UE e i Libri di Testo Palestinesi: Diritto o Censura?

L’Unione Europea ha il sacrosanto diritto (e anche il dovere) di garantire che i propri fondi non sostengano l’incitamento all’odio o alla violenza. Le risoluzioni del Parlamento Europeo che, per il sesto anno consecutivo, condizionano gli aiuti all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) alla rimozione di contenuti antisemiti e violenza dai libri di testo si basano su un principio condivisibile. Tuttavia, un’analisi approfondita della documentazione disponibile rivela che questa condizionalità rischia di travalicare il confine tra la legittima pretesa di rimozione dell’incitamento alla violenza e la improponibile spinta alla soppressione del legittimo sentimento nazionale e della memoria storica di un popolo sotto occupazione.
L’UE ha subordinato i suoi ingenti aiuti finanziari – si parla di oltre 380 milioni di euro dal luglio 2024 – a riforme concrete del curriculum scolastico palestinese. La “Lettera di Intenti” firmata dall’ANP nel luglio 2024 rappresenta un impegno formale ad allineare i testi agli standard UNESCO di pace e tolleranza, con scadenze precise (classi 1-4 entro settembre 2025) . La Commissione Europea ha ribadito che i fondi sono “condizionati” al raggiungimento di questi obiettivi, e il Parlamento ha più volte minacciato il congelamento in assenza di progressi verificabili .
Il problema sorge quando si esamina la natura delle modifiche richieste e il contesto in cui si inseriscono.
Secondo rapporti e analisi indipendenti, le pressioni europee vanno ben oltre la rimozione di espliciti incitamenti alla violenza. Come evidenziato da fonti giornalistiche e accademiche , la campagna contro i libri di testo palestinesi rischia di diventare uno strumento per “cancellare l’identità palestinese” e “silenziare la narrativa nazionale”.

E qui si ritrova il confine labile che la politica europea dovrebbe riesaminare, se è vero che , come riportato da alcune fonti, tra le modifiche richieste vi sarebbero la cancellazione o l’attenuazione di riferimenti fondamentali alla memoria collettiva palestinese, come la Nakba (l’esodo del 1948), o la sostituzione di termini come “sfollamento forzato” con “migrazione”. Richieste di questo tipo non sarebbero atti di promozione della pace, ma costituirebbero un tentativo di riscrittura della storia che favorisce la narrativa del vincitore. Un conto è rimuovere un esercizio di matematica che conta i “martiri”, un altro è cancellare la lezione che spiega perché un popolo è diventato rifugiato.

Un altro punto critico riguarda la rimozione del termine “sionismo” e della critica al progetto sionista come ideologia politica. Se è giusto condannare rappresentazioni antisemite che dipingono “gli Ebrei” come cospiratori, è capzioso equiparare la critica al sionismo – una dottrina politica – all’antisemitismo. Impedire a un popolo di comprendere e analizzare criticamente l’ideologia che ha portato alla sua spoliazione significa negargli gli strumenti intellettuali per comprendere il conflitto e lo coinvolge e la mancata comprensione non porta al superamento delle crisi, ma a reazioni irrazionali, magari violente.

E infine l’enfasi su “convivenza” e “amicizia”, senza alcun riferimento al contesto di occupazione militare, apartheid e violenza strutturale in cui i palestinesi vivono quotidianamente, produce un’educazione schizoide. Come osserva un’analisi, i bambini palestinesi “non possono dimenticare la loro narrativa storica perché ne sperimentano le conseguenze ogni giorno” . Insegnare pace in una gabbia, ignorando le sbarre, non è educazione alla pace, è ipocrisia.

Ciò viene evidenziato drammaticamente dalla palese asimmetria dell’impostazione europea. L’UE non ha mai criticato i libri di testo israeliani e il loro ruolo nel perpetuare il conflitto. Studi di autori israeliani critici, come Nurit Peled-Elhanan, hanno dimostrato che i libri di testo israeliani veicolano un’immagine “disumanizzante” dei palestinesi, legittimando le politiche dei governi.

Come riportato da alcuni commentatori, l’UE non ha chiesto un rapporto su come le scuole israeliane descrivono la Nakba (come “Guerra d’Indipendenza”) o se menzionano l’occupazione dei territori palestinesi. Questo squilibrio può trasformare la condizionalità da strumento di pace a strumento politico che favorisce una delle parti in conflitto, imponendo di fatto una narrazione a scapito dell’altra.

È legittimo e doveroso che l’UE condanni e pretenda la rimozione di contenuti antisemiti e di chiara esaltazione della violenza, come quelli documentati da vari rapporti .
Vale la pena chiedersi su quali basi si fondino queste pressioni europee. La fonte primaria e più influente è IMPACT-se (Institute for Monitoring Peace and Cultural Tolerance in School Education), un’organizzazione israeliana di advocacy che pubblica dal 2000 rapporti sistematicamente critici sui libri di testo palestinesi, e che ha avuto un ruolo determinante nel convincere il Parlamento Europeo a condizionare i fondi. Non si tratta di un ente di ricerca neutrale: il professor Nathan Brown della George Washington University l’ha definita “la lobby dell’incitamento”, accusandola di selezionare i contenuti ignorando le prove contrarie. L’UE stessa, significativamente, ha ritenuto necessario commissionare una verifica indipendente al Georg Eckert Institute tedesco, il cui rapporto — pur riconoscendo alcune criticità — ha concluso che i libri palestinesi “riflettono un ambiente saturo di occupazione, conflitto e violenza in corso”, restituendo un quadro assai più sfumato di quello dipinto da IMPACT-se, e sulla base del quale i fondi congelati furono poi ripristinati. Esempi di glorificazione di attacchi terroristici o di rappresentazioni antisemite non possono trovare spazio in nessun sistema educativo che voglia definirsi civile.
Tuttavia, la condanna la violenza e l’odio razziale.non devono arrivare alla conculcazione del diritto di un popolo a tramandare la memoria delle ingiustizie subite (come la Nakba), al diritto di mantenere viva l’identità nazionale (attraverso simboli, inni e geografia), e a esprimere una critica politica, anche aspra, verso il sionismo come ideologia che ha causato la sua catastrofe.

Finché l’UE continuerà a ignorare i contenuti dei libri di testo israeliani e a spingere per una “riforma” che assomiglia pericolosamente a un’imposizione della narrativa del più forte, i suoi sforzi, anche se mossi da buone intenzioni, saranno percepiti da molti palestinesi non come un aiuto alla pace, ma come un ulteriore atto di delegittimazione della loro stessa esistenza come popolo. La vera educazione alla pace non può nascere dalla censura della memoria, ma dal reciproco riconoscimento delle altrui sofferenze e aspirazioni.

Abbiamo aderito a BDS Italia.

​Siamo onorati di annunciare l’adesione di 99% al movimento BDS Italia (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).

​Questa decisione scaturisce dalla necessità impellente di agire concretamente contro la continua violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali da parte dello stato di Israele nei confronti del Popolo palestinese.

Riteniamo che il silenzio non sia un’opzione. Ciascuno, in qualità di individuo o associazione, ha il dovere morale di opporsi all’ingiustizia, grande o piccola che sia l’azione che si può intraprendere.

Specialmente di fronte all’atteggiamento di complice silenzio da parte dell’Italia, accodata agli Stati Uniti insieme all’Unione Europea.

​Unirci a BDS è un passo per rafforzare la pressione nonviolenta e promuovere la giustizia e l’uguaglianza.

Due popoli liberi e due stati in pace.

La narrativa dominante sul conflitto israelo-palestinese è spesso monolitica e auto-assolutoria, ignorando le sue radici storiche.
Il sionismo è nato con l’obiettivo del ritorno in Palestina e della costituzione di uno Stato ebraico, ma in un’ottica che è stata definita da molti, inclusi i primi sionisti stessi, come colonialismo di insediamento. Il principio “una terra senza popolo per un popolo senza terra” ha tragicamente ignorato le popolazioni arabe preesistenti, gettando le basi per l’attuale e doloroso conflitto.
Oggi, assistiamo a un fenomeno di vittimismo selettivo nella narrazione dominante: si punta il dito esclusivamente su Hamas, ma si tacciono o si minimizzano le continue malefatte e violazioni del diritto internazionale israeliane a Gaza e in Cisgiordania, come l’espansione degli insediamenti.
È un’operazione pericolosa e disonesta quella di demonizzare l’antisionismo, cercando di assimilarlo all’antisemitismo. Non solo questo svilisce la reale lotta contro l’odio antiebraico, ma ignora completamente la vastità di ebrei della diaspora e della sinistra israeliana che sono fieramente antisionisti. Le loro voci, come quelle dei palestinesi, sono spesso messe a tacere dalla maggior parte della stampa mainstream, che, nonostante ciò, si lamenta paradossalmente di non riuscire a esprimere le proprie posizioni.
Basta ipocrisie. Non c’è sicurezza per nessuno finché non ci sarà giustizia per tutti.
Per avviare un processo di pace credibile e fondato sulla soluzione di Due Popoli, Due Stati, è fondamentale che emergano leader capaci di unire e negoziare. Anche per questo, continuiamo a chiedere la liberazione immediata di Marwan Barghouti, un leader palestinese ampiamente riconosciuto, laico e convinto sostenitore della soluzione a due Stati. La sua leadership è cruciale per rafforzare un interlocutore palestinese autorevole.
La soluzione “due popoli due stati” deve essere implementata sotto una stretta e vincolante vigilanza internazionale che:

  • Garantisca la cessazione immediata e definitiva di tutte le attività di insediamento.
  • Assicuri confini sicuri e riconosciuti internazionalmente, basati sulle linee pre-1967.
  • Protegga i diritti umani e la sicurezza di entrambi i popoli.
  • Promuova la ricostruzione e lo sviluppo di uno Stato Palestinese democratico e pacifico.
    Il tempo delle occupazioni, della violenza e delle narrazioni distorte deve finire. È ora di agire per una pace giusta e duratura.

Per la Pace in Palestina. Liberate Marwan Barghouti

Uno stato palestinese libero e capace di crescere su una terra sicura è il primo passo per una pace reale in Palestina. 

Distruggere un avversario non è umano e distruggere un popolo non è possibile. La Pace è l’unica soluzione. 

Tutti insieme stiamo dando una occasione alla Pace, col nostro piccolo, ma sacrosanto contributo. 

Abbiamo destinato una petizione alle massime autorità del nostro Paese e dell’Unione Europea. per chiedere la Liberazione di Marwan Barghouti, un leader Palestinese rispettato dai suoi connazionali, prigioniero da decenni nelle carceri israeliane.

Firmiamola e continuiamo a farla firmare. Niente può fermare un popolo che non si arrende. 

https://www.change.org/liberateMarwanBarghouti

il 7 ottobre e l’ombra languente della Democrazia.

In Medio Oriente, resa più evidente dalla violenza della guerra, si mostra un fenomeno presente in tutto il mondo: il cinismo delle elite per i popoli governati. Come non ricordare l’orrore per i ragazzi del festival che scappavano inseguiti in moto dai miliziani di Hamas e uccisi sia dai terroristi, sia dai militari dell’IDF che quel giorno sparavano su tutto ciò che si muoveva? E al tempo stesso come non restare inpietriti sui corpi di bembini e financo di neonati distrutti dalle bombe negli ospedali senza energia elettrica e senza medicine? Operati senza anestesia? Nel frattempo i miliziani si presentavano alle telecamere vestiti di uniformi impeccabili?

Due élites nazionaliste, quella israeliana e quella palestinese di Hamas hanno nutrito i propri popoli di odio per il nemico e hanno provocato le peggiori sofferenze dei propri connazionali usandoli come carne da cannone, come si diceva una volta.

Ma di questi tempi è di moda governare col sangue dei poveri. Il popolo si abbandona al governo di pochi e ne segue la narrazione senza metterla in dubbio, per fede, pigrizia o rassegnazione e in questo modo si consegna a mani legate al tritacarne della storia.

Nel frattempo i Trump, i Blair, i Nethaniau e i capi di Hamas trattano di potere e di risorse in nome di principi cui non credono usando le persone come materiale di scena. Poi ci sono anche i comprimari che, come la nostra premier si propongono per “partecipare al board per la ricostruzione” e raccogliere qualche pezzo anche loro.

Tutto questo è consentito da un coro prodotto dall’opinione pubblica addomesticata, che racconta in un’ampia declinazione di variabili la verità commissionata sempre dalle stesse èlite.

Su questo scenario triste si stagliano coraggiose le figure di quelle persone comuni che non si rassegnano al ruolo di gregge. Come non pensare alle persone imbarcate sulla Flotilla, disposte a mettere in gioco il proprio corpo per un’idea di umanità e di libertà e le persone che in un fiotto di vitalità democratica hanno sfilato nelle piazze con pacata determinazione.

Qualcuno potrebbe qualificare queste considerazioni come populiste, Ma se questo è populismo, che cosa è democrazia?

La democrazia è libertà per tutti e, come diceva una vecchia canzone, la libertà è partecipazione.

La pace si può raggiungere.

All’atto della sua costituzione Israele è stata una forzatura fatta a danno dei Palestinesi: immaginate che gente straniera si insedi nel vostro paese ed ad un certo punto pretenda di costituirvi un proprio stato. Oltretutto lo stato di un popolo più ricco di voi, protetto, dai sensi di colpa dell’Europa e protetto dagli USA che intendono farne una sorta di proprio avamposto in Medio oriente.

Quando nel 1948 l’ ONU propose la divisione dei territori della Palestina in due stati, i Palestinesi rifiutarono, ma non avevano la forza di fermare gli eventi e l’attacco degli stati arabi al neonato stato di Israele non è stato di aiuto alla causa palestinese. Di fatto la sconfitta araba confermò il fatto compiuto.

Ciò detto oggi la eliminazione dello stato di Israele (laddove realizzabile) sarebbe una forzatura della storia tanto ingiusta quanto produttiva di altre distruzioni e di altri rancori.

Immaginare un unico stato israelo palestinese dopo anni di occupazione israeliana violenta e di attacchi palestinesi feroci è un obiettivo evidentemente difficile da raggiungere. I due popoli sono nemici da generazioni e, in assenza di importanti interventi esterni ci vorrebbero generazioni dalla fine delle ostilità per avviare un percorso che porti a relazioni serene.

La costituzione di due stati nazionali contigui oggi potrebbe apparire un obiettivo meno lontano, ma in questi anni i territori destinati ai palestinesi sono stati erosi dal continuo impianto di nuove colonie ebraiche, promosse dallo stato di Israele, estremamente aggressive coi Palestinesi e spalleggiate dall’IDF, l’esercito istraeliano.

Di fatto non ci sono soluzioni prossime possibili, se non promosse con determinazione concorde dalla comunità internazionale.

La comunità internazionale dovrebbe premere in modo continuo e sinergico su Israele perché abbandoni l’ideologia tanto cara ai coloni di un diritto ebraico a quella Terra derivante dalla religione e dovrebbe premere sui palestinesi perché il diritto al ritorno trovi un soddisfacimento mediato e quindi parziale, nella considerazione della nuova realtà politica e demografica esistente oggi in Palestina.

Se queste considerazioni fossero condivise, il passaggio successivo, preliminare e necessario per un credibile processo di pace è l’assunzione di un comportamento equanime e responsabile da parte dell’ONU. Senza veti.

Negli ultimi decenni non è stato così, anzi nel dibattito politico ci si è polarizzati tra filoisraeliani e filopalestinesi, impiegando anche questa grande questione come terreno di dibattito polemico, mentre la maggior parte dell’opinione pubblica ignorava i soprusi inflitti dai coloni israeliani ai palestinesi: invasione di case private, distruzione di frutteti, molestie per strada.

Questi percorsi ci hanno condotto all’attuale fase di stallo tragico. È necessario un cambio di direzione e per farlo, per cambiare la gestione politica della questione palestinese, è utile, se non necessario, che gli attori politici più coinvolti nella genesi dell’attuale stato di cose escano di scena e che altri attori li sostituiscano: l’apporto dei liberali e della sinistra israeliana, la voce degli ebrei progressisti che in Israele e in tutto il mondo hanno protestato e protestano, chiedendo il cessate il fuoco a Gaza, devono essere premiati da una maggiore attenzione da parte della comunità internazionale

C’è bisogno di lavorare per sommare la voglia di pace della migliore parte della società israeliana alla voglia di giustizia e di libertà del popolo palestinese.

Come?

Dobbiamo approfondire e precisare il concetto di comunità internazionale.

Nello scenario attuale i governi finora sono stati attenti a mantenere l’appoggio dei gruppi di interesse, al fine di garantire la propria stabilità politica. Al di là di dichiarazioni più o meno plausibili, hanno tollerato che un esercito ben armato martellasse un territorio povero e sovraffollato provocando decine di migliaia di morti in pochi mesi. Di più: hanno continuato a fornire all’esercito Israeliano armi e munizioni da usare per continuare a colpire i palestinesi ed hanno interrotto gli usuali finanziamenti all’UNRWA, l’agenzia ONU preposta all’assistenza dei profughi palestinesi.

Questo mentre tantissimi in tutto il mondo protestavano per chiedere il cessate il fuoco sulla striscia di Gaza e per questo venivano accusati di antisemitismo. In effetti il governo Israeliano è arrivato ad accusare di antisemitismo perfino l’ONU.

Ma se i governi occidentali appoggiano Israele per corrispondere alle richieste dei gruppi di interesse e così stabilizzarsi, è quella stabilità che va messa in discussione per ottenere la pace in Palestina. Serve un importante cambiamento di indirizzo dell’opinione pubblica, tale che i governi intendano che la prosecuzione dell’appoggio dell’aggressività israeliana può costargli la perdita di consensi all’interno.

Cambiare l’orientamento dell’opinione pubblica non è semplice. I governi hanno basi di consenso politico e tendono ad ampliarle con l’aiuto accorto di gran parte della stampa che li supporta. Far partire e condurre un processo di convincimento a cambiare rotta è un impegno laborioso e dovrebbe essere ordinato ed accorto. Fino adesso le proteste, specialmente nel nostro paese, sono state tanto generose quanto caotiche e scoordinate, a volte arrivando a prestare il fianco ad accuse di antisemitismo pronunciate a volte in buona fede, ma il più delle volte veicolate in modo malizioso, da parti politiche filoisraeliane a prescindere.

Invece per la Pace è necessaria una spinta sinergica di tutti coloro che la vogliono, quale che sia la nazionalità, a cui appartengono la religione che professano o l’ideologia che seguono. I numeri ci sarebbero, ma per essere efficaci vanno sommati.