Quarantotto anni dopo, il 9 maggio resta una data che l’Italia non ha ancora davvero metabolizzato. Quel giorno del 1978 il corpo di Aldo Moro fu trovato nel bagagliaio di una Renault rossa in via Caetani, a Roma, a metà strada simbolica tra la sede della DC e quella del PCI. Poche ore prima, a Cinisi, in provincia di Palermo, i resti di Peppino Impastato venivano ritrovati sui binari della ferrovia: la mafia aveva cercato di simulare un attentato suicida. Due morti, due depistamenti, due silenzi che lo Stato avrebbe impiegato decenni a rompere solo parzialmente.
La coincidenza della data ha qualcosa di perturbante. Ma è il parallelismo sostanziale a meritare riflessione. Moro e Impastato non si conoscevano, appartenevano a mondi lontanissimi, incarnavano visioni politiche difficilmente sovrapponibili. Eppure condividevano qualcosa di essenziale: avevano scelto di sfidare un potere enormemente più grande di loro, sapendo — o almeno intuendo — il rischio che correvano. Moro cercava di ricucire fratture sistemiche in un paese bloccato dalla Guerra Fredda, aprendo un dialogo che disturba le grandi centrali d’influenza. Impastato trasmetteva in radio e scriveva sui muri di Cinisi il nome di Gaetano Badalamenti, il boss mafioso che era di fatto il padrone del territorio. Entrambi pagarono con la vita.
Li chiamiamo eroi. E lo sono, nel senso più classico del termine: individui che incarnano valori collettivi e li difendono fino all’estremo limite. Ma la categoria dell'”eroe” porta con sé un’ombra scomoda. L’eroe è, per definizione, eccezione. Il suo sacrificio commuove, ma non trasforma automaticamente la società che lo ha prodotto — e spesso non trasforma nemmeno quella che lo celebra. L’Italia ha intitolato strade a Impastato e ha canonizzato Moro nel pantheon della Repubblica. Ha fatto molto meno per costruire le condizioni strutturali che rendano meno necessari gli eroi: permane un deficit di cittadinanza.
La domanda che quella data ci pone è brutale: a cosa serve la memoria se non produce cambiamento? E soprattutto — nel contesto di oggi — cosa serve per produrre quel cambiamento che Moro e Impastato, ciascuno a modo suo, cercavano di avviare?
La risposta più onesta è che serve un popolo politicamente sveglio. Non nel senso vago e retorico con cui questa espressione viene spesso usata, ma in senso tecnico: cittadini capaci di leggere i meccanismi del potere, di distinguere l’interesse pubblico dall’interesse di parte, di partecipare con strumenti adeguati alla vita democratica. La Costituzione italiana — quella stessa Costituzione che Moro contribuì a scrivere e che Impastato difendeva implicitamente ogni volta che alzava la voce contro la mafia — presuppone esattamente questo tipo di cittadino.
Ma le agenzie che avrebbero dovuto formarlo si sono progressivamente ritirate dal campo. La scuola, sotto la pressione combinata di decenni di riforme orientate alla immediata destinazione lavorativa degli studenti, forma sempre più lavoratori e sempre meno cittadini. L’educazione civica è tornata nei programmi scolastici per legge nel 2020, ma nella pratica quotidiana resta spesso marginale, ridotta a nozioni formali piuttosto che a palestra di pensiero critico.
I partiti, che nella Prima Repubblica — con tutti i loro difetti — svolgevano una poderosa funzione pedagogica attraverso sezioni, circoli, giornali, scuole di partito, sono oggi per lo più comitati elettorali permanenti, attivi a intermittenza e privi di qualsiasi ambizione formativa.
Ma qualcosa – faticosamente – funziona.
Non si tratta di nostalgie o di utopie. Esistono esperienze concrete, recenti, che dimostrano come la formazione civica dal basso produca risultati.
In alcune periferie italiane, esperienze come quelle dei “presìdi culturali” in quartieri a rischio di Napoli o Palermo — realtà che combinano educazione non formale, aggregazione sociale e attivismo civico — mostrano che il cambiamento è possibile anche in contesti più difficilmente permeabili. Non è casuale che molte di queste esperienze nascano proprio nel Mezzogiorno, dove la presenza mafiosa ha storicamente sostituito lo Stato: è lì che la necessità di costruire anticorpi civici si avverte con più urgenza.
Lì dove è piu faticoso.
Però queste iniziative, se isolate presentano margini di rischio enormi
Resta quindi il nodo più difficile: costruire cittadinanza diffusa. Un lavoro lento, dispendioso, spesso ingrato. Chi si impegna in questo senso — nelle associazioni, nei centri culturali, nelle esperienze di educazione popolare — lo sa bene: è difficile coinvolgere le persone senza una risposta visibile nel breve termine, senza la gratificazione di un risultato immediato. E in un’epoca dominata dall’urgenza e dall’attenzione frammentata, questa difficoltà si moltiplica.
Ma forse è proprio qui che la lezione di Impastato e Moro — così diversi, così tragicamente accomunati — diventa più utile: non nell’eroismo del gesto estremo, ma nella scelta quotidiana, ostinata e non spettacolare, di non accettare le cose come stanno. Radio Aut trasmetteva in un paese dove la mafia sembrava eterna e invincibile. Peppino Impastato non aspettava che il vento cambiasse: cercava di cambiarlo lui, con i mezzi che aveva. Facciamo la nostra parte. È ancora l’unico metodo che funziona.


