Il sistema metrico occidentale: I doppi standard della moralità pubblica nelle guerre dal 1967 a oggi.

Un’analisi su come l’opinione pubblica occidentale applichi misure etiche diverse a seconda di chi commette la violenza — e su ciò che questa asimmetria racconta di noi.


1. Due guerre, due moralità

Il settembre 2026 ci trova di fronte a una fotografia geopolitica che nessuno avrebbe scommesso solo quattro anni fa. A Gaza, un cessate il fuoco tecnicamente in vigore dall’autunno 2025 convive con raid israeliani che continuano a mietere vittime civili, con una Striscia in cui oltre il 90% della popolazione è stata sfollata almeno una volta, in cui il 70% del territorio è soggetto a ordini di evacuazione o è militarizzato, e dove oltre 247.000 persone risultano morte o ferite dall’ottobre 2023, comprese 1.180 vittime registrate dopo l’annuncio della tregua. A maggio 2026, il bilancio degli operatori umanitari uccisi superava quota 595

. Le immagini satellitari raccontano di 2.500 edifici demoliti anche dopo il cessate il fuoco, molti oltre la cosiddetta “linea gialla” che delimitava le aree di operazione concordate.

Striscia di Gaza – Città di Rafah settembre 2026. fonte Google Earth.

Nel contempo, in Ucraina, il conflitto entra nel suo quinto anno con negoziati trilaterali Russia-Stati Uniti-Ucraina tenutisi a Ginevra nel febbraio 2026, i primi a mettere formalmente sul tavolo la questione territoriale: Mosca chiede l’intero Donbass e il riconoscimento dell’annessione di Crimea e delle quattro regioni occupate, Kiev si ancora alle linee del fronte.

Questi due conflitti, accaduti sulla stessa decade, sono stati — e in parte continuano a essere — giudicati dall’opinione pubblica mainstream secondo grammatiche morali differenti. Non diciamo che siano conflitti identici: lo Stato di diritto internazionale applica categorie diverse a un’invasione di uno Stato sovrano riconosciuto e a un’occupazione decennale in un territorio il cui statuto giuridico è oggetto di disputa. Ma il punto è un altro. Per anni, le reti televisive occidentali hanno trattato i bambini ucraini in fuga da Mariupol’ come vittime sacre di un’aggressione, mentre i bambini di Khan Younis, estratti dalle macerie con la polvere bianca dei vestiti, venivano inquadrati in un dibattito “complesso” in cui le ragioni di Israele occupavano sistematicamente la metà dello spazio, per non dire di più. Una condizione umanitaria che oltre venticinque ministri degli esteri hanno definito come “proporzioni inimmaginabili”, con una carestia diffusa “davanti ai nostri occhi”, ha convissuto per mesi con la retorica della “guerra giusta” dello stato ebraico.

Ucraina – Città di Borodyanka – Maggio 2022

L’obiettivo di questo articolo non è stabilire chi abbia torto o ragione in ciascun conflitto, né ridurre l’uno o l’altro a un paradigma. È invece più umile e più scomodo: mostrare come la valutazione etica della violenza politica da parte dell’opinione pubblica mainstream (quella delle redazioni principali, dei palinsesti televisivi, dei dibattiti sui quotidiani di riferimento) sia stata storicamente selettiva, e come questa selettività non sia un’anomalia recente, ma la cifra strutturale di almeno sessant’anni di politica internazionale raccontata dall’Occidente.

Per “doppio standard” intendiamo la pratica di applicare principi morali dichiaratamente universali – il diritto internazionale, il divieto di aggressione, la protezione dei civili, il rispetto dei trattati – in modo diseguale, in funzione dell’identità dell’agente che li viola. Un doppio standard non è semplice ipocrisia individuale: è un meccanismo collettivo di produzione dell’attenzione, in cui chi decide cosa è uno scandalo e cosa è un incidente determina, di fatto, la gerarchia del dolore umano.

2. La mappa attuale delle asimmetrie.

Cominciamo dai due conflitti che strutturano il presente, perché offrono la fotografia più nitida del fenomeno.

Ucraina: l’aggressione impossibile da mitigare.

Il 24 febbraio 2022 la Russia di Vladimir Putin invade un Paese vicino sovrano, riconosciuto dall’ONU, violando gli articoli 2 e 51 della Carta delle Nazioni Unite. La condanna dell’opinione pubblica occidentale è stata immediata, quasi unanime, e il lessico è stato quello dei principi inderogabili: i confini non si cambiano con la forza, le popolazioni non si annettono, i referendum organizzati sotto occupazione militare non hanno validità. Nessun quotidiano di riferimento ha trattato l’invasione come un “conflitto dai risvolti complessi” in cui “entrambe le parti hanno le loro ragioni”. La rottura dei trattati di Minsk, la presenza di elementi di estrema destra nelle file ucraine (documentata, ma strumentalizzata da Mosca), i bombardamenti sul Donbass tra il 2014 e il 2022: tutti questi elementi, pur discussi, non hanno mai messo in discussione il quadro morale di fondo — l’aggressore e l’aggredito.

È stata, per dirla con un termine tecnico, un’applicazione corretta e rigorosa del diritto internazionale: la prima dopo molto tempo, alcuni direbbero.

Gaza: la complessità come tecnica di diluizione

Il 7 ottobre 2023 Hamas compie un massacro su scala coordinata: circa 1.200 civili israeliani uccisi, centinaia di ostaggi rapiti. La risposta israeliana, l’operazione “Spade di ferro” e poi la conquista terrestre della Striscia, ha prodotto nel primo anno di guerra un numero di vittime civili nell’ordine delle decine di migliaia. La copertura mediatica mainstream occidentale, soprattutto negli Stati Uniti e in parte dell’Europa, ha operato però un lavoro di inquadramento differente: mentre per l’Ucraina i civili erano “vittime”, per Gaza i civili erano “il prezzo di una guerra contro il terrorismo”, da contestualizzare con la “sicurezza di Israele”, con il “diritto alla difesa”, con la “complessità storica” del conflitto.

Le parole di ordinanza lo dimostrano. “Il diritto di Israele a difendersi” è stato pronunciato da ogni cancelleria occidentale nell’ottobre 2023; la formula equivalente per l’Ucraina non ha mai avuto bisogno di essere pronunciata, perché era implicita. Quando a marzo 2024 Human Rights Watch definiva l’assedio totale della Striscia, col taglio di elettricità, cibo, carburante, una “esortazione a commettere un crimine di guerra”, la maggior parte dei mainstream occidentali ha trattato la denuncia come opinione di parte, mentre le dichiarazioni analoghe sull’invasione russa venivano riportate come constatazione di fatto.

Il meccanismo si è ripetuto a ogni escalation: i raid su obiettivi civili russi hanno fatto notizia come crimini; i raid israeliani su campi profughi, scuole ospedali hanno fatto notizia come “operazioni” di cui “almeno una parte della responsabilità va ricercata in Hamas”. Quando nel giugno 2025 ventinove ministri degli esteri hanno firmato una dichiarazione affermando che la popolazione di Gaza “è brutalmente priva di protezione” e che “condanniamo la distribuzione a gocce degli aiuti e l’uccisione disumana di civili, compresi bambini, che cercano di soddisfare i loro bisogni più elementari di acqua e cibo”, i principali mezzi di informazione anglosassoni hanno dato alla notizia un peso notevolmente inferiore rispetto a dichiarazioni di analoga gravità riguardanti l’Ucraina.

La variabile alleanza.

Cosa distingue i due casi, dal punto di vista del mainstream occidentale? Non il numero delle vittime civili, che a Gaza è maggiore. Non la violazione del diritto internazionale, che in entrambi i casi è documentata (con sfumature diverse). La variabile decisiva è l’alleanza: Israele è un partner strategico degli Stati Uniti, la Russia è un avversario dichiarato. L’Ucraina riceve armi, soldi e copertura mediatica perché è percepita come vittima del nemico; Gaza riceve cautela, “equilibrio” e formulazioni ambigue perché l’aggressore è un alleato.

Questo è il primo doppio standard, e non è certo il primo della storia. Ma per capirne la radice dobbiamo risalire la corrente.

3. Il 1967 e l’invenzione della “guerra preventiva giustificata”

La guerra dei Sei Giorni, giugno 1967, è uno dei nodi fondamentali. Israele, attaccando preventivamente, o come si disse, anticipando militarmente una mobilitazione egiziana che appariva offensiva, annette in sei giorni la Cisgiordania, Gaza, il Golan e il Sinai. L’opinione pubblica occidentale dell’epoca celebra una vittoria quasi biblica: Davide contro Golia, la democrazia assediata che si difende. La parola “occupazione” impiega anni ad entrare nel vocabolario mainstream, e quando entra, entra con le virgolette.

Egitto 5 Giugno 1967:Aerei da guerra egiziani giacciono distrutti sulla pista dopo un attacco preventivo dell’Aeronautica israeliana, avvenuto il 5 giugno 1967 contro gli aeroporti egiziani all’inizio della Guerra dei sei giorni. (Photo by GPO via Getty Images)

Il paragone con le guerre contemporanee è istruttivo. Un attacco preventivo condotto da qualsiasi altro Paese — pensiamo al Giappone a Pearl Harbor, paradigma assoluto dell’aggressione ingiustificabile — è moralmente inaccettabile. Quando lo compie un alleato, diventa “preemption”, prevenzione, difesa anticipata. È la stessa logica che nel 2003 giustificherà l’invasione dell’Iraq, e che nel 2023-2024 giustificherà la distruzione di interi quartieri di Gaza in nome della lotta a Hamas.

Anche qui non si tratta di giudicare la specificità storica della minaccia percepita da Israele nel 1967. Si tratta di notare che l’etichetta morale applicata – aggressione o legittima difesa – dipende dalla posizione dell’agente nel sistema di alleanze occidentali, non da un criterio uniforme. Il principio della Carta dell’ONU, secondo cui la forza armata è lecita solo in caso di aggressione effettiva o di autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, viene applicato con “flessibilità interpretativa”.

Nello stesso anno, l’opinione pubblica americana si scopre mobilitata contro la guerra del Vietnam, ma con ritardo e selettività. Le vittime civili vietnamite (milioni di morti nel conflitto, centinaia di migliaia solo dal bombardamento) sono per anni un sottotitolo rispetto al trauma americano dei 58.000 soldati statunitensi caduti. Il massacro di Mỹ Lai (1968), in cui le truppe americane uccisero tra i 300 e i 500 civili in un solo villaggio, arriva ai giornali solo dopo più di un anno, grazie al lavoro di Seymour Hersh, e anche allora il dibattito pubblico si concentra più sulla copertura militare che sull’evento stesso. La domanda retorica che attraversa quegli anni — “che ci facciamo laggiù?” — è incentrata sui ragazzi americani, non sui vietnamiti. Il dolore degli alleati conta intero; il dolore degli altri conta come contesto.

4. Gli anni ’70: il colpo di stato amico e il genocidio lontano

Il 1973 vede in Cile un colpo di stato militare appoggiato dagli Stati Uniti contro il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Il regime di Pinochet inaugura una stagione di desaparecidos, tortura, uccisioni sistematiche: oltre 3.000 morti e sparizioni certificate, decine di migliaia di torturati. L’opinione pubblica mainstream americana e europea, all’epoca, registra l’evento con preoccupazione ma senza la mobilitazione morale che avrebbe accompagnato un colpo di stato comunista. Henry Kissinger, artefice della politica di sostegno al golpismo latinoamericano, riceverà anni dopo il Nobel per la pace (1973, per il Vietnam) mentre i documenti che inchiodano la CIA al sostegno del golpe cileno verranno resi pubblici solo a decenni di distanza.

Santiago del Cile- -Il palazzo della Moneda Bombardato dall’esercito golpista di Pinochet

Ancora: nel dicembre 1975, l’Indonesia di Suharto — alleata degli Stati Uniti — invade il Timor Est, all’epoca colonia portoghese che aveva appena proclamato l’indipendenza, e ne compie un’occupazione che nei ventiquattro anni successivi costerà tra i 100.000 e i 200.000 morti, su una popolazione di circa 800.000 persone: proporzioni genocidarie. La copertura mediatica occidentale è quasi nulla. Il presidente Ford e Kissinger visitano Giacarta due giorni prima dell’invasione e, secondo i documenti desegretati, danno luce verde. Nessun embargo, nessuna risoluzione vincolante, nessuna campagna di solidarietà comparabile a quelle per i dissidenti dell’Europa orientale. Quando nel 1999 — ventiquattro anni dopo — l’intervento internazionale finalmente arriva, lo fa per ragioni di stabilità regionale post-Cold War, e viene raccontato come fine di una “anomalia”, non come conseguenza di mezzo secolo di complicità.

Timor Est – Esercito Indonesiano aggredisce il territorio di Timor est.

Il Vietnam, al contrario, occupa la scena perché coinvolge truppe occidentali. Ma anche qui il doppio standard è evidente: il bombardamento segreto della Cambogia (1969-1973), che miete tra i 50.000 e i 150.000 morti civili, passa pressoché inosservato finché non viene svelato; e la strage perpetrata dai Khmer Rossi che ne segue – uno dei genocidi più estesi del secolo – riceve attenzione in Occidente solo retrospettivamente, quando serve a giustificare l’intervento vietnamita in Cambogia del 1978, a sua volta condannato dall’ONU con un’ambiguità che rasenta il teatro dell’assurdo: i Khmer Rossi mantengono per anni, dopo il genocidio, il seggio all’Assemblea Generale con il voto favorevole degli Stati Uniti, che preferiscono il regime genocida al governo filovietnamita.

Viet Nam – Bambini scappano dalle bombe al napalm

La lezione di questi anni è chiara: le vittime di un alleato — o di un’azione di un alleato — hanno bisogno di numeri molto più grandi, o di un tempo molto più lungo, per diventare oggetto di scandalo morale.

5. Gli anni ’80: la fabbrica dei nemici.

Il decennio in cui la Guerra Fredda rientra definitivamente nel vocabolario comune è anche il decennio in cui la fabbricazione dei doppi standard raggiunge il suo apice industriale.

L’Iraq di Saddam: nemico un giorno, alleato il giorno prima

Saddam Hussein invade l’Iran nel settembre 1980, iniziando una guerra di otto anni che costerà tra i 500.000 e il milione di morti. Gli Stati Uniti, temendo l’espansione khomeinista, appoggiano — armi, intelligence, assistenza finanziaria — il regime baathista iracheno, che nel 1988 commette il genocidio dell’Anfal contro i curdi, culminato nell’attacco con i gas di Halabja, con migliaia di vittime civili. L’opinione pubblica occidentale di allora registra l’evento con indignazione contenuta e nessuna conseguenza per Baghdad. La storia americana dell’Iraq insegna perfettamente la flessibilità dell’etichetta morale: Saddam è un alleato fino al 1990, quando invade il Kuwait e diventa il “nuovo Hitler” in poche settimane; poi è di nuovo “contenuto” attraverso sanzioni per dodici anni; poi è di nuovo il “nuovo Hitler” nel 2003; poi, dopo la caduta, il dibattito si sposta sul costo della guerra per gli americani. La scala di giudizio non è mai stata applicata allo stesso modo a due fasi consecutive dello stesso regime.

L’Afghanistan: la resistenza giusta, i risultati scomodi.

Nel dicembre 1979 l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan. L’Occidente appoggia i mujaheddin, i “combattenti per la libertà” celebrati addirittura alla Casa Bianca — come nel famoso caso di Reagan che riceve i combattenti afghani come eroi della libertà. La valutazione etica dell’epoca è unanime: un popolo che resiste a un’invasione imperialista. Giusto. Ma quella stessa guerra, quella stessa resistenza, genera i talebani, Al Qaeda e l’11 settembre. Il rovescio del doppio standard non è solo morale, è strategico: il nemico di oggi è costruito con gli strumenti dell’etica di ieri.

L’Irangate: quando le regole valgono per tutti, tranne…

Nel 1986 si scopre che l’amministrazione Reagan ha venduto segretamente armi all’Iran – ufficialmente nemico dichiarato, designato sponsor del terrorismo – per finanziare illegalmente i Contras nicaraguensi, che commettono sistematicamente violazioni dei diritti umani contro il governo sandinista. Lo scandalo Irangate produce inchieste, ma nessuna valutazione morale paragonabile a quella riservata alle manovre sovietiche equivalenti. I Contras restano per anni “resistenza democratica” nella retorica mainstream americana, nonostante le relazioni della CIA stessa che documentano le esecuzioni sommarie.

6. Il 1991: la prima guerra giusta della televisione

La Prima guerra del Golfo è l’evento che segna la maturità dell’etica televisiva della guerra. L’invasione irachena del Kuwait è un’aggressione indiscutibile, la coalizione internazionale ha mandato ONU, e la campagna di bombardamenti su Baghdad — una delle più intense della storia fino ad allora — viene trasmessa in diretta mondiale come spettacolo quasi puro: immagini notturne di intercettazioni missilistiche, statistiche di “precisione chirurgica”. Le vittime civili irachene (stime tra i 3.000 e i 13.000 morti nei bombardamenti) sono una nota tecnica; la strage di soldati iracheni in ritirata sulla “via della morte” non fa scalpore.

Ma è l’embargo che segue, durato fino all’invasione del 2003, il vero caso di studio. Le sanzioni economiche contro l’Iraq — mantenute dal Consiglio di Sicurezza sotto pressione americana e britannica — hanno, secondo stime ONU, causato nel corso degli anni Novanta oltre mezzo milione di morti tra i bambini iracheni, a causa della mancanza di medicine e cibo. Nel 1996 la conduttrice Lesley Stahl chiede all’ambasciatrice Madeleine Albright se il prezzo “valga la pena”; la risposta — “il prezzo, secondo noi, vale la pena” — diventa celebre, ma non genera la mobilitazione morale che qualsiasi cifra simile legata a un avversario avrebbe generato. L’embargo è una forma di violenza indiretta, e la violenza indiretta degli alleati è il tipo di violenza che l’opinione pubblica fatica di più a vedere. Quando nel 2003 si invade per “liberare” l’Iraq dall’uomo che si è contribuito a sostenere, l’arco narrativo è completo: dittatore alleato, dittatore nemico, popolazione sanzionata, popolazione “liberata” — quattro fasi, quattro regimi morali.

7. Il 1999: la guerra umanitaria senza mandato

Il bombardamento della Jugoslavia di Slobodan Milošević nella primavera del 1999, condotto dalla NATO senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, è il caso più interessante perché rovescia la polarità abituale. Qui l’Occidente viola esplicitamente il diritto internazionale (l’articolo 53 della Carta vieta l’uso della forza senza mandato ONU) in nome di un diritto superiore, l’intervento umanitario. La retorica del “coraggio morale”  degli interventisti contro il “realismo politico” di chi non ignora i veti al Consiglio di sicurezza dell’ONU  domina il discorso pubblico.

E la cosa più significativa: funziona. L’opinione pubblica occidentale accetta, quasi gioisce. Perché per la prima volta il doppio standard si svela come tale: la legge vale tranne quando la violiamo noi per un bene più alto. Il problema, come avrebbero dimostrato gli anni successivi, è che questa eccezione — l'”interventismo umanitario” — è estremamente selettiva nel suo applicarsi. Non ci sono stati bombardamenti “umanitari” per il Darfur (dal 2003, oltre 300.000 morti), per il Congo (milioni di morti tra il 1998 e il 2003, il conflitto più letale dal 1945, quasi invisibile nei palinsesti), per lo Yemen (dove la coalizione saudita, armata da Stati Uniti e Regno Unito, ha prodotto una delle crisi umanitarie più gravi del secolo tra il 2015 e il 2022, con oltre 150.000 morti dirette e indirette). Il principio dell’intervento umanitario, a ben vedere, non è mai stato un principio: è stato un’etichetta applicabile solo dove l’intervento era geopoliticamente conveniente. La selettività non è un difetto del principio: è il principio.

8. L’11 settembre e l’età della sospensione permanente

Gli attacchi del 2001 producono la più riuscita sospensione del giudizio etico collettivo della storia recente. La “war on terror” introduce una categoria etica nuova: la sospensione. Le regole del diritto internazionale — trattamento dei prigionieri, divieto di tortura, diritto di guerra — vengono dichiarate formalmente in vigore e sospese di fatto. Le prigioni segrete della CIA, il programma di “rendition”, Guantanamo, la tortura sistematica documentata nei rapporti del Senato americano (pubblicati solo nel 2014), la guerra dell’Afghanistan con i suoi matrimoni bombardati e le sue incursioni notturne: tutto questo convive per anni con l’autopercezione occidentale di custode universale dei valori.

L’invasione dell’Iraq del 2003, costruita su intelligence falsificata sulle armi di distruzione di massa, è la violazione più grave del divieto di aggressione dalla fondazione dell’ONU — lo stesso divieto che nel 2022 verrà invocato contro la Russia con perfetta legittimità. Eppure il dibattito pubblico mainstream dell’epoca si divide tra sostenitori e contrari, con i primi che parlano di “liberazione” e i secondi di “errore strategico”. Notiamo la differenza semantica: per l’Iraq l’invasione sbagliata è un errore; per l’Ucraina l’invasione russa è un crimine. L’errore appartiene a chi ha buone intenzioni; il crimine appartiene al nemico. Lo stesso principio — la legittimità del ricorso alla forza — valutato secondo l’intenzione attribuita all’agente, non secondo l’effetto sulle vittime.

Gli effetti sui civili iracheni — centinaia di migliaia di morti secondo le stime più serie, 4 milioni di sfollati, la nascita di Daesh — sono stati per anni contabilizzati come conseguenza collaterale di un progetto nobile fallito. Nessuna commissione d’inchiesta internazionale, nessun tribunale, nessuna sanzione contro i responsabili. Tony Blair riceve la Legion d’Onore. La legge si applica ai perdenti e ai nemici.

9. Le meccaniche del doppio standard.

A questo punto conviene chiedersi come funziona il meccanismo, perché non è solo cinismo governativo: è un processo collettivo, mediatico e psicologico, che ha almeno cinque ingranaggi.

Il primo è la geografia della vicinanza. La sofferenza dei vicini culturali — europei, israeliani, americani — viene percepita come dolorosa, quella dei lontani come informativa. Il giornalista si pone la domanda “che senso ha?” di fronte a un bambino ucraino; di fronte a un bambino sudanese si pone la domanda “che sta succedendo?”. La prima domanda genera indignazione, la seconda curiosità.

Il secondo è la teoria del sospetto. Quando un nemico uccide civili, l’evento conferma la sua natura criminale: è prova. Quando un alleato uccide civili, l’evento richiede indagine: potrebbe essere errore, provocazione, falsificazione, effetto delle tattiche nemiche. La falsificazione dei casi di violenza — reale o presunta — diventa lo strumento retorico standard per screditare in anticipo ogni futura denuncia: una tecnica che oggi chiunque riconosce nella propaganda russa su Bucha, ma che è stata applicata identica, per decenni, dagli alleati.

Il terzo è la rilevanza strategica. Gli eventi legati agli interessi dell’osservatore diventano “storici”; gli altri diventano “umanitari”. La guerra in Ucraina è una crisi geopolitica – l’ordine internazionale, la NATO, l’energia – e la dimensione umanitaria ne consegue; la guerra in Yemen era una crisi umanitaria -la dimensione strategica, quella degli armamenti occidentali, ne era la parte nascosta.

Il quarto è la cronologia morbida. I conflitti degli alleati hanno una storia che inizia quando l’alleato subisce il primo attacco; i conflitti dei nemici hanno una storia che inizia quando il nemico compie la prima aggressione. Gaza nel 2023 “inizia” il 7 ottobre per il mainstream occidentale; il blocco dal 2007, le operazioni del 2008, 2012, 2014, 2021, gli insediamenti in Cisgiordania sono “contesto”. L’Ucraina, per la stessa logica ma con polarità opposta, “inizia” il 24 febbraio 2022 per l’Occidente e il 2014 (o il 1991, o il 2008, o il 2014) per la Russia. Chi controlla l’inizio della storia controlla la colpa.

Il quinto è il diritto penale asimmetrico. I tribunali internazionali esercitano la giurisdizione sui nemici sconfitti e raramente sugli alleati vincenti. La Corte Penale Internazionale emette mandati di arresto per Putin e per i vertici di Hamas, e discute (con ritardo e dibattito infuocato) quelli per Netanyahu; non ha mai indagato sulla coalizione saudita nello Yemen né, ovviamente, su Bush e Blair. La giustizia internazionale esiste ed è preziosa, ma il suo esercizio pratico conferma la gerarchia: i mandati vanno dove non ci sono alleati da proteggere.

10. La radice: l’impero del bene

Tutto questo, naturalmente, non nasce con la Guerra Fredda né muore con essa. Nasce con una costruzione identitaria più profonda: l’Occidente come depositario universale dei valori. Da questa autopercezione derivano due conseguenze simmetriche. La prima: le violazioni occidentali (o dei suoi alleati) sono deviazioni da un principio che resta valido, e quindi perdonabili come errori. La seconda: le violazioni degli avversari sono manifestazioni di un principio opposto, e quindi conferme di una natura essenziale. L’alleato ha una morale che a volte fallisce; il nemico è il male che a volte traveste. Non è un caso che nel discorso pubblico occidentale la colpa dell’alleato sia sistematicamente descritta con sostantivi astratti — “fallimento”, “errore”, “eccesso”, “complessità” — mentre la colpa del nemico sia descritta con sostantivi esistenziali: “aggressione”, “barbarie”, “totalitarismo”, “terrorismo”.

Edward Said, parlando del caso mediorientale, chiamava questo meccanismo “orientalismo”: la capacità di rappresentare l’altro come oggetto di studio e di intervento piuttosto che come soggetto morale. Il fratello minore dell’orientalismo è l'”esenzionalismo dell’alleato”: la capacità di rappresentare l’alleato come soggetto morale complesso, con le sue paure, le sue ragioni storiche, i suoi traumi — capacità che, attribuita a un nemico, si chiama “capitolo e versamento”, “propaganda”, “whataboutism”.

Ed è qui che si situa il confine più delicato dell’analisi: denunciare i doppi standard non significa negare che esistano aggressioni, crimini, responsabilità oggettive. L’invasione russa dell’Ucraina resta un’aggressione anche se l’Iraq fu invaso nel 2003; il massacro del 7 ottobre resta un massacro anche se Gaza è occupata; i crimini di Hamas restano crimini anche se Israele ha violato il diritto internazionale per anni. Il doppio standard non cancella i fatti: cancella la coerenza del metro di giudizio. E chi si lamenta del whataboutism dovrebbe considerare che il whataboutism è il sintomo di un’ipocrisia preesistente, non una malattia indipendente: le accuse speculari funzionano solo perché l’accusatore ha una storia consultabile.

11. Cosa resta, a settembre 2026

Guardando al presente da questa prospettiva, alcuni segni sono ambivalenti. Da un lato, la sensibilità è aumentata: la copertura della guerra a Gaza, per quanto dibattuta, è stata più approfondita di quella di qualsiasi guerra mediorientale precedente; i dibattiti universitari americani, le inchieste giornalistiche (dal New York Times ai siti di open source investigation), la pressione delle organizzazioni umanitarie hanno reso più difficile l’esenzione totale di Israele dal giudizio morale. Le dichiarazioni dei governi (come quella dei ventinove ministri del luglio 2025 che hanno definito “inaccettabili” le violenze dei coloni in Cisgiordania e le sofferenze dei civili a Gaza) hanno costretto a un grado di critica superiore rispetto al passato.

Dall’altro, la struttura non è cambiata. La trattazione del conflitto ucraino resta asimmetrica nella direzione opposta — le vittime civili russe dei bombardamenti ucraini sul territorio della Federazione, i crimini documentati delle forze ucraine, il silenzio sul costo umano ucraino quando risulta imbarazzante — così come la copertura di Gaza resta difforme tra paesi e testate, con l’apparato diplomatico occidentale ancora incapace di tradurre le proprie condanne in strumenti vincolanti. E nel Mediterraneo, nel Sahel, nel Myanmar, nei conflitti che non coinvolgono direttamente gli interessi occidentali, l’attenzione rimane inversamente proporzionale alla distanza culturale.

Il rischio più serio non è nemmeno l’ipocrisia in sé — le ipocrisie si smontano — ma il suo effetto corrosivo a lungo termine sul diritto internazionale. Se il divieto di aggressione vale pienamente contro la Russia e parzialmente per Israele, se le sanzioni colpiscono Mosca e non Riad, se i mandati di cattura arrivano per Putin ma non per chi ha bombardato lo Yemen, il diritto internazionale smette di essere un linguaggio universale e diventa un dialetto della potenza. E quando il dialetto smette di essere credibile, resta solo la potenza: che è precisamente la giustificazione che usano Putin, Netanyahu, Trump e chiunque altro voglia farsi giustizia da sé.

La via d’uscita non è un moralismo illusorio che pretenderebbe valutazioni identiche per situazioni diverse — le situazioni sono diverse, e rifiutare di vederlo è la forma peggiore di relativismo. È piuttosto un impegno più modesto e più faticoso: applicare il proprio metro anche quando fa male, ossia anche agli alleati; sospendere il beneficio del dubbio anche quando il sospetto riguarda noi; e riconoscere che la coerenza etica non è un lusso per filosofi, ma l’unica valuta in cui il diritto internazionale può continuare a essere scritto.

Sessanta anni di storia ci insegnano che l’opinione pubblica è capace di indignazione autentica e di mobilitazione reale. La domanda — la stessa dal 1967 — è solo si chi decide di svegliarla?


Bibliografia

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Sitografia


Sionismo cristiano e Antisionismo ebraico.

Il sionismo è il movimento politico e l’ideologia volti alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina — il nome deriva da Sion, collina di Gerusalemme. Si sviluppò alla fine del XIX secolo, sull’onda dell’inasprirsi dell’antisemitismo in Europa orientale e della crisi seguita all’affare Dreyfus, avanzando le proprie rivendicazioni al Congresso di Basilea del 1897, organizzato da Theodor #Herzl.

Il sionismo sorse come ideologia di una parte minoritaria del mondo ebraico, prevalentemente laica e areligiosa, che auspicava la formazione di uno Stato nazionale degli ebrei come soluzione al permanere dell’antisemitismo. I suoi presupposti fondamentali si basano sull’idea che l’ebraismo non rappresenti una sola religione, ma un popolo dai confini ben definiti e distinto dagli altri, che si sarebbe formato secondo quanto narrato dalla Bibbia e che avrebbe vissuto in diaspora nutrendosi del desiderio di tornare nella “terra d’Israele” — non come riferimento spirituale ma come luogo concreto nel quale costituire uno Stato.
Le due dimensioni del sionismo — quella difensiva e quella costruttiva — hanno agito simultaneamente e in modo intrecciato. Da un lato, l’antisemitismo europeo, culminato nei pogrom dell’Europa orientale, rappresentò un potente fattore di spinta. Dall’altro, il legame con la Terra d’Israele precede di secoli la modernità politica ed è parte integrante della tradizione culturale e simbolica ebraica.

Il Sionismo è diviso in diverse correnti.

Il sionismo non è un’ideologia monolitica. Le correnti storicamente dominanti comprendono il sionismo liberale, quello laburista, quello revisionista e quello culturale. Gruppi come Brit Shalom e Ihud hanno costituito fazioni dissenzienti all’interno del movimento.

Il sionismo laburista è stato per decenni la corrente egemone in Israele. La corrente principale del sionismo, nella formazione dell’Ischuv e poi nei primi vent’anni dello Stato d’Israele, era fondamentalmente laica, ma ha sempre ambiguamente utilizzato le motivazioni religiose per legittimare il diritto degli ebrei a insediarsi in Palestina. Il laburismo, forza politica dominante fino alla metà degli anni Settanta, si rifaceva a una visione universalistica tipica del movimento operaio, ma si ancorava contemporaneamente a una concezione etnocentrica dello Stato.

Il sionismo revisionista, fondato da Vladimir Jabotinsky negli anni Venti, rappresenta la matrice ideologica della destra israeliana moderna. Con la vittoria elettorale del Likud nel 1977 è iniziato un lungo processo di trasformazione degli equilibri politici e del clima ideologico dominante. La crisi del sionismo laburista e di sinistra ha aperto uno spazio per ciò che può essere definito “post-sionismo”.

Il sionismo religioso ha prodotto, nella sua versione più recente, una componente di estrema destra. Il Partito Sionista Religioso (HaTzionut HaDatit), conosciuto fino al 2020 come Tkuma, è un partito politico israeliano di estrema destra fondato nel 1998, che si è poi alleato con formazioni ancora più radicali come Otzma Yehudit. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich — ministri nell’attuale governo Netanyahu — ne sono oggi le figure più rappresentative.

L’antisionismo ebraico. E però non bisogna dimenticare che esistono correnti ebraiche radicalmente opposte al sionismo politico. Per gli ebrei ortodossi più radicali del gruppo Neturei Karta, lo Stato di Israele non ha alcuna legittimità spirituale, poiché secondo la Torah il ritorno nella Terra Promessa può essere operato soltanto dal Messia, non dalla forza militare umana.

Ed esiste anche un sionismo cristiano.

Il sionismo cristiano nasce nell’ambito delle chiese evangeliche, fenomeno globale oggi fortemente sottovalutato da analisti e opinione pubblica. I suoi aderenti sono valutati a livello mondiale in circa 660 milioni, in costante crescita.

I primi esordi del sionismo cristiano vanno cercati nell’Inghilterra della chiesa anglicana di metà Ottocento, con speculazioni “messianiche” sulla “terza Gerusalemme”. Questo retroterra spiega, almeno in parte, il sostegno della Gran Bretagna al progetto sionista, culminato nella Dichiarazione Balfour del 1917.

La colonizzazione del Nuovo Mondo da parte di dissidenti religiosi — calvinisti, Padri Pellegrini, Quaccheri, anabattisti Amish — li portava a identificarsi come i “nuovi israeliti” in un nuovo Esodo verso la Terra Promessa. L’idea di essere il “popolo eletto” e di sentirsi i nuovi ebrei fu il seme di una cultura religiosa che negli Stati Uniti avrebbe mantenuto vive quelle caratteristiche “messianiche”.

La teologia di riferimento è la cosiddetta #dispensazionalismopremillenarista: l’idea di partenza nasce da una lettura letterale di alcuni passi della Bibbia che alludono a un ritorno in massa degli ebrei nella terra promessa. Questa idea viene associata a quella del prossimo ritorno di Cristo nel mondo: non per morire in croce, ma per governare il mondo per i prossimi mille anni, condannando i rei e beatificando i giusti. In questa prospettiva, agli Ebrei tornati in Israele viene offerta una seconda chance: potranno accogliere il Messia ritornato salvandosi, o saranno altrimenti dannati per sempre.

Il sostegno a Israele, in questa visione, non è un atto politico ma un imperativo teologico — e questo lo rende strutturalmente impermeabile a qualsiasi critica basata sul diritto internazionale.

Il sionismo cristiano negli Stati Uniti: ha un’enorme influenza politica.

Negli USA gli evangelici sono stimati tra i 60 e gli 80 milioni di fedeli, pari ad almeno il 25% dei cittadini aventi diritto al voto, di provata fedeltà repubblicana. I sionisti cristiani in senso stretto sono valutati tra i 20 e i 40 milioni di individui.

Già nel 2017 un sondaggio LifeWay rilevava che l’80% degli evangelici americani credeva che la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 fosse il compimento di una profezia biblica destinata a preparare il ritorno di Cristo sulla Terra.

L’organizzazione più potente di questo blocco è la Christians United for Israel (CUFI). Fondata nel 2006 dal pastore John Hagee, a differenza di altre lobby pro-Israele come l’AIPAC — che operano con un approccio pragmatico incentrato su sicurezza e interessi strategici — CUFI si approccia alla questione con un’impronta più teologica. Opera su due fronti: lobbying diretto a Capitol Hill e mobilitazione di massa attraverso campagne coordinate di email, telefonate e lettere. L’annuale convegno di Washington attira migliaia di attivisti, trasformandosi in una dimostrazione di forza e in un’opportunità per indirizzare l’azione dei politici.

Il blocco elettorale degli evangelici è un pilastro fondamentale per il Partito Repubblicano. Per molti candidati, il sostegno incondizionato a Israele è diventato un vero e proprio test di fedeltà, indispensabile per ottenere appoggio anche finanziario. Diventa così estremamente difficile per qualsiasi politico americano prendere le distanze dalle politiche israeliane, anche quando siano strategicamente controproducenti per gli interessi degli Stati Uniti o per le prospettive di pace nella regione.

La simbiosi tra sionismo cristiano e destra americana trova la sua incarnazione più eloquente nell’amministrazione Trump. Lo stesso Trump, in un comizio in Wisconsin nell’agosto 2020, aveva dichiarato che la decisione di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme — riconoscendo la città come capitale di Israele — aveva entusiasmato più gli evangelici statunitensi che gli israeliani stessi.

La figura di Mike Huckabee cristallizza questa deriva in modo clamoroso: pastore battista, sionista cristiano dichiarato, nominato da Trump nel 2025 ambasciatore degli Stati Uniti in Israele. In un’intervista del 2017 aveva dichiarato: “Non esiste nulla chiamato West Bank. È la Giudea e la Samaria. Non esistono gli insediamenti. Sono comunità, quartieri, città. Non esiste l’occupazione”.

Il rapporto con lo Stato di Israele

Questo asse non è privo di ambiguità profonde. Il premier Netanyahu, in un discorso del 2023 davanti a quattrocento leader evangelici, aveva detto loro che erano “i migliori amici che lo Stato ebraico abbia mai avuto”, aggiungendo che senza di loro Israele non esisterebbe. All’epoca di Menachem Begin, negli anni Settanta e Ottanta, il Ministero degli Esteri israeliano aveva identificato gli evangelici come una forza elettorale vitale nella politica americana, trasformando i sionisti cristiani in un elemento chiave della diplomazia di Israele verso Washington.

Eppure il paradosso è strutturale: il 68% degli ebrei americani esprime un giudizio negativo sulla leadership di Netanyahu. Un’associazione di quattordici organizzazioni ebraiche americane ha ufficialmente espresso disapprovazione per la “Legge sullo Stato Nazionale Ebraico” voluta da Netanyahu.

Il sostegno incondizionato degli Stati Uniti si sta rivelando problematico anche per Israele stesso: riducendo le pressioni esterne a moderare le politiche più controverse, ha favorito l’adozione di posture che, nel medio-lungo termine, ne minano sicurezza e legittimità internazionale.

Il sionismo cristiano in Europa

In Europa il sionismo cristiano ha un peso molto minore rispetto agli Stati Uniti, ma non è assente. Le chiese evangelicali e pentecostali britanniche, olandesi e tedesche mantengono reti di solidarietà con Israele. In Gran Bretagna operano organizzazioni come la Christian Friends of Israel e la Churches’ Ministry Among Jewish People, che combinano attività missionarie con sostegno politico allo Stato ebraico.

A livello parlamentare europeo esiste il Christians’ Caucus all’interno dell’Intergruppo parlamentare per la pace israelo-palestinese, mentre il European Coalition for Israel — con sede a Bruxelles — tenta di influenzare le posizioni dell’UE mantenendo vivo un canale tra le chiese evangeliche del continente e il governo israeliano.

La differenza strutturale rispetto agli USA è che in Europa il protestantesimo evangelico non raggiunge la massa critica sufficiente per condizionare la politica estera dei grandi paesi; pesa di più, invece, una solidarietà laica con Israele che affonda le radici nella memoria dell’Olocausto e nell’equazione — politicamente costruita — tra critica al sionismo e antisemitismo.

Il caso italiano

In Italia il sionismo cristiano in senso teologico è una corrente marginale: la cultura religiosa dominante è cattolica, e la Chiesa di Roma ha mantenuto verso Israele un rapporto ambivalente, tra dialogo interreligioso e difesa dei diritti dei palestinesi cristiani. Non esistono, nel panorama italiano, organizzazioni evangeliche di massa paragonabili alla CUFI americana.

Il sostegno a Israele in Italia si articola piuttosto su un asse politico-culturale laico. Esistono reti associative come l’UDAI (Unione di Associazioni Pro Israele), cui aderisce ad esempio l’Associazione Milanese Pro Israele, costituita su iniziativa di cittadini di ogni orientamento politico, religioso e culturale.

Sul versante parlamentare, il Transatlantic Friends of Israel è la rete di parlamentari europei e italiani che si coordina in difesa delle posizioni israeliane. Tra i suoi membri in Italia figurano deputati di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega.

Nel 2025 i partiti di governo hanno ritenuto di procedere a inserire nell’ordinamento italiano una codificazione dell’antisemitismo connessa alla definizione approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), la cui adozione è controversa perché alcune delle sue esemplificazioni includono critiche alle politiche dello Stato di Israele.
Questo tentativo legislativo — promosso dalla Lega con la prima firma Molinari — è esplicitamente osteggiato da parte della sinistra e da giuristi che vi leggono un tentativo di criminalizzare il dissenso politico sulla questione palestinese.

Il paradosso italiano è che dietro il nobile proposito di tutelare i circa 30.000 ebrei italiani — di cui buona parte, a giudicare dalle elezioni nelle comunità territoriali, non si riconosce nel sionismo reale di Smotrich e Ben-Gvir — si cela un intento repressivo per imporre il sostegno alla politica del governo israeliano e l’ostracismo alla solidarietà con il popolo palestinese.

In conclusione possiamo dire che il sionismo non è un’entità monolitica né univoca. Nasce come risposta moderna alla persecuzione, si pluralizza in correnti laiche, religiose, revisioniste e socialiste, e produce — nel tempo — uno Stato che ne incarna le contraddizioni più acute: tra democrazia dichiarata e apartheid de facto, tra diritto all’autodifesa e occupazione militare permanente.

Il sionismo cristiano è il suo moltiplicatore politico più potente nel mondo contemporaneo — non per forza numerica degli ebrei, ma per la massa evangelica americana che lo sostiene per ragioni escatologiche proprie, indipendenti e spesso ignare degli interessi reali della diaspora ebraica stessa. È un’alleanza cinica e teologicamente fondata insieme: utile a Israele per il sostegno militare e diplomatico, utile alla destra americana per mobilitare la base, e potenzialmente disastrosa per entrambi nel lungo periodo, nella misura in cui rende impossibile qualsiasi negoziato credibile.

In Italia e in Europa la questione ha un profilo diverso: meno religioso, più politico e culturale. Ma la tendenza a equiparare antisionismo e antisemitismo — costruita con strumenti legislativi e definizioni internazionali — rischia di produrre gli stessi effetti distorsivi sul dibattito pubblico: marginalizzare il dissenso legittimo, coprire le responsabilità di un governo specifico (quello Netanyahu) con la tutela di un popolo intero, e rendere indicibile ciò che dovrebbe essere al centro di qualsiasi analisi politica seria.

UE e i Libri di Testo Palestinesi: Diritto o Censura?

L’Unione Europea ha il sacrosanto diritto (e anche il dovere) di garantire che i propri fondi non sostengano l’incitamento all’odio o alla violenza. Le risoluzioni del Parlamento Europeo che, per il sesto anno consecutivo, condizionano gli aiuti all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) alla rimozione di contenuti antisemiti e violenza dai libri di testo si basano su un principio condivisibile. Tuttavia, un’analisi approfondita della documentazione disponibile rivela che questa condizionalità rischia di travalicare il confine tra la legittima pretesa di rimozione dell’incitamento alla violenza e la improponibile spinta alla soppressione del legittimo sentimento nazionale e della memoria storica di un popolo sotto occupazione.
L’UE ha subordinato i suoi ingenti aiuti finanziari – si parla di oltre 380 milioni di euro dal luglio 2024 – a riforme concrete del curriculum scolastico palestinese. La “Lettera di Intenti” firmata dall’ANP nel luglio 2024 rappresenta un impegno formale ad allineare i testi agli standard UNESCO di pace e tolleranza, con scadenze precise (classi 1-4 entro settembre 2025) . La Commissione Europea ha ribadito che i fondi sono “condizionati” al raggiungimento di questi obiettivi, e il Parlamento ha più volte minacciato il congelamento in assenza di progressi verificabili .
Il problema sorge quando si esamina la natura delle modifiche richieste e il contesto in cui si inseriscono.
Secondo rapporti e analisi indipendenti, le pressioni europee vanno ben oltre la rimozione di espliciti incitamenti alla violenza. Come evidenziato da fonti giornalistiche e accademiche , la campagna contro i libri di testo palestinesi rischia di diventare uno strumento per “cancellare l’identità palestinese” e “silenziare la narrativa nazionale”.

E qui si ritrova il confine labile che la politica europea dovrebbe riesaminare, se è vero che , come riportato da alcune fonti, tra le modifiche richieste vi sarebbero la cancellazione o l’attenuazione di riferimenti fondamentali alla memoria collettiva palestinese, come la Nakba (l’esodo del 1948), o la sostituzione di termini come “sfollamento forzato” con “migrazione”. Richieste di questo tipo non sarebbero atti di promozione della pace, ma costituirebbero un tentativo di riscrittura della storia che favorisce la narrativa del vincitore. Un conto è rimuovere un esercizio di matematica che conta i “martiri”, un altro è cancellare la lezione che spiega perché un popolo è diventato rifugiato.

Un altro punto critico riguarda la rimozione del termine “sionismo” e della critica al progetto sionista come ideologia politica. Se è giusto condannare rappresentazioni antisemite che dipingono “gli Ebrei” come cospiratori, è capzioso equiparare la critica al sionismo – una dottrina politica – all’antisemitismo. Impedire a un popolo di comprendere e analizzare criticamente l’ideologia che ha portato alla sua spoliazione significa negargli gli strumenti intellettuali per comprendere il conflitto e lo coinvolge e la mancata comprensione non porta al superamento delle crisi, ma a reazioni irrazionali, magari violente.

E infine l’enfasi su “convivenza” e “amicizia”, senza alcun riferimento al contesto di occupazione militare, apartheid e violenza strutturale in cui i palestinesi vivono quotidianamente, produce un’educazione schizoide. Come osserva un’analisi, i bambini palestinesi “non possono dimenticare la loro narrativa storica perché ne sperimentano le conseguenze ogni giorno” . Insegnare pace in una gabbia, ignorando le sbarre, non è educazione alla pace, è ipocrisia.

Ciò viene evidenziato drammaticamente dalla palese asimmetria dell’impostazione europea. L’UE non ha mai criticato i libri di testo israeliani e il loro ruolo nel perpetuare il conflitto. Studi di autori israeliani critici, come Nurit Peled-Elhanan, hanno dimostrato che i libri di testo israeliani veicolano un’immagine “disumanizzante” dei palestinesi, legittimando le politiche dei governi.

Come riportato da alcuni commentatori, l’UE non ha chiesto un rapporto su come le scuole israeliane descrivono la Nakba (come “Guerra d’Indipendenza”) o se menzionano l’occupazione dei territori palestinesi. Questo squilibrio può trasformare la condizionalità da strumento di pace a strumento politico che favorisce una delle parti in conflitto, imponendo di fatto una narrazione a scapito dell’altra.

È legittimo e doveroso che l’UE condanni e pretenda la rimozione di contenuti antisemiti e di chiara esaltazione della violenza, come quelli documentati da vari rapporti .
Vale la pena chiedersi su quali basi si fondino queste pressioni europee. La fonte primaria e più influente è IMPACT-se (Institute for Monitoring Peace and Cultural Tolerance in School Education), un’organizzazione israeliana di advocacy che pubblica dal 2000 rapporti sistematicamente critici sui libri di testo palestinesi, e che ha avuto un ruolo determinante nel convincere il Parlamento Europeo a condizionare i fondi. Non si tratta di un ente di ricerca neutrale: il professor Nathan Brown della George Washington University l’ha definita “la lobby dell’incitamento”, accusandola di selezionare i contenuti ignorando le prove contrarie. L’UE stessa, significativamente, ha ritenuto necessario commissionare una verifica indipendente al Georg Eckert Institute tedesco, il cui rapporto — pur riconoscendo alcune criticità — ha concluso che i libri palestinesi “riflettono un ambiente saturo di occupazione, conflitto e violenza in corso”, restituendo un quadro assai più sfumato di quello dipinto da IMPACT-se, e sulla base del quale i fondi congelati furono poi ripristinati. Esempi di glorificazione di attacchi terroristici o di rappresentazioni antisemite non possono trovare spazio in nessun sistema educativo che voglia definirsi civile.
Tuttavia, la condanna la violenza e l’odio razziale.non devono arrivare alla conculcazione del diritto di un popolo a tramandare la memoria delle ingiustizie subite (come la Nakba), al diritto di mantenere viva l’identità nazionale (attraverso simboli, inni e geografia), e a esprimere una critica politica, anche aspra, verso il sionismo come ideologia che ha causato la sua catastrofe.

Finché l’UE continuerà a ignorare i contenuti dei libri di testo israeliani e a spingere per una “riforma” che assomiglia pericolosamente a un’imposizione della narrativa del più forte, i suoi sforzi, anche se mossi da buone intenzioni, saranno percepiti da molti palestinesi non come un aiuto alla pace, ma come un ulteriore atto di delegittimazione della loro stessa esistenza come popolo. La vera educazione alla pace non può nascere dalla censura della memoria, ma dal reciproco riconoscimento delle altrui sofferenze e aspirazioni.

Abbiamo aderito a BDS Italia.

​Siamo onorati di annunciare l’adesione di 99% al movimento BDS Italia (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).

​Questa decisione scaturisce dalla necessità impellente di agire concretamente contro la continua violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali da parte dello stato di Israele nei confronti del Popolo palestinese.

Riteniamo che il silenzio non sia un’opzione. Ciascuno, in qualità di individuo o associazione, ha il dovere morale di opporsi all’ingiustizia, grande o piccola che sia l’azione che si può intraprendere.

Specialmente di fronte all’atteggiamento di complice silenzio da parte dell’Italia, accodata agli Stati Uniti insieme all’Unione Europea.

​Unirci a BDS è un passo per rafforzare la pressione nonviolenta e promuovere la giustizia e l’uguaglianza.

Due popoli liberi e due stati in pace.

La narrativa dominante sul conflitto israelo-palestinese è spesso monolitica e auto-assolutoria, ignorando le sue radici storiche.
Il sionismo è nato con l’obiettivo del ritorno in Palestina e della costituzione di uno Stato ebraico, ma in un’ottica che è stata definita da molti, inclusi i primi sionisti stessi, come colonialismo di insediamento. Il principio “una terra senza popolo per un popolo senza terra” ha tragicamente ignorato le popolazioni arabe preesistenti, gettando le basi per l’attuale e doloroso conflitto.
Oggi, assistiamo a un fenomeno di vittimismo selettivo nella narrazione dominante: si punta il dito esclusivamente su Hamas, ma si tacciono o si minimizzano le continue malefatte e violazioni del diritto internazionale israeliane a Gaza e in Cisgiordania, come l’espansione degli insediamenti.
È un’operazione pericolosa e disonesta quella di demonizzare l’antisionismo, cercando di assimilarlo all’antisemitismo. Non solo questo svilisce la reale lotta contro l’odio antiebraico, ma ignora completamente la vastità di ebrei della diaspora e della sinistra israeliana che sono fieramente antisionisti. Le loro voci, come quelle dei palestinesi, sono spesso messe a tacere dalla maggior parte della stampa mainstream, che, nonostante ciò, si lamenta paradossalmente di non riuscire a esprimere le proprie posizioni.
Basta ipocrisie. Non c’è sicurezza per nessuno finché non ci sarà giustizia per tutti.
Per avviare un processo di pace credibile e fondato sulla soluzione di Due Popoli, Due Stati, è fondamentale che emergano leader capaci di unire e negoziare. Anche per questo, continuiamo a chiedere la liberazione immediata di Marwan Barghouti, un leader palestinese ampiamente riconosciuto, laico e convinto sostenitore della soluzione a due Stati. La sua leadership è cruciale per rafforzare un interlocutore palestinese autorevole.
La soluzione “due popoli due stati” deve essere implementata sotto una stretta e vincolante vigilanza internazionale che:

  • Garantisca la cessazione immediata e definitiva di tutte le attività di insediamento.
  • Assicuri confini sicuri e riconosciuti internazionalmente, basati sulle linee pre-1967.
  • Protegga i diritti umani e la sicurezza di entrambi i popoli.
  • Promuova la ricostruzione e lo sviluppo di uno Stato Palestinese democratico e pacifico.
    Il tempo delle occupazioni, della violenza e delle narrazioni distorte deve finire. È ora di agire per una pace giusta e duratura.

Per la Pace in Palestina. Liberate Marwan Barghouti

Uno stato palestinese libero e capace di crescere su una terra sicura è il primo passo per una pace reale in Palestina. 

Distruggere un avversario non è umano e distruggere un popolo non è possibile. La Pace è l’unica soluzione. 

Tutti insieme stiamo dando una occasione alla Pace, col nostro piccolo, ma sacrosanto contributo. 

Abbiamo destinato una petizione alle massime autorità del nostro Paese e dell’Unione Europea. per chiedere la Liberazione di Marwan Barghouti, un leader Palestinese rispettato dai suoi connazionali, prigioniero da decenni nelle carceri israeliane.

Firmiamola e continuiamo a farla firmare. Niente può fermare un popolo che non si arrende. 

https://www.change.org/liberateMarwanBarghouti

Nani (e ballerine) sulle spalle di giganti.

In Italia abbiamo avuto statisti. Alcuni di loro avevano anche cura del popolo italiano e tra questi ultimi me ne sovvengono due che non sono più tra noi: Enrico Berlinguer e Aldo Moro. Ne abbiamo avuti anche altri, successivamente, oggi vivi e vegeti, ma questi personaggi sono ai margini dell’agone politico. È gente che giocava un altro gioco, oggi in disuso. Cercavano di modificare la realtà, consapevoli della difficoltà di realizzare i loro progetti e per questo erano misurati nelle scelte e nelle dichiarazioni, usando una certa prudenza nel raccogliere il consenso, peraltro meno – assai meno – mobile di adesso.Quei tempi sono lontani. Oggi nel rapporto con la società civile la politica è agita molto più come gestione dello stato di fatto: per gran parte degli attori ha perso l’ambizione di cambiare i rapporti di forza esistenti nella società, e si muove per occupare posti di guida senza però ambire a decidere la destinazione.A questo gioco l’unico precetto è vincere o, alla peggio, continuare a giocare. Ogni altra prescrizione è tattica. Per i più capaci è strategica: l’etica è un’immagine ostenta per puro calcolo tattico. A gente così sarebbe ingenuo chiedere sincerità. È invece lecito aspettarsi furbizia, al più arguzia.E arguto è stato l’annuncio di Meloni di una mozione di maggioranza in Parlamento, a chiedere il riconoscimento dello Stato di Palestina a condizione però che gli ostaggi siano liberati e che Hamas sia estromessa dal “governo” di Gaza. Nello stato attuale delle cose si tratta di due condiciones diabolicae, per dirla coi giuristi: due condizioni impossibili da realizzare e sicuramente da determinare. In pratica la nostra Presidente del Consiglio ha manifestato – usando altre parole – gli stessi propositi di Netanyahu: prima bisogna sconfiggere Hamas e (of course) liberare gli ostaggi, un pio desiderio tanto sbandierato quanto non realmente sentito, quest’ultimo, visto che Netanyahu non si è proprio sforzato troppo di riportare a casa quelle persone (e le loro famiglie se ne sono accorte). In pratica la nostra premier ha buttato la palla nel campo avverso, a vantaggio della stampa amica, che potrà accusare l’opposizione che chiede il riconoscimento della Palestina, di non esecrare Hamas a sufficienza.Meno spendibile la richiesta del nostro Ministro degli Esteri ad Israele: di fonte alla prosecuzione degli attacchi contro la Global Sumud Flotilla, Tajani avrebbe chiesto: “Israele tuteli chi è a bordo” confermando che riconosce in Israele la provenienza degli attacchi, senza condannare quello che è a tutti gli effetti un atto di pirateria ma limitandosi ad una richiesta/implorazione di salvaguardare la vita dei naviganti. Se dovesse morire qualcuno, il Governo dovrebbe districarsi in un ginepraio, considerato, ripetiamo, che gli attacchi alla Flotilla sono patentemente illegali per il diritto internazionale.Però alla fine, a parte l’amaro in bocca per essere governati da codesta gente senza qualità – o, se si preferisce, con queste qualità, sale su una domanda: ma così non risulta evidente una forma di complicità del governo Meloni con l’attività del governo israeliano, che ormai in tanti definiscono genocidio?

Meglio manifestare contro il riarmo

Non so cosa riuscirà a ottenere la manifestazione promossa da Michele Serra in termini di affermazione dell’utilità dell’Unione Europea per la salvaguardia dei valori della democrazia liberale; è certo, però, che questa manifestazione ha colpito in pieno i tentativi di unione delle opposizioni di sinistra e progressista, con effetti insperati per il governo italiano.

In effetti, le bordate trumpiane contro la pluridecennale alleanza tra USA e UE sono state tanto gravi da generare una diffusa sensazione di sgomento: nel bene e nel male, l’unità atlantica tra americani ed europei era considerata un punto fermo da tutti e, detto per inciso, è stata una delle cause fondamentali della gestione della crisi ucraina, prima e dopo l’invasione russa.

Quindi, è comprensibile che un intellettuale schierato per i valori progressisti come Michele Serra abbia sentito, il 27 febbraio, l’impulso di chiedere una manifestazione di adesione ai valori dell’Europa.

Bisogna anche dire che questa Europa, però, ha con i valori che proclama un rapporto non privo di discontinuità e ambiguità: la volontà popolare, che è evidentemente alla base della democrazia, più volte è stata considerata superabile. Potrebbe valere per tutti l’esempio del trattamento riservato alla Grecia nel 2014. Il leader greco Tsipras aveva combattuto per un’altra Europa, ma questa, quella esistente, lo ha rimesso al suo posto, lui e il Paese che governava.

D’altro canto, anche i diritti umani sono visti dall’UE come valori di importanza variabile: se è vero che la UE ha trasformato la Turchia e il Mediterraneo in valli insuperabili, anche a costo della morte dei disgraziati che provano a varcarli per raggiungere il “paese dei diritti”. Così come il diritto internazionale è considerato superabile se l’infrattore è un importante alleato degli USA, come Netanyahu. Con buona pace delle decine di migliaia di vittime civili a Gaza.

Rimane comunque un’opinione comune, difficilmente contraddicibile, che i diritti civili e le libertà democratiche nell’Unione Europea finora siano trattati meglio di quanto avvenga, ad esempio, in Russia, in Ucraina o in Cina (per quanto riguarda gli USA, stiamo a vedere cosa succede).

Però, da un po’ di tempo, l’UE – da sempre attenta alle ragioni della grande impresa – sta considerando l’opzione di cominciare a passare dal consumo di burro al consumo di cannoni: non paga di fornire armamenti a paesi in guerra, come Rheinmetall ha fatto con l’Arabia Saudita, ha cominciato a fornire armamenti a paesi che rischiavano di entrare in guerra, come per esempio l’Ucraina.

Oggi siamo passati a prendere in considerazione l’opportunità di produrre armi per noi, per proteggerci dalla Russia, la quale pare abbia mostrato con l’Ucraina non solo una sorta di iperreattività, ma anche un’aggressività senza limiti, almeno secondo la grande stampa europea, che ha paventato la volontà di Putin di arrivare fino all’Atlantico.

Tale forsennata aggressività si ritiene vada rintuzzata con una deterrenza adeguata, costi quel che costi.

Si è quindi deciso di approfondire, intensificare e fondere in una le politiche estere dei paesi europei? No. Non si è neppure deciso di passare convintamente alla progettazione e poi alla realizzazione di un esercito unico europeo (cosa complicata e di dubbia efficacia in assenza di un’unica politica estera). Si è invece deciso di consentire a ogni Stato di aumentare la propria spesa per armamenti, senza passare prima attraverso un efficientamento dell’aspetto complessivo, opzione che avrebbe reso estremamente più efficace la spesa attuale.

Il bello è che, per l’irrobustimento delle forze armate europee, specialmente in fase iniziale, si utilizzerà l’apparato produttivo militare-industriale americano, senza tenere conto del nuovo atteggiamento di dichiarata avversione dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Unione. Cioè, di fatto, di fronte a una chiusura degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Europea, l’Europa decide di aumentare gli acquisti presso le fabbriche statunitensi.

Il 4 marzo 2025, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato il piano Rearm EU di oltre 800 miliardi di euro, invitando i paesi membri a spendere fondi per le forniture militari senza metterli a conto dei deficit nazionali.

A questo punto, l’invito sentimentale di Michele Serra del 27 marzo, a levare alte le bandiere dell’UE, viene messo alla prova nel suo senso più profondo, giacché l’Unione Europea dei diritti e della pace si mostra con ancor maggiore evidenza come un’organizzazione in cui l’apparato militare-industriale ha un peso rilevante, se non decisivo. La domanda sorge spontanea: questa desiderata manifestazione ha ancora senso? Secondo molti a sinistra, no. E a dirla tutta, anche secondo molti che non sono di sinistra, atteso che, insieme a coloro che andranno a manifestare con la bandiera della pace, si troveranno altri a manifestare con la bandiera europea in una mano e la bandiera ucraina o quella georgiana nell’altra. Quindi, insieme, pacifisti e neo-imperialisti che non ce l’hanno fatta e sono in cerca di una rivincita.

Meglio una manifestazione che esprima in modo netto la voglia di pace dei cittadini europei e il rifiuto degli armamenti.

Appello agli elettori (e ai partiti) della Sinistra e del Centrosinistra italiani.

ll tema delle alleanze a sinistra si pone da sempre; ancora più negli ultimi anni ed è diventato rovente negli ultimi giorni dopo le elezioni in Liguria e in attesa delle elezioni in Umbria ed Emilia Romagna.

In più l’elezione di Donald Trump negli USA ha indubbiamente corroborato la posizione del nostro governo, insieme a  tutti quelli delle destre nel mondo.
In Italia ognuna delle potenziali componenti di un’alleanza delle sinistre si confronta/ scontra con le due opzioni massime: valorizzare il più possibile le proprie peculiarità o disporsi a vagliare insieme le ragioni delle altre.
Per varie motivazioni, alcuni hanno già scelto in modo apparentemente definitivo, privilegiando le proprie differenze e dando alla propria battaglia un senso identitario.
Altri hanno scelto in modo apparentemente altrettanto definitivo di caratterizzarsi come parte sinistra dello schieramento, unitario.  Modulando le parole d’ordine in modo opportuno per caratterizzarsi senza “rompere”.
La nostra Associazione, 99% – composita com’è – prova a rappresentare le istanze ed i malesseri dell’elettorato della Sinistra e del Centrosinistra che soffre dell’attuale egemonia politica – e dei costumi, delle Destre e guarda sempre alla Costituzione antifascista come garanzia di funzionalità democratica, ma anche come concreto progetto politico di crescita armoniosa della società italiana.
L’elettorato socialista e democratico e l’elettorato cristiano e sociale del nostro Paese soffrono dell’assenza di un progetto politico di coalizione che vada oltre l’idea di battere e neutralizzare politicamente le Destre e che si proponga come progetto di governo di un Paese desiderabile per tutti coloro che hanno scelto di vivere in Italia, di tutte le età, e di tutte le religioni, orientamenti sessuali e origini geografiche.
Un progetto politico di coalizione, elaborato e discusso dentro e fuori le stanze istituzionali, di cui si parli sia nei luoghi deputati della politica, sia in ogni luogo fisico o virtuale dove si incontrino le persone e che NON sia un programma elettorale pronto da votare, ma ne costituisca la premessa indispensabile.
Un progetto politico che affianchi le istanze di uguaglianza e di libertà di iniziativa, interpretandole alla luce dei problemi, delle esigenze e delle soluzioni che i tempi presenti ci mettono davanti come criticità o come risorse.
Senza dimenticare la guerra, che travestita da difesa, nasce invece da opposte volontà di egemonia globale, che si contrappongono in un gioco di provocazioni reciproche e non tengono in nessun conto la vita umana.
La nostra Costituzione ripudia la guerra. E noi la ripudiamo con Lei, senza se e senza ma: niente giustifica le violazioni del diritto internazionale e il disprezzo verso l’ONU, da chiunque siano perpetrati. I negoziati sono l’unica cura per gli antagonismi tra stati.
Noi di 99% riteniamo che senza un impegno nella direzione di un progetto condiviso sarà impossibile indurre a votare gli elettori che fino adesso si sono astenuti. Deve essere chiaro ad ogni cittadino che votando effettua una scelta reale, che avrà conseguenze significative per la propria vita e per quella dei suoi cari. Il voto perde significato e valore se destinato esclusivamente a decidere i rappresentanti istituzionali, se questi, pur eletti , non potranno  operare scelte innovative sul funzionamento della Repubblica: sulla protezione del lavoro e dei lavoratori; sul finanziamento dei servizi sociali fondamentali come la scuola, la sanità, l’assistenza ai bisogni delle persone e sulle conseguenti scelte fiscali. E noi vogliamo che la gente torni a votare.
Per questo chiediamo ai soggetti dello schieramento di Sinistra e di Centrosinistra  di avviare un confronto pubblico, proficuo e trasparente, per arrivare ad una piattaforma politica intorno a cui coalizzare persone e soggetti collettivi.
Siamo già in ritardo: non si doveva arrivare a questo punto.

Vi chiediamo di firmare questo appello e di condividerlo a chi potrebbe sottoscriverlo a sua volta.
QUI IL LINK:
https://www.change.org/p/appello-agli-elettori-e-ai-partiti-della-sinistra-e-del-centrosinistra-italiani

La pace si può raggiungere.

All’atto della sua costituzione Israele è stata una forzatura fatta a danno dei Palestinesi: immaginate che gente straniera si insedi nel vostro paese ed ad un certo punto pretenda di costituirvi un proprio stato. Oltretutto lo stato di un popolo più ricco di voi, protetto, dai sensi di colpa dell’Europa e protetto dagli USA che intendono farne una sorta di proprio avamposto in Medio oriente.

Quando nel 1948 l’ ONU propose la divisione dei territori della Palestina in due stati, i Palestinesi rifiutarono, ma non avevano la forza di fermare gli eventi e l’attacco degli stati arabi al neonato stato di Israele non è stato di aiuto alla causa palestinese. Di fatto la sconfitta araba confermò il fatto compiuto.

Ciò detto oggi la eliminazione dello stato di Israele (laddove realizzabile) sarebbe una forzatura della storia tanto ingiusta quanto produttiva di altre distruzioni e di altri rancori.

Immaginare un unico stato israelo palestinese dopo anni di occupazione israeliana violenta e di attacchi palestinesi feroci è un obiettivo evidentemente difficile da raggiungere. I due popoli sono nemici da generazioni e, in assenza di importanti interventi esterni ci vorrebbero generazioni dalla fine delle ostilità per avviare un percorso che porti a relazioni serene.

La costituzione di due stati nazionali contigui oggi potrebbe apparire un obiettivo meno lontano, ma in questi anni i territori destinati ai palestinesi sono stati erosi dal continuo impianto di nuove colonie ebraiche, promosse dallo stato di Israele, estremamente aggressive coi Palestinesi e spalleggiate dall’IDF, l’esercito istraeliano.

Di fatto non ci sono soluzioni prossime possibili, se non promosse con determinazione concorde dalla comunità internazionale.

La comunità internazionale dovrebbe premere in modo continuo e sinergico su Israele perché abbandoni l’ideologia tanto cara ai coloni di un diritto ebraico a quella Terra derivante dalla religione e dovrebbe premere sui palestinesi perché il diritto al ritorno trovi un soddisfacimento mediato e quindi parziale, nella considerazione della nuova realtà politica e demografica esistente oggi in Palestina.

Se queste considerazioni fossero condivise, il passaggio successivo, preliminare e necessario per un credibile processo di pace è l’assunzione di un comportamento equanime e responsabile da parte dell’ONU. Senza veti.

Negli ultimi decenni non è stato così, anzi nel dibattito politico ci si è polarizzati tra filoisraeliani e filopalestinesi, impiegando anche questa grande questione come terreno di dibattito polemico, mentre la maggior parte dell’opinione pubblica ignorava i soprusi inflitti dai coloni israeliani ai palestinesi: invasione di case private, distruzione di frutteti, molestie per strada.

Questi percorsi ci hanno condotto all’attuale fase di stallo tragico. È necessario un cambio di direzione e per farlo, per cambiare la gestione politica della questione palestinese, è utile, se non necessario, che gli attori politici più coinvolti nella genesi dell’attuale stato di cose escano di scena e che altri attori li sostituiscano: l’apporto dei liberali e della sinistra israeliana, la voce degli ebrei progressisti che in Israele e in tutto il mondo hanno protestato e protestano, chiedendo il cessate il fuoco a Gaza, devono essere premiati da una maggiore attenzione da parte della comunità internazionale

C’è bisogno di lavorare per sommare la voglia di pace della migliore parte della società israeliana alla voglia di giustizia e di libertà del popolo palestinese.

Come?

Dobbiamo approfondire e precisare il concetto di comunità internazionale.

Nello scenario attuale i governi finora sono stati attenti a mantenere l’appoggio dei gruppi di interesse, al fine di garantire la propria stabilità politica. Al di là di dichiarazioni più o meno plausibili, hanno tollerato che un esercito ben armato martellasse un territorio povero e sovraffollato provocando decine di migliaia di morti in pochi mesi. Di più: hanno continuato a fornire all’esercito Israeliano armi e munizioni da usare per continuare a colpire i palestinesi ed hanno interrotto gli usuali finanziamenti all’UNRWA, l’agenzia ONU preposta all’assistenza dei profughi palestinesi.

Questo mentre tantissimi in tutto il mondo protestavano per chiedere il cessate il fuoco sulla striscia di Gaza e per questo venivano accusati di antisemitismo. In effetti il governo Israeliano è arrivato ad accusare di antisemitismo perfino l’ONU.

Ma se i governi occidentali appoggiano Israele per corrispondere alle richieste dei gruppi di interesse e così stabilizzarsi, è quella stabilità che va messa in discussione per ottenere la pace in Palestina. Serve un importante cambiamento di indirizzo dell’opinione pubblica, tale che i governi intendano che la prosecuzione dell’appoggio dell’aggressività israeliana può costargli la perdita di consensi all’interno.

Cambiare l’orientamento dell’opinione pubblica non è semplice. I governi hanno basi di consenso politico e tendono ad ampliarle con l’aiuto accorto di gran parte della stampa che li supporta. Far partire e condurre un processo di convincimento a cambiare rotta è un impegno laborioso e dovrebbe essere ordinato ed accorto. Fino adesso le proteste, specialmente nel nostro paese, sono state tanto generose quanto caotiche e scoordinate, a volte arrivando a prestare il fianco ad accuse di antisemitismo pronunciate a volte in buona fede, ma il più delle volte veicolate in modo malizioso, da parti politiche filoisraeliane a prescindere.

Invece per la Pace è necessaria una spinta sinergica di tutti coloro che la vogliono, quale che sia la nazionalità, a cui appartengono la religione che professano o l’ideologia che seguono. I numeri ci sarebbero, ma per essere efficaci vanno sommati.