anni di occupazione israeliana violenta e di attacchi palestinesi feroci è un obiettivo evidentemente difficile da raggiungere. I due popoli sono nemici da generazioni e, in assenza di importanti interventi esterni ci vorrebbero generazioni dalla fine delle ostilità per avviare un percorso che porti a relazioni serene.

La costituzione di due stati nazionali contigui oggi potrebbe apparire un obiettivo meno lontano, ma in questi anni i territori destinati ai palestinesi sono stati erosi dal continuo impianto di nuove colonie ebraiche, promosse dallo stato di Israele, estremamente aggressive coi Palestinesi e spalleggiate dall’IDF, l’esercito istraeliano.

Di fatto non ci sono soluzioni prossime possibili, se non promosse con determinazione concorde dalla comunità internazionale.

La comunità internazionale dovrebbe premere in modo continuo e sinergico su Israele perché abbandoni l’ideologia tanto cara ai coloni di un diritto ebraico a quella Terra derivante dalla religione e dovrebbe premere sui palestinesi perché il diritto al ritorno trovi un soddisfacimento mediato e quindi parziale, nella considerazione della nuova realtà politica e demografica esistente oggi in Palestina.

Se queste considerazioni fossero condivise, il passaggio successivo, preliminare e necessario per un credibile processo di pace è l’assunzione di un comportamento equanime e responsabile da parte dell’ONU. Senza veti.

Negli ultimi decenni non è stato così, anzi nel dibattito politico ci si è polarizzati tra filoisraeliani e filopalestinesi, impiegando anche questa grande questione come terreno di dibattito polemico, mentre la maggior parte dell’opinione pubblica ignorava i soprusi inflitti dai coloni israeliani ai palestinesi: invasione di case private, distruzione di frutteti, molestie per strada.

Questi percorsi ci hanno condotto all’attuale fase di stallo tragico. È necessario un cambio di direzione e per farlo, per cambiare la gestione politica della questione palestinese, è utile, se non necessario, che gli attori politici più coinvolti nella genesi dell’attuale stato di cose escano di scena e che altri attori li sostituiscano: l’apporto dei liberali e della sinistra israeliana, la voce degli ebrei progressisti che in Israele e in tutto il mondo hanno protestato e protestano, chiedendo il cessate il fuoco a Gaza, devono essere premiati da una maggiore attenzione da parte della comunità internazionale

C’è bisogno di lavorare per sommare la voglia di pace della migliore parte della società israeliana alla voglia di giustizia e di libertà del popolo palestinese.

Come?

Dobbiamo approfondire e precisare il concetto di comunità internazionale.

Nello scenario attuale i governi finora sono stati attenti a mantenere l’appoggio dei gruppi di interesse, al fine di garantire la propria stabilità politica. Al di là di dichiarazioni più o meno plausibili, hanno tollerato che un esercito ben armato martellasse un territorio povero e sovraffollato provocando decine di migliaia di morti in pochi mesi. Di più: hanno continuato a fornire all’esercito Israeliano armi e munizioni da usare per continuare a colpire i palestinesi ed hanno interrotto gli usuali finanziamenti all’UNRWA, l’agenzia ONU preposta all’assistenza dei profughi palestinesi.

Questo mentre tantissimi in tutto il mondo protestavano per chiedere il cessate il fuoco sulla striscia di Gaza e per questo venivano accusati di antisemitismo. In effetti il governo Israeliano è arrivato ad accusare di antisemitismo perfino l’ONU.

Ma se i governi occidentali appoggiano Israele per corrispondere alle richieste dei gruppi di interesse e così stabilizzarsi, è quella stabilità che va messa in discussione per ottenere la pace in Palestina. Serve un importante cambiamento di indirizzo dell’opinione pubblica, tale che i governi intendano che la prosecuzione dell’appoggio dell’aggressività israeliana può costargli la perdita di consensi all’interno.

Cambiare l’orientamento dell’opinione pubblica non è semplice. I governi hanno basi di consenso politico e tendono ad ampliarle con l’aiuto accorto di gran parte della stampa che li supporta. Far partire e condurre un processo di convincimento a cambiare rotta è un impegno laborioso e dovrebbe essere ordinato ed accorto. Fino adesso le proteste, specialmente nel nostro paese, sono state tanto generose quanto caotiche e scoordinate, a volte arrivando a prestare il fianco ad accuse di antisemitismo pronunciate a volte in buona fede, ma il più delle volte veicolate in modo malizioso, da parti politiche filoisraeliane a prescindere.

Invece per la Pace è necessaria una spinta sinergica di tutti coloro che la vogliono, quale che sia la nazionalità, a cui appartengono la religione che professano o l’ideologia che seguono. I numeri ci sarebbero, ma per essere efficaci vanno sommati.

Il sistema dell’infelicità. E la cura.

Volendo alzare lo sguardo per guardare più in là, per immaginare uno scenario diverso, è utile valutare due aspetti: le criticità del sistema mercatocentrico e i possibili percorsi di cambiamento.

Cominciamo col dire che il mercato e le ideologie che lo sottendono ha una formidabile agenzia di propaganda implicita nella pubblicità, che se è divenuta nel tempo sempre più efficace nel convincere della bontà del prodotto reclamizzato, è oramai da decenni un veicolo di formazione subliminale di consenso: si può preferire un marchio di detersivo o un altro , ma non si mette in discussione che un lenzuolo debba essere candido per poter essere steso su un letto; si può preferire il rasoio o la ceretta, il laser o altri strumenti tecnici, ma non si discute che i peli superflui debbano essere eliminati.

La pubblicità per sua natura deve parlare a quanta più gente possibile, quindi deve utilizzare codici di comunicazione quanto più universali possibile, per cui il riferimento più o meno mediato è pressoché sempre agli istinti più basici: fame, sesso, paura. Oltretutto il riferirsi alla voglia di mangiare, congiungersi, proteggersi è effettuato in modo sempre più tecnicamente raffinato, grazie a studi di psicologia dedicata che lasciano molto poco spazio alla capacità di discernimento razionale.
Per inciso possiamo dire che l’enorme sviluppo della pratica della pubblicità e degli studi dedicati, grazie anche alla grandissima quantità di fondi disponibili, ha reso questo mezzo capace di espressioni estremamente raffinate, tanto da rendere alcune performance vere e proprie forme d’arte. La qualità degli strumenti impiegati nulla, però, toglie alla sostanza manipolatoria del mezzo.

Ma la pubblicità serve ad indurre bisogni. Perciò è nata e perciò è coltivata. Ma il destinatario della pubblicità, recettore di enormi quantità di messaggi, che gli dicono che ha bisogno di quel cibo, di quell’abito, di quell’automobile, di quel viaggio, nella maggior parte dei casi non può accedere a quei beni.

E non può accedervi anche perché della ricchezza prodotta dal sistema la maggior parte delle persone non riceve che le briciole. Questo può far pensare che il sistema neoliberale, il sistema dei mercati, produca una grande quantità di frustrazione e quindi di infelicità, come prodotto di scarto.

Il dubbio che val la pena di esplorare, però, è se la frustrazione e l’infelicità non siano piuttosto uno strumento di mantenimento del sistema, purché gestite, purché indirizzate opportunamente.

Attenzione. Tutti i sistemi politici si sono basati su diverse forme di anestesia dei governati: dalle feste, agli spettacoli teatrali alle corse di bighe, ai giochi del Circo, alle religioni. Però quelle distrazioni di massa, in genere lavoravano sulle masse, che masse restavano: i popolani si incontravano, vivevano emozioni collettive, a volte si producevano in sommosse.

Una caratteristica innovativa della anestesia neoliberista dei governati è invece l’avere polverizzato il popolo, riducendolo ad una massa  di individui, una massa tanto incapace di assumere forme definite, da essere indicata come liquida.

Le occasioni di socializzazione sono praticamente avversate: anche la posizione di eventi e rappresentazioni destinate al consumo collettivo sono fruite individualmente: l’esempio della circolazione dei film passata dalle sale cinematografiche prima ai DVD e poi alla distribuzione sulle piattaforme di streaming, insieme agli eventi sportivi,  insieme ai giochi per ragazzi passati dai giochi fisici ai videogiochi di cui si è favorita l’esperienza on-line.

I personal computer, che erano già stati soppiantati nell’uso ludico dalle apparecchiature dedicate ai videogiochi, sono stati a loro volta sostituiti dal device più individuale di tutti: lo smartphone. Quest’ultimo strumento è diventato così pervasivo da riuscire a disgregare anche la compresenza tra pochi: capita a tutti di vedere persone in coppia o intere comitive stare vicino ma ciascuna intenta ad interagire col proprio telefonino.

Non è più fantascienza la proposta di partner virtuali mossi dalle intelligenza artificiale e generati dall’utente in base alle sue preferenze. Il trionfo del solipsismo.

Ovviamente per il mantenimento di una società così composta la scuola non è soltanto inutile:  è dannosa. Dopo aver reso pressoché impossibile lavorare allo sviluppo della persona, in classi pollaio seguite da persone precarie e malpagate (dove riuscivano a lavorare bene soltanto le persone estremamente motivate), si è passati a scuole votate allo sviluppo di “risorse umane” per le imprese. Scuole che coltivassero produttori non troppo fantasiosi e volitivi.

La società frutto di questo sistema è infelice e non potrebbe essere altrimenti. Le persone sono indotte a coltivare bisogni molti dei quali irrealizzabili, gli si prospettano obiettivi spesso irraggiungibili e le si convince che se non riescono è perché non hanno meritato il successo. L’unica protezione sarebbe la famiglia, spesso ridotta a coppia, a cui ci si  attacca disperatamente in assenza di altri punti di riferimento, ma anche la coppia è sottoposta a tensioni che ne aumentano la precarietà. Di fronte a una diffusa sensazione di solitudine e isolamento, gli omicidi – suicidi sono diventati frequentissimi, insieme ad altre reazioni abnormi alle situazioni conflittuali.

Tutto ciò non è un destino immutabile. Non ci si può abbandonare a questo stato di cose. Si può e si deve cambiare.
La cura sono le relazioni vere, fisiche, durature, non solo finalizzate. Una volta c’erano i partiti, o  le Chiese, le quali hanno mantenuto caratteri di superfamiglia e pur attaccate da più parti e affaticate dell’individualismo, hanno resistito meglio di altre aggregazioni.

Ma quello che è da aggiustare è il modo di produrre e quello di consumare. L’iniziativa privata è sicuramente efficace per perseguire l’innovazione ma, se non controllata, si trasforma e si muove con modalità selvagge, regolata dalla legge della giungla: pochi predatori, circondati  da gregari e poi la moltitudine delle prede. E le ultime innovazioni tecnologiche amplificano il problema.

Alla fine il tema è tornare a quell’equilibrio tra economia e politica scritto nella costituzione del ’48, bistrattata e a tratti stravolta dalle modifiche introdotte dalla seconda Repubblica: svilimento dei controlli parlamentari con legge elettorale maggioritaria, spostamento del baricentro legislativo verso le regioni, aprendo la strada a tentativi criptoscissionistici come l’autonomia differenziata. L’impastoiamento del Parlamento con la modifica dell’articolo 81. Adesso anche il tentativo di ridurre ulteriormente la funzione parlamentare e quella del Presidente della Repubblica, blindando il Governo.
Per non dire della drastica riduzione della progressività del sistema fiscale, che si aggiunge alla diffusa e tollerata evasione fiscale.

C’è bisogno di un vero riformismo, che si proponga di tornare allo spirito della Costituente, quella si aveva trovato una sintesi tra gli opposti.

Per farlo bisogna parlare alle persone e metterle in relazione ed esortarle a parlare del loro presente e del loro futuro, senza farselo raccontare da altri.

Disturberemo il manovratore.

La Costituzione repubblicana approvata dalla Costituente ed entrata in vigore nel 1948 è il risultato travagliato di una difficile sintesi , un equilibrio tra diverse culture italiane quella cattolica, quella liberale quella socialista e quella qualunquista, la quale fu un po’ il modo in cui quegli italiani, che avevano appoggiato il fascismo da posizioni defilate, erano rappresentati nella Costituente.

Un equilibrio fragile e destinato a subire attacchi continui non appena le condizioni si fossero modificate.

Certo è che se nei settantacinque anni di vigenza della Costituzione l’attenzione spesa per la sua riforma fosse stata impiegata per la sua applicazione, l’Italia oggi sarebbe un paese diverso.

Appare evidente che le modifiche della Costituzione apportate nel tempo l’abbiano resa meno coerente, meno leggibile e meno efficace rispetto agli obiettivi che si proponeva: una società in cui la politica si esprimesse non solo negli organismi istituzionali, ma anche nella partecipazione negli organismi intermedi. Una società in cui l’indifferenza, che tanti danni aveva creato nei decenni precedenti la seconda guerra mondiale fosse sostituita dalla partecipazione dei cittadini.

I tentativi di modifica della Costituzione – e soprattutto gli ultimi – sono stati tesi a ridurre il controllo parlamentare sul governo e a riduzione le occasioni di partecipazione popolare.

Tutto questo si inserisce nel flusso coerente che ha prodotto la legge sulla regolamentazione – affievolimento del diritto di sciopero e, soprattutto, la riforma del sistema elettorale in senso maggioritario.

La nostra Costituzione In effetti ha un bug: la divisione dei poteri prevista dall’ideologia illuministico liberale è resa in modo imperfetto: il Parlamento ha una funzione sovraordinata rispetto agli altri organi costituzionali, con fortissime attribuzioni di controllo sia sul potere esecutivo sia su quello giudiziario.

Questo perché il Parlamento, eletto direttamente sarebbe l’attuatore della sovranità che, recita l’art. 1, “appartiene al Popolo”. Ma questa impostazione funzionava fino alla riforma del sistema elettorale in senso maggioritario Eletto col sistema proporzionale il Parlamento era una rappresentazione fedele degli orientamenti popolari.

Il Parlamento eletto con il maggioritario, invece, istituisce un’immedesimazione tra volontà parlamentare e volontà del governo tanto forte da sostanziarsi in una liberazione del Governo dal controllo parlamentare, anzi nella trasformazione del Parlamento in una cassa di risonanza della volontà della maggioranza di governo, oltre che di un ammortizzatore capace di catalizzare su di sé la responsabilità delle scelte governative.

L’unica criticità in questo asservimento del parlamento al governo fino adesso è stata costituita dal meccanismo di elezione del Senato della Repubblica, che essendo effettuata per Costituzione su base regionale non garantisce una maggioranza uguale a quella della Camera, eletta su base nazionale. Infatti in tutte le legislature dal ’94 in poi le preoccupazioni dei governi si sono sempre focalizzate sul Senato in cui le maggioranze erano meno stabili e più risicate.

A questo punto coi partiti alleggeriti dalle ramificazioni territoriali e la rappresentanza parlamentare allontanata dai territori anche per la riduzione del numero dei parlamentari il governo è già arbitro mal controllato del gioco politico.

Per metterlo al riparo da scossoni e assolutamente fuori controllo serve soltanto depotenziare la Presidenza della Repubblica e sterilizzare la possibilità che il Parlamento tolga la fiducia.
Se entrasse in vigore la proposta di revisione costituzionale del governo Meloni, il Premier verrebbe eletto insieme al Parlamento (votato con la stessa scheda – come già i sindaci) ed i partiti che gli sono collegati otterrebbero il 55% dei seggi, anche se alle urne non avessero la maggioranza assoluta.

A questo punto, superando la sensazione di deja vu nel Ventennio, viene spontanea una domanda: con un architettura siffatta, quanto conta la volontà di un cittadino?

Basta guardare a quello che hanno prodotto i governi “stabili”: peggioramento delle pensioni, partecipazioni a guerre non volute dalla maggioranza dei cittadini, mancata lotta all’inflazione, mancata cura del territorio e contemporanei tentativi di mettere in cantiere opere faraoniche come il Ponte sullo Stretto di Messina. E tutto questo senza il rischio di essere ‘mandati a casa”.

Con la riforma Meloni si eliminerebbe anche la pallida possibilità che di fronte ad un disastro conclamato i parlamentari sfiducino il governo, inducendo il Presidente della Repubblica a nominare un altro Presidente del Consiglio.

È quello che vogliono gli italiani?

Se questa maggioranza approvasse questa revisione della Costituzione, lo vedremo al referendum.
Noi voteremo NO.

Il contrario di quello che stanno facendo.

Dall’Africa si emigra, le persone fuggono la sete, la fame, le malattie le guerre.
Purtroppo la maggior parte dei mali da cui scappano gli emigranti derivano dalle attività passate e presenti degli occidentali.

L’africa è stata per tanto tempo un luogo da cui estrarre materie prime al minor prezzo e piu di recente il luogo in cui portare gli scarti ed i rifiuti pericolosi.

In più l’africa è uno dei luoghi in cui il cambiamento climatico ha fatto piu danni, a cominciare da siccità e desertificazione.

Perciò l’espressione aiutiamoli a casa loro è intrinsecamente falsa ed ipocrita: l’aiuto maggiore per i popoli africani sarebbe lasciarli in pace. Inutile dire che le multinazionali occidentali non hanno alcuna intenzione di farlo.

Il fatto è che l’Occidente ha bisogno delle materie prime dell’Africa, ma non vuole le conseguenze critiche della propria attività.
I migranti possono essere accolti solo nella misura in cui possono essere utili: così dopo aver sfruttato le materie prime africane possiamo sfruttarne anche la popolazione.

Ma chi può condannare i giovani che dai paesi subsahariani partono all’avventura per fuggire a una vita impossibile?
Può farlosolo quella politica che ha trovato nei migranti il capro espiatorio su cui focalizzare le attenzioni dei popoli europei, a disagio per l’indebolimento dell’attività degli Stati, a cominciare dalle attività di coordinamento e regolazione della società. Il sistema economico dominante vuole stati deboli e o complici

Una società in cui il sistema economico spinge tutti contro tutti verso una competizione senza regole. Una società rinselvatichita in cui ciascuno prende ciò che può senza rispettare l’altro, in cui omicidi e violenze wulle dinn o sui piu indifesi vengono filmati e ostentati sui social. Però per le persone è tanto più rassicurante proiettare fuori dal “noi” verso il nuovo arrivato le proprie paure. In Queste narrazioni il migrante diventa il nemico perfetto.

Questa narrazione, però, ha un difetto: non può indicare una soluzione stabile. Ecco che si trova il super nemico negli scafisti, nei trafficanti di esseri umani, che gestiscono la migrazione. Ignorando che scafisti e trafficanti si limitano a trarre profitto parassitario da dinamiche che preesistono a loro e che ci sarebbero anche senza di loro: i ragazzi verrebbero via dai Paesi africani anche se non ci fossero trafficanti, anche se non ci fossero scafisti.

Se anche l’Occidente smettesse qui ed ora di sfruttare i territori africani (e non sembrano proprio intenzionato a farlo) per effetto di una sorta di inerzia, e prima che la vita neinpaesi di partenza migliori sensibilmente, oper qualche tempo le persone continuerebbero a partire dalle proprie case, in cerca di una vita migliore.

Per questo la soluzione non è trattenere I migranti di là del mare: la soluzione è eliminare i fattori che li spingono a partire e nel frattempo gestire i flussi di persone, che non possono essere fermati nei campi di concentramento. Né in quelli libici né in quelli Turchi né in quelli italiani o greci. E gestire quei flussi significa organizzarsi e accogliere provando ad integrare. Proprio il contrario di ciò che stanno facendo.

Il bello è che i cittadini sono spesso più avanti dei governi: un esempio chiarissimo sono stati i cittadini di Lampedusa, che hanno solidarizzato concretamente con I migranti.

Per questo abbiamo avviato una raccolta di firme su change.org per chiedere che agli abitanti dell’isola di Lampedusa venga conferito il premio Nobel per la pace.

Questo è il link:

https://www.change.org/Il_Nobel_ai_Lampedusani_gente_di_Pace

Ma alla fine a chi interessa la sicurezza sul lavoro?



Avere interesse per qualcosa e interessarsene, averne cura, sono due questioni diverse: la differenza tra l’una e l’altra è misurata dalla consapevolezza dell’importanza della questione per sé.

Purtroppo non pare esserci alcuna consapevolezza dell’importanza della sicurezza sul lavoro.

Non ne sono consapevoli gli imprenditori, altrimenti non spingerebbero i lavoratori a fare prima a rischio dell’incolumità (vedi Brandizzo), non toglierebbero i presidi di sicurezza dai macchinari per ridurre i tempi di lavorazione (ricordate Luana D’Orazio?) e cosi via.

Non ne sembrano consapevoli i lavoratori, che sanno di dover mettere imbragatura e casco mentre stanno sui ponteggi, ma spesso non li mettono, sanno che è obbligatorio essere autorizzati prima di salire sui binari per la manutenzione, ma pur di lavorare accettano di cominciare il lavoro prima che arrivi l’autorizzazione.

Non interessa agli uffici deputati alle ispezioni: se non sono destinati ispettori per i controlli non è certo colpa loro: si controlla ciò che si può, consapevoli che l’incidente può succedere ovunque ed in ogni momento, ma la responsabilità non può ascriversi ad un ufficio svuotato di risorse e senza mezzi.

Non interessa al politico, disposto ad approvare una legge da rivendicare in TV, ma indisponibile a perdere i voti delle imprese incrementando realmente i controlli per fare applicare le leggi. Né vuol perdere i voti dei lavoratori lasciati a casa da un’azienda che chiude, non accettando la riduzione dei margini di profitto.

Questo disinteresse per la sicurezza è solo in parte una scommessa sulla propria fortuna; è più uno dei sintomi del diffuso schiacciamento sul presente: qlla domanda “e se domani..?” “Spesso si risponde “ci penserò domani”.

Ma allora la battaglia per la sicurezza va combattuta in sede formativa. Non solo durante l’addestramento sul lavoro, o nella formazione continua. Deve iniziarsi a scuola. Da bambini.

Anche perché la cultura della sicurezza non riguarda solo la sicurezza sul lavoro, ma anche la sicurezza stradale, la sicurezza dei consumatori e questo sforzo va fatto dallo Stato, perché la società di oggi vive di effimero. Altro che sicurezza!

Se ci sarà consapevolezza , dell’importanza della sicurezza, allora cambierà tutto l’approccio.

Ma serve una forza politica che si faccia carico di questo bisogno di consapevolezza, perché, come si diceva sopra, al momento pare che in giro non interessi a nessuno. Al di là dell’ipocrisia delle dichiarazioni.

Gli scafisti siamo noi.

Questo Governo e questa maggioranza parlamentare, figli della stanchezza e dell’insipienza delle maggiori organizzazioni politiche progressiste italiane, stanno in piedi per gli abbandoni degli avversari: non hanno un progetto per fare crescere il Paese e non possono permetterselo perché fanno gli interessi proprio di quel pezzo di popolo italiano, che cresce senza regole e senza controlli e che mentre  avvilisce il settore pubblico, gli richiede benefici.

Né FdI, né la Lega né Forza Italia si occuperanno mai di far crescere la popolazione scolastica e universitaria effettiva, contrastando gli abbandoni, della lotta all’evasione fiscale o del controllo della qualità degli appalti pubblici: sono stati votati per non farlo.

Però sono stati votati anche da tanti che credono nelle favole, se ben raccontate e da questo punto di vista, se Salvini ha perso un po’ di smalto, la presidente del Consiglio Meloni è ancora in grande attività.

Tra le favole continuiamo a sentire quella dello scafista cattivo, che nella leggenda della destra  porta dei poveracci oltre il mare, e ‘attacca” il nostro Paese, approfittando di una opinione pubblica molle e pusillanime.

Non rilevano i motivi per cui la gente va via da casa propria, figuratevi se si fa attenzione ai modi coi quali sulle sponde orientali e meridionali del Mediterraneo si bloccano le partenze.

Alla destra non interessa sentire parlare dei modi usati da Erdogan in Turchia o delle tecniche usate dai Libici o dai Tunisini.
L’importante è fermare le traversate in qualsiasi modo, anche sparando (con le motovedette fornite da noi) purché lo si faccia lontano dai nostri occhi.

Qui si spiega l’ostilità verso le ONG, le quali, continuando a fare da scomode testimoni e segnalando in avanti in difficoltà, sono accusate addirittura di intralciare i soccorsi con le continue richieste di aiuto.

Intanto le nostre imprese continuano ad estrarre Coltan, cobalto, oro ed altri minerali.
I (pochi) soldi con cui sono pagate le materie prime depredate non vanno tanto alla manodopera -che fa la fame- quanto alle fazioni che si combattono per controllare i territori estrattivi e i commerci.
Il denaro gli serve per le armi. Fornite da noi.

Quindi, le nostre imprese vanno in Africa, portano via a basso prezzo le materie prime mentre vendono armi (e regalano rifiuti speciali) e per farlo bene non fanno attenzione a ciò che succede laggiù.

Poi la gente fugge e cerca di arrivare in un posto dove ci sia cibo, acqua e pace.
Ma noi vogliamo fermarli e paghiamo banditi e dittatori per farlo al posto nostro.

Cosa dicevamo degli scafisti?

la nostra proposta per il XXI secolo.

La Democrazia, il governo del Popolo, funziona bene tra uguali. Una società è danneggiata dalla presenza di persone troppo povere come dalla presenza di persone troppo ricche, perché nell’esprimere la propria volontà, i propri voti, chi è troppo povero è ricattabile e chi è troppo ricco ha la concreta possibilità di cambiare le regole (durante la partita) quando e come vuole. 

L’obiettivo centrale è curare la società dagli eccessi, dalla miseria e dalla opulenza, anche perchè storicamente l‘equilibrio è il presupposto delle società più sviluppate, più armoniche, più felici.

Ma l’uguaglianza non può essere né totale né imposta dall’alto: le persone non sono tutte uguali, anzi sono tutte diverse l’una dall’altra: differenze di tutti i generi, gusti, desideri, sensibilità. C’è chi vuole disporre di più cose – e per questo è disposto a un maggiore impegno – e chi preferisce più tempo libero. Ci sta. C’è anche chi parla di merito, ma questo termine ha senso solo a parità di condizioni e nell’ambito di processi semplici, senza condizionamenti esterni, condizioni che nelle complesse realtà sociali non si verificano mai.

È giusto che chi vuole impegnarsi di più sia libero di farlo e di raccogliere il frutto del proprio lavoro. Però la libertà di fare di più, se non è regolata, spinge naturalmente verso l’inasprimento delle disuguaglianze: chi ha ottenuto un vantaggio tende a stabilizzare i risultati ottenuti, magari per trasferire questi risultati ad altri, i figli per esempio, che così possono   avvantaggiarsi anche senza sforzi propri. 

Qui deve intervenire la spinta riequilibratrice dello Stato, per evitare che la ricchezza diventi un vantaggio incolmabile. Per questo la Costituzione dice che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. 

Tutti hanno diritto a scuole pubbliche e ad università gratuite e funzionanti, perché tutti hanno il diritto di concorrere alla pari ai ruoli sociali di maggiore responsabilità e prestigio.

Tutti hanno diritto al lavoro – pagato tanto da poterci vivere dignitosamente – per avere un ruolo attivo al funzionamento della società.

Tutti hanno diritto a cure mediche gratuite tempestive e di buona qualità, per essere liberi dal timore che una malattia non possa essere curata o li porti alla rovina propria e delle proprie famiglie. 

Sappiamo che il progetto della Costituzione non si è mai realizzato appieno per la resistenza di settori politici e sociali conservatori, ma tale obiettivo rimane il nostro per questo XXI secolo, anzi oggi è più urgente ed è anche più raggiungibile per effetto delle enormi innovazioni tecniche avvenute. 

Alcune riforme sono diventate urgenti, per evitare che l’acuirsi delle sofferenze sociali porti ad una situazione irriformabile. Il fatto che non ci siano alternative risulta  naturalmente inaccettabile per chi nell’attuale stato di cose sopravvive a malapena.

Ma per realizzare qualsiasi riforma bisogna  ricostruire la macchina della Repubblica: Stato Regione ed Enti locali. E’ attraverso queste strutture che  si possono mettere in atto i cambiamenti necessari. Serve un settore pubblico che funzioni veramente, dalla Sanità alla Scuola, all’Assistenza sociale, alla manutenzione del Territorio, alle funzioni di controllo. Oggi non è così. Le amministrazioni pubbliche da più di  30 anni sono state messe nelle condizioni di non funzionare, disattivate: il blocco del turn over ha ridotto e fatto invecchiare il personale e questo stesso personale spesso non ha fruito di aggiornamenti e formazione. La peggiore politica clientelare ha fatto di tutto per infiltrarlo e condizionarne impropriamente l’attività.

Le pubbliche amministrazioni devono tornare nelle condizioni di funzionare, essere messe in grado di utilizzare al meglio le tecnologie dell’informazione e per questo servono funzionari pubblici giovani e preparati, selezionati con concorsi pubblici e destinati a rimanere impiegati stabilmente, al fine di disporre di organizzazioni efficaci al giusto costo. 

Certo la riattivazione della macchina pubblica ha un costo non indifferente. 

Che fare? Bisogna invertire la rotta: ad oggi Stato ed enti pubblici non riscuotono il necessario per funzionare e in più spendono troppo per acquistare beni e servizi, spesso di cattiva qualità. Il dissesto della macchina pubblica non era inevitabile e non è stato casuale. Neutralizzare gli uffici pubblici é stato funzionale alla riduzione di tutti i controlli: sulla riscossione dei tributi, sul rispetto degli spazi e dei beni comuni, sull’ambiente.

Per finire, la neutralizzazione degli Uffici pubblici è servita per offrire all’economia privata proficue occasioni di guadagno, sostituendosi al Pubblico: dalla Sanità alla Scuola, dalle Università alla distribuzione dell’acqua alla mediazione tra domanda e offerta di lavoro, financo alla vigilanza del territorio. Inoltre la politica usa gli uffici pubblici per coltivare il consenso, ponendosi come rimedio “ad personam” per superare le lungaggini burocratiche create dalla stessa politica con norme ambigue, quando non contraddittorie.

La riappropriazione di spazi di attività da parte del settore pubblico non significa negazione dell’iniziativa privata. Questa, se operata nel rispetto dei diritti dei lavoratori, dei consumatori e dell’ambiente è un elemento prezioso di pluralismo e di autonomia individuale. e come tale può svolgere un’importante funzione nell’innovazione dei prodotti e dei processi. Essa non deve essere caricata di costi di assistenza, che devono essere pubblici perché universali e non deve essere assistita da fondi pubblici sotto forma di contributi a fondo perduto, di agevolazioni incondizionate e di altri supporti che gravanti sulla spesa pubblica. 

Inoltre l’iniziativa privata sarebbe avvantaggiata da una macchina pubblica efficace, da controlli veloci, capaci di bloccare le forme di concorrenza sleale e da una veloce e precisa amministrazione delle controversie.

Seguiteci. vi proporremo le nostre priorità.

Just “pro reo”?



Come chiamare il fenomeno per cui la vittima è colpevolizzata per l’evento dannoso subìto?
Il neologismo vittimicidio è gia stato creato per descrivere l’atteggiamento diffuso nella cultura patriarcale per le fattispecie che colpiscono le donne, intimidite, zittitte, maltrattate, violate, perché sarebbero state petulanti, arroganti, inquiete, provocanti.

Ma a ben vedere nel nostro Paese è in voga (e sedimentata) una cultura in cui l’Autorità è flebile e inefficace, quando non addirittura complice: il colpevole viene di fatto lasciato impunito, quando non ammirato per la sua audacia.

Come spiegare altrimenti il Fascismo, il Berlusconismo o il Renzismo?

In Italia siamo lontani dalla bigotta ipocrisia americana: Mussolini poté addossarsi in Parlamento la responsabilità politica dell’assassinio di Matteotti, il Parlamento votò che Ruby era la nipote di Mubarak e Renzi è ancora in Parlamento nonostante abbia silurato Letta dopo averlo rassicurato sul suo appoggio – “Enrico stai sereno” – ed essere stato bocciato al referendum costituzionale del 2016 “se perdo mi ritiro dalla politica”.

In Italia si depenalizza il falso in bilancio, si condonano abusi e cartelle esattoriali, si garantiscono (i colletti bianchi), ci si lamenta per le indagini della magistratura quando riguardano una persona di ceto borghese (senza integrare il personale giudiziario).

In Italia si promuovono o si lasciano al lavoro poliziotti e carabinieri implicati in indagini su fatti gravissimi (es. G8 di Genova, caso Cucchi, etc). In italia i responsabili della morte di giovani lavoratrici subiscono condanne irrisorie.

Gramsci aveva correttamente indicato nell’indifferenza il male dell’Italia, un paese pieno di Don Abbondio laici e no. Gramsci è morto senza sentire la sentenza per cui c’è stata si una trattativa con la mafia ma “a fin di bene”.

In un Paese siffatto i casi dei Matteotti, dei Gramsci, dei Libero Grassi, dei Falcone, dei Borsellino sembrano servire più come esempi da evitare che come modelli da seguire.

In questo scenario esempi come quello di Ilaria Cucchi sembrano alieni: “si è stata brava, ma io non avrei insistito tanto” e comunque queste persone vengono sfruttate,  diluite, dissipate in realtà tutte italiane, in normali come Sinistra Italiana (appunto) insieme ai Sumahoro.

Quindi abbiamo – è giusto dirlo – persone che denunciano: denunciano auto in doppia fila che gli impediscono di uscire dal parcheggio, o ex compagni stalker, denunciano abusi di datori di lavoro disonesti, o intimidazioni di funzionari concussori, denunciano minacce di estortori mafiosi e ndranghetisti,
Ma poi queste persone non ottengono giustizia e neanche sono protette dalle ritorsioni.

Hanno la colpa imperdonabile di essere vittime e di chiedere giustizia e protezione allo Stato.

Perché è lo Stato il grande malato italiano: è malato di debolezza fino all’esanimità. Esanime appunto, senza spirito né volontà. In Italia la trama delle relazioni superfamiliari si esplica in organizzazioni  che, quale che ne sia la natura teorica, tendono a configurarsi come clan, in senso antropologico: qualcosa di prepolitico in cui le relazioni personali e familiari superano in forza e funzione le relazioni formali dichiarate. E questo avviene nelle associazioni e nei sindacati, nei partiti e nelle comunità parrocchiali, nelle Massonerie e nell’Opus dei.

Prima i miei associati, però (per cerchi concentrici) dopo i miei amici, i miei parenti, la mia famiglia, i miei figli.

Questi non sono problemi che si risolvono facilmente o brevemente, ma, se individuati e riconosciuti, possono essere curati. E va fatto. Per rendere il nostro paese abitabile, anche per le vittime. Tutte.

Costruiamo insieme

Noi che viviamo del nostro lavoro Siamo sotto attacco da anni, da parte delle classi dirigenti: manager, grandi imprese ed intellettuali al seguito:

  • hanno reso precario il lavoro: ci pagano meno e hanno cancellato la maggior parte dei diritti;
  • hanno ridotto le pensioni e cominciano a pagarcele molto dopo;
  • hanno ridotto quantità e qualità dei lavori pubblici: crollano ponti e viadotti, le strade non sono manutenute, gli argini dei torrenti non sono controllati;
  • hanno ridotto quantità e qualità dei servizi sanitari: i medici di base hanno troppi assistiti e si trasformano sempre di più in impiegati amministrativi; hanno chiuso molti ospedali pubblici ed hanno esternalizzato molti servizi di diagnosi e di terapia; i posti di pronto soccorso sono sottodimensionati;
  • hanno ridotto quantità e qualità dei servizi scolastici: classi troppo numerose, troppo pochi insegnanti troppi dei quali precari ed hanno trasformato le scuole pubbliche in aziende, e le ospitano in locali fatiscenti e inadeguati;
  • non fanno funzionare gli uffici pubblici: gli impiegati vanno in pensione e non vengono sostituiti da giovani, in più i nuovi assunti non vengono né selezionati né formati; così i controlli non si possono fare e quando fatti sono fatti in modo sbilanciato e iniquo;
  • le università pubbliche sono impoverite e lasciate nelle mani di baroni che gestiscono l’ingresso dei giovani; moltissimi dei nostri migliori giovani ricercatori vanno all’estero;
  • aumentano le sovvenzioni per le imprese e poi tante di queste spostano gli impianti all’estero e chiudono gli stabilimenti, licenziando il personale;
  • aumentano la spesa militare e mandano armi in teatri di guerra, senza lavorare per la pace;
  • mantengono imposte e tasse ingiuste sui lavoratori e sui piccoli negozianti e riducono le imposte sui più ricchi e sulle grandi imprese;
  • ignorano le ingiustizie nel mondo in Palestina, Iran, Turchia, e ignorano gli attacchi alla libertà come a Cuba e in Venezuela. L’unico criterio di valutazione è la volontà degli USA, o in subordine, la volontà delle burocrazie Europee espressione delle cultura dell’arbitrio dei mercati.

Come si vede è difficile rispondere a tutti gli attacchi: ci sono arrivati da tutte le parti e su mille punti diversi.

Dobbiamo cambiare schema: ottenere una società armoniosa in cui tutti abbiano pari opportunità e in cui nessuno sia abbandonato alla miseria.

Per farlo c’è bisogno – adesso- di un’organizzazione che ci rappresenti e che funzioni. Non abbiamo bisogno di uomini o donne della provvidenza, abbiamo bisogno di coordinarci e di farci avanti tutte e tutti, mettendo da parte le differenze di metodo, per trovare modi di lotta che ci mettano d’accordo e focalizzando la nostra attenzione sulle priorità.

Non lasciamo che continuino a spogliarci di tutto.

Innescare la cittadinanza

La vera ricchezza dei popoli sono le persone.
È anche un fatto di numero (una popolazione che si va riducendo e va invecchiando è un problema enorme), ma pur importante il numero è marginale.
È la cultura che trasforma una persona in una forza capace di cambiare le cose, con le idee, la fantasia e la capacità di aggregare altre persone sul lavoro per il raggiungimento di un obbiettivo comune. Ciò perché la cultura è il prodotto delle relazioni con gli altri e con l’ambiente.

Ma perché questa forza sia realmente potente, deve essere innescata: la persona deve diventare pienamente “animale sociale”, cittadino. 

Per questo la #scuola è così importante per un Paese. Una scuola capace di formare persone capaci di relazionarsi col contesto in cui si muovono; contesto che oggi è estremamente fluido e cangiante e per questo richiede robustezza interiore e capacità di adattamento. Ma la scuola deve coltivare anche la disposizione a relazionarsi con gli altri, aiutando a generare interesse e #rispetto per le persone con cui si viene a contatto, coi loro punti forti ed i loro bisogni.

Dalla scuola e dalla sua naturale prosecuzione nelle attività culturali devono nascere le basi su cui costruire la crescita civile e umana delle persone e collettivamente la capacità di un Popolo di esprimere rappresentazioni del mondo capaci, di generare forme di #simbiosi armoniche con l’altro da sé a cominciare dall’ambiente.
Una società che  dà modo a ciascuno di esprimere ogni potenzialità e per questo una società siffatta è capace di  innovare, di evolversi e di resistere alle avversità.

Anche per questo la scuola dev’essere molto, molto di più di una agenzia di preparazione al lavoro: dev’essere una fucina di persone serene, capaci di comprendere il modo e gli altri, capaci di risolvere problemi.

Si. Serve un polo popolare!

C’è un pezzo di Italia che si è stancata di veder partire i figli in cerca di lavoro e di veder dare la colpa ad altri figli scappati dalla fame e dalla guerra che cercano riparo da noi.

C’è un pezzo di Italia che vorrebbe che le tasse fossero destinate ad ospedali e scuole che funzionano e non a cliniche e ad ambulatori privati.

C’è un pezzo d’Italia che vorrebbe controlli pubblici funzionanti sulle condizioni di lavoro e sulla sicurezza.

C’è un pezzo d’Italia stanca di aspettare un futuro migliore e che sta al lavoro fino a 67 anni, guardando i figli precari fino a 40 anni.

C’è un pezzo d’Italia stanca di vedere i milionari spiegare ai poveri che essere poveri è colpa dei poveri e chiedere di pagare sempre meno tasse.

Questa Italia l’hanno costruita Letta e Salvini Renzi e Meloni con Berlusconi a fare da ispiratore.
Ognuno ci ha messo il suo pezzettino.

Gli italiani stanno male e i furbacchioni fanno demagogia strumentalizzando le questioni come migrazioni, Unità Europea, debito pubblico ed evasione fiscale, usandole come clave anzichè curarle.

Intanto le tasse sui ricchi sono state abbassate e le tasse sui poveri sono state aumentate: giù le tasse di successione per i grandi patrimoni su le tasse sulla benzina che paghiamo tutti.

Il m5s ha ottenuto la realizzazione del primo aiuto importante per i poveri: il reddito di cittadinanza e si è intestato un’agenda sociale importante distante dall’agenda Draghi che gli altri partiti vogliono continuare a seguire e si è dichiarato contrario a spedire le armi un Ucraina e ad aumentare le spese militari.

Perché il m5s non si impegna in questa battaglia con coloro che queste priorità le hanno da sempre? Perché non si crea un polo popolare – veramente popolare – con Unione popolare? Che ci fanno Sinistra Italiana e i Verdi con Calenda ed i nuclearisti? Santoro e Montanari vogliono impegnarsi? Benissimo!

Il m5s rimetta in campo la volontà di partecipazione popolare che lo ha fatto nascere e partiamo.
Non è detto per nulla che debba vincere la Destra con le sue falsità.

Ma se lasciamo il PD a difendere l’esistente, quel pezzo d’Italia di cui parlavamo non andrà a votare e la colpa sarà di chi ha chiuso gli occhi ed ha chiesto ancora fiducia per l’ennesima fregatura!

Superbonus 110% Un po’ di chiarezza.

Da ormai due anni non si sente parlare di altro che di Superbonus 110% Ma lo si fa in modi che creano una grande confusione nell’opinione pubblica e anche tra le persone direttamente interessate.

Proviamo a chiarire di cosa si tratta e soprattutto di cosa non si tratta, facendo rapidamente una carrellata su tutti gli intoppi che questo provvedimento ha incontrato nel suo percorso.

CHE COSA E’

Il superbonus 110% è un incentivo basato sulla detrazione fiscale; in pratica lo Stato riconosce al proprietario dell’immobile in ristrutturazione una detrazione fiscale sull’importo dei lavori eseguiti.

Tale detrazione ammonta al 110% del computo dei lavori e viene rimborsata in cinque quote annuali di pari importo.

L’utente può dunque:

  1. Recuperare l’intero importo pagato maggiorato dell’incentivo del 10%, detraendo il totale dalle tasse che pagherà nei successivi cinque anni;
  2. cedere il credito derivante dall’importo pagato, ottenendo una quota leggermente superiore all’importo stesso;
  3. non pagare affatto l’importo dei lavori, ottenendo lo sconto in fattura dall’impresa che, a sua volta, recupererà il credito direttamente, o lo cederà di nuovo.

Questo primo passo ci fa già capire che per il superbonus lo Stato non esborsa neanche un euro, in quanto sia il 100% dell’importo speso sia il premio del 10% in più, saranno recuperati dal proprietario dell’immobile attraverso la detrazione fiscale su quanto si dovrà versare nei successivi cinque anni. Lo Stato quindi non immette sul mercato denaro proprio per pagare il Superbonus, ma si limita a non riscuotere imposte future. Però con l’operazione si genera un grande Incremento di redditi di impresa e di lavoro che incrementeranno la massa imponibile.

Qualcuno potrebbe dire che i soldi non incassati dallo Stato equivalgono a soldi spesi. Ma in pratica i fondi messi in circolazione sono stati immessi dai privati o dalle imprese che hanno concesso lo sconto in fattura. In moltissimi casi per disporre dei liquidi necessari ai lavori ci si rivolge alle banche

Il Superbonus nasce nel 2020 in pieno lockdown, che aveva fatto crollare l’economia di tutti i paesi del mondo. Il Governo italiano si è quindi trovato a dover erogare ristori per far fronte alle perdite economiche subite dalle imprese.

Per il Superbonus furono stanziati 55 miliardi da detrarre dalle entrate 2021 – 2025 ma, quali entrate ci sarebbero state senza incentivi? L’idea fu quella di indurre i privati ad investire subito per ottenere detrazioni in futuro.

Ma passiamo ora all’altro aspetto a cui abbiamo fatto riferimento all’inizio

CHE COSA NON E’

Il Superbonus non finanzia qualsiasi ristrutturazione, non è una semplice ritinteggiatura e non è neanche un semplice miglioramento degli stabili!

Il Superbonus è un intervento complesso che deve obbedire a regole precise:

  1. si deve realizzare almeno un intervento “Trainante” per poter realizzare dopo gli interventi trainati;
  2. ci deve essere un miglioramento energetico di almeno due classi;
  3. si devono usare materiali certificati, marchiati CE e a basso impatto ambientale;
  4. si devono rispettare i massimali e i tetti di spesa imposti per ogni singola lavorazione;
  5. i prezzi delle lavorazioni devono essere congrui con gli studi di mercato sui prezzi medi, espressi nei tariffari regionali o del Genio Civile;
  6. oltre ai tariffari i prezzi devono essere verificati rispetto a massimali generici che riguardano il prezzo unitario dei prodotti o dei materiali utilizzati;
  7. gli importi delle parcelle non sono decisi dal professionista ma vengono calcolati attraverso i parametri di un decreto legge;
  8. ogni S.A.L. deve essere asseverato presso ENEA;
  9. dopo aver ottenuto il nulla osta di ENEA, prima di inoltrare la pratica all’Agenzia delle Entrate, è necessario apporre il “Visto di Conformità”;
  10. sia l’Asseveratore che il Commercialista che appone il Visto devono avere copertura assicurativa che garantisca l’intero importo dell’opera;
  11. per gli 8 anni successivi all’opera, ENEA e AdE faranno controlli incrociati, quindi anche le polizze assicurative dovranno avere tale durata;
  12. fuori catalogo, le banche pretendono il “doppio controllo” su tutte le asseverazioni.

Un provvedimento di tale complessità comporta capacità elevate di chi progetta e dirige l’opera, capacità di realizzazione di chi l’opera la deve eseguire, qualità dei materiali e degli impianti di livello superiore.

Tutto questo, insieme alla scarsa reperibilità di materiali e maestranze fa salire il prezzo della realizzazione.

E’ fisiologico, è una legge del mercato “all’aumentare della domanda aumenta il prezzo”. L’esplosivo lancio del Superbonus ha spinto i produttori di semilavorati a incrementare la loro produzione, facendo salire la richiesta di materiali e, conseguentemente, il prezzo dei prodotti, da qui le pesanti accuse rivolte al provvedimento tacciato come “la più grande speculazione edilizia”.

Ma c’è un altro elemento da considerare: chiunque lavori in ambito superbonus viene pagato a “success fee” ovvero a risultato raggiunto.

I S.A.L. (stato avanzamento lavori) vengono saldati solo dopo il loro raggiungimento, solo dopo le asseverazioni e solo dopo il visto di conformità.

CHI PAGA?

Solo allora il Fisco immette crediti sul “Cassetto Fiscale” di ognuno degli operatori.

E QUINDI?

Qui sopra viene un elemento ulteriore da cui nasce la speculazione.

Fino alla quantificazione del credito di imposta non c’è stato passaggio di denaro ma ora bisogna trasformare i crediti in moneta e come avviene questo?

Sono state narrate storie fantasiose che parlavano di “soggetti” i quali, dovendo pagare molte tasse, convertivano i crediti alla pari guadagnando quel 10% promesso dallo Stato (piccola nota, nel “cratere sismico”, cioè nelle aree del centro Italia maggiormente colpite da fenomeni tellurici, il credito di imposta sale dal 110 al 160%). Però ci sono in ballo tantissimi soldi e tutti vogliono realizzare subito. Naturalmente tra tutti chi ci riesce sono le banche.

Le banche, infatti, da diversi mesi, e cioè dall’emanazione del “decreto antifrodi”, hanno sospeso l’acquisto del credito, costringendo i pochi operatori ancora attivi a cedere il credito a “General Contractor” a soggetti cioè che hanno a loro volta accordi con le Banche e che dispongono quindi di “Plafond” sostanziosi.

Da qui l’affermazione che i 33 miliardi stanziati sarebbero stati accaparrati dai vari General Contractor.

Questi soggetti vanno praticamente in deroga ai paletti stabiliti dal Governo e soprattutto dalle Banche riuscendo a semplificare le procedure di accesso al credito e chiaramente non lo fanno alla pari, come il provvedimento pretendeva che succedesse, ma con ricavi intorno al 20 – 25% in rapida salita (niente di nuovo: un famoso finanziatore prima del Superbonus prendeva il 33%).

Imprese e tecnici sono costretti quindi a lavorare al 75 – 80% della loro parcella con pagamenti che stanno sulla media dei 60 – 90 gg.

Però tra gli addetti al settore circola con insistenza la notizia che la quota destinata alle imprese scenderà rapidamente fino al 60%.

Ricapitolando quindi lo Stato negli anni 2020 – 2022 non ha versato un centesimo ma ha solo rinunciato a delle entrate che non avrebbe avuto senza il Superbonus. Di contro sempre negli anni 2020 – 2022, tutti coloro che hanno percepito incassi grazie al Superbonus hanno creato reddito sul quale hanno dovuto o dovranno versare tasse e contributi.

Quindi non solo lo Stato non ha speso ma ha addirittura incassato cifre più alte di quelle alle quali avrebbe presumibilmente rinunciato.

Il Superbonus quindi crea occupazione, produce reddito (PIL) e se fatto bene migliora il patrimonio immobiliare tanto da renderlo più resistente ai numerosi terremoti e meno energivoro, partecipando a quella transizione ecologica di cui si parla.

Ma il Presidente del Consiglio dei Ministri ha trovato utile battezzare “truffa” il Superbonus, dando il via alla serrata delle Banche che sta mettendo seriamente a rischio di fallimento più di 30 mila imprese in tutta Italia.

Ad oggi la situazione è drammatica: cantieri aperti e non conclusi, imprese che rischiano il fallimento, delusione serpeggiante tra i cittadini che si erano illusi e che ora vivono l’amara esperienza di un blocco di cui non capiscono i motivi e di cui non vedono la scadenza, inoltre TV e giornali, unitamente schierati contro il provvedimento spargono notizie terroristiche col risultato di confondere l’opinione pubblica e facendo odiare quello che sembrava essere un buon provvedimento di rilancio dell’economia italiana post Covid.

Chi ci guadagna?

Valerio Iannuzzi

Sbilanciata e diseguale

Vi sarete accorti che nella nostra società ci sono cose che non vanno bene.

In tanti si sono esercitati ad elencarle, per convincere chi ascolta di avere capito i suoi bisogni.
Sulle soluzioni invece si tende a glissare, perchè necessariamente le proposte accontentano alcuni e scontentano altri.
Il risultato sono personalità e gruppi politici che criticano gli altri e sorvolano o mentono sui propri insuccessi.

La questione è pesante e difficile da risolvere, perchè i cambiamenti da fare sono imponenti: la Repubblica italiana (Stato+Regioni+enti locali) preleva in imposte e tasse molto di più di quanto restituisca in servizi al cittadino. Questo perchè una parte consistente di imposte e tasse vanno a restituire quote di debito contratto coi privati e a pagare interessi a tassi di mercato.

In più per pagare quelle imposte non viene chiesto a tutti lo stesso #sacrificio:
lavoratori dipendenti e pensionati pagano tutto. Imprenditori e liberi professionisti in parte: i lavoratori a partita iva pagano tutto; i piccoli professionisti e le microimprese si fanno uno sconto più o meno consistente; i grandi studi professionali e le imprese medie e grandi, che possono fruire di competenze piu importanti per ridurre le imposte, pagano poco. e si lamentano più di tutti.

Per finire la rassegna, la spesa pubblica segue una ripartizione altrettanto iniqua: il welfare pubblico viene amministrato col contagocce. Scuola e sanità pubbliche, pensioni e servizi ai meno abbienti sono sottoposti a tagli continui di fondi e peggioramenti qualitativi e quantitativi dei servizi. Classi scolastiche di trenta e piu alunni, Ticket per i farmaci, tempi biblici per gli esami diagnostici, riduzione di posti letto, pensioni piu basse, ottenute sempre piu tardi

Invece la spesa pubblica per le imprese – specialmente quelle grandi – è considerata spesa virtuosa e produttiva , perchè le imprese danno lavoro e quindi agevolazioni, sovvenzioni, concessioni e contratti pubblici convenienti (per le imprese).

Il tutto mentre negli uffici pubblici marchiati come covi di #fannulloni, non vengono assunti giovani (o se vengono assunti, sono #precari e ricattabili e gli anziani non vengono fatti aggiornare e studiare. Pare che la politica faccia il possibile perchè gli uffici pubblici non funzionino bene. Cosicché quando i funzionari hanno rapporti coi privati pendano dalle labbra del consulente o del fornitore.

In conclusione, viviamo in una società sbilanciata e diseguale, che si muove per diventare ancora piu sbilanciata ed ancora più diseguale, però a dirlo si passa per estremisti o populisti.

Queste cose vanno spiegate ai cittadini. Solo quando gli elettori capiremo che nessuno può salvarci se non cominciamo ad interessarci noi stessi di politica, solo allora potremo capire che bisogna cambiare proprio tanto e che c’è veramente tanta gente che non vuole proprio che le cose cambino.

Ubuntu

Noi rappresentanti dei popoli provenienti da diversi orizzonti, da diverse culture, da diverse religioni,
Uniti dalla nostra comune dignità.
Insieme al popolo italiano che ripudia la guerra come scritto nella sua costituzione
A nome delle generazioni future

Lanciamo un appello per un cessato il fuoco immediato:

Vogliamo fare tacere le armi,
Vogliamo promuovere il dialogo
Vogliamo interrompere l’insensata corsa al riarmo ,
Vogliamo utilizzare queste ingenti risorse per affrontare le sfide di fronte al genere umano.
Vogliamo uscire da questa cultura materialista del consumo
Vogliamo curare insieme le profonde ferite ambientali inferte da un feroce modello di sviluppo
Vogliamo combattere le ingiuste disuguaglianze sociale ripensando a una ridistribuzione delle risorse.
Vogliamo instaurare una economia fondate sul lavoro, abbattendo la speculazione finanziaria.

NOI, coscienti della nostra parte di responsabilità, ci impegniamo a non alimentare vecchi nazionalismi e nuove prepotenze, conservando la nostra identità umana per contribuire a sviluppare una cultura fedele allo spirito fratellanza e attenta al bene comune. Elemento vitale per dare un futuro pacifico all’umanità.

Ubuntu

“L’aumento della spesa militare: un volano per l’Economia”?.

Lasciateci dire che il dibattito con gli interventisti in Ucraina è diventato stucchevole.
La guerra è un fatto atroce ed iniziarla è sempre un fatto criminale. Indurre persone e popoli ad iniziarla è altrettanto criminale.

Il brutto della guerra è che muoiano persone sia  armate sia disarmate. Ne sono morte a piazza Maidan a Kiev nel 2014 ad opera di cecchini ancora ignoti. Ne sono morte ad Odessa (ricordate la strage nella casa del sindacato?) Ne sono morte in Donbass (circa 14mila dal 2014, ma si continua. Ne stanno morendo in questa maledetta guerra.

Chi ha iniziato? Tra questi ci sono sicuramente la dirigenza politica ed economica russa, quella ucraina e quella occidentale, gli statunitensi in prima fila.

Chi sta morendo? Persone comuni russe e ucraine, oltre a gruppi di stranieri che si sono trovati in quei posti disgraziatamente (come gli studenti ed i lavoratori stranieri, che oggi vengono ricacciati indietro alle frontiere polacche e Ungheresi) o volontariamente, come i neonazisti che sono andati a guerreggiare da una parte e dall’altra delle linee, credibilmente per soddisfare la propria indole, i mercenari pagati dai governi per uccidere, o i volontari che pensano di contribuire in armi alla lotta per la giustizia.

In questo bailamme che giustamente l’ONU, il Papa e i pacifisti chiedono sia fermato, arriva la stampa mainstream e chiede giustizia e la sconfitta del malvagio. È appena il caso di rilevare che il malvagio è il dirigente della parte contraria. È stato Saddam, Sono stati i talebani, adesso è Putin. Intendiamoci: i gruppi dirigenti iracheni, afgani, russi si stanno effettivamente comportando in modo malvagio. Ma a che titolo e con quali criteri l’Occidente sceglie qual è il malvagio da perseguire e come?

Perché Putin è malvagio e i sauditi no?

Un altro aspetto che ci pare rilevante è la classificazione e valutazione dei morti per razza. Il partito democratico sa che siamo noi a vendere e mandare le bombe da lanciare anche sui civili yemeniti? Lo sa. Lo sa.

Il pubblico italiano riesce a distinguere le membra dilaniate di una donna curda da quelle di una donna ucraina? Il pianto di un bambino ucraini da quello di un bambino nigeriano?

E perché solo pochi giornali inascoltati danno peso alla notizia che il giorno due di aprile 2022 due giorni fa) è stato lasciato andare alla deriva e poi affondare un barcone con un centinaio di migranti che fuggivano dalla Libia? Perché solo pochi sanno la notizia che i quattro – solo quattro – superstiti sono stati salvati, portati a bordo da una petroliera che passava e riportati nei lager libici?

Non può essere una questione di distanza: la Libia è molto più vicina all’Italia dell’Ucraina e quel che vi succede ci condiziona eccome.

Gli interventisti dovrebbero dire con chiarezza, se dovremmo intervenire in Ucraina (mandando armi ) perché gli ucraini sono belli e biondi mentre gli altri sono scuretti o addirittura neri, oppure se il motivo è che l’invio di armi -ed il nostro riarmo – è desiderato dalle grandi imprese  come appare con chiarezza nell’articolo del sole24ore di oggi : “L’aumento della spesa militare un volano per l’economia”.

Mentre la spinta alla pace interessa solo ai poveri cristi sotto le bombe. Non a chi quelle bombe le vende.

Racconti di guerra.

Vi ricordate la formula del giuramento in tribunale, tante volte ascoltata nei film? Giuro di dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità.
La verità percepita da chi la racconta ci dà notizie delle cose che avvengono, se è raccontata in buona fede, tutta (senza omissioni) e niente altro (senza aggiunte)
0vviamente è un pio desiderio: chiunque che abbia assistito a qualcosa può farne solo una rappresentazione dal proprio punto di vista.
Però la volontà di essere sinceri aiuta.
Invece
Esiste un rapporto strano tra desiderio di informazione delle persone e volontà di comunicazione del potere: vorremmo sapere e capire quanto più possibile delle crisi mondiali, di pandemia, di Ucraina, di Assange ma la nostra fame di notizie reali e complete viene placata con una valanga di dati parziali, colorati e sfumati con le opinioni, le immagini e con parole cariche di emotività.


In questi giorni è possibile leggere che in Russia il 60-70% dei cittadini è d’accordo con Putin e la sua invasione dell’Ucraina (anzi operazione militare speciale). In Russia il governo informa la popolazione coi canali ufficiali televisivi e radiofonici e sta cercando di sterilizzare tutte le altre fonti di informazione legate ad Internet, a cominciare dai social e da Google.

In Occidente la stragrande maggioranza dei cittadini è di opinione opposta: la Russia sta martirizzando l’Ucraina, che si difende come una leonessa e chiede armi per continuare la difesa della patria.
Europa ed USA buoni – ma responsabili – forniscono all’Ucraina le armi per continuare la sua battaglia, ma non possono arrivare a partecipare a quella guerra imponendo il divieto alla Russia di sorvolare (e bombardare) l’Ucraina. Nessuna No Fly Zone, quindi, perché quasi sicuramente il tentativo di imporla porterebbe alla terza guerra mondiale.

Qualcuno ha dubbi sul fatto che le due opposte narrazioni abbiano lacune ed imprecisioni tanto importanti quanto strumentali?

In Russia la TV non racconta delle bombe sui civili e delle perdite russe. Per i Russi gli Ucraini sono imbevuti di #Nazismo, tanto da rendere necessaria la denazificazione dell’Ucraina.

In Occidente pochi sanno (poco) del neonazismo in Ucraina, di ministri dell’interno nazisti, del fatto che nel Donbass (russofono e ricco) e separatista la lotta contro i secessionisti sia stata affidata a reparti paramilitari neonazisti, inglobati nella guardia nazionale Ucraina, che in otto anni hanno fatto più di diecimila morti. Solo i più informati sanno, poi, di episodi atroci come la strage di Odessa, in cui una sede sindacale è stata assaltata e le persone all’interno uccise o violentate e poi costrette a stare all’interno mentre la sede veniva incendiata. Tutto senza che la polizia Ucraina, presente, intervenisse.
Questi episodi mentre la NATO supportava l’Ucraina nella prospettiva di associarla e di promuovere la sua associazione all’Unione europea.

Se in Occidente pochi sanno di questi fatti è perché la grande massa non accede a queste informazioni, la sintesi dei telegiornali, non gli dà spazio e poco se ne parla anche nei talk show.

Per saperne di più bisogna leggere riviste specializzate, cercare su internet e sopportare la fatica di un vero e proprio lavoro di ricerca e di confronto delle notizie, con una pazienza ed un lavoro di attenzione che la maggior parte non ha interesse a fare.

La complessità, tanto sottolineata a parole, rende più comprensibile la richiesta -anche solo istintiva- di tanti perché ci si sforzi per la pace subito, senza mandare armi (che non hanno mai aiutato la pace) ma promuovendo un “cessate il fuoco” immediato impegnandosi a capire l’altra parte e generando la pace futura sanzionando i belligeranti. Tutti.
Sia chi bombarda i civili a Mariupol sia chi bombarda i civili a Lugansk. Perché un fascista (o un nazista) è cattivo sempre. Sia se combatte in aiuto ai russi, sia se combatte alleato con gli Americani.

Con le armi non si costruisce la Pace

Le analisi geopolitiche e storiche sui motivi del conflitto tra Russia e Ucraina sono ormai note; quella che ci pare più rilevante per il passato e, soprattutto, per il futuro, è il ruolo dell’Unione Europea e della NATO.

I paesi europei tra le scelte ostili alla Russia con l’applicazione di sanzioni importanti hanno deciso di armare l’Ucraina e di rinforzare la difesa nei paesi della NATO confinanti con Ucraina e Russia.

Intanto il popolo ucraino sta vivendo questi giorni sotto i bombardamenti mentre donne e bambini sono costretti ad abbandonare le loro case e affrontare un futuro ignoto.

L’unico modo di liberarli da questo stato di cose è stabilire il cessate il fuoco.

Mentre il popolo Russo sta manifestando contro la guerra pagando di persona, in occidente i cittadini manifestano chiedendo la pace ai propri governanti, responsabili di avere scelto di inviare armi e irrobustire la forza militare occidentale, incrementando la presenza di forze tattiche nei paesi NATO confinanti con la Russia e i suoi alleati.

“Ogni guerra lascia il nostro mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male” dice l’enciclica “ Fratelli Tutti” di papa Francesco, dunque la politica di costruzione di pace sia orientata al disarmo, alla riduzione sistematica delle spese militari ( oltre 60 premi Nobel, tra cui Carlo Rubbia e Giorgio Parisi, lo hanno chiesto nell’iniziativa Global peacedividend) invece che all’incremento del ministero della Difesa

  • Non condividiamo la scelta del Governo Italiano di inviare armi in Ucraina scelta voluta e condivisa dalla maggior parte dei parlamentari che saranno chiamati a rendere conto di questa sciagurata decisione: noi non dimentichiamo!
  • Chiediamo le dimissioni del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio per incapacità manifesta avendo abusato del proprio ruolo in occasione di molte apparizioni televisive durante le quali si è lasciato andare ad espressioni offensive e dispregiative del Presidente della Russia in un momento nel quale di tutto c’è bisogno meno che di alzare i toni dello scontro.
  • Chiediamo al governo Italiano, in ottemperanza all’art. 11 della Costituzione di adoperarsi in ogni modo per favorire l’azione diplomatica volta all’ottenimento del cessate il fuoco.
  • Condividiamo la piattaforma della manifestazione di sabato 5 Marzo promossa da Retepacedisarmo
  • Esprimiamo la nostra piena solidarietà al popolo Ucraino e auspichiamo l’immediato cessate il fuoco

Spetta a noi cittadini e cittadine del mondo agire e conquistare la pace. Rinunciare alla logica della guerra e seguire i princìpi di fraternità e solidarietà non è soltanto auspicabile, ma urgentemente necessario, se vogliamo che la vita umana sulla terra possa continuare.

Riformiamo le pensioni!

l tema delle pensioni, già in discussione da decenni e oggetto di ulteriori aggiustamenti nelle intenzioni del Governo è uno di quei temi chiave che modificano profondamente il funzionamento della società. Le prime riforme delle pensioni andavano a correggere situazioni di squilibrio evidente che avevano consentito ad alcuni lavoratori e lavoratrici di andare in pensione in un’età di grande vigore e di piena capacità lavorativa, tanto che le stesse persone spesso andavano a svolgere altri lavori in autonomia, sommando i nuovi redditi alla piccola rendita acquisita con la baby pensione.

Le ulteriori restrizioni del sistema previdenziale, anche quelle attualmente in discussione, cercano fondamento sull’innalzamento delle aspettative di vita degli italiani, che, sommato alla drastica riduzione delle nascite, stanno comportando un progressivo invecchiamento della popolazione.

Il ragionamento suona pressappoco così: giacché le fasce d’età attualmente in produzione sostengono numeri di persone pensionate molto superiori rispetto a quanto avveniva in passato e poiché il rapporto tra persone produttrici e persone in pensione è destinato a ridursi ulteriormente e progressivamente nel futuro, bisognerebbe porre rimedio, aumentando l’età di pensionamento, per ridurre il numero degli anni in cui la persona vivrà di pensione e per ridurre il peso dei pensionati sui produttori.

Il ragionamento che ho provato a descrivere appare convincente, ma parte da un presupposto dato per scontato: l’invarianza della capacità produttiva delle persone nel tempo, anche in tempi lunghissimi: come se un lavoratore che operava nel 1970 producesse quanto un lavoratore che opera nel 2020. Solo che questa equivalenza non è vera: chi guardi al lavoro negli uffici o nelle fabbriche, nella logistica o nelle vendite si rende conto facilmente di una realtà assolutamente vistosa: grazie alla innovazione tecnologica un lavoratore dei nostri tempi produce una quantità di beni o di servizi enormemente superiore a quella prodotta da un lavoratore di cinquanta anni fa.

Oggi a mandare un messaggio a migliaia di clienti basta il tempo di scrivere ed inviare un messaggio di posta elettronica. Lavoro che può fare una sola persona (due se il lavoro viene supervisionato). Bastano un paio d’ore di lavoro per scrivere il messaggio, se il messaggio è articolato e importante, e bastano pochi secondi per inviarlo.

Negli anni settanta bisognava stampare le lettere, imbustarle e portarle nel luogo di spedizione. Lì sarebbero state spedite nei luoghi di destinazione, dove sarebbero state distribuite. In caso di migliaia di destinatari si può parlare del lavoro di decine di persone , in qualche caso di centinaia.

I miei coetanei ricorderanno che il modello di vendita per corrispondenza una volta erano i cataloghi “Vestro” e “Postal Market” , oggi sostituiti da “Amazon” o “Alibaba” (per i quali oggi appare primitivo anche il sistema di ordine tramite posta elettronica).

Le fabbriche di Fiat ed Alfa Romeo degli anni Settanta con gli attuali impianti di Melfi non hanno confronti, se non, forse, nel trattamento degli operai. Quante automobili uscivano al giorno da una catena di montaggio e quante ne escono oggi? Impiegando quante persone?

Se quanto ho descritto è vero, allora la questione va posta diversamente: oggi e con l’attuale livello di strumentazione tecnologica, il sistema economico quante persone inattive può mantenere? E che età devono avere queste persone? La domanda relativa all’età non deve stupire: Oggi il sistema mantiene in produzione una parte delle persone – gli adulti occupati – mentre mantiene inattive altre persone: minori in età prescolare e scolare, inoccupati, disoccupati, pensionati. Inoltre il progresso delle tecniche induce a ritenere che il numero degli occupati potrebbe ulteriormente ridursi. I processi di automazione nelle fabbriche e l’auspicato impiego massivo della rete Internet nella gestione delle relazioni con le pubbliche amministrazioni, come è già avvenuto con le banche e altre aziende produttrici di servizi, va in quella direzione: ci sarà meno bisogno di lavoro umano.

Che le persone siano educate e formate nei primi anni della vita è cosa utile per loro e necessaria per la società, che con la scuola può dotarsi di cittadini che condividono norme di comportamento condivise (l’esperienza ci insegna che non è sempre vero che l’educazione familiare consegua modelli di relazione sociale desiderabili) quindi è assolutamente opportuno che la prima gioventù sia spesa nella formazione delle persone, che incidentalmente, se meglio formate, saranno anche produttori più capaci e consumatori più educati. Si potrebbe quindi immaginare di far studiare per più tempo i ragazzi e le ragazze.

Ma ad un certo punto sarebbe bene per la società (oltre che per loro) che i ragazzi potessero effettivamente lavorare e guadagnare in modo da affrancarsi dalle famiglie di origine e magari avviare una nuova famiglia con partner e figli. Ad oggi invece abbiamo percentuali inaudite di disoccupazione giovanile: tanti giovani adulti non hanno occupazione e se ce l’hanno si tratta di occupazione precaria, a volte estremamente precaria e spessissimo malpagata. Tantissimi giovani sono imprigionati in quella categoria dei working poors (lavoratori poveri) e non possono rendersi autonomi dalle famiglie di origine. Questa situazione ovviamente deprime la demografia del paese.

A questo punto sorge spontanea alcune domande: a chi giova mantenere inattive o sottoccupate persone di venti o trenta, o quarant’anni e, insieme, mantenere al lavoro persone ultrasessantacinquenni, fisicamente meno efficienti, meno elastiche nell’acquisizione di nuove modalità operative e, spesso, meno motivate? Per quanto tempo potranno protrarsi politiche che comprimono progressivamente la natalità, impedendo la formazione di nuove giovani famiglie? Dobbiamo immaginare un futuro in cui si entra nel mondo del lavoro a quarant’anni e se ne esce a settanta? Settantacinque anni?

Solo che per muoversi nella direzione di far entrare “in produzione” gli adulti giovani e farne uscire gli adulti anziani, bisognerebbe incrementare la spesa pubblica e coprirla con un incremento del volume delle entrate tributarie. Ma il carico dei tributi sui cittadini è già molto lalto. Per aumentare le entrate tributarie, senza rendere eccessivo il carico sui contribuenti, sarebbero indispensabili alcune riforme molto profonde: una riforma della fiscalità orientata ai redditi delle persone fisiche, seriamente progressiva ed orientata ad una lotta all’evasione seria, utilizzando efficacemente l’incrocio dei dati già in possesso delle amministrazioni pubbliche; una effettiva semplificazione delle norme fiscali, per evitare dinamiche elusive e una riforma della contabilità della redistribuzione. Trovare cioè una nuova organizzazione pubblica della previdenza che porti alla trasformazione dell’INPS da ente autonomo a ufficio statale e che affidi la copertura delle pensioni alla fiscalità generale. Direttamente sul bilancio dello Stato, eliminando contemporaneamente i contributi previdenziali così come li conosciamo oggi e riducendo il carico fiscale sul lavoro.

Così si interromperebbe la connessione tra lavoratori finanziatori del sistema previdenziale e pensionati fruitori, facendo entrare nel ruolo di finanziatori del sistema pensionistico i percettori dei redditi più alti, che tra evasione, ed elusione fiscale – anche promossa dalle riforme e dai condoni berlusconiani e leghisti – da tempo si sono visti ridurre l’imposizione fiscale.

Il processo di riforma che si ipotizza dovrebbe mantenere tutta l’attenzione necessaria alla tenuta dei saldi di finanza pubblica, ma – salvaguardando i redditi medi e bassi – dovrebbe ricercare nelle maggiori entrate tributarie, più equamente distribuite, il suo riequilibrio.

Per chiudere un ultimo accenno alla lotta all’evasione: non si capisce perché non si indichino degli obiettivi quantitativi nel recupero dell’imponibile fiscale, cui legare benefiche riduzioni di aliquote per tutti i contribuenti. “Pagare meno pagare tutti smetterà di essere uno slogan quando sarà chiaro quanto si pagherà di meno quando una quantità predefinita di evasione fiscale sarà riportata nella legalità.

Il dubbio è che nell’eterno corteggiamento agli elettori più scaltri, la lotta all’evasione sia un pio desiderio da raccontarsi a mo’ di favola ai bambini per le sere invernali.

Persone e Macchine: chi controlla il futuro?

L’esercito di riserva diventa di silicio.

Meno culle, più macchine intelligenti: nel giro di una generazione potremmo avere meno persone, e meno bisogno delle persone che ci sono. La domanda è: a vantaggio di chi?

Immaginate un paese che fa sempre meno figli, mentre nelle sue fabbriche cominciano a muoversi i primi robot capaci di camminare su due gambe, e nei suoi uffici un software scrive relazioni, bilanci, persino diagnosi. Non è fantascienza: è l’Italia del 2026, ma anche buona parte del pianeta. La domanda che vale la pena porsi non è se questo scenario arriverà (ha già iniziato a manifestarsi) ma chi ne trarrà vantaggio, e chi ne pagherà il conto.

Un potere senza un padrone unico.

Parlare di “oligarchie mondiali” evocherebbe l’immagine di un comitato ristretto che decide le sorti del pianeta in una stanza chiusa. La realtà è più disordinata: quello che esiste sono blocchi di potere – Stati Uniti, Cina, Unione Europea, le grandi aziende tecnologiche – spesso in competizione feroce tra loro, non un cartello unico. Ma i numeri, quando escono, danno ragione a chi resta sospettoso. Il rapporto Oxfam presentato a gennaio 2026 al Forum di Davos, lo stesso appuntamento dove ogni anno si ritrovano i più potenti del pianeta, racconta di una ricchezza dei miliardari cresciuta del 16% in un solo anno, tre volte più veloce della media degli ultimi cinque, fino a toccare 18.300 miliardi di dollari: l’81% in più rispetto al 2020. Dodici persone, da sole, possiedono più della metà più povera dell’umanità, circa 4 miliardi di individui. In Italia il patrimonio dei miliardari è cresciuto di 54,6 miliardi di euro in un anno, al ritmo di 150 milioni al giorno. Lo stesso rapporto Oxfam, va detto, non usa mezzi termini: parla apertamente del consolidarsi di una vera oligarchia, con un accesso al potere sproporzionato rispetto al resto della popolazione. Non serve una cospirazione: basta che pochi controllino capitale, dati e infrastrutture perché la logica del sistema li avvantaggi comunque. Il rapporto aggiunge un dettaglio che pesa: i miliardari hanno oggi quattromila volte più probabilità di un cittadino medio di ricoprire una carica politica, e possiedono sette delle dieci maggiori aziende media del mondo, oltre a tutte le principali piattaforme social. Non è solo ricchezza: è anche voce, e capacità di decidere quale voce si senta di più.

Meno culle.

Sul fronte demografico, i numeri dell’ONU (World Population Prospects 2024) raccontano una svolta storica: la popolazione mondiale, oggi 8,2 miliardi, crescerà ancora fino a un picco di 10,3 miliardi a metà degli anni Ottanta di questo secolo, per poi iniziare a scendere. Sessantatré paesi tra cui Cina, Germania, Giappone, Russia, hanno già raggiunto il loro massimo e perderanno il 14% della popolazione nei prossimi trent’anni. Altri 126, tra cui India, Indonesia, Pakistan e perfino gli Stati Uniti, continueranno invece a crescere ancora per decenni.

L’Italia è un caso da manuale del primo gruppo: nel 2025 sono nati solo 355 mila bambini, il minimo storico dal dopoguerra, con un tasso di fecondità di 1,14 figli per donna, la metà di quanto servirebbe per mantenere stabile la popolazione. In un solo anno il paese ha perso, per squilibrio tra nascite e morti, quasi 300 mila abitanti: come se fosse improvvisamente scomparsa la popolazione di una grande città. Secondo l’Istat, nel 2050 per ogni 100 giovani sotto i 14 anni ci saranno circa 300 ultrasessantacinquenni.

Non è mancanza di desiderio: un dossier Istat-Fondazione per la Natalità racconta che oltre sei persone su dieci, tra chi rinuncia a un figlio in più, cita ostacoli economici, lavorativi o di conciliazione familiare, e quasi una donna su due teme ripercussioni sulla carriera. Se le intenzioni dichiarate si fossero realizzate, nel solo 2025 sarebbero nati oltre 760 mila bambini, più del doppio di quelli effettivamente venuti al mondo. Il calo demografico, insomma, non è solo un dato: è anche l’esito di condizioni di lavoro che rendono un figlio un rischio economico.

Una vecchia idea con un volto nuovo.

Qui si incrocia una vecchia intuizione con un fenomeno nuovo. Marx parlava di “esercito industriale di riserva”: una massa di disoccupati o sottoccupati che il capitale tiene sullo sfondo per mantenere bassi i salari di chi un lavoro ce l’ha, perché c’è sempre qualcun altro pronto a prenderne il posto per meno. Se la popolazione cala e il bacino di manodopera si restringe, quella riserva rischia di prosciugarsi e con essa il potere di ricatto che ha garantito per due secoli nei confronti di chi rivendicava condizioni migliori al lavoro.

È qui che l’automazione entra in scena, non solo come scelta predatoria ma anche come risposta a un vincolo reale: lo stesso rapporto ONU consiglia esplicitamente ai paesi che invecchiano di investire in automazione per sostenere la produttività. Il punto è che la funzione resta la stessa, cambiano solo gli strumenti: prima si attingeva ai flussi migratori per tenere sotto controllo il costo del lavoro, oggi si può usare una macchina, che non sciopera, non invecchia e non chiede il permesso di soggiorno.

Un’eccezione che si restringe.

Il quadro è diverso nell’Africa subsahariana, dove la popolazione continua a crescere rapidamente: nove paesi, tra cui Repubblica Democratica del Congo, Niger e Somalia, raddoppieranno entro il 2054. Ma anche lì la fecondità sta scendendo più in fretta del previsto, e l’eccezione demografica rischia di restringersi nei prossimi decenni più di quanto si pensasse fino a poco tempo fa. Per queste economie il rischio non è il vecchio sfruttamento, ma l’esclusione: se conviene automatizzare piuttosto che delocalizzare, l’Africa rischia di restare fuori sia dallo sfruttamento novecentesco sia dalla scala di sviluppo industriale che, altrove, ne è seguita.

Anche la testa, non solo le braccia.

La vera novità di questa fase, rispetto alle rivoluzioni industriali precedenti, è che la sostituzione riguarda anche il lavoro intellettuale. I primi dati concreti, come quelli dell’Anthropic Economic Index – l’osservatorio sull’uso dell’intelligenza artificiale pubblicato dalla stessa azienda che produce Claude – mostrano un quadro più sfumato di quanto si tema: per ora poco meno della metà dell’uso dell’IA è automazione pura, il resto è collaborazione, la macchina assiste invece di sostituire. Ma i mestieri più esposti sono quelli cognitivi a medio-alto reddito, come la programmazione, e uno studio della Stanford Digital Economy Lab su dati salariali di milioni di lavoratori americani rileva che l’occupazione dei ventenni tra 22 e 25 anni nei mestieri più esposti all’IA generativa è oggi il 19% sotto la traiettoria che avrebbe seguito altrimenti: chi entra ora nel mercato del lavoro sembra pagare il prezzo più alto, prima ancora di chi un lavoro ce l’ha già.

Sul fronte fisico, i robot umanoidi restano più promessa che realtà quotidiana: Tesla ha avviato nell’estate 2026 la produzione pilota di poche centinaia di unità del suo Optimus, Figure li ha messi alla prova in uno stabilimento BMW, ma per ora sanno soltanto spostare oggetti in ambienti controllati. Persino Rodney Brooks, tra i padri della robotica moderna, liquida come pura fantasia l’idea del maggiordomo robotico universale. La traiettoria degli investimenti, però, è inequivocabile.

Anche chi decide, non solo chi esegue.

C’è un ultimo pezzo del ragionamento che vale la pena aggiungere, forse il più inquietante: se l’intelligenza artificiale arriva a sostituire chi lavora, perché non dovrebbe arrivare a sostituire anche chi decide? Non è una domanda ipotetica. Il Rapporto internazionale sulla sicurezza dell’IA 2026, coordinato dal premio Turing Yoshua Bengio con oltre cento ricercatori di più di trenta paesi, dedica un intero capitolo a un rischio chiamato esplicitamente “concentrazione del potere”, trattato con la stessa serietà riservata alle armi potenziate dall’IA o agli attacchi informatici. Lo stesso rapporto nota che i costi per addestrare i modelli più avanzati — centinaia di milioni, se non miliardi di dollari — stanno creando barriere all’ingresso così alte da produrre una struttura di mercato ormai oligopolistica: la parola “oligarchia” arriva insomma anche da chi studia l’IA per mestiere, non solo da chi legge i bilanci di Oxfam.

Ma bisogna essere precisi su cosa rischia davvero di essere sostituito. Chi decide operativamente in un’azienda — il management — e chi ne possiede il capitale — gli azionisti — sono due categorie separate da un secolo, da quando gli economisti Berle e Means descrissero, nel 1932, come nelle grandi società i proprietari non gestiscano più l’impresa di persona. Quando un’intelligenza artificiale prende il posto del management, non tocca la proprietà: la rende, semmai, più pura. Un dirigente automatico non ha ambizioni personali, non negozia lo stipendio, non antepone mai un proprio interesse a quello di chi lo possiede — elimina l’unico attrito che quella separazione aveva sempre introdotto. E non è teoria: uno studio IBM del 2026 su amministratori delegati di tutto il mondo prevede che entro il 2030 quasi metà delle decisioni operative sarà presa dall’IA senza intervento umano, il doppio di oggi; già oggi tre aziende su quattro hanno affidato a un Chief AI Officer un ruolo che un anno prima quasi non esisteva.

Il vero timore dei ricercatori non è che le macchine tolgano potere a chi lo detiene, ma che glielo rendano permanente in un modo mai visto: eserciti, funzionari, dirigenti umani hanno sempre potuto, nella storia, rifiutarsi, ribellarsi, invecchiare, morire; un apparato fatto di macchine obbedienti no. Da qui l’ipotesi — discussa senza toni allarmistici in ambienti di ricerca tutt’altro che marginali — che l’intelligenza artificiale permetta a un piccolo gruppo di ottenere un controllo sulla vita di tutti gli altri difficile da rovesciare quanto lo sono state le rivolte contro re e dittatori. Anche qui, però, la cura non è scontata: c’è chi fa notare che l’argomento della sicurezza viene già usato per giustificare la concentrazione, e chi sostiene che divieti e moratorie, pensati per limitarla, finiscano per concentrarne il controllo ancora di più.

La natura non aspetta.

Un punto che spesso si perde per strada: sostituire il lavoratore con la macchina non chiude affatto il rapporto predatorio con la natura, semmai lo sposta più a monte. I data center che fanno girare l’intelligenza artificiale consumano energia e acqua in quantità crescenti; le batterie e i chip dei robot richiedono terre rare estratte perlopiù in condizioni difficili nel Sud globale. L’estrazione non sparisce: si trasferisce dalla fabbrica alla miniera e al server.

Chi decide, alla fine.

Che tutto questo avvantaggi chi possiede già capitale, dati e infrastrutture non è un’ipotesi peregrina: è quello che i numeri suggeriscono già oggi. E la fusione tra potere tecnologico e apparati statali non è più solo teoria. La Nato ha completato in circa sei mesi — una delle procedure di acquisizione più rapide della sua storia — l’adozione del sistema Maven di Palantir, che intende ora estendere ai suoi 32 paesi membri. In Italia, aziende come Palantir dialogano da anni con la Difesa, con Sogei, persino con ospedali pubblici come il Gemelli; una proposta di software antiterrorismo per la Polizia, da 20 milioni di euro, resta per ora bloccata in attesa di una gara pubblica. Va detta, per onestà, una cosa: anche la stessa Anthropic, che pubblica i dati citati sopra, si è dovuta confrontare pubblicamente con le tensioni etiche sull’uso militare dei propri modelli. Nessuno, in questo campo, resta fuori dalla contraddizione.

Detto questo, non è un destino scritto nella tecnologia. Karl Polanyi osservava che ogni spinta del mercato a liberarsi dei vincoli sociali produce, prima o poi, un contromovimento di autodifesa della società: tassazione dei robot, dividendi dell’intelligenza artificiale, forme di reddito di base, regolazione come l’AI Act europeo. Nulla di tutto ciò è automatico. Nemmeno la regolazione, si è visto, è una garanzia in sé  e dipende da rapporti di forza politici concreti, non da una legge di natura. E la stessa frammentazione tra Stati Uniti, Cina ed Europa che rende difficile parlare di un’oligarchia unica potrebbe, paradossalmente, trasformarsi in un freno reciproco, anche se in atto produce una gara tra competitors, che sta generando un’accelerazione apparentemente incontrollata.

Gli economisti più ottimisti ricordano che ogni rivoluzione tecnologica precedente ha finito per creare lavoro nuovo, per quanto dolorosa sia stata la transizione. I più pessimisti rispondono che stavolta la sostituzione riguarda insieme corpo e mente, senza un vero precedente storico. Difficile dire con certezza chi abbia ragione. Quello che sembra certo è che la partita si gioca ora, nelle scelte politiche su chi possederà lo stock di capitale robotico e algoritmico dei prossimi vent’anni — e su quanto, di quel valore, si deciderà di redistribuire.

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Fonti:

Demografia

– ONU DESA, World Population Prospects 2024
https://www.un.org/sustainabledevelopment/blog/2024/07/press-release-wpp2024/

– Fondazione per la Natalità e Istat, Dossier Natalità 2026: Volere o Potere, riportato da [Sky TG24]
https://tg24.sky.it/cronaca/2026/07/28/natalita-italia-2025-dati

Ricchezza e potere

– Oxfam, Resisting the Rule of the Rich: Protecting Freedom from Billionaire Power
https://www.oxfamamerica.org/explore/research-publications/resisting-the-rule-of-the-rich/ (gennaio 2026)

Lavoro e automazione.

– Anthropic, Introducing the Anthropic Economic Index
https://www.anthropic.com/news/the-anthropic-economic-index

– Stanford Digital Economy Lab (Brynjolfsson, Chandar, Chen), Studio sull’occupazione giovanile nei mestieri esposti all’IA, riportato da Technews.city
https://www.technews.city/2026/08/stanford-finds-19-employment-gap-for.html

– IBM Institute for Business Value, 2026 CEO Study
https://newsroom.ibm.com/2026-05-04-ibm-study-ceos-are-reshaping-c-suite-roles-for-the-ai-era

– Sullo stato dei robot umanoidi nel 2026: OptimusK Blog
https://optimusk.blog/blog/what-is-tesla-optimus/
e RoboZaps

Sicurezza dell’IA e concentrazione del potere.
https://blog.robozaps.com/b/figure-01-vs-tesla-optimus-gen-2

– Yoshua Bengio et altri, International AI Safety Report 2026
https://internationalaisafetyreport.org/publication/international-ai-safety-report-2026

– MIT Sloan / MIT FutureTech, sondaggio Delphi su 272 esperti internazionali di IA
https://mitsloan.mit.edu/press/international-ai-experts-warn-potentially-catastrophic-risks-ai

– Andy Konwinski, [Concentration of power in AI is a risk, not a solution]
https://andykonwinski.com/2026/07/02/concentration-of-power-in-ai-is-a-risk-not-a-solution.html

– Longview Philanthropy, [richiesta di proposte sulla concentrazione estrema di potere
https://www.longview.org/request-for-proposals-on-extreme-power-concentration/

– Paul D. Weitzel, Concentration of AI Power
https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=6256578

Tecnologia e apparati di sicurezza.

– Palantir in Italia e in Europa: Startmag
https://www.startmag.it/innovazione/ecco-come-e-quanto-istituzioni-e-aziende-italiane-si-affidano-a-palantir-tutti-i-conti-della-societa-di-thiel-in-italia/
e
– The Good Lobby, contratti con Difesa, Sogei, Gemelli, Fedrigoni e la proposta alla Polizia di Stato
https://www.thegoodlobby.it/peter-thiel-palantir-difesa-crosetto/

– Le tensioni tra Pentagono e Anthropic sui limiti d’uso militare dei modelli, riportate da
Hardware Upgrade,
https://www.hwupgrade.it/news/web/pentagono-e-anthropic-ai-ferri-corti-in-bilico-il-contratto-da-200-milioni-per-l-uso-militare-di-claude_150283.html

Il sistema metrico occidentale: I doppi standard della moralità pubblica nelle guerre dal 1967 a oggi.

Un’analisi su come l’opinione pubblica occidentale applichi misure etiche diverse a seconda di chi commette la violenza — e su ciò che questa asimmetria racconta di noi.


1. Due guerre, due moralità

Il settembre 2026 ci trova di fronte a una fotografia geopolitica che nessuno avrebbe scommesso solo quattro anni fa. A Gaza, un cessate il fuoco tecnicamente in vigore dall’autunno 2025 convive con raid israeliani che continuano a mietere vittime civili, con una Striscia in cui oltre il 90% della popolazione è stata sfollata almeno una volta, in cui il 70% del territorio è soggetto a ordini di evacuazione o è militarizzato, e dove oltre 247.000 persone risultano morte o ferite dall’ottobre 2023, comprese 1.180 vittime registrate dopo l’annuncio della tregua. A maggio 2026, il bilancio degli operatori umanitari uccisi superava quota 595

. Le immagini satellitari raccontano di 2.500 edifici demoliti anche dopo il cessate il fuoco, molti oltre la cosiddetta “linea gialla” che delimitava le aree di operazione concordate.

Striscia di Gaza – Città di Rafah settembre 2026. fonte Google Earth.

Nel contempo, in Ucraina, il conflitto entra nel suo quinto anno con negoziati trilaterali Russia-Stati Uniti-Ucraina tenutisi a Ginevra nel febbraio 2026, i primi a mettere formalmente sul tavolo la questione territoriale: Mosca chiede l’intero Donbass e il riconoscimento dell’annessione di Crimea e delle quattro regioni occupate, Kiev si ancora alle linee del fronte.

Questi due conflitti, accaduti sulla stessa decade, sono stati — e in parte continuano a essere — giudicati dall’opinione pubblica mainstream secondo grammatiche morali differenti. Non diciamo che siano conflitti identici: lo Stato di diritto internazionale applica categorie diverse a un’invasione di uno Stato sovrano riconosciuto e a un’occupazione decennale in un territorio il cui statuto giuridico è oggetto di disputa. Ma il punto è un altro. Per anni, le reti televisive occidentali hanno trattato i bambini ucraini in fuga da Mariupol’ come vittime sacre di un’aggressione, mentre i bambini di Khan Younis, estratti dalle macerie con la polvere bianca dei vestiti, venivano inquadrati in un dibattito “complesso” in cui le ragioni di Israele occupavano sistematicamente la metà dello spazio, per non dire di più. Una condizione umanitaria che oltre venticinque ministri degli esteri hanno definito come “proporzioni inimmaginabili”, con una carestia diffusa “davanti ai nostri occhi”, ha convissuto per mesi con la retorica della “guerra giusta” dello stato ebraico.

Ucraina – Città di Borodyanka – Maggio 2022

L’obiettivo di questo articolo non è stabilire chi abbia torto o ragione in ciascun conflitto, né ridurre l’uno o l’altro a un paradigma. È invece più umile e più scomodo: mostrare come la valutazione etica della violenza politica da parte dell’opinione pubblica mainstream (quella delle redazioni principali, dei palinsesti televisivi, dei dibattiti sui quotidiani di riferimento) sia stata storicamente selettiva, e come questa selettività non sia un’anomalia recente, ma la cifra strutturale di almeno sessant’anni di politica internazionale raccontata dall’Occidente.

Per “doppio standard” intendiamo la pratica di applicare principi morali dichiaratamente universali – il diritto internazionale, il divieto di aggressione, la protezione dei civili, il rispetto dei trattati – in modo diseguale, in funzione dell’identità dell’agente che li viola. Un doppio standard non è semplice ipocrisia individuale: è un meccanismo collettivo di produzione dell’attenzione, in cui chi decide cosa è uno scandalo e cosa è un incidente determina, di fatto, la gerarchia del dolore umano.

2. La mappa attuale delle asimmetrie.

Cominciamo dai due conflitti che strutturano il presente, perché offrono la fotografia più nitida del fenomeno.

Ucraina: l’aggressione impossibile da mitigare.

Il 24 febbraio 2022 la Russia di Vladimir Putin invade un Paese vicino sovrano, riconosciuto dall’ONU, violando gli articoli 2 e 51 della Carta delle Nazioni Unite. La condanna dell’opinione pubblica occidentale è stata immediata, quasi unanime, e il lessico è stato quello dei principi inderogabili: i confini non si cambiano con la forza, le popolazioni non si annettono, i referendum organizzati sotto occupazione militare non hanno validità. Nessun quotidiano di riferimento ha trattato l’invasione come un “conflitto dai risvolti complessi” in cui “entrambe le parti hanno le loro ragioni”. La rottura dei trattati di Minsk, la presenza di elementi di estrema destra nelle file ucraine (documentata, ma strumentalizzata da Mosca), i bombardamenti sul Donbass tra il 2014 e il 2022: tutti questi elementi, pur discussi, non hanno mai messo in discussione il quadro morale di fondo — l’aggressore e l’aggredito.

È stata, per dirla con un termine tecnico, un’applicazione corretta e rigorosa del diritto internazionale: la prima dopo molto tempo, alcuni direbbero.

Gaza: la complessità come tecnica di diluizione

Il 7 ottobre 2023 Hamas compie un massacro su scala coordinata: circa 1.200 civili israeliani uccisi, centinaia di ostaggi rapiti. La risposta israeliana, l’operazione “Spade di ferro” e poi la conquista terrestre della Striscia, ha prodotto nel primo anno di guerra un numero di vittime civili nell’ordine delle decine di migliaia. La copertura mediatica mainstream occidentale, soprattutto negli Stati Uniti e in parte dell’Europa, ha operato però un lavoro di inquadramento differente: mentre per l’Ucraina i civili erano “vittime”, per Gaza i civili erano “il prezzo di una guerra contro il terrorismo”, da contestualizzare con la “sicurezza di Israele”, con il “diritto alla difesa”, con la “complessità storica” del conflitto.

Le parole di ordinanza lo dimostrano. “Il diritto di Israele a difendersi” è stato pronunciato da ogni cancelleria occidentale nell’ottobre 2023; la formula equivalente per l’Ucraina non ha mai avuto bisogno di essere pronunciata, perché era implicita. Quando a marzo 2024 Human Rights Watch definiva l’assedio totale della Striscia, col taglio di elettricità, cibo, carburante, una “esortazione a commettere un crimine di guerra”, la maggior parte dei mainstream occidentali ha trattato la denuncia come opinione di parte, mentre le dichiarazioni analoghe sull’invasione russa venivano riportate come constatazione di fatto.

Il meccanismo si è ripetuto a ogni escalation: i raid su obiettivi civili russi hanno fatto notizia come crimini; i raid israeliani su campi profughi, scuole ospedali hanno fatto notizia come “operazioni” di cui “almeno una parte della responsabilità va ricercata in Hamas”. Quando nel giugno 2025 ventinove ministri degli esteri hanno firmato una dichiarazione affermando che la popolazione di Gaza “è brutalmente priva di protezione” e che “condanniamo la distribuzione a gocce degli aiuti e l’uccisione disumana di civili, compresi bambini, che cercano di soddisfare i loro bisogni più elementari di acqua e cibo”, i principali mezzi di informazione anglosassoni hanno dato alla notizia un peso notevolmente inferiore rispetto a dichiarazioni di analoga gravità riguardanti l’Ucraina.

La variabile alleanza.

Cosa distingue i due casi, dal punto di vista del mainstream occidentale? Non il numero delle vittime civili, che a Gaza è maggiore. Non la violazione del diritto internazionale, che in entrambi i casi è documentata (con sfumature diverse). La variabile decisiva è l’alleanza: Israele è un partner strategico degli Stati Uniti, la Russia è un avversario dichiarato. L’Ucraina riceve armi, soldi e copertura mediatica perché è percepita come vittima del nemico; Gaza riceve cautela, “equilibrio” e formulazioni ambigue perché l’aggressore è un alleato.

Questo è il primo doppio standard, e non è certo il primo della storia. Ma per capirne la radice dobbiamo risalire la corrente.

3. Il 1967 e l’invenzione della “guerra preventiva giustificata”

La guerra dei Sei Giorni, giugno 1967, è uno dei nodi fondamentali. Israele, attaccando preventivamente, o come si disse, anticipando militarmente una mobilitazione egiziana che appariva offensiva, annette in sei giorni la Cisgiordania, Gaza, il Golan e il Sinai. L’opinione pubblica occidentale dell’epoca celebra una vittoria quasi biblica: Davide contro Golia, la democrazia assediata che si difende. La parola “occupazione” impiega anni ad entrare nel vocabolario mainstream, e quando entra, entra con le virgolette.

Egitto 5 Giugno 1967:Aerei da guerra egiziani giacciono distrutti sulla pista dopo un attacco preventivo dell’Aeronautica israeliana, avvenuto il 5 giugno 1967 contro gli aeroporti egiziani all’inizio della Guerra dei sei giorni. (Photo by GPO via Getty Images)

Il paragone con le guerre contemporanee è istruttivo. Un attacco preventivo condotto da qualsiasi altro Paese — pensiamo al Giappone a Pearl Harbor, paradigma assoluto dell’aggressione ingiustificabile — è moralmente inaccettabile. Quando lo compie un alleato, diventa “preemption”, prevenzione, difesa anticipata. È la stessa logica che nel 2003 giustificherà l’invasione dell’Iraq, e che nel 2023-2024 giustificherà la distruzione di interi quartieri di Gaza in nome della lotta a Hamas.

Anche qui non si tratta di giudicare la specificità storica della minaccia percepita da Israele nel 1967. Si tratta di notare che l’etichetta morale applicata – aggressione o legittima difesa – dipende dalla posizione dell’agente nel sistema di alleanze occidentali, non da un criterio uniforme. Il principio della Carta dell’ONU, secondo cui la forza armata è lecita solo in caso di aggressione effettiva o di autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, viene applicato con “flessibilità interpretativa”.

Nello stesso anno, l’opinione pubblica americana si scopre mobilitata contro la guerra del Vietnam, ma con ritardo e selettività. Le vittime civili vietnamite (milioni di morti nel conflitto, centinaia di migliaia solo dal bombardamento) sono per anni un sottotitolo rispetto al trauma americano dei 58.000 soldati statunitensi caduti. Il massacro di Mỹ Lai (1968), in cui le truppe americane uccisero tra i 300 e i 500 civili in un solo villaggio, arriva ai giornali solo dopo più di un anno, grazie al lavoro di Seymour Hersh, e anche allora il dibattito pubblico si concentra più sulla copertura militare che sull’evento stesso. La domanda retorica che attraversa quegli anni — “che ci facciamo laggiù?” — è incentrata sui ragazzi americani, non sui vietnamiti. Il dolore degli alleati conta intero; il dolore degli altri conta come contesto.

4. Gli anni ’70: il colpo di stato amico e il genocidio lontano

Il 1973 vede in Cile un colpo di stato militare appoggiato dagli Stati Uniti contro il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Il regime di Pinochet inaugura una stagione di desaparecidos, tortura, uccisioni sistematiche: oltre 3.000 morti e sparizioni certificate, decine di migliaia di torturati. L’opinione pubblica mainstream americana e europea, all’epoca, registra l’evento con preoccupazione ma senza la mobilitazione morale che avrebbe accompagnato un colpo di stato comunista. Henry Kissinger, artefice della politica di sostegno al golpismo latinoamericano, riceverà anni dopo il Nobel per la pace (1973, per il Vietnam) mentre i documenti che inchiodano la CIA al sostegno del golpe cileno verranno resi pubblici solo a decenni di distanza.

Santiago del Cile- -Il palazzo della Moneda Bombardato dall’esercito golpista di Pinochet

Ancora: nel dicembre 1975, l’Indonesia di Suharto — alleata degli Stati Uniti — invade il Timor Est, all’epoca colonia portoghese che aveva appena proclamato l’indipendenza, e ne compie un’occupazione che nei ventiquattro anni successivi costerà tra i 100.000 e i 200.000 morti, su una popolazione di circa 800.000 persone: proporzioni genocidarie. La copertura mediatica occidentale è quasi nulla. Il presidente Ford e Kissinger visitano Giacarta due giorni prima dell’invasione e, secondo i documenti desegretati, danno luce verde. Nessun embargo, nessuna risoluzione vincolante, nessuna campagna di solidarietà comparabile a quelle per i dissidenti dell’Europa orientale. Quando nel 1999 — ventiquattro anni dopo — l’intervento internazionale finalmente arriva, lo fa per ragioni di stabilità regionale post-Cold War, e viene raccontato come fine di una “anomalia”, non come conseguenza di mezzo secolo di complicità.

Timor Est – Esercito Indonesiano aggredisce il territorio di Timor est.

Il Vietnam, al contrario, occupa la scena perché coinvolge truppe occidentali. Ma anche qui il doppio standard è evidente: il bombardamento segreto della Cambogia (1969-1973), che miete tra i 50.000 e i 150.000 morti civili, passa pressoché inosservato finché non viene svelato; e la strage perpetrata dai Khmer Rossi che ne segue – uno dei genocidi più estesi del secolo – riceve attenzione in Occidente solo retrospettivamente, quando serve a giustificare l’intervento vietnamita in Cambogia del 1978, a sua volta condannato dall’ONU con un’ambiguità che rasenta il teatro dell’assurdo: i Khmer Rossi mantengono per anni, dopo il genocidio, il seggio all’Assemblea Generale con il voto favorevole degli Stati Uniti, che preferiscono il regime genocida al governo filovietnamita.

Viet Nam – Bambini scappano dalle bombe al napalm

La lezione di questi anni è chiara: le vittime di un alleato — o di un’azione di un alleato — hanno bisogno di numeri molto più grandi, o di un tempo molto più lungo, per diventare oggetto di scandalo morale.

5. Gli anni ’80: la fabbrica dei nemici.

Il decennio in cui la Guerra Fredda rientra definitivamente nel vocabolario comune è anche il decennio in cui la fabbricazione dei doppi standard raggiunge il suo apice industriale.

L’Iraq di Saddam: nemico un giorno, alleato il giorno prima

Saddam Hussein invade l’Iran nel settembre 1980, iniziando una guerra di otto anni che costerà tra i 500.000 e il milione di morti. Gli Stati Uniti, temendo l’espansione khomeinista, appoggiano — armi, intelligence, assistenza finanziaria — il regime baathista iracheno, che nel 1988 commette il genocidio dell’Anfal contro i curdi, culminato nell’attacco con i gas di Halabja, con migliaia di vittime civili. L’opinione pubblica occidentale di allora registra l’evento con indignazione contenuta e nessuna conseguenza per Baghdad. La storia americana dell’Iraq insegna perfettamente la flessibilità dell’etichetta morale: Saddam è un alleato fino al 1990, quando invade il Kuwait e diventa il “nuovo Hitler” in poche settimane; poi è di nuovo “contenuto” attraverso sanzioni per dodici anni; poi è di nuovo il “nuovo Hitler” nel 2003; poi, dopo la caduta, il dibattito si sposta sul costo della guerra per gli americani. La scala di giudizio non è mai stata applicata allo stesso modo a due fasi consecutive dello stesso regime.

L’Afghanistan: la resistenza giusta, i risultati scomodi.

Nel dicembre 1979 l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan. L’Occidente appoggia i mujaheddin, i “combattenti per la libertà” celebrati addirittura alla Casa Bianca — come nel famoso caso di Reagan che riceve i combattenti afghani come eroi della libertà. La valutazione etica dell’epoca è unanime: un popolo che resiste a un’invasione imperialista. Giusto. Ma quella stessa guerra, quella stessa resistenza, genera i talebani, Al Qaeda e l’11 settembre. Il rovescio del doppio standard non è solo morale, è strategico: il nemico di oggi è costruito con gli strumenti dell’etica di ieri.

L’Irangate: quando le regole valgono per tutti, tranne…

Nel 1986 si scopre che l’amministrazione Reagan ha venduto segretamente armi all’Iran – ufficialmente nemico dichiarato, designato sponsor del terrorismo – per finanziare illegalmente i Contras nicaraguensi, che commettono sistematicamente violazioni dei diritti umani contro il governo sandinista. Lo scandalo Irangate produce inchieste, ma nessuna valutazione morale paragonabile a quella riservata alle manovre sovietiche equivalenti. I Contras restano per anni “resistenza democratica” nella retorica mainstream americana, nonostante le relazioni della CIA stessa che documentano le esecuzioni sommarie.

6. Il 1991: la prima guerra giusta della televisione

La Prima guerra del Golfo è l’evento che segna la maturità dell’etica televisiva della guerra. L’invasione irachena del Kuwait è un’aggressione indiscutibile, la coalizione internazionale ha mandato ONU, e la campagna di bombardamenti su Baghdad — una delle più intense della storia fino ad allora — viene trasmessa in diretta mondiale come spettacolo quasi puro: immagini notturne di intercettazioni missilistiche, statistiche di “precisione chirurgica”. Le vittime civili irachene (stime tra i 3.000 e i 13.000 morti nei bombardamenti) sono una nota tecnica; la strage di soldati iracheni in ritirata sulla “via della morte” non fa scalpore.

Ma è l’embargo che segue, durato fino all’invasione del 2003, il vero caso di studio. Le sanzioni economiche contro l’Iraq — mantenute dal Consiglio di Sicurezza sotto pressione americana e britannica — hanno, secondo stime ONU, causato nel corso degli anni Novanta oltre mezzo milione di morti tra i bambini iracheni, a causa della mancanza di medicine e cibo. Nel 1996 la conduttrice Lesley Stahl chiede all’ambasciatrice Madeleine Albright se il prezzo “valga la pena”; la risposta — “il prezzo, secondo noi, vale la pena” — diventa celebre, ma non genera la mobilitazione morale che qualsiasi cifra simile legata a un avversario avrebbe generato. L’embargo è una forma di violenza indiretta, e la violenza indiretta degli alleati è il tipo di violenza che l’opinione pubblica fatica di più a vedere. Quando nel 2003 si invade per “liberare” l’Iraq dall’uomo che si è contribuito a sostenere, l’arco narrativo è completo: dittatore alleato, dittatore nemico, popolazione sanzionata, popolazione “liberata” — quattro fasi, quattro regimi morali.

7. Il 1999: la guerra umanitaria senza mandato

Il bombardamento della Jugoslavia di Slobodan Milošević nella primavera del 1999, condotto dalla NATO senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, è il caso più interessante perché rovescia la polarità abituale. Qui l’Occidente viola esplicitamente il diritto internazionale (l’articolo 53 della Carta vieta l’uso della forza senza mandato ONU) in nome di un diritto superiore, l’intervento umanitario. La retorica del “coraggio morale”  degli interventisti contro il “realismo politico” di chi non ignora i veti al Consiglio di sicurezza dell’ONU  domina il discorso pubblico.

E la cosa più significativa: funziona. L’opinione pubblica occidentale accetta, quasi gioisce. Perché per la prima volta il doppio standard si svela come tale: la legge vale tranne quando la violiamo noi per un bene più alto. Il problema, come avrebbero dimostrato gli anni successivi, è che questa eccezione — l'”interventismo umanitario” — è estremamente selettiva nel suo applicarsi. Non ci sono stati bombardamenti “umanitari” per il Darfur (dal 2003, oltre 300.000 morti), per il Congo (milioni di morti tra il 1998 e il 2003, il conflitto più letale dal 1945, quasi invisibile nei palinsesti), per lo Yemen (dove la coalizione saudita, armata da Stati Uniti e Regno Unito, ha prodotto una delle crisi umanitarie più gravi del secolo tra il 2015 e il 2022, con oltre 150.000 morti dirette e indirette). Il principio dell’intervento umanitario, a ben vedere, non è mai stato un principio: è stato un’etichetta applicabile solo dove l’intervento era geopoliticamente conveniente. La selettività non è un difetto del principio: è il principio.

8. L’11 settembre e l’età della sospensione permanente

Gli attacchi del 2001 producono la più riuscita sospensione del giudizio etico collettivo della storia recente. La “war on terror” introduce una categoria etica nuova: la sospensione. Le regole del diritto internazionale — trattamento dei prigionieri, divieto di tortura, diritto di guerra — vengono dichiarate formalmente in vigore e sospese di fatto. Le prigioni segrete della CIA, il programma di “rendition”, Guantanamo, la tortura sistematica documentata nei rapporti del Senato americano (pubblicati solo nel 2014), la guerra dell’Afghanistan con i suoi matrimoni bombardati e le sue incursioni notturne: tutto questo convive per anni con l’autopercezione occidentale di custode universale dei valori.

L’invasione dell’Iraq del 2003, costruita su intelligence falsificata sulle armi di distruzione di massa, è la violazione più grave del divieto di aggressione dalla fondazione dell’ONU — lo stesso divieto che nel 2022 verrà invocato contro la Russia con perfetta legittimità. Eppure il dibattito pubblico mainstream dell’epoca si divide tra sostenitori e contrari, con i primi che parlano di “liberazione” e i secondi di “errore strategico”. Notiamo la differenza semantica: per l’Iraq l’invasione sbagliata è un errore; per l’Ucraina l’invasione russa è un crimine. L’errore appartiene a chi ha buone intenzioni; il crimine appartiene al nemico. Lo stesso principio — la legittimità del ricorso alla forza — valutato secondo l’intenzione attribuita all’agente, non secondo l’effetto sulle vittime.

Gli effetti sui civili iracheni — centinaia di migliaia di morti secondo le stime più serie, 4 milioni di sfollati, la nascita di Daesh — sono stati per anni contabilizzati come conseguenza collaterale di un progetto nobile fallito. Nessuna commissione d’inchiesta internazionale, nessun tribunale, nessuna sanzione contro i responsabili. Tony Blair riceve la Legion d’Onore. La legge si applica ai perdenti e ai nemici.

9. Le meccaniche del doppio standard.

A questo punto conviene chiedersi come funziona il meccanismo, perché non è solo cinismo governativo: è un processo collettivo, mediatico e psicologico, che ha almeno cinque ingranaggi.

Il primo è la geografia della vicinanza. La sofferenza dei vicini culturali — europei, israeliani, americani — viene percepita come dolorosa, quella dei lontani come informativa. Il giornalista si pone la domanda “che senso ha?” di fronte a un bambino ucraino; di fronte a un bambino sudanese si pone la domanda “che sta succedendo?”. La prima domanda genera indignazione, la seconda curiosità.

Il secondo è la teoria del sospetto. Quando un nemico uccide civili, l’evento conferma la sua natura criminale: è prova. Quando un alleato uccide civili, l’evento richiede indagine: potrebbe essere errore, provocazione, falsificazione, effetto delle tattiche nemiche. La falsificazione dei casi di violenza — reale o presunta — diventa lo strumento retorico standard per screditare in anticipo ogni futura denuncia: una tecnica che oggi chiunque riconosce nella propaganda russa su Bucha, ma che è stata applicata identica, per decenni, dagli alleati.

Il terzo è la rilevanza strategica. Gli eventi legati agli interessi dell’osservatore diventano “storici”; gli altri diventano “umanitari”. La guerra in Ucraina è una crisi geopolitica – l’ordine internazionale, la NATO, l’energia – e la dimensione umanitaria ne consegue; la guerra in Yemen era una crisi umanitaria -la dimensione strategica, quella degli armamenti occidentali, ne era la parte nascosta.

Il quarto è la cronologia morbida. I conflitti degli alleati hanno una storia che inizia quando l’alleato subisce il primo attacco; i conflitti dei nemici hanno una storia che inizia quando il nemico compie la prima aggressione. Gaza nel 2023 “inizia” il 7 ottobre per il mainstream occidentale; il blocco dal 2007, le operazioni del 2008, 2012, 2014, 2021, gli insediamenti in Cisgiordania sono “contesto”. L’Ucraina, per la stessa logica ma con polarità opposta, “inizia” il 24 febbraio 2022 per l’Occidente e il 2014 (o il 1991, o il 2008, o il 2014) per la Russia. Chi controlla l’inizio della storia controlla la colpa.

Il quinto è il diritto penale asimmetrico. I tribunali internazionali esercitano la giurisdizione sui nemici sconfitti e raramente sugli alleati vincenti. La Corte Penale Internazionale emette mandati di arresto per Putin e per i vertici di Hamas, e discute (con ritardo e dibattito infuocato) quelli per Netanyahu; non ha mai indagato sulla coalizione saudita nello Yemen né, ovviamente, su Bush e Blair. La giustizia internazionale esiste ed è preziosa, ma il suo esercizio pratico conferma la gerarchia: i mandati vanno dove non ci sono alleati da proteggere.

10. La radice: l’impero del bene

Tutto questo, naturalmente, non nasce con la Guerra Fredda né muore con essa. Nasce con una costruzione identitaria più profonda: l’Occidente come depositario universale dei valori. Da questa autopercezione derivano due conseguenze simmetriche. La prima: le violazioni occidentali (o dei suoi alleati) sono deviazioni da un principio che resta valido, e quindi perdonabili come errori. La seconda: le violazioni degli avversari sono manifestazioni di un principio opposto, e quindi conferme di una natura essenziale. L’alleato ha una morale che a volte fallisce; il nemico è il male che a volte traveste. Non è un caso che nel discorso pubblico occidentale la colpa dell’alleato sia sistematicamente descritta con sostantivi astratti — “fallimento”, “errore”, “eccesso”, “complessità” — mentre la colpa del nemico sia descritta con sostantivi esistenziali: “aggressione”, “barbarie”, “totalitarismo”, “terrorismo”.

Edward Said, parlando del caso mediorientale, chiamava questo meccanismo “orientalismo”: la capacità di rappresentare l’altro come oggetto di studio e di intervento piuttosto che come soggetto morale. Il fratello minore dell’orientalismo è l'”esenzionalismo dell’alleato”: la capacità di rappresentare l’alleato come soggetto morale complesso, con le sue paure, le sue ragioni storiche, i suoi traumi — capacità che, attribuita a un nemico, si chiama “capitolo e versamento”, “propaganda”, “whataboutism”.

Ed è qui che si situa il confine più delicato dell’analisi: denunciare i doppi standard non significa negare che esistano aggressioni, crimini, responsabilità oggettive. L’invasione russa dell’Ucraina resta un’aggressione anche se l’Iraq fu invaso nel 2003; il massacro del 7 ottobre resta un massacro anche se Gaza è occupata; i crimini di Hamas restano crimini anche se Israele ha violato il diritto internazionale per anni. Il doppio standard non cancella i fatti: cancella la coerenza del metro di giudizio. E chi si lamenta del whataboutism dovrebbe considerare che il whataboutism è il sintomo di un’ipocrisia preesistente, non una malattia indipendente: le accuse speculari funzionano solo perché l’accusatore ha una storia consultabile.

11. Cosa resta, a settembre 2026

Guardando al presente da questa prospettiva, alcuni segni sono ambivalenti. Da un lato, la sensibilità è aumentata: la copertura della guerra a Gaza, per quanto dibattuta, è stata più approfondita di quella di qualsiasi guerra mediorientale precedente; i dibattiti universitari americani, le inchieste giornalistiche (dal New York Times ai siti di open source investigation), la pressione delle organizzazioni umanitarie hanno reso più difficile l’esenzione totale di Israele dal giudizio morale. Le dichiarazioni dei governi (come quella dei ventinove ministri del luglio 2025 che hanno definito “inaccettabili” le violenze dei coloni in Cisgiordania e le sofferenze dei civili a Gaza) hanno costretto a un grado di critica superiore rispetto al passato.

Dall’altro, la struttura non è cambiata. La trattazione del conflitto ucraino resta asimmetrica nella direzione opposta — le vittime civili russe dei bombardamenti ucraini sul territorio della Federazione, i crimini documentati delle forze ucraine, il silenzio sul costo umano ucraino quando risulta imbarazzante — così come la copertura di Gaza resta difforme tra paesi e testate, con l’apparato diplomatico occidentale ancora incapace di tradurre le proprie condanne in strumenti vincolanti. E nel Mediterraneo, nel Sahel, nel Myanmar, nei conflitti che non coinvolgono direttamente gli interessi occidentali, l’attenzione rimane inversamente proporzionale alla distanza culturale.

Il rischio più serio non è nemmeno l’ipocrisia in sé — le ipocrisie si smontano — ma il suo effetto corrosivo a lungo termine sul diritto internazionale. Se il divieto di aggressione vale pienamente contro la Russia e parzialmente per Israele, se le sanzioni colpiscono Mosca e non Riad, se i mandati di cattura arrivano per Putin ma non per chi ha bombardato lo Yemen, il diritto internazionale smette di essere un linguaggio universale e diventa un dialetto della potenza. E quando il dialetto smette di essere credibile, resta solo la potenza: che è precisamente la giustificazione che usano Putin, Netanyahu, Trump e chiunque altro voglia farsi giustizia da sé.

La via d’uscita non è un moralismo illusorio che pretenderebbe valutazioni identiche per situazioni diverse — le situazioni sono diverse, e rifiutare di vederlo è la forma peggiore di relativismo. È piuttosto un impegno più modesto e più faticoso: applicare il proprio metro anche quando fa male, ossia anche agli alleati; sospendere il beneficio del dubbio anche quando il sospetto riguarda noi; e riconoscere che la coerenza etica non è un lusso per filosofi, ma l’unica valuta in cui il diritto internazionale può continuare a essere scritto.

Sessanta anni di storia ci insegnano che l’opinione pubblica è capace di indignazione autentica e di mobilitazione reale. La domanda — la stessa dal 1967 — è solo si chi decide di svegliarla?


Bibliografia

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Sitografia


Né minacce né risorse. Solo persone.

C’è un elemento di comodità intellettuale nelle narrazioni che dominano il dibattito pubblico sull’immigrazione. Chi la racconta come invasione ha bisogno del nemico per giustificare la propria esistenza politica. Chi la racconta come manodopera necessaria ha bisogno del lavoratore a basso costo per far quadrare i propri bilanci. In mezzo, sistematicamente, sparisce la persona. E questo è il sintomo che il dibattito politico ha smesso di occuparsi di esseri umani per occuparsi di categorie funzionali al proprio tornaconto, ideologico o economi
Partiamo dai fatti, che restano ostinatamente indifferenti alle narrazioni. Il primo: l’Occidente si sta letteralmente svuotando. L’Italia perde già oggi più abitanti di quanti ne nascano, i rapporti di dipendenza tra pensionati e lavoratori attivi peggiorano ogni anno, e nessun sistema sanitario o previdenziale pubblico regge a lungo senza una base contributiva che si allarga, figuriamoci se si restringe. È semplice aritmetica attuariale. Chi promette di “chiudere le porte” sta promettendo, con lo stesso gesto, di smontare pensioni e sanità pubblica per i propri elettori più anziani: l’ironia è che spesso sono loro il bacino elettorale più convinto di questa promessa.
Il secondo fatto è speculare e altrettanto scomodo: le persone non lasciano la propria terra per capriccio, ma spesso in conseguenza diretta di squilibri che l’Occidente ha contribuito a produrre. Accordi commerciali asimmetrici che tengono intere economie agganciate all’export di materie prime a basso valore aggiunto, debito estero strutturato per servire creditori del Nord globale, filiere estrattive che devastano territori senza redistribuire la ricchezza generata, un’impronta climatica che grava in modo sproporzionato su chi meno l’ha causata. Chi arriva alle nostre coste non sta bussando a caso: sta spesso presentando, senza saperlo, il conto di rapporti economici che noi abbiamo scritto a nostro vantaggio. Ignorarlo non lo rende meno vero, lo rende solo più comodo da rimuovere.
Da questi due fatti discende una conclusione che dovrebbe essere ovvia e che invece è politicamente scomoda: il fenomeno migratorio va gestito attivamente, non subìto e non negato. Gestito significa canali di ingresso regolari e prevedibili, capacità reale di accoglienza dimensionata sui territori, e — punto che si tende a trascurare — un lavoro culturale serio sull’inclusione, che non si esaurisce nel permesso di soggiorno ma riguarda scuola, lingua, partecipazione civica. Un’accoglienza ordinata non è un compromesso al ribasso tra “aprire tutto” e “chiudere tutto”: è l’unica opzione che non scarica il costo del disordine su chi è già ai margini, migrante o italiano che sia.
Ed è qui che torna il punto più scomodo, quello che la sinistra dovrebbe approfondire e denunciare: l’accoglienza, così come oggi funziona, non è affatto benevola verso chi accoglie. Serve manodopera a basso costo, dicono gli imprenditori più pragmatici, ma è un argomento cinico, non progressista. Tratta la persona migrante come fattore produttivo ricattabile, mantenuto in condizione di vulnerabilità giuridica proprio perché quella vulnerabilità è funzionale a tenere bassi i salari, non solo i suoi. È l’esercito industriale di riserva di cui parlava Marx, aggiornato al caporalato agricolo del Sud Italia e alla logistica in subappalto.
E qui casca l’argomento opposto, quello che promette ai ceti più deboli italiani un vantaggio dalla restrizione dei flussi. Se davvero si restringessero gli ingressi lasciando intatto il meccanismo che rende conveniente sfruttare chi ha meno alternative, il risultato non sarebbe la scomparsa dello sfruttamento: sarebbe semplicemente la sua ridistribuzione. Il posto lasciato libero dal migrante espulso o mai arrivato verrebbe occupato da un italiano altrettanto povero, altrettanto privo di alternative, altrettanto ricattabile. Non si eliminerebbe la casella “sfruttato”, si cambierebbe solo chi la occupa. Il proprietario del campo, del cantiere, della cooperativa di logistica, continuerebbe a incassare lo stesso margine.
Ne discende che il disagio reale dei ceti più fragili italiani — salari fermi, affitti insostenibili, servizi pubblici sovraccarichi — non si risolve con la remigrazione né con la chiusura delle frontiere. Si risolve con la giustizia distributiva: fisco che tassi la rendita e il capitale con la stessa serietà con cui tassa il lavoro dipendente, salario minimo che renda inconveniente lo sfruttamento di chiunque, contrasto reale al lavoro nero e al caporalato, non proclamato ma esercitato con ispezioni, sanzioni, magistratura del lavoro messa in condizione di funzionare. Serve, in una parola, che lo Stato torni a fare lo Stato.
Non lo Stato statalista, quello che sostituisce con la burocrazia le relazioni sociali spontanee e la libera iniziativa. Lo Stato nel senso in cui lo intende la Costituzione repubblicana: un ordinamento capace di riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo, come recita l’articolo 2, di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’eguaglianza sostanziale, come recita l’articolo 3 comma 2, e di indirizzare l’iniziativa economica privata perché non si svolga in modo da recare danno alla libertà e alla dignità umana, come recita l’articolo 41. Non un padrone delle relazioni sociali, ma un arbitro che ne garantisce le regole, capace di far rispettare i limiti a chi ha più forza contrattuale — che sia il datore di lavoro senza scrupoli o il partito che promette scorciatoie identitarie a chi è disperato.
Il punto, alla fine, è semplice quanto scomodo per chi vive di semplificazioni: la stessa debolezza dello Stato che permette lo sfruttamento del migrante irregolare è quella che tiene basso il salario dell’operaio italiano, precario il lavoro del rider, insostenibile l’affitto del pensionato. Non sono due problemi in competizione per le stesse risorse scarse. Sono lo stesso problema, con due facce. E ha una sola soluzione: uno Stato che torni capace di fare arbitro, non nemico né benefattore cinico, ma garante di regole uguali per tutti. Né minacce, né risorse. Solo persone — italiane o migranti che siano — a cui restituire la dignità che un mercato lasciato a se stesso non concede mai spontaneamente a nessuno.

I fenicotteri protestano. Noi no.

Due governi, due popoli, una domanda senza risposta
C’è una laguna in Albania, la laguna di Narta, dove vivono fenicotteri, foche monache, tartarughe marine e duecento specie di uccelli migratori. A maggio 2026 sono arrivati i camion. Ruspe, materiali da costruzione, movimento terra. Senza valutazione d’impatto ambientale e ovviamente nessuna consultazione pubblica. L’obiettivo era realizzare un resort di lusso da cinque miliardi di euro, finanziato da Affinity Partners, il fondo di Jared Kushner, genero e consigliere di Donald Trump.
In diciotto giorni, centomila albanesi sono scesi in piazza con fenicotteri gonfiabili rosa. La “Rivoluzione dei Fenicotteri” ha costretto il Parlamento europeo a occuparsi di una laguna che la maggior parte degli europei non saprebbe indicare su una cartina.
Nello stesso periodo, in Sicilia, al resort Mangia’s di Brucoli, in provincia di Siracusa, arrivavano i pullman di dipendenti dell’Ashtrom Group, la grande azienda israeliana dell’immobiliare e delle infrastrutture, inserita nel database ufficiale dell’OHCHR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, per il suo coinvolgimento nella costruzione di insediamenti che il diritto internazionale qualifica come illegali nei territori palestinesi occupati. Ad accoglierli pattuglie della polizia che bloccavano chiunque si avvicinasse.
Quattro cittadini catanesi sono stati fermati e identificati su una strada pubblica, per essere transitati a bordo della propria auto mentre i pullman passavano. In Sardegna, pochi mesi prima, chi aveva protestato davanti a un altro resort Mangia’s aveva ricevuto il foglio di via dalla questura.
Gli Italiani non hanno prodotto nessuna reazione.

Due governi, una logica analoga
Il governo Rama in Albania e il governo Meloni in Italia hanno fatto, in sostanza, la stessa cosa: hanno aperto le porte a interessi economici che i rispettivi cittadini non hanno mai potuto discutere, modificando le regole in modo opaco e mettendo a disposizione risorse pubbliche per facilitare il tutto. In Albania, la legge sulle aree protette è stata riscritta nel 2024 con la categoria del “turismo di eccellenza” — una deroga costruita su misura, per edificare senza passare dai normali controlli ambientali.
In Italia, schierare polizia, carabinieri e guardia di finanza a presidiare un resort per la vacanza dei dipendenti di un’azienda non è una prassi amministrativa. È una scelta. Come se ci fosse di un accordo bilaterale con il governo israeliano, formale o no. Risorse pubbliche italiane al servizio di soggetti che un organismo internazionale ritiene coinvolti in violazioni del diritto.
Una precisazione è necessaria: che cittadini israeliani trascorrano le vacanze in Sicilia o altri investano in Puglia è normale, rientra nella libera circolazione di persone e capitali. Che un’imprenditrice come Orit Lev Marom abbia immaginato una “Israeli Colony in Salento” — comunità residenziale autosufficiente con case, scuole, servizi sanitari e terreni propri — risponde alla comprensibile domanda di sicurezza che una parte crescente della popolazione israeliana cerca fuori dai confini del proprio Paese. Il fenomeno non è nuovo: a Cipro, negli ultimi anni, il numero di residenti israeliani è quasi triplicato, con quartieri autonomi dotati di proprie strutture.
Il tema non è chi investe o dove vuole vivere. Il tema è se le istituzioni pubbliche controllano i fenomeni potenzialmente importanti e se ne rendono conto ai cittadini.


Una questione di trasparenza e proporzionalità.
Quando lo Stato italiano impiega forze dell’ordine per presidiare un resort durante la vacanza di gruppo dei dipendenti di un’azienda iscritta in una blacklist dell’ONU, e nello stesso tempo notifica fogli di via a chi manifesta pacificamente su una strada pubblica, solleva una domanda elementare: questo è un uso proporzionato e trasparente delle risorse pubbliche?
Non c’è in gioco nessun giudizio sugli israeliani come individui, ma l’attuale politica israeliana non può essere ignorata. C’è un principio di coerenza. Se l’Italia sostiene, nelle sedi internazionali, il rispetto del diritto internazionale e le risoluzioni ONU sui territori occupati, non può contemporaneamente destinare risorse dello Stato alla tutela privilegiata di soggetti che quegli stessi organismi ritengono coinvolti nella violazione di quel diritto. Non può farlo senza che qualcuno lo dica ad alta voce.
Che questa vicenda sia venuta a galla quasi per intero grazie a Report — un programma Rai peraltro in pausa estiva — e abbia avuto eco minima nel dibattito pubblico, dice qualcosa sul sistema dell’informazione italiano. Non solo sulla sensibilità dei cittadini.

Perché l’Albania ha reagito e noi no?
La domanda più interessante non riguarda i governi, che purtroppo si stanno comportando come ci si poteva aspettare. Riguarda i cittadini. In Albania centomila persone sono scese in piazza. In Italia la protesta è rimasta confinata a un numero ridotto di persone già impegnate sul tema. Perché?
La differenza più evidente: in Albania il danno era fisico, visibile, immediato. Le ruspe erano lì. La laguna era quella che molti albanesi conoscono e frequentano. Non serviva nessuna elaborazione per capire che qualcosa di proprio stava per essere perduto. In Italia il problema rimane per lo più astratto: una vacanza sorvegliata non lascia macerie visibili, un progetto immobiliare ancora su carta non cambia il paesaggio.
Ma c’è anche una ragione più strutturale. In Albania l’argomento della protesta era semplice e trasversale: “L’Albania non è in vendita”. Cinque parole capaci di unire persone con orientamenti politici diversi — preoccupati per l’ambiente, per la legalità, per la sovranità sulle proprie risorse. In Italia il dibattito sulle implicazioni della questione palestinese è rimasto per lo più dentro un perimetro preciso, senza riuscire a parlare a chi non era già convinto. Non è colpa di chi ha protestato: è il sintomo di un sistema dell’informazione e di un discorso pubblico che non hanno mai affrontato il tema per quello che è — una questione di diritto internazionale e di coerenza istituzionale, prima ancora che politica.
C’è poi l’assuefazione. Da decenni gli italiani hanno interiorizzato che lo Stato agisca per conto di interessi che non li rappresentano. Quando accade ancora, non fa notizia. Il disincanto cronico è il miglior alleato di chi preferisce che le cose restino come stanno.

sopra: Foto ricordo nel dei dipendenti Ashtrom group all’interno del Mangia’s resort.
credits: https://www.ecostiera.it

Una lezione da non sprecare
La “Rivoluzione dei Fenicotteri” ha prodotto risultati concreti. Il Parlamento europeo ha chiesto una moratoria sui permessi nelle aree protette albanesi. La procura anticorruzione SPAK ha aperto un’indagine. Il governo Rama è stato costretto a dialogare in pubblico. Una mobilitazione larga, con un simbolo riconoscibile e un messaggio comprensibile a tutti, ha ottenuto in settimane ciò che la pressione di settore fatica a ottenere in anni.
In Italia quel punto di innesco non è ancora arrivato. Manca un simbolo abbastanza semplice, un argomento abbastanza ampio da superare le divisioni preesistenti. Forse arriverà quando ci troveremo davanti a cantieri aperti anziché a siti oscurati. Forse no.
Nel frattempo, i pullman continuano ad arrivare. Le pattuglie continuano a presidiare. E la domanda su come vengono usate le risorse pubbliche italiane in questa vicenda rimane, per ora, senza risposta

Il grande paradosso dell’automazione: perché il socialismo tecnologico Conviene anche ai Capitalisti.


L’automazione totale di ogni lavoro manuale e ripetitivo non è un’ipotesi futuristica, ma un destino economico ineluttabile. I robot non vanno in ferie, non si ammalano, non scioperano e lavorano senza sosta con una precisione geometrica, mentre i loro costi di produzione continuano a crollare. Nel lungo termine, l’unica eccezione a questa regola sarà l’artigianato d’arte, cercato e pagato proprio per la sua intrinseca imperfezione emotiva e umana. Ma se tutta la manifattura e la logistica verranno delegate alle macchine, il lavoro subordinato per come lo conosciamo semplicemente svanirà. E con esso, sparirà anche il reddito da salario per miliardi di persone.
Se la politica decidesse di ignorare questo cambiamento, lasciando che le forze di mercato facciano il loro corso senza regole, l’Italia e l’Occidente scivolerebbero dritti in un “Nuovo Medioevo”. Immaginate uno scenario in cui l’1% della popolazione controlla il 99% della ricchezza mondiale, prodotta interamente dalle loro flotte di robot. Senza stipendi, il ceto medio si estinguerebbe in pochi anni, azzerando i consumi. Supermercati, negozi e ristoranti fallirebbero in massa. Lo Stato, non potendo più tassare i salari tramite l’IRPEF né i consumi tramite l’IVA, dichiarerebbe bancarotta, smettendo di erogare sanità e trasporti. I super-ricchi si ritroverebbero a vivere in cittadelle blindate e “closed communities”, protetti da droni e sistemi di sicurezza automatizzati, mentre fuori il 99% della popolazione della penisola tornerebbe a un’economia di sussistenza, baratto e inevitabili rivolte violente. Un mondo distopico e invivibile per tutti, ricchi compresi.
Ed è qui che crolla il dogma del capitalismo classico, ed emerge una verità sorprendente: evitare questo disastro conviene in primis proprio ai baroni industriali. Questo concetto è stato limpidamente espresso da figure insospettabili, ben lontane dalle ideologie di sinistra. Elon Musk, il più grande imprenditore tecnologico del pianeta, lo ripete ormai da anni: con l’avvento dei robot umanoidi e dell’intelligenza artificiale generale, il lavoro diventerà un’attività opzionale. Musk ha affermato esplicitamente che andremo incontro a un’era di “abbondanza universale”, in cui l’unica forma democratica possibile per evitare il collasso sociale sarà il Reddito Universale di Base (UBI) finanziato dallo Stato. Il motivo è puramente matematico: se le fabbriche automatizzate producono miliardi di merci perfette a costo zero, ma nessuno ha più uno stipendio per comprarle, il sistema capitalista implode per mancanza di clienti. I capitalisti hanno un disperato bisogno di consumatori solvibili per mantenere il valore delle loro aziende.
Come finanziare, quindi, questo welfare del futuro senza mandare in fumo l’economia? La risposta sta nella “Robot Tax”, una leva fiscale pionieristica di cui si discute sempre più spesso nei corridoi di Bruxelles e nei think tank economici. L’idea fondamentale è semplice: se un robot antropomorfo sostituisce un operaio umano, quel robot deve essere tassato simulando i contributi previdenziali e le imposte sul reddito che l’operaio avrebbe versato allo Stato. Non si tratta di punire l’innovazione, ma di spostare il carico fiscale dal lavoro umano ai profitti generati dall’automazione. Questa enorme massa di entrate verrebbe reincanalata direttamente nelle casse pubbliche per finanziare il reddito di cittadinanza e i servizi essenziali.
Quello che ci attende non è la fine del benessere, ma la fine della schiavitù del lavoro per la sopravvivenza. Già nel 1858 Karl Marx, nel suo “Frammento sulle macchine”, previde un’era in cui l’automazione avrebbe ridotto l’uomo a custode dei processi produttivi, trasformando il tempo libero nella vera ricchezza. Nel 1930, l’economista John Maynard Keynes parlava di “disoccupazione tecnologica” come anticamera di una società liberata dal bisogno. Oggi, la tecnologia sta finalmente rendendo reale quella profezia. Lo Stato sociale del futuro, forte di un welfare totale e dell’automazione, non sarà una scelta ideologica, ma l’unico compromesso logico e razionale per la sopravvivenza stessa della civiltà umana.

DDL Valditara: senza interventi educativi, come si prevengono i femminicidi?

Il governo e la violenza di genere: punire sì, prevenire no

Due leggi, una visione. Il 25 novembre 2025, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il Parlamento italiano ha approvato all’unanimità la legge che introduce il femminicidio come reato autonomo nel codice penale, punito con l’ergastolo. Applausi trasversali, dichiarazioni solenni, fotografie di rito. La presidente del Consiglio ha parlato di norme “molto importanti, fortemente volute”. Il ministro della Giustizia di “risultato epocale”. Lo stesso giorno, al Senato, la maggioranza bloccava il ddl che avrebbe riformato la disciplina sulla violenza sessuale introducendo il criterio del “consenso libero e attuale” — il cuore di quasi tutte le legislazioni europee avanzate. Rinviato. Da approfondire. Poi dimenticato.

Pochi mesi dopo, a giugno 2026, la stessa maggioranza approvava il ddl Valditara sul consenso informato: nessuna educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia e primarie, autorizzazione parentale scritta per ogni attività che riguardi affettività o sessualità nelle scuole medie e superiori. Motivazione ufficiale: tutela della “libertà educativa dei genitori”. Effetto concreto: l’Italia si consolida nel gruppo ristretto di paesi europei — insieme a Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria e Cipro — privi di qualsiasi forma obbligatoria di educazione sessuo-affettiva scolastica.

Qualcuno ha letto in queste due vicende una contraddizione. Una destra che si batte contro il femminicidio e poi blocca gli strumenti per prevenirlo. È una lettura comprensibile, ma sbagliata. Non c’è nessuna contraddizione. C’è, al contrario, una coerenza perfetta — e smontarla nei suoi meccanismi è più utile che limitarsi a denunciarla.

Il deterrente che non deterrisce

La criminologia lo ripete da decenni con una chiarezza che il legislatore italiano continua sistematicamente a ignorare: l’inasprimento delle pene non ha effetto deterrente sulla violenza di genere. Lo documentano Alessandro Baratta, Massimo Pavarini, Giuseppe Mosconi. Lo ribadisce una meta-analisi recente che ha analizzato oltre cinquantamila casi in tre continenti. Lo afferma esplicitamente l’Unione delle Camere Penali Italiane nel suo parere sul ddl, definendo la norma una “grida manzoniana” — un provvedimento che serve a sedare l’allarme dell’opinione pubblica, non a modificare il fenomeno.

Gli autori di femminicidio non sono individui che calcolano rischi penali prima di agire. Non si arrestano davanti alla prospettiva dell’ergastolo perché non ragionano in quei termini: agiscono dentro una cultura che normalizza il controllo, il possesso, la sopraffazione. Quella cultura non si tocca con nuovi articoli del codice penale. Si modifica — lentamente, faticosamente — attraverso l’educazione, la formazione, il cambiamento delle relazioni tra i generi a partire dall’infanzia.

C’è poi un dettaglio tecnico che rende la legge ancora più difficile da difendere sul piano della razionalità giuridica: la pena dell’ergastolo per l’omicidio di una donna era già prevista dal codice vigente, nei casi commessi nei confronti del coniuge, del convivente, del partner. Il nuovo reato autonomo di femminicidio non introduce una sanzione che prima non esisteva. Introduce un’etichetta. Una dichiarazione di intenti travestita da norma.

La prevenzione come campo minato

Se l’approccio punitivo è inefficace, l’approccio preventivo è invece documentato. Una meta-analisi del 2023 su oltre cinquantamila adolescenti tra i 10 e i 19 anni — condotta in Europa, negli Stati Uniti e in Asia — evidenzia che programmi strutturati di educazione sessuo-affettiva producono un significativo miglioramento nella capacità di costruire relazioni paritarie, gestire i conflitti, riconoscere e rispettare il consenso, e una riduzione misurabile degli episodi di violenza sessuale tra pari. L’esperienza svedese, con l’educazione obbligatoria dal 1955, documenta una diminuzione della violenza di genere tra i giovani e un netto miglioramento del benessere relazionale. I Paesi Bassi, dove il 93% degli studenti riceve educazione sessuale completa prima dei 15 anni, registrano uno dei tassi di gravidanze adolescenziali più bassi d’Europa.

Il governo conosce questi dati. E sceglie diversamente. Non per ignoranza — sarebbe quasi una attenuante — ma per una logica politica precisa, che vale la pena rendere esplicita.

La coerenza che nessuno vuole nominare

Introdurre il reato di femminicidio non costa nulla sul piano del conflitto culturale. È anzi un’operazione che produce consenso immediato, titoli unanimi, solidarietà trasversale. Non disturba nessuna visione del mondo. Legge il femminicidio come devianza individuale — la “barbarie” di un “mostro” — e risponde con la sanzione che si riserva ai mostri: l’ergastolo. La struttura relazionale, culturale, pedagogica che produce quella violenza resta intatta. Non viene nemmeno nominata.

L’educazione sessuo-affettiva, al contrario, presuppone che la violenza di genere non sia una patologia individuale ma un prodotto culturale sistemico. Che i ruoli, le aspettative, i modelli relazionali trasmessi dall’infanzia contribuiscano a costruire quel sistema di dominanza che può sfociare, al suo estremo, nel femminicidio. Questa è un’ammissione incompatibile con la visione tradizionalista della famiglia, dell’autorità genitoriale, dei ruoli di genere che la destra di governo vuole invece preservare e legittimare. Il ddl Valditara non è solo un freno all’educazione: è la difesa di un modello culturale che non può permettersi di essere interrogato.

La criminologa Isabella Merzagora ha definito la legge femminicidio un “ansiolitico sociale”: uno strumento che calma l’opinione pubblica senza incidere sul fenomeno. È la definizione giusta. Ma il punto è che questa destra non cerca di risolvere il problema — cerca di gestirne la percezione. Il registro punitivo-simbolico è perfettamente funzionale a questo obiettivo: dà l’impressione dell’azione, segnala severità morale, raccoglie consenso. Il registro preventivo-culturale lo contraddirebbe, perché richiederebbe di ammettere che la violenza ha radici in ciò che questa destra considera patrimonio da tutelare.

Le donne, nel frattempo, continuano a morire. Con l’ergastolo in codice e senza un’ora di educazione affettiva in classe.

tra Giungla e caserma

Mercato, libertà e Costituzione nell’età dei neotiranni

C’è una scena che si ripete con inquietante regolarità nella storia del pensiero politico occidentale: qualcuno avverte che la libertà, distribuita senza misura, produce i propri carnefici. Lo disse Platone nel V secolo a.C., nella Repubblica, con un’immagine che suona profetica: il dispensatore di vino deve essere misurato nella mescita, altrimenti l’ubriachezza travolge il simposio. La democrazia sfrenata, avvertiva, genera tirannide — non nonostante la libertà, ma attraverso di essa. Duemilaquattrocento anni dopo, Elon Musk acquista Twitter, Jeff Bezos possiede il Washington Post, e Peter Thiel finanzia candidati che promettono di smantellare le istituzioni che lo hanno reso miliardario. Il simposio è ubriaco. Il dispensatore è sparito.
La vera domanda, oggi, non è come siamo arrivati qui. È se esiste un equilibrio praticabile tra la giungla del mercato deregolamentato e la caserma del controllo statale autoritario — e se, per caso, quel punto di equilibrio sia già scritto da qualche parte. La tesi che voglio sostenere è insieme semplice e scomoda: sì, esiste. E lo abbiamo nel cassetto dal 1948. Si chiama Costituzione della Repubblica italiana.

L’MMA senza recinto: anatomia della deregulation
La competizione capitalistica, nella sua forma classica, assomiglia a una disciplina sportiva: ci sono regole, un campo, un arbitro, e i risultati — per quanto spietati — rimangono dentro un perimetro accettabile. La deregulation sistematica degli ultimi quarant’anni ha tolto il recinto, rimosso l’arbitro e cancellato le regole. Ciò che resta è un’arena in cui vince non il più bravo, ma il più disposto a tutto.
Milton Friedman, in Capitalism and Freedom (1962), sosteneva che la libertà economica è condizione necessaria della libertà politica: il mercato disperso come antidoto naturale alla concentrazione del potere statale. Cinquant’anni di applicazione pratica hanno dimostrato il contrario. La libertà economica senza vincoli non disperde il potere: lo concentra. Lo trasferisce dallo Stato — almeno in teoria democraticamente controllabile — a soggetti privati che non rispondono a nessun elettorato.
Friedrich Hayek, in The Road to Serfdom (1944), immaginava che qualsiasi pianificazione statale conducesse inevitabilmente alla tirannide. Non si chiedeva però chi avrebbe pianificato il pianeta quando fossero stati i mercati a farlo: chi avrebbe deciso l’algoritmo di Facebook, la fiscalità di Amazon, le condizioni di lavoro nei magazzini di logistica. La risposta è: qualcuno — ma quel qualcuno non è stato eletto da nessuno.
Ayn Rand ha completato l’edificio ideologico con la filosofia dell’oggettivismo — la santificazione dell’interesse egoistico come virtù suprema. In La rivolta di Atlante (1957) immagina un mondo in cui i “creatori” si ribellano ai “parassiti”, cioè alla comunità, allo Stato, ai lavoratori che chiedono diritti. È una fantasia che ha trovato attuazione pratica nella Silicon Valley: la cultura del move fast and break things è letteratura randiana applicata all’impresa tecnologica. Musk, Thiel, Andreessen ne sono dichiarati lettori e prosecutori.
Il risultato storico è sotto gli occhi di tutti. Negli Stati Uniti, il paese che ha applicato più fedelmente il dogma, l‘11% della popolazione possiede più ricchezza del 50% inferiore. Trump non è un’anomalia: è il prodotto finale di una disuguaglianza così estrema da aver reso irriconoscibile il demos che dovrebbe sostenere la democrazia. I neotiranni della Silicon Valley non sono eccentrici: sono il coronamento logico di un sistema che ha privatizzato il potere senza privatizzare la responsabilità.

Il collegio: il modello cinese e il prezzo della coerenza
A questo punto, qualcuno indica la Cina. Ed è giusto farlo, perché il modello cinese ha una sua coerenza interna che merita analisi onesta, non liquidazione ideologica.
Il Partito Comunista Cinese ha adottato, a partire dagli anni Ottanta, un capitalismo inquadrato: gli attori privati competono, innovano, accumulano — ma dentro un perimetro definito politicamente. Lo Stato interviene, orienta, corregge, e quando necessario colpisce. Jack Ma sparisce per qualche mese e riappare ridimensionato. Alibaba paga multe miliardarie. DiDi viene delistata dalla borsa americana su ordine di Pechino. Il messaggio è cristallino: potete arricchirvi, ma non siete più grandi dello Stato.
Il risultato economico è, sul piano strettamente produttivo, impressionante. La Cina ha sottratto alla povertà assoluta quasi un miliardo di persone in quarant’anni, costruito un’industria manifatturiera che domina le catene globali del valore, e compete da pari nella corsa alle tecnologie del futuro: intelligenza artificiale, energie rinnovabili, semiconduttori.
Ma il prezzo è quello che nessuno di noi — almeno nessuno che abbia interiorizzato la tradizione dei diritti individuali — sarebbe disposto a pagare. Non c’è stampa libera, non c’è opposizione politica, non c’è diritto di sciopero autonomo. Le minoranze subiscono quello che le organizzazioni internazionali definiscono crimini contro l’umanità. la caserma funziona, ma le sue regole le scrive chi sta in cima, senza possibilità di appello. Carl Schmitt — il giurista che ha teorizzato la supremazia del politico su ogni altra sfera, e che ha messo la sua intelligenza al servizio del nazismo — resta il riferimento teorico di chi crede che l’efficienza richieda la sospensione del diritto. È Schmitt che aleggia sulle politiche digitali cinesi, ed è Schmitt che riemerge ogni volta che un governo democratico invoca l’emergenza per comprimere le garanzie costituzionali.
Il dilemma sembra insolubile: o la giungla o il collegio. O Trump o Xi. O la libertà senza struttura o la struttura senza libertà.

La terza via che non è slogan: la Costituzione repubblicana
Questo dilemma è falso. O meglio: è il dilemma che conviene a chi vuole farci scegliere tra due forme di sottomissione.
La Costituzione italiana del 1948 è uno dei tentativi più sofisticati di rispondere esattamente a questa domanda: come si organizza una società libera senza che la libertà diventi strumento di oppressione? È un documento scritto da persone che avevano appena vissuto il fascismo — l’esempio più nitido di cosa accade quando lo Stato colonizza ogni sfera della vita — ma anche i disastri del capitalismo selvaggio degli anni Venti e Trenta, che il fascismo aveva in parte cavalcato e in parte prodotto.
L’architettura costituzionale risponde al dilemma con una logica che non è né liberista né statalista: è relazionale. I diritti non esistono in astratto, ma in relazione agli altri diritti e alla comunità che li garantisce. L’articolo 41 è il cuore di questa visione: l’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Libertà sì, ma non libertà assoluta. Mercato sì, ma dentro un perimetro di responsabilità sociale.
È la stessa logica che informa l’articolo 1 — la Repubblica fondata sul lavoro, non sul capitale né sul mercato — e l’articolo 3, che alla formale uguaglianza davanti alla legge aggiunge il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Una formulazione che legge la disuguaglianza non come destino naturale ma come problema politico da affrontare attivamente.

Gli autori dell’equilibrio
Karl Polanyi, in La grande trasformazione (1944), dimostra con ricchezza storica straordinaria che il mercato autoregolato è sempre stato un’utopia pericolosa. I mercati storicamente funzionano immersi in relazioni sociali, norme culturali, istituzioni politiche. Quando si tenta di astrarli da questo contesto, la società reagisce producendo patologie: populismo, protezionismo, violenza politica. Polanyi chiamerebbe Trump un movimento di controprotezione — una risposta barbarica a un problema reale, generata dall’abbandono di quelle mediazioni istituzionali che la Costituzione repubblicana aveva invece il compito di garantire.
John Rawls, in Una teoria della giustizia (1971), offre la versione filosofica più raffinata dell’equilibrio costituzionale. Il suo velo di ignoranza — immaginate di dover scegliere le regole di una società senza sapere quale posizione vi spetterà in essa — produce naturalmente una struttura di protezione dei più vulnerabili: non per bontà, ma per razionalità. Un sistema giusto è quello in cui le disuguaglianze sono accettabili solo se vanno a vantaggio dei più svantaggiati. Esattamente quello che la nostra Costituzione, agli articoli 3 e 36, cerca di rendere operativo.
Amartya Sen, in Lo sviluppo è libertà (1999), sposta ulteriormente il baricentro: la libertà non è il punto di partenza da cui tutto il resto deriva — come in Friedman e Hayek — ma l’obiettivo a cui tende uno sviluppo umano autentico. Le libertà sostanziali dipendono da condizioni materiali che il solo mercato non garantisce. Lo Stato non è il nemico della libertà: è spesso la sua condizione di possibilità.

Rappresentanza e governabilità: la stessa battaglia
La deregulation economica e la deregulation istituzionale sono la stessa operazione vista da angolature diverse. Entrambe restringono il perimetro della democrazia reale; entrambe trasferiscono potere verso l’alto, fuori dalla portata del controllo collettivo; entrambe si presentano come modernizzazione inevitabile mentre smontano i dispositivi di protezione che la Costituzione aveva eretto.
In Italia questa parallela ha un nome: governabilità. Pronunciata con il tono della necessità tecnica, questa parola ha giustificato, a partire dalla stagione referendaria del 1993, la più sistematica operazione di compressione della rappresentanza popolare della storia repubblicana. Il proporzionale, si disse, produceva instabilità. Il maggioritario avrebbe garantito alternanza, chiarezza, decisione. Quello che non si disse è che il proporzionale non era il problema: era lo specchio. Rifletteva una società attraversata da interessi realmente plurali. Il maggioritario non ha risolto queste tensioni: le ha espulse dalla rappresentanza formale, lasciandole libere di incancrenire nel corpo sociale.
Il nodo è costituzionale, non solo elettorale. Il Parlamento italiano non è una camera di ratifica dell’esecutivo: è il centro gravitazionale dell’intero impianto repubblicano. Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento. Il Governo nasce dalla sua fiducia. La Corte Costituzionale è nominata per un terzo da esso. Questa centralità ha senso — ha senso costituzionale, non solo formale — soltanto se il Parlamento è la rappresentazione fedele del popolo sovrano. E può esserlo soltanto se è eletto con un sistema che traduce voti in seggi senza distorcere, amputare, silenziare. Il proporzionale non è una preferenza tecnica: è la condizione di possibilità della centralità parlamentare che la Costituzione presuppone.
Il premierato e lo stabilitum che il governo Meloni persegue non sono quindi una riforma contingente: sono il compimento di una traiettoria trentennale. La costituzionalizzazione di ciò che la legge elettorale maggioritaria aveva già fatto di fatto — la sostituzione della rappresentanza con la governabilità, del popolo plurale con il vincitore semplificato. È, ancora una volta, la logica della giungla applicata alle istituzioni: meno regole, meno contrappesi, più velocità per chi è già in posizione dominante.

Attuare la Costituzione: il programma che manca
Il problema dell’Italia non è che la Costituzione sia insufficiente. È che non è stata attuata. L’articolo 41, nella sua seconda parte, è rimasto lettera morta sotto ogni governo. L’articolo 36, che garantisce una retribuzione proporzionata e sufficiente, viene smentito ogni giorno da un mercato del lavoro che produce lavoratori poveri. L’articolo 3, nel suo secondo comma trasformativo, attende ancora un’interpretazione coerente e un’attuazione legislativa all’altezza.
La risposta non è il ritorno al modello statalista degli anni Settanta. È prendere sul serio la Costituzione come progetto politico: regolare i mercati digitali con la stessa determinazione con cui si regolano le banche; tassare le rendite con la progressività prevista dall’articolo 53; garantire il lavoro dignitoso come diritto e non come privilegio; restituire alle istituzioni pubbliche quella capacità di indirizzo che la vulgata neoliberale ha eroso. E insieme: difendere un Parlamento che parli davvero con le voci del paese reale, nella loro proporzione effettiva — perché solo quel Parlamento può esercitare in modo legittimo il controllo sui poteri economici e istituzionali che la Costituzione gli affida.
Platone aveva ragione: il dispensatore di vino deve essere misurato. Ma la misura non è arbitrio — è il risultato di un patto collettivo, scritto in articoli che aspettano ancora di diventare realtà. La giungla ci consegna i neotiranni. la caserma ci consegna i commissari. La Costituzione repubblicana ci offre qualcosa di più difficile e più prezioso: una comunità di persone libere che si danno regole insieme, e insieme le fanno rispettare. Abbiamo già lo strumento. Ci manca, semmai, il coraggio politico di usarlo.

Finite le celebrazioni…

Quarantotto anni dopo, il 9 maggio resta una data che l’Italia non ha ancora davvero metabolizzato. Quel giorno del 1978 il corpo di Aldo Moro fu trovato nel bagagliaio di una Renault rossa in via Caetani, a Roma, a metà strada simbolica tra la sede della DC e quella del PCI. Poche ore prima, a Cinisi, in provincia di Palermo, i resti di Peppino Impastato venivano ritrovati sui binari della ferrovia: la mafia aveva cercato di simulare un attentato suicida. Due morti, due depistamenti, due silenzi che lo Stato avrebbe impiegato decenni a rompere solo parzialmente.

La coincidenza della data ha qualcosa di perturbante. Ma è il parallelismo sostanziale a meritare riflessione. Moro e Impastato non si conoscevano, appartenevano a mondi lontanissimi, incarnavano visioni politiche difficilmente sovrapponibili. Eppure condividevano qualcosa di essenziale: avevano scelto di sfidare un potere enormemente più grande di loro, sapendo — o almeno intuendo — il rischio che correvano. Moro cercava di ricucire fratture sistemiche in un paese bloccato dalla Guerra Fredda, aprendo un dialogo che disturba le grandi centrali d’influenza. Impastato trasmetteva in radio e scriveva sui muri di Cinisi il nome di Gaetano Badalamenti, il boss mafioso che era di fatto il padrone del territorio. Entrambi pagarono con la vita.

Li chiamiamo eroi. E lo sono, nel senso più classico del termine: individui che incarnano valori collettivi e li difendono fino all’estremo limite. Ma la categoria dell'”eroe” porta con sé un’ombra scomoda. L’eroe è, per definizione, eccezione. Il suo sacrificio commuove, ma non trasforma automaticamente la società che lo ha prodotto — e spesso non trasforma nemmeno quella che lo celebra. L’Italia ha intitolato strade a Impastato e ha canonizzato Moro nel pantheon della Repubblica. Ha fatto molto meno per costruire le condizioni strutturali che rendano meno necessari gli eroi: permane un deficit di cittadinanza.

La domanda che quella data ci pone è brutale: a cosa serve la memoria se non produce cambiamento? E soprattutto — nel contesto di oggi — cosa serve per produrre quel cambiamento che Moro e Impastato, ciascuno a modo suo, cercavano di avviare?

La risposta più onesta è che serve un popolo politicamente sveglio. Non nel senso vago e retorico con cui questa espressione viene spesso usata, ma in senso tecnico: cittadini capaci di leggere i meccanismi del potere, di distinguere l’interesse pubblico dall’interesse di parte, di partecipare con strumenti adeguati alla vita democratica. La Costituzione italiana — quella stessa Costituzione che Moro contribuì a scrivere e che Impastato difendeva implicitamente ogni volta che alzava la voce contro la mafia — presuppone esattamente questo tipo di cittadino.

Ma le agenzie che avrebbero dovuto formarlo si sono progressivamente ritirate dal campo. La scuola, sotto la pressione combinata di decenni di riforme orientate alla immediata destinazione lavorativa degli studenti, forma sempre più lavoratori e sempre meno cittadini. L’educazione civica è tornata nei programmi scolastici per legge nel 2020, ma nella pratica quotidiana resta spesso marginale, ridotta a nozioni formali piuttosto che a palestra di pensiero critico.
I partiti, che nella Prima Repubblica — con tutti i loro difetti — svolgevano una poderosa funzione pedagogica attraverso sezioni, circoli, giornali, scuole di partito, sono oggi per lo più comitati elettorali permanenti, attivi a intermittenza e privi di qualsiasi ambizione formativa.

Ma qualcosa – faticosamente – funziona.

Non si tratta di nostalgie o di utopie. Esistono esperienze concrete, recenti, che dimostrano come la formazione civica dal basso produca risultati.
In alcune periferie italiane, esperienze come quelle dei “presìdi culturali” in quartieri a rischio di Napoli o Palermo — realtà che combinano educazione non formale, aggregazione sociale e attivismo civico — mostrano che il cambiamento è possibile anche in contesti più difficilmente permeabili. Non è casuale che molte di queste esperienze nascano proprio nel Mezzogiorno, dove la presenza mafiosa ha storicamente sostituito lo Stato: è lì che la necessità di costruire anticorpi civici si avverte con più urgenza.
Lì dove è piu faticoso.
Però queste iniziative, se isolate presentano margini di rischio enormi

Resta quindi il nodo più difficile: costruire cittadinanza diffusa. Un lavoro lento, dispendioso, spesso ingrato. Chi si impegna in questo senso — nelle associazioni, nei centri culturali, nelle esperienze di educazione popolare — lo sa bene: è difficile coinvolgere le persone senza una risposta visibile nel breve termine, senza la gratificazione di un risultato immediato. E in un’epoca dominata dall’urgenza e dall’attenzione frammentata, questa difficoltà si moltiplica.

Ma forse è proprio qui che la lezione di Impastato e Moro — così diversi, così tragicamente accomunati — diventa più utile: non nell’eroismo del gesto estremo, ma nella scelta quotidiana, ostinata e non spettacolare, di non accettare le cose come stanno. Radio Aut trasmetteva in un paese dove la mafia sembrava eterna e invincibile. Peppino Impastato non aspettava che il vento cambiasse: cercava di cambiarlo lui, con i mezzi che aveva. Facciamo la nostra parte. È ancora l’unico metodo che funziona.

Basta totonomi. Costruiamo il programma.

I giornali riempiono le pagine con il totonomi e le scaramucce sulle modalità di scelta del leader. È comprensibile: fa notizia, genera dibattito, si presta ai titoli ad effetto. Ma è esattamente il contrario di ciò che i potenziali elettori del centro-sinistra chiedono.

Perché quell’elettorato è più composito e più esigente di quanto la politica sembri disposta ad ammettere. Ci sono i moderati che guardano a sinistra senza trovarvi ancora un approdo convincente. C’è una sinistra frammentata — soggetti e gruppi che spesso faticano a parlarsi. E ci sono — dato non trascurabile — quegli italiani che per anni avevano smesso di votare e che al referendum sulla separazione delle carriere sono tornati alle urne, scegliendo il No. Persone che non cercano un simbolo o un volto, ma un progetto in cui riconoscersi.

E c’è un elemento che rende tutto questo urgente, non rinviabile: dopo gli ultimi passi falsi del governo, la tentazione di andare alle urne anticipatamente diventa meno improbabile e meno lontana. Chi si oppone a questa maggioranza non può arrivare impreparato a un appuntamento che potrebbe essere convocato prima del previsto.

Cosa chiedono, concretamente, questi elettori? Di partecipare alla costruzione di un programma. Di trovare risposte serie su questioni che incidono sulla loro vita quotidiana: la distribuzione del carico fiscale, le politiche del lavoro e della sicurezza, il sostegno alle famiglie, le opportunità per i giovani. E poi le pensioni, da ripensare alla luce di un mercato del lavoro che le nuove tecnologie stanno trasformando in profondità.

C’è poi la questione che nessuna forza progressista può continuare a eludere: dove sta l’Italia sulle guerre in corso, sugli armamenti, su quale modello di Europa vogliamo costruire. Abbiamo la guida dell’art.11 della Costituzione cui attenerci.

Affrontare tutto questo è difficile e laborioso. Richiede coraggio, sintesi, disponibilità al conflitto interno. Ma è precisamente per questo che bisogna cominciare adesso, subito, con un confronto trasparente e aperto ai contributi di chi vuole essere protagonista — non spettatore — della politica che verrà.