Né minacce né risorse. Solo persone.

C’è un elemento di comodità intellettuale nelle narrazioni che dominano il dibattito pubblico sull’immigrazione. Chi la racconta come invasione ha bisogno del nemico per giustificare la propria esistenza politica. Chi la racconta come manodopera necessaria ha bisogno del lavoratore a basso costo per far quadrare i propri bilanci. In mezzo, sistematicamente, sparisce la persona. E questo è il sintomo che il dibattito politico ha smesso di occuparsi di esseri umani per occuparsi di categorie funzionali al proprio tornaconto, ideologico o economi
Partiamo dai fatti, che restano ostinatamente indifferenti alle narrazioni. Il primo: l’Occidente si sta letteralmente svuotando. L’Italia perde già oggi più abitanti di quanti ne nascano, i rapporti di dipendenza tra pensionati e lavoratori attivi peggiorano ogni anno, e nessun sistema sanitario o previdenziale pubblico regge a lungo senza una base contributiva che si allarga, figuriamoci se si restringe. È semplice aritmetica attuariale. Chi promette di “chiudere le porte” sta promettendo, con lo stesso gesto, di smontare pensioni e sanità pubblica per i propri elettori più anziani: l’ironia è che spesso sono loro il bacino elettorale più convinto di questa promessa.
Il secondo fatto è speculare e altrettanto scomodo: le persone non lasciano la propria terra per capriccio, ma spesso in conseguenza diretta di squilibri che l’Occidente ha contribuito a produrre. Accordi commerciali asimmetrici che tengono intere economie agganciate all’export di materie prime a basso valore aggiunto, debito estero strutturato per servire creditori del Nord globale, filiere estrattive che devastano territori senza redistribuire la ricchezza generata, un’impronta climatica che grava in modo sproporzionato su chi meno l’ha causata. Chi arriva alle nostre coste non sta bussando a caso: sta spesso presentando, senza saperlo, il conto di rapporti economici che noi abbiamo scritto a nostro vantaggio. Ignorarlo non lo rende meno vero, lo rende solo più comodo da rimuovere.
Da questi due fatti discende una conclusione che dovrebbe essere ovvia e che invece è politicamente scomoda: il fenomeno migratorio va gestito attivamente, non subìto e non negato. Gestito significa canali di ingresso regolari e prevedibili, capacità reale di accoglienza dimensionata sui territori, e — punto che si tende a trascurare — un lavoro culturale serio sull’inclusione, che non si esaurisce nel permesso di soggiorno ma riguarda scuola, lingua, partecipazione civica. Un’accoglienza ordinata non è un compromesso al ribasso tra “aprire tutto” e “chiudere tutto”: è l’unica opzione che non scarica il costo del disordine su chi è già ai margini, migrante o italiano che sia.
Ed è qui che torna il punto più scomodo, quello che la sinistra dovrebbe approfondire e denunciare: l’accoglienza, così come oggi funziona, non è affatto benevola verso chi accoglie. Serve manodopera a basso costo, dicono gli imprenditori più pragmatici, ma è un argomento cinico, non progressista. Tratta la persona migrante come fattore produttivo ricattabile, mantenuto in condizione di vulnerabilità giuridica proprio perché quella vulnerabilità è funzionale a tenere bassi i salari, non solo i suoi. È l’esercito industriale di riserva di cui parlava Marx, aggiornato al caporalato agricolo del Sud Italia e alla logistica in subappalto.
E qui casca l’argomento opposto, quello che promette ai ceti più deboli italiani un vantaggio dalla restrizione dei flussi. Se davvero si restringessero gli ingressi lasciando intatto il meccanismo che rende conveniente sfruttare chi ha meno alternative, il risultato non sarebbe la scomparsa dello sfruttamento: sarebbe semplicemente la sua ridistribuzione. Il posto lasciato libero dal migrante espulso o mai arrivato verrebbe occupato da un italiano altrettanto povero, altrettanto privo di alternative, altrettanto ricattabile. Non si eliminerebbe la casella “sfruttato”, si cambierebbe solo chi la occupa. Il proprietario del campo, del cantiere, della cooperativa di logistica, continuerebbe a incassare lo stesso margine.
Ne discende che il disagio reale dei ceti più fragili italiani — salari fermi, affitti insostenibili, servizi pubblici sovraccarichi — non si risolve con la remigrazione né con la chiusura delle frontiere. Si risolve con la giustizia distributiva: fisco che tassi la rendita e il capitale con la stessa serietà con cui tassa il lavoro dipendente, salario minimo che renda inconveniente lo sfruttamento di chiunque, contrasto reale al lavoro nero e al caporalato, non proclamato ma esercitato con ispezioni, sanzioni, magistratura del lavoro messa in condizione di funzionare. Serve, in una parola, che lo Stato torni a fare lo Stato.
Non lo Stato statalista, quello che sostituisce con la burocrazia le relazioni sociali spontanee e la libera iniziativa. Lo Stato nel senso in cui lo intende la Costituzione repubblicana: un ordinamento capace di riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo, come recita l’articolo 2, di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’eguaglianza sostanziale, come recita l’articolo 3 comma 2, e di indirizzare l’iniziativa economica privata perché non si svolga in modo da recare danno alla libertà e alla dignità umana, come recita l’articolo 41. Non un padrone delle relazioni sociali, ma un arbitro che ne garantisce le regole, capace di far rispettare i limiti a chi ha più forza contrattuale — che sia il datore di lavoro senza scrupoli o il partito che promette scorciatoie identitarie a chi è disperato.
Il punto, alla fine, è semplice quanto scomodo per chi vive di semplificazioni: la stessa debolezza dello Stato che permette lo sfruttamento del migrante irregolare è quella che tiene basso il salario dell’operaio italiano, precario il lavoro del rider, insostenibile l’affitto del pensionato. Non sono due problemi in competizione per le stesse risorse scarse. Sono lo stesso problema, con due facce. E ha una sola soluzione: uno Stato che torni capace di fare arbitro, non nemico né benefattore cinico, ma garante di regole uguali per tutti. Né minacce, né risorse. Solo persone — italiane o migranti che siano — a cui restituire la dignità che un mercato lasciato a se stesso non concede mai spontaneamente a nessuno.

Il grande paradosso dell’automazione: perché il socialismo tecnologico Conviene anche ai Capitalisti.


L’automazione totale di ogni lavoro manuale e ripetitivo non è un’ipotesi futuristica, ma un destino economico ineluttabile. I robot non vanno in ferie, non si ammalano, non scioperano e lavorano senza sosta con una precisione geometrica, mentre i loro costi di produzione continuano a crollare. Nel lungo termine, l’unica eccezione a questa regola sarà l’artigianato d’arte, cercato e pagato proprio per la sua intrinseca imperfezione emotiva e umana. Ma se tutta la manifattura e la logistica verranno delegate alle macchine, il lavoro subordinato per come lo conosciamo semplicemente svanirà. E con esso, sparirà anche il reddito da salario per miliardi di persone.
Se la politica decidesse di ignorare questo cambiamento, lasciando che le forze di mercato facciano il loro corso senza regole, l’Italia e l’Occidente scivolerebbero dritti in un “Nuovo Medioevo”. Immaginate uno scenario in cui l’1% della popolazione controlla il 99% della ricchezza mondiale, prodotta interamente dalle loro flotte di robot. Senza stipendi, il ceto medio si estinguerebbe in pochi anni, azzerando i consumi. Supermercati, negozi e ristoranti fallirebbero in massa. Lo Stato, non potendo più tassare i salari tramite l’IRPEF né i consumi tramite l’IVA, dichiarerebbe bancarotta, smettendo di erogare sanità e trasporti. I super-ricchi si ritroverebbero a vivere in cittadelle blindate e “closed communities”, protetti da droni e sistemi di sicurezza automatizzati, mentre fuori il 99% della popolazione della penisola tornerebbe a un’economia di sussistenza, baratto e inevitabili rivolte violente. Un mondo distopico e invivibile per tutti, ricchi compresi.
Ed è qui che crolla il dogma del capitalismo classico, ed emerge una verità sorprendente: evitare questo disastro conviene in primis proprio ai baroni industriali. Questo concetto è stato limpidamente espresso da figure insospettabili, ben lontane dalle ideologie di sinistra. Elon Musk, il più grande imprenditore tecnologico del pianeta, lo ripete ormai da anni: con l’avvento dei robot umanoidi e dell’intelligenza artificiale generale, il lavoro diventerà un’attività opzionale. Musk ha affermato esplicitamente che andremo incontro a un’era di “abbondanza universale”, in cui l’unica forma democratica possibile per evitare il collasso sociale sarà il Reddito Universale di Base (UBI) finanziato dallo Stato. Il motivo è puramente matematico: se le fabbriche automatizzate producono miliardi di merci perfette a costo zero, ma nessuno ha più uno stipendio per comprarle, il sistema capitalista implode per mancanza di clienti. I capitalisti hanno un disperato bisogno di consumatori solvibili per mantenere il valore delle loro aziende.
Come finanziare, quindi, questo welfare del futuro senza mandare in fumo l’economia? La risposta sta nella “Robot Tax”, una leva fiscale pionieristica di cui si discute sempre più spesso nei corridoi di Bruxelles e nei think tank economici. L’idea fondamentale è semplice: se un robot antropomorfo sostituisce un operaio umano, quel robot deve essere tassato simulando i contributi previdenziali e le imposte sul reddito che l’operaio avrebbe versato allo Stato. Non si tratta di punire l’innovazione, ma di spostare il carico fiscale dal lavoro umano ai profitti generati dall’automazione. Questa enorme massa di entrate verrebbe reincanalata direttamente nelle casse pubbliche per finanziare il reddito di cittadinanza e i servizi essenziali.
Quello che ci attende non è la fine del benessere, ma la fine della schiavitù del lavoro per la sopravvivenza. Già nel 1858 Karl Marx, nel suo “Frammento sulle macchine”, previde un’era in cui l’automazione avrebbe ridotto l’uomo a custode dei processi produttivi, trasformando il tempo libero nella vera ricchezza. Nel 1930, l’economista John Maynard Keynes parlava di “disoccupazione tecnologica” come anticamera di una società liberata dal bisogno. Oggi, la tecnologia sta finalmente rendendo reale quella profezia. Lo Stato sociale del futuro, forte di un welfare totale e dell’automazione, non sarà una scelta ideologica, ma l’unico compromesso logico e razionale per la sopravvivenza stessa della civiltà umana.

Chi paga, chi evade, chi incassa.

Non tutte le scelte politiche hanno un contenuto economico immediato. Le politiche sui diritti civili, sulla sicurezza pubblica, sulle forme di rappresentanza, incidono sulla vita dei cittadini in modi che non si misurano facilmente in euro. Ma esistono scelte — quelle fiscali, quelle di spesa, quelle sui trasferimenti a famiglie e imprese — che hanno effetti redistributivi diretti, espliciti, quantificabili. Sono scelte che decidono chi guadagna e chi perde, chi contribuisce e chi viene risparmiato.

Su questi temi la politica italiana ha storicamente tenuto un atteggiamento biforcato: generosa e aggressiva all’opposizione, reticente ed elusiva al governo. La giustificazione è sempre la stessa — non ci sono fondi — ma la giustificazione è falsa, o almeno parziale. Il problema non è la scarsità assoluta di risorse, ma la loro distribuzione: ci sono abbastanza fondi per accontentare chi sa farsi sentire; non abbastanza per tutti gli altri.

Le entrate: chi paga davvero

Il primo nodo è strutturale e riguarda la composizione del gettito fiscale. In Italia le imposte indirette — IVA, accise sui carburanti, imposte sui consumi — colpiscono indistintamente ogni classe di reddito. Chi guadagna diecimila euro all’anno e chi ne guadagna duecentomila pagano la stessa aliquota IVA sul pane, sulla benzina, sulle bollette. Le imposte dirette rappresentano il 57% del totale delle entrate tributarie, mentre l’IVA da sola pesa per circa il 30% (Bollettino Entrate Tributarie Internazionali, MEF, aprile 2025). Un peso enorme, e strutturalmente regressivo.

Sul versante delle imposte dirette, che in teoria dovrebbero distinguere tra redditi alti e redditi bassi, la realtà è ancora più sconfortante. La quota dominante del gettito IRPEF è prodotta dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, tassati alla fonte senza scampo. Le rendite finanziarie e quelle immobiliari, in percentuale, pagano meno. Gli autonomi e le imprese di dimensioni medio-piccole beneficiano di un sistema che — non per vocazione morale ma per architettura normativa — consente margini di sottrazione fiscale che il lavoratore dipendente non potrà mai permettersi.

Va però riconosciuto, con onestà, che questa categoria non è omogenea. Esistono lavoratori autonomi e liberi professionisti fiscalmente corretti, che dichiarano integralmente i propri redditi e sopportano un carico fiscale e contributivo elevato, senza le tutele — malattia, maternità, ammortizzatori sociali, TFR — di cui gode il lavoro dipendente. Questi contribuenti onesti subiscono una doppia penalizzazione: competono in condizioni di svantaggio con colleghi disonesti che abbattono il costo dei propri servizi grazie all’evasione, e si trovano esposti, più di chiunque altro, alle inefficienze della pubblica amministrazione — tempi biblici per autorizzazioni, pagamenti, rimborsi fiscali, accesso ai servizi — che per chi non ha un datore di lavoro si traducono in perdite dirette di reddito e di tempo. La soluzione non è l’indulgenza verso chi evade, ma la costruzione di un sistema di controlli efficace che smetta di premiare la disonestà e restituisca parità competitiva a chi le regole le rispetta.

Quanto vale il gap complessivo dell’evasione? Secondo la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva pubblicata dal MEF, nel solo 2021 sono stati evasi 82,4 miliardi di euro (Lavoce.info, ottobre 2024). Le stime più recenti dello stesso Ministero indicano un’evasione fiscale complessiva di circa 100 miliardi di euro l’anno, cifra che non include l’evasione legata all’economia sommersa (MEF, Relazione annuale 2024). La componente più rilevante riguarda l’IVA, stimata intorno ai 35 miliardi di euro annui, seguita dall’IRPEF non dichiarata e dall’IRES delle società. Non sono numeri marginali: sono risorse sistematicamente sottratte alla collettività, con l’indulgenza tacita di una politica che ha tutto l’interesse a non disturbare la propria base elettorale di riferimento.

La spesa: parsimonia selettiva.

Dal lato della spesa, da decenni si assiste a una progressiva compressione delle spese correnti, classificate come “meno produttive” rispetto agli investimenti. Il risultato è visibile a occhio nudo: strade dissestate, opere pubbliche che si deteriorano, amministrazioni svuotate di personale. Il blocco delle assunzioni, protratto in modo irrazionale per anni, ha paralizzato non solo il welfare pubblico — sanità, scuola, previdenza — ma anche le funzioni minime dello Stato: giustizia, sicurezza, pubblica amministrazione centrale e locale. Ne ha beneficiato il mercato privato, che si è insediato negli spazi lasciati vuoti, con il prevedibile aumento delle disuguaglianze nell’accesso ai servizi.

A questo regime di austerità generalizzata fanno eccezione, miracolosamente, le erogazioni alle imprese: esenzioni fiscali, agevolazioni all’accesso al credito, contributi a fondo perduto. La giustificazione è sempre la stessa: queste imprese creano lavoro. Vero. Fino a quando non decidono di smettere di crearlo in Italia.

Fiat è l’esempio più citato, e con ragione: decenni di sussidi pubblici, poi la progressiva migrazione produttiva verso l’estero, fino alla fusione con PSA e alla nascita di Stellantis, con sede legale ad Amsterdam. Ma il copione si è ripetuto altrove, e continua ancora oggi. Nel 2018 Whirlpool chiuse lo stabilimento piemontese della controllata Embraco, tagliando 500 posti per trasferire la produzione in Slovacchia — dove il costo del lavoro è più basso e la fiscalità più conveniente. Nel 2024, dopo l’acquisizione da parte del gruppo turco Arçelik e la nascita di Beko Europe, arrivò l’annuncio della chiusura di tre stabilimenti italiani con quasi 2.000 esuberi. Solo una lunga vertenza e l’impegno finanziario dello Stato hanno scongiurato, per ora, il peggio. Dodici anni di cassa integrazione, decenni di sussidi pubblici: ogni volta lo stesso copione — la multinazionale incassa, poi presenta il conto ai lavoratori e allo Stato.

Il debito pubblico: a chi vanno i soldi.

C’è un capitolo che viene raramente nominato nel dibattito pubblico, eppure è decisivo per capire dove finisce il denaro dei contribuenti. Da molti anni le entrate dello Stato superano le spese primarie — ovvero tutte le spese escluse gli interessi sul debito. Lo Stato, in altri termini, produce un avanzo primario: preleva dal sistema economico più di quanto non restituisca in servizi e investimenti. La differenza viene trasferita ai detentori del debito pubblico.

Chi sono? Secondo le rilevazioni di Banca d’Italia e dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, circa il 14% del debito è in mano a piccoli risparmiatori privati; il resto appartiene a investitori istituzionali — banche, fondi, compagnie assicurative — italiani e stranieri. Banca d’Italia sta progressivamente riducendo la propria quota, mentre cresce quella delle famiglie tramite polizze vita e fondi pensione. La redistribuzione, in questo schema, avviene in senso inverso rispetto a quanto proclamano i programmi elettorali: dai redditi da lavoro verso i redditi da capitale.

Che fare.

Ricomporre questo squilibrio richiede interventi su più livelli, che non possono essere elusi rimandando a tempi migliori.

Il primo è il ripristino di una progressività fiscale effettiva. Non si può continuare a tartassare lavoratori dipendenti e pensionati — che non hanno né la possibilità né gli strumenti per sottrarsi — mentre rendite finanziarie e immobiliari godono di aliquote di favore. Combattere l’evasione è necessario, ma non sufficiente: bisogna prima rimuovere le condizioni strutturali che la rendono conveniente, a partire da un sistema impositivo che smetta di penalizzare chi dichiara tutto e non premia chi non lo fa.

Il secondo è il finanziamento adeguato delle funzioni pubbliche: sanità, scuola, giustizia, sicurezza, amministrazione. Non come spesa improduttiva da tagliare, ma come investimento nella coesione sociale e nel funzionamento dello Stato di diritto. Ma sarebbe disonesto fermarsi qui. Chiedere ai cittadini — e in particolare a quelli che già pagano — di finanziare una macchina pubblica più grande senza contestualmente pretendere che quella macchina funzioni sarebbe una posizione politicamente fragile e moralmente incoerente. Efficacia ed efficienza della gestione pubblica non sono slogan liberisti: sono condizioni imprescindibili di legittimità. Uno Stato che chiede di più in tasse e restituisce code agli sportelli, pratiche perse, rimborsi che non arrivano, appalti mal gestiti e servizi scadenti non merita la fiducia dei contribuenti, e non la otterrà. Riformare la spesa pubblica — misurandone i risultati, responsabilizzando i dirigenti, premiando le amministrazioni virtuose — non è un’alternativa alla giustizia fiscale: ne è la precondizione politica.

Il terzo, più impopolare ma ineludibile, è una revisione della fiscalità sul patrimonio. Non una patrimoniale indiscriminata che colpisca i risparmi delle famiglie medie, ma un’imposta sulle grandi ricchezze e, prima ancora, una riforma sostanziale delle imposte di successione. Tutti i principali Paesi europei applicano regole più stringenti di quelle vigenti in Italia; fino agli anni Novanta anche il nostro ordinamento era molto più rigoroso. I margini per recuperare gettito da questa fonte esistono, e sarebbero socialmente più equi dell’alternativa attuale: continuare a finanziare lo Stato attraverso l’IVA e le accise, tasse che non distinguono tra ricchi e poveri.

Meglio far pagare chi ha che continuare a tartassare chi non può sfuggire.

Risorse umane?

L’economista italiano Piero Sraffa ha scritto “Produzione di merci per mezzo di merci”.

Un portato del nostro tempo è considerare merce  il lavoro umano e la persone “risorse umane”. Non fini ma mezzi. Mezzi di produzione. Su cui risparmiare. Massimizzare i ricavi e minimizzare i costi.

Solo che una caratteristica ineliminabile delle risorse umane è che hanno un affitto da pagare e la spesa da fare.
Il problema è quando le imprese focalizzano la loro attenzione solo sul profitto, dimenticando che come si diceva una volta  “hanno ragion d’essere nel soddisfacimento dei bisogni umani”. 

Almaviva in questa visione  disumanizzante da tempo riveste efficacemente il ruolo di modello.

Esemplare la vertenza dei 489 dipendenti ex operatori del call center che rispondeva al numero 1500 – indispensabile durante la pandemia: finita l’emergenza Almaviva non ritiene più conveniente investire nel settore dei call center e decide di disfarsi di questi lavoratori.

Il problema di queste persone è che le spese familiari, vitto, affitto, energia, etc) arrivano puntuali e dopo il lungo periodo passato in cassa integrazione ritrovarsi licenziate dal primo agosto è peggio di un incubo – perché è reale. La politica nazionale non ha adottato interventi risolutivi per evitare questo stato di cose e la politica regionale si è mossa con la consueta intempestività.
In più la politica regionale deve muoversi da protagonista in questa vicenda, perché di questi quasi 500 lavoratori quasi 400 lavorano tra Palermo e Catania.

Intanto si avvicina la pausa di Ferragosto ed è essenziale che queste persone non siano lasciate per strada da una politica che va in ferie. Le idee ci sarebbero e riguardano sia l’impiego di parte di loro nel call center dedicato alla sanità coi numeri 116 – 117, sia la digitalizzazione di documentazione sanitaria per il restanti con la temporale collocazione in un bacino di ricollocazione. Quindi le idee ci sono, ma fin quando rimangono idee e non vengono concretizzate non producono benefici concreti.

Gli occhi di queste famiglie (e di tutti i siciliani che conoscono questo tipo di problemi) sono fissi sulle scelte del governo regionale e sulla tempestività con cui vengono realizzate.

Ancora, è opportuno segnalare la necessità e l’urgenza per tutta la politica nazionale di  affrontare in modo serio la tematica del lavoro, anche in considerazione delle fulminee e fulminanti innovazioni portate dall’intelligenza artificiale, di cui questa vicenda porta tracce evidenti. Le innovazioni tecnologiche consentono di ridurre drasticamente l’Impiego del lavoro delle persone E queste non possono aspettare l’adempimento di promesse future quando il problema si presenta già oggi.

La redistribuzione della ricchezza non è un’eresia.

Produzione e consumo costituiscono una coppia inscindibile: il consumo di beni, servizi, energia, attenzione, accompagna tutte le fasi della vita in genere e di quella umana in particolare.

Ogni persona consuma e ogni gruppo umano famiglia, tribù, civiltà, società impiega al proprio interno soggetti che oltre a consumare producono. Infatti nelle collettività ci sono soggetti che consumano e producono e soggetti che consumano senza produrre. 

Se  guardiamo alla nostra società, rileviamo che noi stessi riteniamo normale che alcune persone si limitino a consumare senza produrre: due esempi immediati sono i bambini e gli anziani. Il confine segnato dalle età tra consumatori puri e produttori – consumatori non è netto: alla fine ai bambini più grandi e consapevoli e agli anziani ancora attivi chiediamo delle forme di produzione sotto forma di collaborazione, di produzione di servizi sostitutiva rispetto a servizi che dovremmo ottenere verso un corrispettivo: immagino l’acquisto di beni di consumo familiare da parte del ragazzino e la vigilanza sui  bambini da parte dei nonni.

La più importante parte della produzione è comunque quella collegata ad attività di tipo professionale, svolta verso un corrispettivo: il lavoro; lavoro che la nostra Costituzione mette a fondamento della Repubblica.

Nella società occidentale, dopo tante lotte e aggiustamenti e al di là delle differenze di classe, l’attività lavorativa inizia alla fine dell’adolescenza e termina all’età in cui di norma l’efficienza fisica si riduce sotto una certa soglia.

Questo tipo di organizzazione ha generato una società in cui le persone lavorano per una porzione della loro vita lunga poco più di quarant’anni, a meno di arrivare prima ad un’età in cui si presuppone una riduzione significativa dell’ efficienza fisica.

Il sistema pensionistico negli ultimi quattro decenni è diventato sempre più avaro a causa  della sequenza di riforme previdenziali restrittive portate avanti dal centrodestra e dal centro-sinistra. Le motivazioni che hanno spinto verso questi cambiamenti sono riconducibili a due grandi gruppi di argomentazioni: da un canto la volontà di ridurre la spesa pubblica, dall’altro   le maggiori aspettative di spesa derivanti dal miglioramento dell’aspettativa di vita della popolazione.

Di fatto – tranne collocamenti a riposo legati a ristrutturazioni produttive e finalizzati a una riduzione dei costi per le imprese – si è proceduto nel tempo ad aumentare l’età di pensionamento dei lavoratori dipendenti.

Ciò ha comportato nel settore privato un invecchiamento del personale stabile, che fruisce di un quadro normativo più protettivo (che comunque si è provato a espellere dai i processi produttivi con l’Impiego di diversi ammortizzatori sociali) dall’altra parte dalla precarizzazione dei nuovi assunti, effettuata con l’impiego dei nuovi istituti contrattuali cosiddetti atipici. 

Nel settore pubblico invece all’invecchiamento di lavoratori assunti nel periodo antecedente le riforme restrittive di bilancio si è associata la drastica riduzione delle assunzioni causata dal blocco del turnover, con conseguente drastico invecchiamento della forza lavoro stabile.

In sintesi ciò che è successo negli ultimi decenni è stato l’aumento sia dell’età dell’ingresso nel mercato del lavoro, sia l’età di uscita. Di conseguenza si è innalzata l’età della parte  di popolazione che lavora , incrementando il numero dei giovani inattivi, con l’intento di ridurre la porzione di popolazione  anziana inattiva.

Il motivo è evidente: i giovani inattivi sono sostentati dalle famiglie, mentre gli anziani inattivi sono a carico della  previdenza pubblica. In sostanza anche qui ci si è mossi nella direzione di privatizzare i costi sociali.

L’operazione è motivata con l’aumento del numero degli anziani, associato alla riduzione del numero dei giovani attivi. 

In effetti sarebbe anche vero che nelle nostre società il numero dei giovani tende a diminuire, però nelle argomentazioni di chi vuole aumentare l’età per i pensionamenti si ignora che la produttività di ogni lavoratore di oggi è un  multiplo della produttività dei lavoratori di un tempo, anzi  il fabbisogno di lavoro umano per effetto dell’Innovazione tecnologica si è ridotto drasticamente ed questo trend continua in modo drammatico con l’automazione e con l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale.

Le precedenti considerazioni, sia l’invecchiamento della popolazione, sia la riduzione del fabbisogno di lavoro nei processi produttivi indotto dalle innovazioni tecnologiche, indicherebbero  che  per il sostegno della terza età si  stia verificando il superamento dell’efficacia redistributiva degli accantonamenti previdenziali. Ne frattempo la capacità produttiva globale continua a crescere, trovando limiti solo nella sostenibilità ambientale e nei conflitti su scala globale.

In questo contesto si scorge l’opportunità di riflettere sulle modalità di redistribuzione del flusso di  ricchezza prodotta, e sulla questione della progressività del prelievo fiscale. L’espressione  “produzione di merci a mezzo di merci”, felice espressione usata  da Pietro  Sraffa come titolo della sua opera più nota, evidenzia la capacità del capitale di incrementare la produttività dei processi.

Il fatto è che gli capitale sì appropria in toto degli incrementi produttttivi e in assenza di meccanismi di redistribuzione fiscale ciò ha indotto una crescita delle disuguaglianze che si avvicina sempre più al livello dei sistemi di produzione conosciuti alla fine dell’Ottocento.

Oltretutto livelli di disuguaglianza eccessivamente ampi inducono evidenti disfunzioni nei meccanismi dei sistemi democratici, i quali per funzionare bene hanno bisogno che i cittadini vivano in condizioni   non solo formali di limitazione delle diseguaglianze. È più facile condizionare le preferenze politiche di una persona in condizioni di bisogno, così come è intuitivo che grandi disponibilità economiche possano essere usate per procurarsi i mezzi di creazione del consenso. Gli esempi di Berlusconi e di Trump sono lì a dimostrarlo.

Invece si è imposta una visione collettiva per cui chi è ricco non va disturbato, perché merita la sua posizione per l’impegno profuso da lui o dai suoi danti causa, mentre chi è povero merita il proprio destino, poiché non è stato abbastanza volenteroso da salire i gradini della scala socioeconomica. 

Il fatto è che sostituire le contribuzioni previdenziali con un’imposizione fiscale orientata verso le più alte fasce di reddito costituirebbe un incentivo importante all’impiego di lavoro, eliminando il cosiddetto cuneo fiscale e costituirebbe anche una riduzione dell’imposizione sui lavoratori, con un importante aumento del reddito disponibile per i consumi.

Il problema più complicato rimane andare controcorrente per  convincere un numero adeguato di persone di quella che per la cultura oggi egemonica è una vera eresia: redistribuire la ricchezza. Anche perché l’egemonia culturale dell’attuale accezione del capitalismo è tanto forte da rendere complicato anche solo  immaginare un’organizzazione della società che ne curi le criticità.

Superbonus 110% Un po’ di chiarezza.

Da ormai due anni non si sente parlare di altro che di Superbonus 110% Ma lo si fa in modi che creano una grande confusione nell’opinione pubblica e anche tra le persone direttamente interessate.

Proviamo a chiarire di cosa si tratta e soprattutto di cosa non si tratta, facendo rapidamente una carrellata su tutti gli intoppi che questo provvedimento ha incontrato nel suo percorso.

CHE COSA E’

Il superbonus 110% è un incentivo basato sulla detrazione fiscale; in pratica lo Stato riconosce al proprietario dell’immobile in ristrutturazione una detrazione fiscale sull’importo dei lavori eseguiti.

Tale detrazione ammonta al 110% del computo dei lavori e viene rimborsata in cinque quote annuali di pari importo.

L’utente può dunque:

  1. Recuperare l’intero importo pagato maggiorato dell’incentivo del 10%, detraendo il totale dalle tasse che pagherà nei successivi cinque anni;
  2. cedere il credito derivante dall’importo pagato, ottenendo una quota leggermente superiore all’importo stesso;
  3. non pagare affatto l’importo dei lavori, ottenendo lo sconto in fattura dall’impresa che, a sua volta, recupererà il credito direttamente, o lo cederà di nuovo.

Questo primo passo ci fa già capire che per il superbonus lo Stato non esborsa neanche un euro, in quanto sia il 100% dell’importo speso sia il premio del 10% in più, saranno recuperati dal proprietario dell’immobile attraverso la detrazione fiscale su quanto si dovrà versare nei successivi cinque anni. Lo Stato quindi non immette sul mercato denaro proprio per pagare il Superbonus, ma si limita a non riscuotere imposte future. Però con l’operazione si genera un grande Incremento di redditi di impresa e di lavoro che incrementeranno la massa imponibile.

Qualcuno potrebbe dire che i soldi non incassati dallo Stato equivalgono a soldi spesi. Ma in pratica i fondi messi in circolazione sono stati immessi dai privati o dalle imprese che hanno concesso lo sconto in fattura. In moltissimi casi per disporre dei liquidi necessari ai lavori ci si rivolge alle banche

Il Superbonus nasce nel 2020 in pieno lockdown, che aveva fatto crollare l’economia di tutti i paesi del mondo. Il Governo italiano si è quindi trovato a dover erogare ristori per far fronte alle perdite economiche subite dalle imprese.

Per il Superbonus furono stanziati 55 miliardi da detrarre dalle entrate 2021 – 2025 ma, quali entrate ci sarebbero state senza incentivi? L’idea fu quella di indurre i privati ad investire subito per ottenere detrazioni in futuro.

Ma passiamo ora all’altro aspetto a cui abbiamo fatto riferimento all’inizio

CHE COSA NON E’

Il Superbonus non finanzia qualsiasi ristrutturazione, non è una semplice ritinteggiatura e non è neanche un semplice miglioramento degli stabili!

Il Superbonus è un intervento complesso che deve obbedire a regole precise:

  1. si deve realizzare almeno un intervento “Trainante” per poter realizzare dopo gli interventi trainati;
  2. ci deve essere un miglioramento energetico di almeno due classi;
  3. si devono usare materiali certificati, marchiati CE e a basso impatto ambientale;
  4. si devono rispettare i massimali e i tetti di spesa imposti per ogni singola lavorazione;
  5. i prezzi delle lavorazioni devono essere congrui con gli studi di mercato sui prezzi medi, espressi nei tariffari regionali o del Genio Civile;
  6. oltre ai tariffari i prezzi devono essere verificati rispetto a massimali generici che riguardano il prezzo unitario dei prodotti o dei materiali utilizzati;
  7. gli importi delle parcelle non sono decisi dal professionista ma vengono calcolati attraverso i parametri di un decreto legge;
  8. ogni S.A.L. deve essere asseverato presso ENEA;
  9. dopo aver ottenuto il nulla osta di ENEA, prima di inoltrare la pratica all’Agenzia delle Entrate, è necessario apporre il “Visto di Conformità”;
  10. sia l’Asseveratore che il Commercialista che appone il Visto devono avere copertura assicurativa che garantisca l’intero importo dell’opera;
  11. per gli 8 anni successivi all’opera, ENEA e AdE faranno controlli incrociati, quindi anche le polizze assicurative dovranno avere tale durata;
  12. fuori catalogo, le banche pretendono il “doppio controllo” su tutte le asseverazioni.

Un provvedimento di tale complessità comporta capacità elevate di chi progetta e dirige l’opera, capacità di realizzazione di chi l’opera la deve eseguire, qualità dei materiali e degli impianti di livello superiore.

Tutto questo, insieme alla scarsa reperibilità di materiali e maestranze fa salire il prezzo della realizzazione.

E’ fisiologico, è una legge del mercato “all’aumentare della domanda aumenta il prezzo”. L’esplosivo lancio del Superbonus ha spinto i produttori di semilavorati a incrementare la loro produzione, facendo salire la richiesta di materiali e, conseguentemente, il prezzo dei prodotti, da qui le pesanti accuse rivolte al provvedimento tacciato come “la più grande speculazione edilizia”.

Ma c’è un altro elemento da considerare: chiunque lavori in ambito superbonus viene pagato a “success fee” ovvero a risultato raggiunto.

I S.A.L. (stato avanzamento lavori) vengono saldati solo dopo il loro raggiungimento, solo dopo le asseverazioni e solo dopo il visto di conformità.

CHI PAGA?

Solo allora il Fisco immette crediti sul “Cassetto Fiscale” di ognuno degli operatori.

E QUINDI?

Qui sopra viene un elemento ulteriore da cui nasce la speculazione.

Fino alla quantificazione del credito di imposta non c’è stato passaggio di denaro ma ora bisogna trasformare i crediti in moneta e come avviene questo?

Sono state narrate storie fantasiose che parlavano di “soggetti” i quali, dovendo pagare molte tasse, convertivano i crediti alla pari guadagnando quel 10% promesso dallo Stato (piccola nota, nel “cratere sismico”, cioè nelle aree del centro Italia maggiormente colpite da fenomeni tellurici, il credito di imposta sale dal 110 al 160%). Però ci sono in ballo tantissimi soldi e tutti vogliono realizzare subito. Naturalmente tra tutti chi ci riesce sono le banche.

Le banche, infatti, da diversi mesi, e cioè dall’emanazione del “decreto antifrodi”, hanno sospeso l’acquisto del credito, costringendo i pochi operatori ancora attivi a cedere il credito a “General Contractor” a soggetti cioè che hanno a loro volta accordi con le Banche e che dispongono quindi di “Plafond” sostanziosi.

Da qui l’affermazione che i 33 miliardi stanziati sarebbero stati accaparrati dai vari General Contractor.

Questi soggetti vanno praticamente in deroga ai paletti stabiliti dal Governo e soprattutto dalle Banche riuscendo a semplificare le procedure di accesso al credito e chiaramente non lo fanno alla pari, come il provvedimento pretendeva che succedesse, ma con ricavi intorno al 20 – 25% in rapida salita (niente di nuovo: un famoso finanziatore prima del Superbonus prendeva il 33%).

Imprese e tecnici sono costretti quindi a lavorare al 75 – 80% della loro parcella con pagamenti che stanno sulla media dei 60 – 90 gg.

Però tra gli addetti al settore circola con insistenza la notizia che la quota destinata alle imprese scenderà rapidamente fino al 60%.

Ricapitolando quindi lo Stato negli anni 2020 – 2022 non ha versato un centesimo ma ha solo rinunciato a delle entrate che non avrebbe avuto senza il Superbonus. Di contro sempre negli anni 2020 – 2022, tutti coloro che hanno percepito incassi grazie al Superbonus hanno creato reddito sul quale hanno dovuto o dovranno versare tasse e contributi.

Quindi non solo lo Stato non ha speso ma ha addirittura incassato cifre più alte di quelle alle quali avrebbe presumibilmente rinunciato.

Il Superbonus quindi crea occupazione, produce reddito (PIL) e se fatto bene migliora il patrimonio immobiliare tanto da renderlo più resistente ai numerosi terremoti e meno energivoro, partecipando a quella transizione ecologica di cui si parla.

Ma il Presidente del Consiglio dei Ministri ha trovato utile battezzare “truffa” il Superbonus, dando il via alla serrata delle Banche che sta mettendo seriamente a rischio di fallimento più di 30 mila imprese in tutta Italia.

Ad oggi la situazione è drammatica: cantieri aperti e non conclusi, imprese che rischiano il fallimento, delusione serpeggiante tra i cittadini che si erano illusi e che ora vivono l’amara esperienza di un blocco di cui non capiscono i motivi e di cui non vedono la scadenza, inoltre TV e giornali, unitamente schierati contro il provvedimento spargono notizie terroristiche col risultato di confondere l’opinione pubblica e facendo odiare quello che sembrava essere un buon provvedimento di rilancio dell’economia italiana post Covid.

Chi ci guadagna?

Valerio Iannuzzi