I fenicotteri protestano. Noi no.

Due governi, due popoli, una domanda senza risposta
C’è una laguna in Albania, la laguna di Narta, dove vivono fenicotteri, foche monache, tartarughe marine e duecento specie di uccelli migratori. A maggio 2026 sono arrivati i camion. Ruspe, materiali da costruzione, movimento terra. Senza valutazione d’impatto ambientale e ovviamente nessuna consultazione pubblica. L’obiettivo era realizzare un resort di lusso da cinque miliardi di euro, finanziato da Affinity Partners, il fondo di Jared Kushner, genero e consigliere di Donald Trump.
In diciotto giorni, centomila albanesi sono scesi in piazza con fenicotteri gonfiabili rosa. La “Rivoluzione dei Fenicotteri” ha costretto il Parlamento europeo a occuparsi di una laguna che la maggior parte degli europei non saprebbe indicare su una cartina.
Nello stesso periodo, in Sicilia, al resort Mangia’s di Brucoli, in provincia di Siracusa, arrivavano i pullman di dipendenti dell’Ashtrom Group, la grande azienda israeliana dell’immobiliare e delle infrastrutture, inserita nel database ufficiale dell’OHCHR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, per il suo coinvolgimento nella costruzione di insediamenti che il diritto internazionale qualifica come illegali nei territori palestinesi occupati. Ad accoglierli pattuglie della polizia che bloccavano chiunque si avvicinasse.
Quattro cittadini catanesi sono stati fermati e identificati su una strada pubblica, per essere transitati a bordo della propria auto mentre i pullman passavano. In Sardegna, pochi mesi prima, chi aveva protestato davanti a un altro resort Mangia’s aveva ricevuto il foglio di via dalla questura.
Gli Italiani non hanno prodotto nessuna reazione.

Due governi, una logica analoga
Il governo Rama in Albania e il governo Meloni in Italia hanno fatto, in sostanza, la stessa cosa: hanno aperto le porte a interessi economici che i rispettivi cittadini non hanno mai potuto discutere, modificando le regole in modo opaco e mettendo a disposizione risorse pubbliche per facilitare il tutto. In Albania, la legge sulle aree protette è stata riscritta nel 2024 con la categoria del “turismo di eccellenza” — una deroga costruita su misura, per edificare senza passare dai normali controlli ambientali.
In Italia, schierare polizia, carabinieri e guardia di finanza a presidiare un resort per la vacanza dei dipendenti di un’azienda non è una prassi amministrativa. È una scelta. Come se ci fosse di un accordo bilaterale con il governo israeliano, formale o no. Risorse pubbliche italiane al servizio di soggetti che un organismo internazionale ritiene coinvolti in violazioni del diritto.
Una precisazione è necessaria: che cittadini israeliani trascorrano le vacanze in Sicilia o altri investano in Puglia è normale, rientra nella libera circolazione di persone e capitali. Che un’imprenditrice come Orit Lev Marom abbia immaginato una “Israeli Colony in Salento” — comunità residenziale autosufficiente con case, scuole, servizi sanitari e terreni propri — risponde alla comprensibile domanda di sicurezza che una parte crescente della popolazione israeliana cerca fuori dai confini del proprio Paese. Il fenomeno non è nuovo: a Cipro, negli ultimi anni, il numero di residenti israeliani è quasi triplicato, con quartieri autonomi dotati di proprie strutture.
Il tema non è chi investe o dove vuole vivere. Il tema è se le istituzioni pubbliche controllano i fenomeni potenzialmente importanti e se ne rendono conto ai cittadini.


Una questione di trasparenza e proporzionalità.
Quando lo Stato italiano impiega forze dell’ordine per presidiare un resort durante la vacanza di gruppo dei dipendenti di un’azienda iscritta in una blacklist dell’ONU, e nello stesso tempo notifica fogli di via a chi manifesta pacificamente su una strada pubblica, solleva una domanda elementare: questo è un uso proporzionato e trasparente delle risorse pubbliche?
Non c’è in gioco nessun giudizio sugli israeliani come individui, ma l’attuale politica israeliana non può essere ignorata. C’è un principio di coerenza. Se l’Italia sostiene, nelle sedi internazionali, il rispetto del diritto internazionale e le risoluzioni ONU sui territori occupati, non può contemporaneamente destinare risorse dello Stato alla tutela privilegiata di soggetti che quegli stessi organismi ritengono coinvolti nella violazione di quel diritto. Non può farlo senza che qualcuno lo dica ad alta voce.
Che questa vicenda sia venuta a galla quasi per intero grazie a Report — un programma Rai peraltro in pausa estiva — e abbia avuto eco minima nel dibattito pubblico, dice qualcosa sul sistema dell’informazione italiano. Non solo sulla sensibilità dei cittadini.

Perché l’Albania ha reagito e noi no?
La domanda più interessante non riguarda i governi, che purtroppo si stanno comportando come ci si poteva aspettare. Riguarda i cittadini. In Albania centomila persone sono scese in piazza. In Italia la protesta è rimasta confinata a un numero ridotto di persone già impegnate sul tema. Perché?
La differenza più evidente: in Albania il danno era fisico, visibile, immediato. Le ruspe erano lì. La laguna era quella che molti albanesi conoscono e frequentano. Non serviva nessuna elaborazione per capire che qualcosa di proprio stava per essere perduto. In Italia il problema rimane per lo più astratto: una vacanza sorvegliata non lascia macerie visibili, un progetto immobiliare ancora su carta non cambia il paesaggio.
Ma c’è anche una ragione più strutturale. In Albania l’argomento della protesta era semplice e trasversale: “L’Albania non è in vendita”. Cinque parole capaci di unire persone con orientamenti politici diversi — preoccupati per l’ambiente, per la legalità, per la sovranità sulle proprie risorse. In Italia il dibattito sulle implicazioni della questione palestinese è rimasto per lo più dentro un perimetro preciso, senza riuscire a parlare a chi non era già convinto. Non è colpa di chi ha protestato: è il sintomo di un sistema dell’informazione e di un discorso pubblico che non hanno mai affrontato il tema per quello che è — una questione di diritto internazionale e di coerenza istituzionale, prima ancora che politica.
C’è poi l’assuefazione. Da decenni gli italiani hanno interiorizzato che lo Stato agisca per conto di interessi che non li rappresentano. Quando accade ancora, non fa notizia. Il disincanto cronico è il miglior alleato di chi preferisce che le cose restino come stanno.

sopra: Foto ricordo nel dei dipendenti Ashtrom group all’interno del Mangia’s resort.
credits: https://www.ecostiera.it

Una lezione da non sprecare
La “Rivoluzione dei Fenicotteri” ha prodotto risultati concreti. Il Parlamento europeo ha chiesto una moratoria sui permessi nelle aree protette albanesi. La procura anticorruzione SPAK ha aperto un’indagine. Il governo Rama è stato costretto a dialogare in pubblico. Una mobilitazione larga, con un simbolo riconoscibile e un messaggio comprensibile a tutti, ha ottenuto in settimane ciò che la pressione di settore fatica a ottenere in anni.
In Italia quel punto di innesco non è ancora arrivato. Manca un simbolo abbastanza semplice, un argomento abbastanza ampio da superare le divisioni preesistenti. Forse arriverà quando ci troveremo davanti a cantieri aperti anziché a siti oscurati. Forse no.
Nel frattempo, i pullman continuano ad arrivare. Le pattuglie continuano a presidiare. E la domanda su come vengono usate le risorse pubbliche italiane in questa vicenda rimane, per ora, senza risposta

DDL Valditara: senza interventi educativi, come si prevengono i femminicidi?

Il governo e la violenza di genere: punire sì, prevenire no

Due leggi, una visione. Il 25 novembre 2025, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il Parlamento italiano ha approvato all’unanimità la legge che introduce il femminicidio come reato autonomo nel codice penale, punito con l’ergastolo. Applausi trasversali, dichiarazioni solenni, fotografie di rito. La presidente del Consiglio ha parlato di norme “molto importanti, fortemente volute”. Il ministro della Giustizia di “risultato epocale”. Lo stesso giorno, al Senato, la maggioranza bloccava il ddl che avrebbe riformato la disciplina sulla violenza sessuale introducendo il criterio del “consenso libero e attuale” — il cuore di quasi tutte le legislazioni europee avanzate. Rinviato. Da approfondire. Poi dimenticato.

Pochi mesi dopo, a giugno 2026, la stessa maggioranza approvava il ddl Valditara sul consenso informato: nessuna educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia e primarie, autorizzazione parentale scritta per ogni attività che riguardi affettività o sessualità nelle scuole medie e superiori. Motivazione ufficiale: tutela della “libertà educativa dei genitori”. Effetto concreto: l’Italia si consolida nel gruppo ristretto di paesi europei — insieme a Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria e Cipro — privi di qualsiasi forma obbligatoria di educazione sessuo-affettiva scolastica.

Qualcuno ha letto in queste due vicende una contraddizione. Una destra che si batte contro il femminicidio e poi blocca gli strumenti per prevenirlo. È una lettura comprensibile, ma sbagliata. Non c’è nessuna contraddizione. C’è, al contrario, una coerenza perfetta — e smontarla nei suoi meccanismi è più utile che limitarsi a denunciarla.

Il deterrente che non deterrisce

La criminologia lo ripete da decenni con una chiarezza che il legislatore italiano continua sistematicamente a ignorare: l’inasprimento delle pene non ha effetto deterrente sulla violenza di genere. Lo documentano Alessandro Baratta, Massimo Pavarini, Giuseppe Mosconi. Lo ribadisce una meta-analisi recente che ha analizzato oltre cinquantamila casi in tre continenti. Lo afferma esplicitamente l’Unione delle Camere Penali Italiane nel suo parere sul ddl, definendo la norma una “grida manzoniana” — un provvedimento che serve a sedare l’allarme dell’opinione pubblica, non a modificare il fenomeno.

Gli autori di femminicidio non sono individui che calcolano rischi penali prima di agire. Non si arrestano davanti alla prospettiva dell’ergastolo perché non ragionano in quei termini: agiscono dentro una cultura che normalizza il controllo, il possesso, la sopraffazione. Quella cultura non si tocca con nuovi articoli del codice penale. Si modifica — lentamente, faticosamente — attraverso l’educazione, la formazione, il cambiamento delle relazioni tra i generi a partire dall’infanzia.

C’è poi un dettaglio tecnico che rende la legge ancora più difficile da difendere sul piano della razionalità giuridica: la pena dell’ergastolo per l’omicidio di una donna era già prevista dal codice vigente, nei casi commessi nei confronti del coniuge, del convivente, del partner. Il nuovo reato autonomo di femminicidio non introduce una sanzione che prima non esisteva. Introduce un’etichetta. Una dichiarazione di intenti travestita da norma.

La prevenzione come campo minato

Se l’approccio punitivo è inefficace, l’approccio preventivo è invece documentato. Una meta-analisi del 2023 su oltre cinquantamila adolescenti tra i 10 e i 19 anni — condotta in Europa, negli Stati Uniti e in Asia — evidenzia che programmi strutturati di educazione sessuo-affettiva producono un significativo miglioramento nella capacità di costruire relazioni paritarie, gestire i conflitti, riconoscere e rispettare il consenso, e una riduzione misurabile degli episodi di violenza sessuale tra pari. L’esperienza svedese, con l’educazione obbligatoria dal 1955, documenta una diminuzione della violenza di genere tra i giovani e un netto miglioramento del benessere relazionale. I Paesi Bassi, dove il 93% degli studenti riceve educazione sessuale completa prima dei 15 anni, registrano uno dei tassi di gravidanze adolescenziali più bassi d’Europa.

Il governo conosce questi dati. E sceglie diversamente. Non per ignoranza — sarebbe quasi una attenuante — ma per una logica politica precisa, che vale la pena rendere esplicita.

La coerenza che nessuno vuole nominare

Introdurre il reato di femminicidio non costa nulla sul piano del conflitto culturale. È anzi un’operazione che produce consenso immediato, titoli unanimi, solidarietà trasversale. Non disturba nessuna visione del mondo. Legge il femminicidio come devianza individuale — la “barbarie” di un “mostro” — e risponde con la sanzione che si riserva ai mostri: l’ergastolo. La struttura relazionale, culturale, pedagogica che produce quella violenza resta intatta. Non viene nemmeno nominata.

L’educazione sessuo-affettiva, al contrario, presuppone che la violenza di genere non sia una patologia individuale ma un prodotto culturale sistemico. Che i ruoli, le aspettative, i modelli relazionali trasmessi dall’infanzia contribuiscano a costruire quel sistema di dominanza che può sfociare, al suo estremo, nel femminicidio. Questa è un’ammissione incompatibile con la visione tradizionalista della famiglia, dell’autorità genitoriale, dei ruoli di genere che la destra di governo vuole invece preservare e legittimare. Il ddl Valditara non è solo un freno all’educazione: è la difesa di un modello culturale che non può permettersi di essere interrogato.

La criminologa Isabella Merzagora ha definito la legge femminicidio un “ansiolitico sociale”: uno strumento che calma l’opinione pubblica senza incidere sul fenomeno. È la definizione giusta. Ma il punto è che questa destra non cerca di risolvere il problema — cerca di gestirne la percezione. Il registro punitivo-simbolico è perfettamente funzionale a questo obiettivo: dà l’impressione dell’azione, segnala severità morale, raccoglie consenso. Il registro preventivo-culturale lo contraddirebbe, perché richiederebbe di ammettere che la violenza ha radici in ciò che questa destra considera patrimonio da tutelare.

Le donne, nel frattempo, continuano a morire. Con l’ergastolo in codice e senza un’ora di educazione affettiva in classe.

tra Giungla e caserma

Mercato, libertà e Costituzione nell’età dei neotiranni

C’è una scena che si ripete con inquietante regolarità nella storia del pensiero politico occidentale: qualcuno avverte che la libertà, distribuita senza misura, produce i propri carnefici. Lo disse Platone nel V secolo a.C., nella Repubblica, con un’immagine che suona profetica: il dispensatore di vino deve essere misurato nella mescita, altrimenti l’ubriachezza travolge il simposio. La democrazia sfrenata, avvertiva, genera tirannide — non nonostante la libertà, ma attraverso di essa. Duemilaquattrocento anni dopo, Elon Musk acquista Twitter, Jeff Bezos possiede il Washington Post, e Peter Thiel finanzia candidati che promettono di smantellare le istituzioni che lo hanno reso miliardario. Il simposio è ubriaco. Il dispensatore è sparito.
La vera domanda, oggi, non è come siamo arrivati qui. È se esiste un equilibrio praticabile tra la giungla del mercato deregolamentato e la caserma del controllo statale autoritario — e se, per caso, quel punto di equilibrio sia già scritto da qualche parte. La tesi che voglio sostenere è insieme semplice e scomoda: sì, esiste. E lo abbiamo nel cassetto dal 1948. Si chiama Costituzione della Repubblica italiana.

L’MMA senza recinto: anatomia della deregulation
La competizione capitalistica, nella sua forma classica, assomiglia a una disciplina sportiva: ci sono regole, un campo, un arbitro, e i risultati — per quanto spietati — rimangono dentro un perimetro accettabile. La deregulation sistematica degli ultimi quarant’anni ha tolto il recinto, rimosso l’arbitro e cancellato le regole. Ciò che resta è un’arena in cui vince non il più bravo, ma il più disposto a tutto.
Milton Friedman, in Capitalism and Freedom (1962), sosteneva che la libertà economica è condizione necessaria della libertà politica: il mercato disperso come antidoto naturale alla concentrazione del potere statale. Cinquant’anni di applicazione pratica hanno dimostrato il contrario. La libertà economica senza vincoli non disperde il potere: lo concentra. Lo trasferisce dallo Stato — almeno in teoria democraticamente controllabile — a soggetti privati che non rispondono a nessun elettorato.
Friedrich Hayek, in The Road to Serfdom (1944), immaginava che qualsiasi pianificazione statale conducesse inevitabilmente alla tirannide. Non si chiedeva però chi avrebbe pianificato il pianeta quando fossero stati i mercati a farlo: chi avrebbe deciso l’algoritmo di Facebook, la fiscalità di Amazon, le condizioni di lavoro nei magazzini di logistica. La risposta è: qualcuno — ma quel qualcuno non è stato eletto da nessuno.
Ayn Rand ha completato l’edificio ideologico con la filosofia dell’oggettivismo — la santificazione dell’interesse egoistico come virtù suprema. In La rivolta di Atlante (1957) immagina un mondo in cui i “creatori” si ribellano ai “parassiti”, cioè alla comunità, allo Stato, ai lavoratori che chiedono diritti. È una fantasia che ha trovato attuazione pratica nella Silicon Valley: la cultura del move fast and break things è letteratura randiana applicata all’impresa tecnologica. Musk, Thiel, Andreessen ne sono dichiarati lettori e prosecutori.
Il risultato storico è sotto gli occhi di tutti. Negli Stati Uniti, il paese che ha applicato più fedelmente il dogma, l‘11% della popolazione possiede più ricchezza del 50% inferiore. Trump non è un’anomalia: è il prodotto finale di una disuguaglianza così estrema da aver reso irriconoscibile il demos che dovrebbe sostenere la democrazia. I neotiranni della Silicon Valley non sono eccentrici: sono il coronamento logico di un sistema che ha privatizzato il potere senza privatizzare la responsabilità.

Il collegio: il modello cinese e il prezzo della coerenza
A questo punto, qualcuno indica la Cina. Ed è giusto farlo, perché il modello cinese ha una sua coerenza interna che merita analisi onesta, non liquidazione ideologica.
Il Partito Comunista Cinese ha adottato, a partire dagli anni Ottanta, un capitalismo inquadrato: gli attori privati competono, innovano, accumulano — ma dentro un perimetro definito politicamente. Lo Stato interviene, orienta, corregge, e quando necessario colpisce. Jack Ma sparisce per qualche mese e riappare ridimensionato. Alibaba paga multe miliardarie. DiDi viene delistata dalla borsa americana su ordine di Pechino. Il messaggio è cristallino: potete arricchirvi, ma non siete più grandi dello Stato.
Il risultato economico è, sul piano strettamente produttivo, impressionante. La Cina ha sottratto alla povertà assoluta quasi un miliardo di persone in quarant’anni, costruito un’industria manifatturiera che domina le catene globali del valore, e compete da pari nella corsa alle tecnologie del futuro: intelligenza artificiale, energie rinnovabili, semiconduttori.
Ma il prezzo è quello che nessuno di noi — almeno nessuno che abbia interiorizzato la tradizione dei diritti individuali — sarebbe disposto a pagare. Non c’è stampa libera, non c’è opposizione politica, non c’è diritto di sciopero autonomo. Le minoranze subiscono quello che le organizzazioni internazionali definiscono crimini contro l’umanità. la caserma funziona, ma le sue regole le scrive chi sta in cima, senza possibilità di appello. Carl Schmitt — il giurista che ha teorizzato la supremazia del politico su ogni altra sfera, e che ha messo la sua intelligenza al servizio del nazismo — resta il riferimento teorico di chi crede che l’efficienza richieda la sospensione del diritto. È Schmitt che aleggia sulle politiche digitali cinesi, ed è Schmitt che riemerge ogni volta che un governo democratico invoca l’emergenza per comprimere le garanzie costituzionali.
Il dilemma sembra insolubile: o la giungla o il collegio. O Trump o Xi. O la libertà senza struttura o la struttura senza libertà.

La terza via che non è slogan: la Costituzione repubblicana
Questo dilemma è falso. O meglio: è il dilemma che conviene a chi vuole farci scegliere tra due forme di sottomissione.
La Costituzione italiana del 1948 è uno dei tentativi più sofisticati di rispondere esattamente a questa domanda: come si organizza una società libera senza che la libertà diventi strumento di oppressione? È un documento scritto da persone che avevano appena vissuto il fascismo — l’esempio più nitido di cosa accade quando lo Stato colonizza ogni sfera della vita — ma anche i disastri del capitalismo selvaggio degli anni Venti e Trenta, che il fascismo aveva in parte cavalcato e in parte prodotto.
L’architettura costituzionale risponde al dilemma con una logica che non è né liberista né statalista: è relazionale. I diritti non esistono in astratto, ma in relazione agli altri diritti e alla comunità che li garantisce. L’articolo 41 è il cuore di questa visione: l’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Libertà sì, ma non libertà assoluta. Mercato sì, ma dentro un perimetro di responsabilità sociale.
È la stessa logica che informa l’articolo 1 — la Repubblica fondata sul lavoro, non sul capitale né sul mercato — e l’articolo 3, che alla formale uguaglianza davanti alla legge aggiunge il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Una formulazione che legge la disuguaglianza non come destino naturale ma come problema politico da affrontare attivamente.

Gli autori dell’equilibrio
Karl Polanyi, in La grande trasformazione (1944), dimostra con ricchezza storica straordinaria che il mercato autoregolato è sempre stato un’utopia pericolosa. I mercati storicamente funzionano immersi in relazioni sociali, norme culturali, istituzioni politiche. Quando si tenta di astrarli da questo contesto, la società reagisce producendo patologie: populismo, protezionismo, violenza politica. Polanyi chiamerebbe Trump un movimento di controprotezione — una risposta barbarica a un problema reale, generata dall’abbandono di quelle mediazioni istituzionali che la Costituzione repubblicana aveva invece il compito di garantire.
John Rawls, in Una teoria della giustizia (1971), offre la versione filosofica più raffinata dell’equilibrio costituzionale. Il suo velo di ignoranza — immaginate di dover scegliere le regole di una società senza sapere quale posizione vi spetterà in essa — produce naturalmente una struttura di protezione dei più vulnerabili: non per bontà, ma per razionalità. Un sistema giusto è quello in cui le disuguaglianze sono accettabili solo se vanno a vantaggio dei più svantaggiati. Esattamente quello che la nostra Costituzione, agli articoli 3 e 36, cerca di rendere operativo.
Amartya Sen, in Lo sviluppo è libertà (1999), sposta ulteriormente il baricentro: la libertà non è il punto di partenza da cui tutto il resto deriva — come in Friedman e Hayek — ma l’obiettivo a cui tende uno sviluppo umano autentico. Le libertà sostanziali dipendono da condizioni materiali che il solo mercato non garantisce. Lo Stato non è il nemico della libertà: è spesso la sua condizione di possibilità.

Rappresentanza e governabilità: la stessa battaglia
La deregulation economica e la deregulation istituzionale sono la stessa operazione vista da angolature diverse. Entrambe restringono il perimetro della democrazia reale; entrambe trasferiscono potere verso l’alto, fuori dalla portata del controllo collettivo; entrambe si presentano come modernizzazione inevitabile mentre smontano i dispositivi di protezione che la Costituzione aveva eretto.
In Italia questa parallela ha un nome: governabilità. Pronunciata con il tono della necessità tecnica, questa parola ha giustificato, a partire dalla stagione referendaria del 1993, la più sistematica operazione di compressione della rappresentanza popolare della storia repubblicana. Il proporzionale, si disse, produceva instabilità. Il maggioritario avrebbe garantito alternanza, chiarezza, decisione. Quello che non si disse è che il proporzionale non era il problema: era lo specchio. Rifletteva una società attraversata da interessi realmente plurali. Il maggioritario non ha risolto queste tensioni: le ha espulse dalla rappresentanza formale, lasciandole libere di incancrenire nel corpo sociale.
Il nodo è costituzionale, non solo elettorale. Il Parlamento italiano non è una camera di ratifica dell’esecutivo: è il centro gravitazionale dell’intero impianto repubblicano. Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento. Il Governo nasce dalla sua fiducia. La Corte Costituzionale è nominata per un terzo da esso. Questa centralità ha senso — ha senso costituzionale, non solo formale — soltanto se il Parlamento è la rappresentazione fedele del popolo sovrano. E può esserlo soltanto se è eletto con un sistema che traduce voti in seggi senza distorcere, amputare, silenziare. Il proporzionale non è una preferenza tecnica: è la condizione di possibilità della centralità parlamentare che la Costituzione presuppone.
Il premierato e lo stabilitum che il governo Meloni persegue non sono quindi una riforma contingente: sono il compimento di una traiettoria trentennale. La costituzionalizzazione di ciò che la legge elettorale maggioritaria aveva già fatto di fatto — la sostituzione della rappresentanza con la governabilità, del popolo plurale con il vincitore semplificato. È, ancora una volta, la logica della giungla applicata alle istituzioni: meno regole, meno contrappesi, più velocità per chi è già in posizione dominante.

Attuare la Costituzione: il programma che manca
Il problema dell’Italia non è che la Costituzione sia insufficiente. È che non è stata attuata. L’articolo 41, nella sua seconda parte, è rimasto lettera morta sotto ogni governo. L’articolo 36, che garantisce una retribuzione proporzionata e sufficiente, viene smentito ogni giorno da un mercato del lavoro che produce lavoratori poveri. L’articolo 3, nel suo secondo comma trasformativo, attende ancora un’interpretazione coerente e un’attuazione legislativa all’altezza.
La risposta non è il ritorno al modello statalista degli anni Settanta. È prendere sul serio la Costituzione come progetto politico: regolare i mercati digitali con la stessa determinazione con cui si regolano le banche; tassare le rendite con la progressività prevista dall’articolo 53; garantire il lavoro dignitoso come diritto e non come privilegio; restituire alle istituzioni pubbliche quella capacità di indirizzo che la vulgata neoliberale ha eroso. E insieme: difendere un Parlamento che parli davvero con le voci del paese reale, nella loro proporzione effettiva — perché solo quel Parlamento può esercitare in modo legittimo il controllo sui poteri economici e istituzionali che la Costituzione gli affida.
Platone aveva ragione: il dispensatore di vino deve essere misurato. Ma la misura non è arbitrio — è il risultato di un patto collettivo, scritto in articoli che aspettano ancora di diventare realtà. La giungla ci consegna i neotiranni. la caserma ci consegna i commissari. La Costituzione repubblicana ci offre qualcosa di più difficile e più prezioso: una comunità di persone libere che si danno regole insieme, e insieme le fanno rispettare. Abbiamo già lo strumento. Ci manca, semmai, il coraggio politico di usarlo.

Alzare la testa e partecipare.

Non ci sono dubbi che la Meloni e Fratelli d’Italia siano esponenti di una politica tossica, ma non sono loro ad avere portato la democrazia in questo stato di prostrazione.

La gente non va più a votare e chi ci va lo fa come atto di civismo estremo, con pertinacia, sperando poco o nulla in un auspicabile cambiamento, perché a fronte di una diffusa sofferenza sociale e politica la maggior parte delle proposte si limita a suggerire aggiustamenti marginali portati avanti da personaggi variamente improbabili.

Come definire altrimenti personalità politiche presenti nel cosiddetto campo largo, che si mettono in evidenza per la difesa degli equilibri sociali e politici esistenti, continuando a rigettare come irrealizzabile ogni tentativo di dare risposte efficaci ai reali problemi delle persone (salari, sanita, pensioni)?

Questo stato di cose ha generato un pesante cinismo che a vari gradi ha impregnato il corpo elettorale, trasformando le elezioni in un confronto tra schieramenti più o meno clientelari e tutti con atteggiamenti di sorda tifoseria.

Alla tradizionale astensione strutturale, accresciuta dal disimpegno sociale delle forze politiche e dall’infiacchimento progressivo della scuola pubblica, che ha generato cittadini senza cultura politica, si è aggiunta una crescente astensione da scoramento, adottata da persone che hanno votato per tutta una vita e che adesso non trovano una proposta politica che sia insieme credibile e interessante.

Il fatto è che i partiti che hanno governato hanno accettato di agire la politica all’interno di un recinto fatto da compatibilità tutte interne alla cultura neoliberista e nel contempo hanno secreto una sorta di tossina contro ogni cultura politica divergente, per giustificare la propria scelta.
Alcune forze progressiste già radicali, hanno di fatto accettato una sorta di marginalità e hanno provato a ricavarsi una ragion d’essere dalla difesa dei diritti civili, accettabili in un quadro liberale.

Probabilmente questo stato di cose è stato, anche, l’effetto di una stabilizzazione forzata del quadro politico derivante dalla partecipazione più o meno coattiva all’alleanza guidata dagli Stati Uniti, fondati sul liberalismo di destra, comunque rimane il dato di una società sempre più diseguale, squilibrata al punto che le ingiustizie sono diventate tanto profonde, evidenti e insostenibili da far perdere dapprima credibilità e poi sostanza alla eguaglianza formale delle persone di fronte alla legge e quindi allo stesso fondamento della democrazia.

In questo contesto la nascita, la crescita e adesso la prosperità dei nazionalismi parafascisti costituisce una sorta di risultato ineludibile e per questo la tossicità di partiti come Fratelli d’Italia non si manifesta come capacità di far ammalare o peggio distruggere i sistemi democratici, ma come capacità di nutrirsi delle democrazie in decomposizione con un attitudine, appunto, saprofita.

La destinazione desiderabile, per porre fine all’attuale stato di cose, è un governo alternativo della società e non un’alternanza di soggetti che governino alla luce dello stesso quadro ideologico.

Questa è la scommessa che la sinistra, o più genericamente la “parte popolare” , ha di fronte in tutto il mondo.

E sì. Dobbiamo guardare con gioia a quello che hanno fatto i Democratici americani a New York, ma dobbiamo avere chiaro come interpretare il ruolo della sinistra qui, a casa nostra, partendo dal fatto che a sinistra non si deve fare qualcosa “per il popolo” ma si deve fare qualcosa ” insieme al popolo”.

Alla faccia di coloro che usano la parola populista per infiacchire la democrazia: se il popolo non ha – reale – potere di decisione e di controllo sulla politica, la democrazia non esiste.

La questione è come indurre la gente comune a partecipare alla politica. L’aggressività della classe politica nel difendere il proprio status allontana le persone che non hanno mai fatto politica dalla partecipazione diretta. Troppo difficile appare riuscire a introdurre novità.

Comunque non ha senso aspettare che qualche leader illuminato ci guidi fuori dalla situazione attuale, anche perché, in assenza di una vigilanza sociale diffusa, il sistema politico economico mediatico tende ad assimilare a sé ogni singolo che si metta in evidenza nel tentativo di indurre delle modifiche significative. Dobbiamo alzare la testa e partecipare, partendo prima di tutto dal cercar di cambiare la cultura di feroce individualismo diffusa tra le persone. È un processo laborioso, ma possibile.

Imbelli, ribelli e CGIL.

“Imbelle e ribelle”: questi due termini non hanno in comune soltanto la radice “bellum” dal latino, che significa guerra, ma condividono anche il rifiuto della volontà della élite che controlla la comunità di appartenenza. Gli imbelli rifiutano di combattere le guerre imposte dalla leadership, mentre i ribelli mettono in discussione la leadership stessa, rifiutandone le prescrizioni. Tale rifiuto fa degli imbelli e dei ribelli il bersaglio della disapprovazione dei gruppi dirigenti e, tramite il lavoro degli intellettuali conformi, che ne sostengono le posizioni, l’obiettivo della disapprovazione della comunità.

In questi giorni, alcuni intellettuali hanno definito “imbelli” i giovani che rigettano l’idea della guerra, che rifiutano di condividere la visione geopolitica per cui l’attuale leadership europea sta preparando il riarmo dei Paesi.

È facile notare come gli stessi gruppi dirigenti considerino altrettanto inaccettabile l’atteggiamento di giovani che, come quelli di “Ultima Generazione”, per attirare un’attenzione altrimenti negata dai media, bloccano la circolazione stradale o lanciano vernice contro edifici pubblici e monumenti.

Il tratto comune, che porta alla condanna pubblica delle figure degli imbelli e dei ribelli ,sarebbe quindi il rifiuto della direzione indicata da chi guida la società, la divergenza rispetto alle prescrizioni indotte cui si accompagna un conflitto variamente intenso verso i prescrittori.

La società occidentale si definisce libera in quanto dovrebbe consentire il dissenso pacifico, senza censure o limitazioni che vadano oltre il mantenimento dell’ordine pubblico. Tuttavia, la protezione dell’ordine pubblico è soggetta a valutazioni variabili: esso viene interpretato in modi diversi non in rapporto alla forma in cui la manifestazione si esplica, al turbamento dell’ordine fisico, materiale; ma a seconda che il dissenso metta in discussione aspetti considerati marginali o scelte politiche che l’élite giudica irrinunciabili, fino ad individuare i dissenzienti come nemici pubblici.

Ciò pone il problema di come possa superarsi il conformismo quando le scelte della leadership si discostano significativamente dal sentire di gruppi ampi o, addirittura dal sentire della maggioranza dei cittadini.

Tale atteggiamento, la consapevole adozione di scelte che si riconoscono minoritarie nella società, è definito dagli intellettuali conformi come assunzione di responsabilità. Rimane da capire come tale responsabilità possa essere vagliata dal controllo popolare. Come tale controllo possa essere esercitato tempestivamente.

La Costituzione materiale della Prima Repubblica consentiva una forma di ribellione ordinata, lo sciopero generale, ma questo strumento è stato reso sempre meno praticabile e praticato sia per l’affievolimento della conflittualità di grandi organizzazioni sindacali, un po’ per la riduzione del consenso, un po’ per l’assorbimento di abitudini negoziali iperconcertative, sia da una serie di interventi legislativi che hanno limitato il diritto di sciopero fino a renderlo inefficace.

Il dissenso potrebbe e dovrebbe manifestarsi nelle urne elettorali, ma anche quest’arma è stata spuntata dall’adozione di sistemi elettorali variamente maggioritari, che costringono gli elettori a scegliere tra opzioni percepite come simili, fino a indurre tanti a disertare le elezioni.

Un altro strumento istituzionale di espressione del dissenso è il referendum abrogativo, che però funziona solo se promosso da grandi organizzazioni nazionali, altrimenti  segue un percorso impervio con destino incerto, sia nell’ottenimento della consultazione sia nella validazione col raggiungimento del quorum.

La maggioranza e le forze che, pur dall’opposizione, condividono scelte economiche di fondo, cercano di disinnescare il potenziale di cambiamento del referendum, creando le condizioni per non raggiungere il quorum.

Un esempio evidente è il trattamento riservato ai referendum sul lavoro promossi dalla CGIL. La scelta di fissare la data del referendum all’8-9 giugno, in concomitanza con il secondo turno delle elezioni amministrative, tradizionalmente meno partecipato, e il silenzio dei media di massa sui temi referendari sono, con tutta evidenza, applicazioni di questa strategia.

A questo punto, tutti coloro che credono nei valori di libertà dovrebbero sentire il dovere di pubblicizzare il referendum, i temi che affronta, i problemi che vuole risolvere e le date in cui si terrà, giacché il tentativo di vincere appoggiandosi all’astensione è intrinsecamente antidemocratico.

(Noi di 99percento faremo di tutto per arrivare ad una vittoria dei sì, sia per la dignità di chi lavora, sia per il valore della democrazia. Ecco il link:

https://www.cgil.it/referendum

La rabbia e la sofferenza.

La rabbia può essere una cattiva consigliera e ciò che è accaduto a Bologna e a Roma lo prova.
L’uccisione di Ramy da parte di carabinieri in servizio in una periferia milanese abbandonata e fatta oggetto di atti di razzismo ha scatenato la rabbia di molti giovani: non a Milano dove invece le manifestazioni sono state del tutto pacifiche, anche secondo l’invito della famiglia del ragazzo.
Ma la rabbia c’è e si è manifestata. E va detto chiaramente che i disordini si devono condannare, ma anche che occorre individuarne le cause.

Girare la testa dall’altra parte liquidando ciò che è accaduto come frutto di facinorosi, non solo non affronta il problema ma rischia di ingigantirlo sempre più.

L’atteggiamento repressivo di questo governo, le sua filosofia securitaria che si manifesta nella sua produzione normativa e nelle manganellate agli studenti che manifestano per la liberazione della Palestina o per gli affitti troppo cari dei posti letto o per gli stipendi da fame (vedere riders) devono essere temi sui quali non ce la si può cavare con una semplice alzata di spalle o alzando la voce.
Devono essere messi al centro dell’azione politica, sociale, culturale se non vogliamo che le occasioni di scontro, anche fisico, diventino quotidiana normalità.
A meno che non sia questo governo a cercare l’incidente, per giustificare restrizioni delle libertà civili e politiche.

Che fare, adesso?

Quando le persone si muovono in gruppo tendono a a sentire stemperate le proprie responsabilità.
Chi ha detto che l’unione fa la forza ha dimenticato di aggiungere che buona parte di quella forza deriva dalla fiducia nel farla franca.
Chiunque voglia quindi evitare comportamenti indesiderati o indesiderabili dovrebbe aver cura di esaltare” la responsabilità individuale, ma per questo bisogna accettare di relazionarsi con gli individui consapevoli e spesso chi gestisce le comunità preferisce ridurre gli ostacoli alla propria azione e per cui predilige atteggiamenti gregari. In ambito politico, in cui si gestiscono collettività sociali, uno dei modi più efficaci per promuovere atteggiamenti gregari o per disincentivare assunzione individuale di responsabilità è la promozione di una scuola che prediliga l’addestramento e la trasmissione di tecniche e trascuri lo studio dei temi legati alle cause e al senso delle cose.
Da decenni si affida alla scuola la funzione di formare operatori e si disincentiva la formazione di persone autonome.

Fino a quando i meccanismi disposti per il funzionamento sociale, assicurano un accettabile soddisfacimento dei bisogni dei singoli, una società fatta di “persone semplici” rimane in stato di equilibrio. Pochi soggetti naturalmente autonomi vengono neutralizzati da meccanismi sociali inertizzanti.

Quando invece si attraversano fasi di crisi, in cui non si riesce a garantire il benessere diffuso, neanche in modo virtuale, manipolando le percezioni, allora la coesione sociale viene meno e a quel punto si aprono delle fasi dagli esiti imprevedibili: a quel punto si formano nuove aggregazioni interne alle classi dirigenti, o vecchi sodalizi propongono nuovi modi di perseguire il benessere dei singoli.

I personaggi che svolgono un ruolo da protagonista in situazioni di svolta sono detti demagoghi, parola ormai desueta, carica di senso negativo, che etimologicamente significa conduttori del Popolo.
In pratica il demagogo è la persona capace di sedurre il popolo e di portarlo in giro un po’ come il pifferaio di Hamelin induceva topi o bambini a seguirlo.

Quanto sta avvenendo alle democrazie può essere letto attraverso la lente della demagogia: le masse, deprivate di senso critico e sottoposte al grave stress derivante da un impoverimento generalizzato, vissuto come insopportabile, cercano una via d’uscita e accettano chi riesce a convincerle della bontà della propria proposta.

Dobbiamo interrogarci sulle cause della situazione presente e dobbiamo immaginare vie d’uscita alternative a quelle proposte dai demagoghi, più stabili e desiderabili negli esiti. Se fossimo stati più lungimiranti, avremmo potuto scegliere anche percorsi meno scabrosi, che evitassero il passaggio attraverso la notte della demagogia. Oggi dobbiamo mirare alla riduzione del danno in tutti i sensi, alla riduzione qualitativa del danno, alla riduzione quantitativa del danno e ancora dalla riduzione del tempo di esposizione al danno.

Non sono certo obiettivi facili, ma la definizione e la scelta di percorsi condivisi è un passaggio necessario e urgente. Sicuramente bisogna lavorare alla cura delle due criticità scatenanti: la diffusa sofferenza economica e la diffusa mancanza di strumenti di analisi della realtà.

Riteniamo che la politica debba lavorare in ogni modo possibile per curare queste due carenze e nell’attuale stato di cose, con le destre che controllano la sfera pubblica, deve iniziare a farlo senza poter contare sull’impiego delle istituzioni. La prima cura politica va indirizzata al corpo sociale, con le energie personali ed il tempo immediatamente disponibili a chi vuole veramente il cambiamento.

Ma perché si astengono?

In qualsiasi attività umana  c’è un tempo per  preparare il risultato  ed un tempo per raccogliere i frutti del lavoro svolto. È così sin dalla preistoria, da quando si è passati dall’uomo raccoglitore – cacciatore all’allevatore e agricoltore; avviene oggi con le campagne di marketing e avveniva anche in politica coi vecchi partiti di massa, nei quali venivano coltivate analisi della società, senso di  appartenenza e si facevano crescere gruppi dirigenti.

Sin dagli anni ’80 la politica è andata perdendo pian piano il nesso tra analisi collettiva e  raccolta dei voti. Allungando la connessione tra gruppi dirigenti e base e privilegiando forme differenti di leaderismo, fino ad arrivare ai partiti leggeri, assenti dai territori, per i quali la base significativa sono gli elettori e gli iscritti, gli attivisti hanno perso  funzioni. In questo modo la politica  cerca voti in una società da cui si tiene separata. Come un’azienda fornisce beni o servizi ai clienti, così la politica offre decisioni pubbliche agli elettori

Infatti  i gruppi dirigenti di oggi,  studiano le preferenze degi elettori tramite le indagini demoscopiche e costruiscono consenso con le  tecniche del marketing (salvo il caro vecchio clientelismo, che però è un metodo disponibile soprattutto a chi governa e quindi può disporre dei fondi pubblici).

Una politica siffatta trova nel sistema elettorale maggioritario il modo naturale di competizione tra gruppi di potere contrapposti. Gruppi che hanno necessariamente programmi non troppo dissimili In quanto devono raggiungere e convincere la gran massa degli elettori, che per motivi statistici tende a stare al centro, per la difficoltà di esprimere scelte nette, subordinate a convincimenti profondi derivanti  da conoscenze approfondite o da ignoranze  pertinaci.

Però il sistema maggioritario, soprattutto nella sua versione a turno unico, è il sistema in cui la maggioranza relativa vince e diventa assoluta, ed il vincitore col 40% prende tutto.

È il sistema più efficace per allontanare le persone dal voto, costrette come sono a scegliere tra un obbligato bouquet di candidati quello che piace di piu, o spiace di meno.

Costretti come sono a bere o ad affogare, i potenziali elettori vedono appassire le loro facoltà di scelta e – a meno di non avere accesso a rapporti diretti con i candidati, futuri eletti – gli elettori si rendono conto di doversi  accontentare di quello che passano le segreterie dei partiti, oppure possono scegliere di astenersi.

E l’astensione è una malattia della democrazia.

Ho sentito argomentare che coloro che si astengono, lo fanno perché sono soddisfatti dell’andamento delle cose e ritengono superfluo andare a votare. È un ragionamento che può indurre all’ira in un Paese che è tornato luogo di emigrazione pur in presenza si un vistoso calo delle nascite. Un paese in cui non si fanno figli e da cui sempre piu spesso si fugge.
In Italia gli elettori disertano le urne perché hanno seppellito altrove le proprie speranze di miglioramento.
C’è rabbia e paura e, una volta ostracizzate le ideologie socialiste o financo socialdemocratiche, la rabbia è fagocitata dalle destre,  che nelle urne raccolgono la frustrazione degli elettori socialmente vinti e la mettono insieme ai progetti di appropriazione dei beni pubblici da parte degli affaristi e di una torma di famelici clienti e parenti.

Non è che i parassiti si accompignano solo alla destra, il fatto è che con la destra sono più evidenti per la carenza di progetti di cambiamento della società, che  contraddistingue la destra.

Tutto ciò si può curare. I popoli sono resilienti per natura; sopravvivono anche tra le sofferenze. Però serve un cambio di paradigma e, come insegnano gli epistemologi, i paradigmi cambiano insieme alle generazioni.

Probabilmente ciò è vero anche in politica.

Il sistema dell’infelicità. E la cura.

Volendo alzare lo sguardo per guardare più in là, per immaginare uno scenario diverso, è utile valutare due aspetti: le criticità del sistema mercatocentrico e i possibili percorsi di cambiamento.

Cominciamo col dire che il mercato e le ideologie che lo sottendono ha una formidabile agenzia di propaganda implicita nella pubblicità, che se è divenuta nel tempo sempre più efficace nel convincere della bontà del prodotto reclamizzato, è oramai da decenni un veicolo di formazione subliminale di consenso: si può preferire un marchio di detersivo o un altro , ma non si mette in discussione che un lenzuolo debba essere candido per poter essere steso su un letto; si può preferire il rasoio o la ceretta, il laser o altri strumenti tecnici, ma non si discute che i peli superflui debbano essere eliminati.

La pubblicità per sua natura deve parlare a quanta più gente possibile, quindi deve utilizzare codici di comunicazione quanto più universali possibile, per cui il riferimento più o meno mediato è pressoché sempre agli istinti più basici: fame, sesso, paura. Oltretutto il riferirsi alla voglia di mangiare, congiungersi, proteggersi è effettuato in modo sempre più tecnicamente raffinato, grazie a studi di psicologia dedicata che lasciano molto poco spazio alla capacità di discernimento razionale.
Per inciso possiamo dire che l’enorme sviluppo della pratica della pubblicità e degli studi dedicati, grazie anche alla grandissima quantità di fondi disponibili, ha reso questo mezzo capace di espressioni estremamente raffinate, tanto da rendere alcune performance vere e proprie forme d’arte. La qualità degli strumenti impiegati nulla, però, toglie alla sostanza manipolatoria del mezzo.

Ma la pubblicità serve ad indurre bisogni. Perciò è nata e perciò è coltivata. Ma il destinatario della pubblicità, recettore di enormi quantità di messaggi, che gli dicono che ha bisogno di quel cibo, di quell’abito, di quell’automobile, di quel viaggio, nella maggior parte dei casi non può accedere a quei beni.

E non può accedervi anche perché della ricchezza prodotta dal sistema la maggior parte delle persone non riceve che le briciole. Questo può far pensare che il sistema neoliberale, il sistema dei mercati, produca una grande quantità di frustrazione e quindi di infelicità, come prodotto di scarto.

Il dubbio che val la pena di esplorare, però, è se la frustrazione e l’infelicità non siano piuttosto uno strumento di mantenimento del sistema, purché gestite, purché indirizzate opportunamente.

Attenzione. Tutti i sistemi politici si sono basati su diverse forme di anestesia dei governati: dalle feste, agli spettacoli teatrali alle corse di bighe, ai giochi del Circo, alle religioni. Però quelle distrazioni di massa, in genere lavoravano sulle masse, che masse restavano: i popolani si incontravano, vivevano emozioni collettive, a volte si producevano in sommosse.

Una caratteristica innovativa della anestesia neoliberista dei governati è invece l’avere polverizzato il popolo, riducendolo ad una massa  di individui, una massa tanto incapace di assumere forme definite, da essere indicata come liquida.

Le occasioni di socializzazione sono praticamente avversate: anche la posizione di eventi e rappresentazioni destinate al consumo collettivo sono fruite individualmente: l’esempio della circolazione dei film passata dalle sale cinematografiche prima ai DVD e poi alla distribuzione sulle piattaforme di streaming, insieme agli eventi sportivi,  insieme ai giochi per ragazzi passati dai giochi fisici ai videogiochi di cui si è favorita l’esperienza on-line.

I personal computer, che erano già stati soppiantati nell’uso ludico dalle apparecchiature dedicate ai videogiochi, sono stati a loro volta sostituiti dal device più individuale di tutti: lo smartphone. Quest’ultimo strumento è diventato così pervasivo da riuscire a disgregare anche la compresenza tra pochi: capita a tutti di vedere persone in coppia o intere comitive stare vicino ma ciascuna intenta ad interagire col proprio telefonino.

Non è più fantascienza la proposta di partner virtuali mossi dalle intelligenza artificiale e generati dall’utente in base alle sue preferenze. Il trionfo del solipsismo.

Ovviamente per il mantenimento di una società così composta la scuola non è soltanto inutile:  è dannosa. Dopo aver reso pressoché impossibile lavorare allo sviluppo della persona, in classi pollaio seguite da persone precarie e malpagate (dove riuscivano a lavorare bene soltanto le persone estremamente motivate), si è passati a scuole votate allo sviluppo di “risorse umane” per le imprese. Scuole che coltivassero produttori non troppo fantasiosi e volitivi.

La società frutto di questo sistema è infelice e non potrebbe essere altrimenti. Le persone sono indotte a coltivare bisogni molti dei quali irrealizzabili, gli si prospettano obiettivi spesso irraggiungibili e le si convince che se non riescono è perché non hanno meritato il successo. L’unica protezione sarebbe la famiglia, spesso ridotta a coppia, a cui ci si  attacca disperatamente in assenza di altri punti di riferimento, ma anche la coppia è sottoposta a tensioni che ne aumentano la precarietà. Di fronte a una diffusa sensazione di solitudine e isolamento, gli omicidi – suicidi sono diventati frequentissimi, insieme ad altre reazioni abnormi alle situazioni conflittuali.

Tutto ciò non è un destino immutabile. Non ci si può abbandonare a questo stato di cose. Si può e si deve cambiare.
La cura sono le relazioni vere, fisiche, durature, non solo finalizzate. Una volta c’erano i partiti, o  le Chiese, le quali hanno mantenuto caratteri di superfamiglia e pur attaccate da più parti e affaticate dell’individualismo, hanno resistito meglio di altre aggregazioni.

Ma quello che è da aggiustare è il modo di produrre e quello di consumare. L’iniziativa privata è sicuramente efficace per perseguire l’innovazione ma, se non controllata, si trasforma e si muove con modalità selvagge, regolata dalla legge della giungla: pochi predatori, circondati  da gregari e poi la moltitudine delle prede. E le ultime innovazioni tecnologiche amplificano il problema.

Alla fine il tema è tornare a quell’equilibrio tra economia e politica scritto nella costituzione del ’48, bistrattata e a tratti stravolta dalle modifiche introdotte dalla seconda Repubblica: svilimento dei controlli parlamentari con legge elettorale maggioritaria, spostamento del baricentro legislativo verso le regioni, aprendo la strada a tentativi criptoscissionistici come l’autonomia differenziata. L’impastoiamento del Parlamento con la modifica dell’articolo 81. Adesso anche il tentativo di ridurre ulteriormente la funzione parlamentare e quella del Presidente della Repubblica, blindando il Governo.
Per non dire della drastica riduzione della progressività del sistema fiscale, che si aggiunge alla diffusa e tollerata evasione fiscale.

C’è bisogno di un vero riformismo, che si proponga di tornare allo spirito della Costituente, quella si aveva trovato una sintesi tra gli opposti.

Per farlo bisogna parlare alle persone e metterle in relazione ed esortarle a parlare del loro presente e del loro futuro, senza farselo raccontare da altri.

Disturberemo il manovratore.

La Costituzione repubblicana approvata dalla Costituente ed entrata in vigore nel 1948 è il risultato travagliato di una difficile sintesi , un equilibrio tra diverse culture italiane quella cattolica, quella liberale quella socialista e quella qualunquista, la quale fu un po’ il modo in cui quegli italiani, che avevano appoggiato il fascismo da posizioni defilate, erano rappresentati nella Costituente.

Un equilibrio fragile e destinato a subire attacchi continui non appena le condizioni si fossero modificate.

Certo è che se nei settantacinque anni di vigenza della Costituzione l’attenzione spesa per la sua riforma fosse stata impiegata per la sua applicazione, l’Italia oggi sarebbe un paese diverso.

Appare evidente che le modifiche della Costituzione apportate nel tempo l’abbiano resa meno coerente, meno leggibile e meno efficace rispetto agli obiettivi che si proponeva: una società in cui la politica si esprimesse non solo negli organismi istituzionali, ma anche nella partecipazione negli organismi intermedi. Una società in cui l’indifferenza, che tanti danni aveva creato nei decenni precedenti la seconda guerra mondiale fosse sostituita dalla partecipazione dei cittadini.

I tentativi di modifica della Costituzione – e soprattutto gli ultimi – sono stati tesi a ridurre il controllo parlamentare sul governo e a riduzione le occasioni di partecipazione popolare.

Tutto questo si inserisce nel flusso coerente che ha prodotto la legge sulla regolamentazione – affievolimento del diritto di sciopero e, soprattutto, la riforma del sistema elettorale in senso maggioritario.

La nostra Costituzione In effetti ha un bug: la divisione dei poteri prevista dall’ideologia illuministico liberale è resa in modo imperfetto: il Parlamento ha una funzione sovraordinata rispetto agli altri organi costituzionali, con fortissime attribuzioni di controllo sia sul potere esecutivo sia su quello giudiziario.

Questo perché il Parlamento, eletto direttamente sarebbe l’attuatore della sovranità che, recita l’art. 1, “appartiene al Popolo”. Ma questa impostazione funzionava fino alla riforma del sistema elettorale in senso maggioritario Eletto col sistema proporzionale il Parlamento era una rappresentazione fedele degli orientamenti popolari.

Il Parlamento eletto con il maggioritario, invece, istituisce un’immedesimazione tra volontà parlamentare e volontà del governo tanto forte da sostanziarsi in una liberazione del Governo dal controllo parlamentare, anzi nella trasformazione del Parlamento in una cassa di risonanza della volontà della maggioranza di governo, oltre che di un ammortizzatore capace di catalizzare su di sé la responsabilità delle scelte governative.

L’unica criticità in questo asservimento del parlamento al governo fino adesso è stata costituita dal meccanismo di elezione del Senato della Repubblica, che essendo effettuata per Costituzione su base regionale non garantisce una maggioranza uguale a quella della Camera, eletta su base nazionale. Infatti in tutte le legislature dal ’94 in poi le preoccupazioni dei governi si sono sempre focalizzate sul Senato in cui le maggioranze erano meno stabili e più risicate.

A questo punto coi partiti alleggeriti dalle ramificazioni territoriali e la rappresentanza parlamentare allontanata dai territori anche per la riduzione del numero dei parlamentari il governo è già arbitro mal controllato del gioco politico.

Per metterlo al riparo da scossoni e assolutamente fuori controllo serve soltanto depotenziare la Presidenza della Repubblica e sterilizzare la possibilità che il Parlamento tolga la fiducia.
Se entrasse in vigore la proposta di revisione costituzionale del governo Meloni, il Premier verrebbe eletto insieme al Parlamento (votato con la stessa scheda – come già i sindaci) ed i partiti che gli sono collegati otterrebbero il 55% dei seggi, anche se alle urne non avessero la maggioranza assoluta.

A questo punto, superando la sensazione di deja vu nel Ventennio, viene spontanea una domanda: con un architettura siffatta, quanto conta la volontà di un cittadino?

Basta guardare a quello che hanno prodotto i governi “stabili”: peggioramento delle pensioni, partecipazioni a guerre non volute dalla maggioranza dei cittadini, mancata lotta all’inflazione, mancata cura del territorio e contemporanei tentativi di mettere in cantiere opere faraoniche come il Ponte sullo Stretto di Messina. E tutto questo senza il rischio di essere ‘mandati a casa”.

Con la riforma Meloni si eliminerebbe anche la pallida possibilità che di fronte ad un disastro conclamato i parlamentari sfiducino il governo, inducendo il Presidente della Repubblica a nominare un altro Presidente del Consiglio.

È quello che vogliono gli italiani?

Se questa maggioranza approvasse questa revisione della Costituzione, lo vedremo al referendum.
Noi voteremo NO.