tra Giungla e caserma

Mercato, libertà e Costituzione nell’età dei neotiranni

C’è una scena che si ripete con inquietante regolarità nella storia del pensiero politico occidentale: qualcuno avverte che la libertà, distribuita senza misura, produce i propri carnefici. Lo disse Platone nel V secolo a.C., nella Repubblica, con un’immagine che suona profetica: il dispensatore di vino deve essere misurato nella mescita, altrimenti l’ubriachezza travolge il simposio. La democrazia sfrenata, avvertiva, genera tirannide — non nonostante la libertà, ma attraverso di essa. Duemilaquattrocento anni dopo, Elon Musk acquista Twitter, Jeff Bezos possiede il Washington Post, e Peter Thiel finanzia candidati che promettono di smantellare le istituzioni che lo hanno reso miliardario. Il simposio è ubriaco. Il dispensatore è sparito.
La vera domanda, oggi, non è come siamo arrivati qui. È se esiste un equilibrio praticabile tra la giungla del mercato deregolamentato e la caserma del controllo statale autoritario — e se, per caso, quel punto di equilibrio sia già scritto da qualche parte. La tesi che voglio sostenere è insieme semplice e scomoda: sì, esiste. E lo abbiamo nel cassetto dal 1948. Si chiama Costituzione della Repubblica italiana.

L’MMA senza recinto: anatomia della deregulation
La competizione capitalistica, nella sua forma classica, assomiglia a una disciplina sportiva: ci sono regole, un campo, un arbitro, e i risultati — per quanto spietati — rimangono dentro un perimetro accettabile. La deregulation sistematica degli ultimi quarant’anni ha tolto il recinto, rimosso l’arbitro e cancellato le regole. Ciò che resta è un’arena in cui vince non il più bravo, ma il più disposto a tutto.
Milton Friedman, in Capitalism and Freedom (1962), sosteneva che la libertà economica è condizione necessaria della libertà politica: il mercato disperso come antidoto naturale alla concentrazione del potere statale. Cinquant’anni di applicazione pratica hanno dimostrato il contrario. La libertà economica senza vincoli non disperde il potere: lo concentra. Lo trasferisce dallo Stato — almeno in teoria democraticamente controllabile — a soggetti privati che non rispondono a nessun elettorato.
Friedrich Hayek, in The Road to Serfdom (1944), immaginava che qualsiasi pianificazione statale conducesse inevitabilmente alla tirannide. Non si chiedeva però chi avrebbe pianificato il pianeta quando fossero stati i mercati a farlo: chi avrebbe deciso l’algoritmo di Facebook, la fiscalità di Amazon, le condizioni di lavoro nei magazzini di logistica. La risposta è: qualcuno — ma quel qualcuno non è stato eletto da nessuno.
Ayn Rand ha completato l’edificio ideologico con la filosofia dell’oggettivismo — la santificazione dell’interesse egoistico come virtù suprema. In La rivolta di Atlante (1957) immagina un mondo in cui i “creatori” si ribellano ai “parassiti”, cioè alla comunità, allo Stato, ai lavoratori che chiedono diritti. È una fantasia che ha trovato attuazione pratica nella Silicon Valley: la cultura del move fast and break things è letteratura randiana applicata all’impresa tecnologica. Musk, Thiel, Andreessen ne sono dichiarati lettori e prosecutori.
Il risultato storico è sotto gli occhi di tutti. Negli Stati Uniti, il paese che ha applicato più fedelmente il dogma, l‘11% della popolazione possiede più ricchezza del 50% inferiore. Trump non è un’anomalia: è il prodotto finale di una disuguaglianza così estrema da aver reso irriconoscibile il demos che dovrebbe sostenere la democrazia. I neotiranni della Silicon Valley non sono eccentrici: sono il coronamento logico di un sistema che ha privatizzato il potere senza privatizzare la responsabilità.

Il collegio: il modello cinese e il prezzo della coerenza
A questo punto, qualcuno indica la Cina. Ed è giusto farlo, perché il modello cinese ha una sua coerenza interna che merita analisi onesta, non liquidazione ideologica.
Il Partito Comunista Cinese ha adottato, a partire dagli anni Ottanta, un capitalismo inquadrato: gli attori privati competono, innovano, accumulano — ma dentro un perimetro definito politicamente. Lo Stato interviene, orienta, corregge, e quando necessario colpisce. Jack Ma sparisce per qualche mese e riappare ridimensionato. Alibaba paga multe miliardarie. DiDi viene delistata dalla borsa americana su ordine di Pechino. Il messaggio è cristallino: potete arricchirvi, ma non siete più grandi dello Stato.
Il risultato economico è, sul piano strettamente produttivo, impressionante. La Cina ha sottratto alla povertà assoluta quasi un miliardo di persone in quarant’anni, costruito un’industria manifatturiera che domina le catene globali del valore, e compete da pari nella corsa alle tecnologie del futuro: intelligenza artificiale, energie rinnovabili, semiconduttori.
Ma il prezzo è quello che nessuno di noi — almeno nessuno che abbia interiorizzato la tradizione dei diritti individuali — sarebbe disposto a pagare. Non c’è stampa libera, non c’è opposizione politica, non c’è diritto di sciopero autonomo. Le minoranze subiscono quello che le organizzazioni internazionali definiscono crimini contro l’umanità. la caserma funziona, ma le sue regole le scrive chi sta in cima, senza possibilità di appello. Carl Schmitt — il giurista che ha teorizzato la supremazia del politico su ogni altra sfera, e che ha messo la sua intelligenza al servizio del nazismo — resta il riferimento teorico di chi crede che l’efficienza richieda la sospensione del diritto. È Schmitt che aleggia sulle politiche digitali cinesi, ed è Schmitt che riemerge ogni volta che un governo democratico invoca l’emergenza per comprimere le garanzie costituzionali.
Il dilemma sembra insolubile: o la giungla o il collegio. O Trump o Xi. O la libertà senza struttura o la struttura senza libertà.

La terza via che non è slogan: la Costituzione repubblicana
Questo dilemma è falso. O meglio: è il dilemma che conviene a chi vuole farci scegliere tra due forme di sottomissione.
La Costituzione italiana del 1948 è uno dei tentativi più sofisticati di rispondere esattamente a questa domanda: come si organizza una società libera senza che la libertà diventi strumento di oppressione? È un documento scritto da persone che avevano appena vissuto il fascismo — l’esempio più nitido di cosa accade quando lo Stato colonizza ogni sfera della vita — ma anche i disastri del capitalismo selvaggio degli anni Venti e Trenta, che il fascismo aveva in parte cavalcato e in parte prodotto.
L’architettura costituzionale risponde al dilemma con una logica che non è né liberista né statalista: è relazionale. I diritti non esistono in astratto, ma in relazione agli altri diritti e alla comunità che li garantisce. L’articolo 41 è il cuore di questa visione: l’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Libertà sì, ma non libertà assoluta. Mercato sì, ma dentro un perimetro di responsabilità sociale.
È la stessa logica che informa l’articolo 1 — la Repubblica fondata sul lavoro, non sul capitale né sul mercato — e l’articolo 3, che alla formale uguaglianza davanti alla legge aggiunge il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Una formulazione che legge la disuguaglianza non come destino naturale ma come problema politico da affrontare attivamente.

Gli autori dell’equilibrio
Karl Polanyi, in La grande trasformazione (1944), dimostra con ricchezza storica straordinaria che il mercato autoregolato è sempre stato un’utopia pericolosa. I mercati storicamente funzionano immersi in relazioni sociali, norme culturali, istituzioni politiche. Quando si tenta di astrarli da questo contesto, la società reagisce producendo patologie: populismo, protezionismo, violenza politica. Polanyi chiamerebbe Trump un movimento di controprotezione — una risposta barbarica a un problema reale, generata dall’abbandono di quelle mediazioni istituzionali che la Costituzione repubblicana aveva invece il compito di garantire.
John Rawls, in Una teoria della giustizia (1971), offre la versione filosofica più raffinata dell’equilibrio costituzionale. Il suo velo di ignoranza — immaginate di dover scegliere le regole di una società senza sapere quale posizione vi spetterà in essa — produce naturalmente una struttura di protezione dei più vulnerabili: non per bontà, ma per razionalità. Un sistema giusto è quello in cui le disuguaglianze sono accettabili solo se vanno a vantaggio dei più svantaggiati. Esattamente quello che la nostra Costituzione, agli articoli 3 e 36, cerca di rendere operativo.
Amartya Sen, in Lo sviluppo è libertà (1999), sposta ulteriormente il baricentro: la libertà non è il punto di partenza da cui tutto il resto deriva — come in Friedman e Hayek — ma l’obiettivo a cui tende uno sviluppo umano autentico. Le libertà sostanziali dipendono da condizioni materiali che il solo mercato non garantisce. Lo Stato non è il nemico della libertà: è spesso la sua condizione di possibilità.

Rappresentanza e governabilità: la stessa battaglia
La deregulation economica e la deregulation istituzionale sono la stessa operazione vista da angolature diverse. Entrambe restringono il perimetro della democrazia reale; entrambe trasferiscono potere verso l’alto, fuori dalla portata del controllo collettivo; entrambe si presentano come modernizzazione inevitabile mentre smontano i dispositivi di protezione che la Costituzione aveva eretto.
In Italia questa parallela ha un nome: governabilità. Pronunciata con il tono della necessità tecnica, questa parola ha giustificato, a partire dalla stagione referendaria del 1993, la più sistematica operazione di compressione della rappresentanza popolare della storia repubblicana. Il proporzionale, si disse, produceva instabilità. Il maggioritario avrebbe garantito alternanza, chiarezza, decisione. Quello che non si disse è che il proporzionale non era il problema: era lo specchio. Rifletteva una società attraversata da interessi realmente plurali. Il maggioritario non ha risolto queste tensioni: le ha espulse dalla rappresentanza formale, lasciandole libere di incancrenire nel corpo sociale.
Il nodo è costituzionale, non solo elettorale. Il Parlamento italiano non è una camera di ratifica dell’esecutivo: è il centro gravitazionale dell’intero impianto repubblicano. Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento. Il Governo nasce dalla sua fiducia. La Corte Costituzionale è nominata per un terzo da esso. Questa centralità ha senso — ha senso costituzionale, non solo formale — soltanto se il Parlamento è la rappresentazione fedele del popolo sovrano. E può esserlo soltanto se è eletto con un sistema che traduce voti in seggi senza distorcere, amputare, silenziare. Il proporzionale non è una preferenza tecnica: è la condizione di possibilità della centralità parlamentare che la Costituzione presuppone.
Il premierato e lo stabilitum che il governo Meloni persegue non sono quindi una riforma contingente: sono il compimento di una traiettoria trentennale. La costituzionalizzazione di ciò che la legge elettorale maggioritaria aveva già fatto di fatto — la sostituzione della rappresentanza con la governabilità, del popolo plurale con il vincitore semplificato. È, ancora una volta, la logica della giungla applicata alle istituzioni: meno regole, meno contrappesi, più velocità per chi è già in posizione dominante.

Attuare la Costituzione: il programma che manca
Il problema dell’Italia non è che la Costituzione sia insufficiente. È che non è stata attuata. L’articolo 41, nella sua seconda parte, è rimasto lettera morta sotto ogni governo. L’articolo 36, che garantisce una retribuzione proporzionata e sufficiente, viene smentito ogni giorno da un mercato del lavoro che produce lavoratori poveri. L’articolo 3, nel suo secondo comma trasformativo, attende ancora un’interpretazione coerente e un’attuazione legislativa all’altezza.
La risposta non è il ritorno al modello statalista degli anni Settanta. È prendere sul serio la Costituzione come progetto politico: regolare i mercati digitali con la stessa determinazione con cui si regolano le banche; tassare le rendite con la progressività prevista dall’articolo 53; garantire il lavoro dignitoso come diritto e non come privilegio; restituire alle istituzioni pubbliche quella capacità di indirizzo che la vulgata neoliberale ha eroso. E insieme: difendere un Parlamento che parli davvero con le voci del paese reale, nella loro proporzione effettiva — perché solo quel Parlamento può esercitare in modo legittimo il controllo sui poteri economici e istituzionali che la Costituzione gli affida.
Platone aveva ragione: il dispensatore di vino deve essere misurato. Ma la misura non è arbitrio — è il risultato di un patto collettivo, scritto in articoli che aspettano ancora di diventare realtà. La giungla ci consegna i neotiranni. la caserma ci consegna i commissari. La Costituzione repubblicana ci offre qualcosa di più difficile e più prezioso: una comunità di persone libere che si danno regole insieme, e insieme le fanno rispettare. Abbiamo già lo strumento. Ci manca, semmai, il coraggio politico di usarlo.

Giustizia italiana: capire prima di votare.

I numeri che nessuno ci spiega

Prima di parlare di referendum, vale la pena guardare i dati. Perché la crisi della giustizia italiana non è un’opinione: è aritmetica.

L’Italia ha circa 10.000 magistrati per 60 milioni di abitanti. Meno della media europea, con uffici che in alcune città lavorano con organici scoperti anche del 20%. I concorsi esistono, ma sono lenti e rari. Nel frattempo le cause si accumulano.

Il personale amministrativo — cancellieri, ausiliari, tecnici — è stato decimato da decenni di blocco del turnover. Un magistrato senza supporto amministrativo produce poco, indipendentemente dalla sua bravura. È come un medico senza infermieri.

Sul fronte opposto, l’Italia conta circa 250.000 avvocati iscritti all’albo. Il triplo pro capite della Germania. Il doppio della Francia. Non è una questione di cultura giuridica: è il segnale di un sistema che genera contenzioso invece di ridurlo, e che non ha mai trovato il coraggio di riformare l’accesso alla professione.

Le norme vigenti in Italia sono stimate intorno alle 150.000. In Germania sono circa 5.000. Ogni legislatura aggiunge migliaia di disposizioni nuove, spesso scritte male, spesso in contraddizione con quelle esistenti. Il risultato è un diritto che nemmeno i professionisti interpretano in modo uniforme — e una Cassazione intasata di ricorsi che esistono proprio per colmare l’ambiguità che il legislatore ha prodotto.


Di chi è la responsabilità?

Sarebbe comodo dare la colpa ai giudici lenti, agli avvocati numerosi, alla burocrazia pigra. Ma queste sono le conseguenze, non le cause.

Le cause stanno nelle scelte politiche degli ultimi trent’anni. Scelte precise: non finanziare adeguatamente gli organici, non semplificare il corpus normativo, non riformare l’accesso alle professioni legali, continuare a legiferare per emergenza invece che per sistema.

Non si tratta necessariamente di malafede. Ma si tratta di priorità: e la giustizia efficiente non è mai stata una priorità reale, perché una giustizia lenta — con processi che si prescrivono, con norme che si prestano a interpretazioni multiple — produce vantaggi diffusi per chi governa e per le reti di interesse che lo circondano. Una giustizia rapida e chiara è nell’interesse dei cittadini. Non sempre nell’interesse di chi legifera.


Il referendum: una risposta vera o una risposta comoda?

È qui che chi è indeciso ha ragione a esserlo. La domanda giusta non è “sei per riformare la giustizia?” — su questo siamo quasi tutti d’accordo. La domanda è: questo referendum riforma davvero qualcosa?

Chi sostiene il NO non difende lo status quo. Vuole un cambiamento, ma rifiuta anche l’idea che una riforma parziale, tecnica, a tratti ambiugua, difficile da comprendere per la maggior parte dei cittadini, possa essere spacciata per la soluzione.

Il sorteggio dei membri del CSM, ad esempio, può sembrare un colpo alle correnti interne della magistratura. Ma un organo scelto per sorteggio non è meno autorevole? Non é, paradossalmente, più esposto alle pressioni dell’esecutivo attraverso canali informali? La separazione delle carriere, senza investimenti reali e una riflessione approfondita e ampiamente condivisa, aggiunge complessità senza ridurre i problemi.

La giustizia italiana ha bisogno di più magistrati, meno norme, personale amministrativo adeguato e una politica che smetta di usare il diritto penale come arena di scontro. Il referendum non tocca nessuno di questi nodi.


Perché il NO può essere una scelta responsabile

Votare No non significa dire che va tutto bene. Significa dire che una riforma sbagliata, o insufficiente, può impedire le riforme necessarie — perché dà alla politica la possibilità di affermare di aver già fatto la sua parte, mentre aumenta il suo controllo sulla magistratura.

Chi rifiuta di aggregarsi ad una tifoseria mostra l’istinto giusto: sente che qualcosa non torna, che la complessità del problema non corrisponde alla semplicità della soluzione proposta. Quell’istinto merita rispetto, non pressione.

Prima di votare, vale la pena chiedersi: se passa questo referendum, quali problemi concreti della giustizia italiana verranno risolti? Se la risposta è difficile da trovare, probabilmente il No è la risposta più onesta: quale sarebbe il senso di procedere per tentativi e forzature di parte?

MEZZA TRUFFA

Mezza truffa. Prendiamo spunto da questa definizione, proposta da Nicola Gratteri durante una delle numerose trasmissioni televisive in cui, in questi ultimi mesi, è stato chiamato a illustrare i dettagli della “riforma costituzionale” sulla quale saremo chiamati a votare il 22 e 23 marzo, e soprattutto a spiegare le ragioni per cui votare NO.
In particolare, la definizione di Gratteri si riferisce al sistema con il quale, secondo la modifica proposta dal governo, dovrebbero venire in futuro designati i tre organi di governo autonomo della Magistratura, che andrebbero a sostituire l’attuale unico organo di autogoverno destinato a garantire, in base alla stessa Costituzione, l’autonomia del potere giudiziario.
La modifica, approvata senza possibilità di modifiche parlamentari e senza la maggioranza qualificata di 2/3 delle sue camere richiesta dalla Costituzione stessa per superare la richiedibilità della consultazione popolare) si caratterizza anche per il metodo di elezione dei tre organi.
Attualmente, a norma dell’Art. 104 della Costituzione (uno dei ben 7 che verrebbero modificati) al CSM, presieduto dal Presidente della Repubblica, “spettano le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”. Quanto alla composizione, “ne fanno parte di diritto il Primo presidente e il Procuratore generale della Corte di Cassazione. Gli altri componenti sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra Professori ordinari di Università in materie giuridiche e avvocati dopo quindici anni di esercizio”..
Questo, l’attuale dettato costituzionale, vanificato dal testo della riforma, che, per cominciare, all’Art. 104, sancisce la suddivisione fra “magistrati della carriera giudicante” e “magistrati della carriere requirente” e quindi istituisce due distinti CSM, uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri. Ma va anche molto oltre, istituendo un’unica ”Alta Corte” a cui è attribuita la “giurisdizione disciplinare”.
In tutto questo, il punto più rilevante, anzi, il classico “dettaglio in cui si nasconde il diavolo”, è che l’attuale metodo della scelta dei membri del del CSM viene sostituito con un sistema teoricamente basato sul sorteggio, e che quindi può essere presentato come imparziale e neutro.
Purtroppo è qui che si viene a configurare quella che Nicola Gratteri non esita a definire una “mezza truffa”, in realtà pericolosamente vicina a potersi prestare, in prospettiva, ad una truffa intera.
Infatti, la nuova norma dispone che i membri “togati”, ossia i rappresentanti dei magistrati, dei nuovi CSM, vengono scelti per sorteggio fra tutti i magistrati in attività, in possesso dei requisiti da definire in una successiva norma di legge, mentre i membri cosiddetti “laici” vengono per metà nominati dal Presidente della Repubblica, e per metà sorteggiati da una lista di soggetti votata dal Parlamento, sempre tenendo presenti i requisiti di professionalità elencati del testo attuale della Costituzione all’Art. 104.
Il punto è che di questo fantomatico “sorteggio” non si sa nulla. Non è difficile capire che il numero dei componenti di questa “lista” scelta – non si sa ancora come – dalla politica è di primaria importanza per garantire l’imparzialità del sorteggio. Mentre i magistrati verranno sorteggiati in un serbatoio di circa 8.000 nomi (senza peraltro la garanzia che escano dall’urna i nomi dei più esperti e preparati), la lista compilata dal parlamento sarà necessariamente ristretta, e con ogni probabilità con ciascun nome sottoposto ad un vaglio politico.
Questo rischio concreto di ingerenza della politica in un organo così delicato come l’Alta Corte, specificamente incaricata, come abbiamo visto, della funzione disciplinare, non può e non deve passare inosservato come se fosse un dettaglio tecnico. Tanto più considerando che, mentre contro un eventuale provvedimento disciplinare del CSM un magistrato, attualmente, può presentare ricorso alla Corte di Cassazione, la nuova normativa esclude questa possibilità. Il ricorso può essere presentato soltanto alla stessa Alta Corte che ha emesso il giudizio, e questa (per quanto mitigata da qualche correttivo cosmetico) è una stortura giuridica probabilmente inesistente in qualunque ordinamento.
Quindi, ciò che viene presentato come un metodo di scelta asettico, imparziale, puramente statistico di designare i componenti di quelli che dovrebbero essere organi di garanzia, si presta in realtà a manovre opache a cui, come sappiamo, la politica è tutt’altro che estranea. Sarebbe un altro mezzo, più o meno sottile, di minacciare l’indipendenza del Potere Giudiziario – che, non dimentichiamolo, è la suprema garanzia del rispetto della legalità per tutti i cittadini – senza che questo costituisca in alcun modo un miglioramento di quelli che sono i reali problemi, e cioè i tempi della giustizia, sia civile, sia penale, allungati a dismisura soprattutto dalla semplice mancanza di mezzi e di personale negli uffici.
La “riforma” è solo l’introduzione di un supplemento di burocrazia macchinoso, a serio rischio di manipolazione da parte degli altri poteri della stato, e che smonta un’architettura studiata dai Costituenti per il corretto funzionamento delle nostre istituzioni.
Per questo voteremo NO.

DI Marina Boagno

Ecco perchè no!

Perché NO?

Ancora prima di iniziare ad esaminare le ragioni della nostra scelta di votare NO al prossimo referendum, è importante rispondere a una domanda fondamentale:

SU CHE COSA SI VOTA?

Il punto da tenere ben presente è che si vota non su una legge qualsiasi, ma su UNA MODIFICA ALLA COSTITUZIONE. Cioè, come è già accaduto in passato, siamo chiamati a decidere se il lavoro dei nostri Costituenti, che con grande competenza e senso di responsabilità si accordarono sul testo attuale – anche pensando alla necessità di rompere per sempre con la nefasta esperienza della dittatura fascista – ha necessità di correzioni e modifiche.

Su che cosa esattamente siamo chiamati, come cittadini, a fare la nostra scelta?
Può sembrare una domanda inutile, con una risposta scontata, ma purtroppo non lo è.

La versione più largamente diffusa dai media sul quesito referendario è: REFERENDUM SULLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE tra Giudici e Pubblici Ministeri. Ebbene, niente di più falso e di più fuorviante.

Nel nostro ordinamento, i magistrati, a seconda dei loro incarichi, si dividono in Pubblici Ministeri (i Procuratori della Repubblica) che svolgono quella che si chiama “funzione inquirente” e giudici, ossia i magistrati che, in base alle prove presentata dall’accusa e dalla difesa, giudicano il caso ed emettono la sentenza. Quindi, ricevuta la notizia di un reato, il magistrato inquirente, che ha a sua disposizione la Polizia Giudiziaria, ha il compito, ove venga indicato un possibile indiziato, di verificare se le prove disponibili sono sufficienti ad avvalorare l’ipotesi di colpevolezza. In effetti non è, in linea di principio, un “accusatore”, ma un magistrato responsabile di verificare se le prove raccolte sono sufficienti a sostenere un’accusa. Se ritiene che lo siano, porta l’indiziato in tribunale, davanti al giudice, che, valutate tutte le prove, comprese ovviamente quelle presentate dalla difesa, emette la sentenza in base alla legge._
Attualmente, quindi, Pubblico Ministero e Giudice svolgono funzioni diverse, benché facciano parte dello stesso corpo della stato, la Magistratura. E qui si palesa il primo punto di debolezza della falsa presentazione della legge in esame.

E’ vero che chi esercita la funzione di Pubblico Ministero può chiedere, per ragioni personali, di passare alla carriera di magistrato giudicante, e viceversa. Ma già OGGI, secondo le leggi vigenti, può farlo UNA SOLA VOLTA nell’intera carriera, e per di più pagando la scelta con l’obbligo di trasferimento. E’ altrettanto vero che nella realtà, il caso è tutt’altro che frequente. Basta sapere che nel 2024 ha interessato solo meno dello 0,5% del totale dei magistrati in attività.

Come si vede, LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE È GIÀ UNA REALTÀ e non necessita di una ulteriore normativa.

Quindi, in base a quali ragioni dovrebbero essere stravolti ben 7 (SETTE) articoli della nostra Costituzione?

Quale potrebbe mai essere il vantaggio per i cittadini?

La nuova normativa riduce la durata dei processi? NO

Garantisce meglio i diritti della difesa? NO

Migliora in qualsiasi modo l’amministrazione della giustizia? NO

Il vero punto importante su cui si basa il nostro NO è che la modifica della Costituzione introduce l’ingerenza della politica, cioè del potere politico, nel potere giudiziario.

Al CSM (Consiglio Superiore della Magistratura, presieduto dal Presidente della Repubblica) la Costituzione assegna il compito di garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dagli organi di natura politica, ossia dal governo, QUALUNQUE sia il governo. Introdurre due CSM distinti, affiancati da un NUOVO terzo organo di controllo, non eletto, ma in parte nominato dalla politica, può sembrare un puro tecnicismo, ma in realtà è un passo verso una svolta autoritaria, che stravolge la Costituzione.

L’idea di fondo che guidò il lavoro dei Costituenti fu quella dell’EQUILIBRIO FRA I POTERI DELLO STATO, tra governo, parlamento e magistratura. La modifica rende i PM più soggetti al controllo del potere politico, mira a indebolirne l’indipendenza, a cambiare gli equilibri. In definitiva, a condizionarne le decisioni.

PER QUESTO VOTIAMO NO.
Al di là e al disopra di ogni sottigliezza, di ogni raggiro legale, di ogni racconto pretestuoso, noi sappiamo che votando NO votiamo in difesa della Costituzione, per una Magistraura indipendente da qualunque sia il governo.

Ecco perché NO!


(di Marina Boagno)

Afascismo

Ogniqualvolta nell’attuale dibattito politico italiano qualcuno lancia un allarme fascismo si trova qualche esponente della Destra politica (o giornalistica) pronto a negare l’allarme: il fascismo sarebbe finito alla fine della seconda guerra mondiale.

Tale affermazione è infondata. Meloni e FDI sono obiettivamente gli eredi del Fascismo per il tramite del #neofascismo degli anni ’60 e’70, riferimento per tanti dei loro elettori.

Però, a mio avviso, Meloni non attribuisce al Fascismo storico più importanza di tanto: non può condannarlo nettamente per non perdere  seguito, ma non ne trae diretta ispirazione. Certo non ideologica, quanto meno.

Come potrebbe, d’altronde, trarre ispirazione dal nulla? Qual era l’ideologia fascista? Il Fascismo collezionava al suo interno visioni, posizioni e comportamenti diversissimi e a tratti contraddittori. Solo il culto della personalità del Duce faceva da collante. Ricordate? “Mussolini  ha sempre ragione”. Per questo la figura di Mussolini è così importante per i fascisti: cosa c’era oltre quello?

Però in effetti un culto della personalità (in miniatura ma coltivato con impegno)  riguarda anche Meloni, che – obiettivamente – spicca senza particolare fatica nella compagine governativa che cerca di guidare.

In effetti c’era un tratto caratterizzante il fascismo: il netto rigetto di tutte le forme di  socialismo e di ogni forma di conflitto di classe mirante ad un cambiamento degli equilibri della società. Ma tale rifiuto non definisce il fascismo, se non per il fatto che l’azione fascista a difesa dei poteri economici consolidati era ostentatamente violenta.

L’anticomunismo/antisocialismo è patrimonio comune ed essenzialmente inscindibile della “società dei mercati”. La socialdemocrazia è stato un esperimento interessante (e sospettosamente monitorato) ma  – mi chiedo – sarebbe stato possibile senza l’esistenza dell’Unione sovietica? Certo non le è sopravvissuto.

Tornando a Meloni, il suo dichiarato “afascismo”, all’insegna di una pragmatica quanto interessata acquiescenza agli interessi americani e delle oligarchie internazionali, si sostanzia in un approccio formalmente perbenista, epperò non rassicura: in primis perché promuove la crescita nella società di istanze francamente violente (verbali ma non solo) avvelenando il dibattito politico e in secondo luogo perché continua a premere sui pilastri dell’architettura costituzionale del Paese, in primo luogo la tripartizione liberale dei poteri, promuovendo forme di democrazia autoritaria in cui il governo in quanto derivante dall’investitura elettorale sarebbe  al di sopra delle leggi – legibus solutus.

D’altronde  gli spunti di questa Impostazione si evincono già da diverse norme del decreto sicurezza, a cominciare da quell’art.31 che consente ai servizi di intelligence nazionali di compiere determinati reati, inclusa la direzione di associazioni terroristiche in operazioni sotto copertura, senza incorrere in sanzioni penali, come se in Italia non ci fosse mai stata una strategia della tensione.

Per non parlare dell’aggressione alla magistratura costituita dalla riforma Nordio.

D’altronde, al di là delle proteste e delle rassicurazioni del ministro della giustizia, la postura di questi nei confronti, della magistratura sia nazionale (sia internazionale – vedi caso Almasri) non lascia spazio e grandi dubbi, al di là dell’afflato garantista (limitato però ai colletti bianchi) di coloro che ricercano nella separazione delle carriere la piena realizzazione del processo accusatorio e con questo pensano di risolvere i problemi della giustizia italiana.

Tornando all’afascismo – una sorta di non fascismo non antifascista – questo presenta tutte le componenti dell’essenza più profonda del fascismo: protezione del potere economico dalle rivendicazioni di classe, fino alla obliterazione del conflitto democratico con un ostentato vittimismo che giustifichi l’impiego di norme contro le protesta,  estrema flessibilità delle pratiche e dei valori per adattarsi alla mutevolezza dei contesti e poi il collante, essenziale: il culto della personalità del leader, reso iconico dalla propaganda.

Il disegno della nostra Costituzione non è mai stato tanto in pericolo.

Il punto di equilibrio.

Quando nel ‘47 la Costituente elaborò la nostra Carta si era creato un equilibrio, forse irripetibile, di scienza e di coscienza, di motivazione a cercare la giusta misura tra la necessità di governare una società già allora complessa e la necessità di governarla senza che una parte obliterasse le ragioni delle altre parti. Il prodotto fu un buon prodotto. Non è che piacesse tutto a tutti, ma si era raggiunto un compromesso alto tra i liberali e comunisti, tra i cattolici e i laici, tra i monarchici e i repubblicani, tra coloro che non si sentivano antifascisti (Ma erano abbastanza opportunisti per non esprimere la loro posizione) e coloro che avevano fatto della lotta al Fascismo la propria ragione di vita.

Gli italiani avevano trovato un punto di equilibrio, che era si un punto da cui tirare verso la propria parte, ma era un punto comune: la Costituzione della Repubblica Italiana del ‘48 non era, come ogni prodotto umano esente da difetti, Il punto è che i difetti individuati da alcuni per altri erano pregi.

Nonostante la divisione dei poteri, per esempio, il Parlamento aveva un controllo diretto o indiretto su tutti gli altri poteri ed organi istituzionali. Inoltre la società civile attraverso i partiti e i sindacati pesava e pesava tanto!

Il potere del Parlamento si confrontava di continuo col potere del Governo, che per effetto della sua connessione col Parlamento attraverso i partiti era controllato da una parte e controllante dall’altra.

La distinzione tra Parlamento e Governo si fondava in buona misura sulla autonomia dei parlamentari, eletti col sistema proporzionale e le preferenze.

Il tentativo di divincolare il governo dal controllo parlamentare segue tutta la storia della Repubblica, da sempre in tanti hanno criticato il sistema di formazione delle decisioni pubbliche, che avveniva soprattutto in ambito partitico, ma che in Parlamento aveva un momento di ineliminabile incremento di trasparenza.

E la trasparenza nei processi decisionali pubblici non è interesse di tutti; è interesse della maggioranza dei cittadini meno influenti.

La trasformazione del sistema elettorale in sistema maggioritario, in più a turno unico, ha d’emblée stravolto gli equilibri: ha ingigantito Il potere delle segreterie di partito e snaturato il Parlamento rendendolo di volta in volta la cassa di risonanza o il mezzo di ammortizzazione politica delle scelte governative, a seconda della bisogna.

L’unico elemento che un po’ sfugge di fatto al nuovo equilibrio è il Senato, che per la base regionale dell’elezione rende impossibile una maggioranza blindata così come avviene alla camera. In Senato infatti è impossibile attribuire un premio di maggioranza unico per tutto il Paese. Per inciso, per una questione legata al differente numero di eletti per regione e all’orientamento di alcune  regioni più grandi, il Senato risulta molto più “ribelle”, quando vince il centro-sinistra.

Ciò ha costituito il motivo della riforma Renzi – Boschi, che sappiamo com’è andata a finire.

Possiamo dire che ogni volta che si è messo mano alla costituzione del 48, si è lavorato come dei muratori scadenti impegnati a “restaurare” una facciata monumentale: le modifiche si vedono e sono brutte e deturpanti,  anche da un punto di vista stilistico. Le persone come Concetto Marchesi oggi girano al largo, o sono tenute distanti, dalla politica istituzionale.

Quando le modifiche sono state più importanti come la riforma del Titolo V(approvata dal centro-sinistra)  il danno è stato più che proporzionale, ne vediamo i risultati a tutt’oggi e di questi risultati paventiamo gli sviluppi nei progetti di autonomia differenziata.

Intanto si continua a lavorare a “riforme” – che sarebbe utile chiamare correttamente col termine tecnico più sobrio di “revisioni” della Costituzione – che continuano a stirare quel povero punto di equilibrio del ’48 in direzione meno anti tirannica (o se si preferisce meno antifascista). Arrivando alla fine a snaturare il lavoro dei Costituenti, fino a rendere esigua quella tripartizione equilibrata dei poteri, che è uno dei tesori lasciatici dalla cultura illuminista e dalla Rivoluzione francese.

Andando alla noce della questione il potere esecutivo mal tollera i controlli: riesce a mascherarsi da democrazia grazie a una stampa amica, e a mostrarsi come emanazione della volontà popolare, dove il popolo è vittima di un drammatico “errore motivo” indotto dalla propaganda, ma avverte la pressione del controllo di legalità espresso dalla Magistratura, in quanto la Magistratura ha gli strumenti tecnici per restare immune dalla propaganda.

Intendiamoci, i magistrati non vivono su Marte, tra I magistrati abbiamo avuto dei martiri laici (e ne abbiamo avuti tanti – troppi) ma abbiamo avuto anche delle persone che con gli altri poteri ci hanno convissuto profittevolmente. Però il magistrato ha nella legge e nelle norme costituzionali una fonte di potere in buona parte indipendente e autonomo dalla politica e in quanto tale per certa politica è un problema. Problema che questo governo sta cercando di neutralizzare.

Alcuni fautori della separazione delle carriere i magistrato inquirente e di magistrato giudicante segnalano comprensibilmente le criticità di una vicinanza tra soggetti che espletano le due differenti funzioni. Tali criticità andrebbero sicuramente curate, come tanti ottimi studiosi e ottimi magistrati hanno segnalato in più occasioni. Mi pare però che i fautori “ingenui” (in senso etimologico) della separazione delle carriere non abbiano ponderato accuratamente gli esiti ultimi di questa separazione, resi prevedibili dall’operato quotidiano di questo governo: la sterilizzazione del controllo della Magistratura sulla politica e soprattutto sull’esecutivo.

E tale sterilizzazione avrebbe un effetto devastante su tutto il sistema, avvicinandoci drammaticamente all’esperienza ungherese o peggio ancora russa. Gli equilibri sono roba fragile e gli Stati Uniti con Trump lo stanno sperimentando.

 

Appello agli elettori (e ai partiti) della Sinistra e del Centrosinistra italiani.

ll tema delle alleanze a sinistra si pone da sempre; ancora più negli ultimi anni ed è diventato rovente negli ultimi giorni dopo le elezioni in Liguria e in attesa delle elezioni in Umbria ed Emilia Romagna.

In più l’elezione di Donald Trump negli USA ha indubbiamente corroborato la posizione del nostro governo, insieme a  tutti quelli delle destre nel mondo.
In Italia ognuna delle potenziali componenti di un’alleanza delle sinistre si confronta/ scontra con le due opzioni massime: valorizzare il più possibile le proprie peculiarità o disporsi a vagliare insieme le ragioni delle altre.
Per varie motivazioni, alcuni hanno già scelto in modo apparentemente definitivo, privilegiando le proprie differenze e dando alla propria battaglia un senso identitario.
Altri hanno scelto in modo apparentemente altrettanto definitivo di caratterizzarsi come parte sinistra dello schieramento, unitario.  Modulando le parole d’ordine in modo opportuno per caratterizzarsi senza “rompere”.
La nostra Associazione, 99% – composita com’è – prova a rappresentare le istanze ed i malesseri dell’elettorato della Sinistra e del Centrosinistra che soffre dell’attuale egemonia politica – e dei costumi, delle Destre e guarda sempre alla Costituzione antifascista come garanzia di funzionalità democratica, ma anche come concreto progetto politico di crescita armoniosa della società italiana.
L’elettorato socialista e democratico e l’elettorato cristiano e sociale del nostro Paese soffrono dell’assenza di un progetto politico di coalizione che vada oltre l’idea di battere e neutralizzare politicamente le Destre e che si proponga come progetto di governo di un Paese desiderabile per tutti coloro che hanno scelto di vivere in Italia, di tutte le età, e di tutte le religioni, orientamenti sessuali e origini geografiche.
Un progetto politico di coalizione, elaborato e discusso dentro e fuori le stanze istituzionali, di cui si parli sia nei luoghi deputati della politica, sia in ogni luogo fisico o virtuale dove si incontrino le persone e che NON sia un programma elettorale pronto da votare, ma ne costituisca la premessa indispensabile.
Un progetto politico che affianchi le istanze di uguaglianza e di libertà di iniziativa, interpretandole alla luce dei problemi, delle esigenze e delle soluzioni che i tempi presenti ci mettono davanti come criticità o come risorse.
Senza dimenticare la guerra, che travestita da difesa, nasce invece da opposte volontà di egemonia globale, che si contrappongono in un gioco di provocazioni reciproche e non tengono in nessun conto la vita umana.
La nostra Costituzione ripudia la guerra. E noi la ripudiamo con Lei, senza se e senza ma: niente giustifica le violazioni del diritto internazionale e il disprezzo verso l’ONU, da chiunque siano perpetrati. I negoziati sono l’unica cura per gli antagonismi tra stati.
Noi di 99% riteniamo che senza un impegno nella direzione di un progetto condiviso sarà impossibile indurre a votare gli elettori che fino adesso si sono astenuti. Deve essere chiaro ad ogni cittadino che votando effettua una scelta reale, che avrà conseguenze significative per la propria vita e per quella dei suoi cari. Il voto perde significato e valore se destinato esclusivamente a decidere i rappresentanti istituzionali, se questi, pur eletti , non potranno  operare scelte innovative sul funzionamento della Repubblica: sulla protezione del lavoro e dei lavoratori; sul finanziamento dei servizi sociali fondamentali come la scuola, la sanità, l’assistenza ai bisogni delle persone e sulle conseguenti scelte fiscali. E noi vogliamo che la gente torni a votare.
Per questo chiediamo ai soggetti dello schieramento di Sinistra e di Centrosinistra  di avviare un confronto pubblico, proficuo e trasparente, per arrivare ad una piattaforma politica intorno a cui coalizzare persone e soggetti collettivi.
Siamo già in ritardo: non si doveva arrivare a questo punto.

Vi chiediamo di firmare questo appello e di condividerlo a chi potrebbe sottoscriverlo a sua volta.
QUI IL LINK:
https://www.change.org/p/appello-agli-elettori-e-ai-partiti-della-sinistra-e-del-centrosinistra-italiani

Disturberemo il manovratore.

La Costituzione repubblicana approvata dalla Costituente ed entrata in vigore nel 1948 è il risultato travagliato di una difficile sintesi , un equilibrio tra diverse culture italiane quella cattolica, quella liberale quella socialista e quella qualunquista, la quale fu un po’ il modo in cui quegli italiani, che avevano appoggiato il fascismo da posizioni defilate, erano rappresentati nella Costituente.

Un equilibrio fragile e destinato a subire attacchi continui non appena le condizioni si fossero modificate.

Certo è che se nei settantacinque anni di vigenza della Costituzione l’attenzione spesa per la sua riforma fosse stata impiegata per la sua applicazione, l’Italia oggi sarebbe un paese diverso.

Appare evidente che le modifiche della Costituzione apportate nel tempo l’abbiano resa meno coerente, meno leggibile e meno efficace rispetto agli obiettivi che si proponeva: una società in cui la politica si esprimesse non solo negli organismi istituzionali, ma anche nella partecipazione negli organismi intermedi. Una società in cui l’indifferenza, che tanti danni aveva creato nei decenni precedenti la seconda guerra mondiale fosse sostituita dalla partecipazione dei cittadini.

I tentativi di modifica della Costituzione – e soprattutto gli ultimi – sono stati tesi a ridurre il controllo parlamentare sul governo e a riduzione le occasioni di partecipazione popolare.

Tutto questo si inserisce nel flusso coerente che ha prodotto la legge sulla regolamentazione – affievolimento del diritto di sciopero e, soprattutto, la riforma del sistema elettorale in senso maggioritario.

La nostra Costituzione In effetti ha un bug: la divisione dei poteri prevista dall’ideologia illuministico liberale è resa in modo imperfetto: il Parlamento ha una funzione sovraordinata rispetto agli altri organi costituzionali, con fortissime attribuzioni di controllo sia sul potere esecutivo sia su quello giudiziario.

Questo perché il Parlamento, eletto direttamente sarebbe l’attuatore della sovranità che, recita l’art. 1, “appartiene al Popolo”. Ma questa impostazione funzionava fino alla riforma del sistema elettorale in senso maggioritario Eletto col sistema proporzionale il Parlamento era una rappresentazione fedele degli orientamenti popolari.

Il Parlamento eletto con il maggioritario, invece, istituisce un’immedesimazione tra volontà parlamentare e volontà del governo tanto forte da sostanziarsi in una liberazione del Governo dal controllo parlamentare, anzi nella trasformazione del Parlamento in una cassa di risonanza della volontà della maggioranza di governo, oltre che di un ammortizzatore capace di catalizzare su di sé la responsabilità delle scelte governative.

L’unica criticità in questo asservimento del parlamento al governo fino adesso è stata costituita dal meccanismo di elezione del Senato della Repubblica, che essendo effettuata per Costituzione su base regionale non garantisce una maggioranza uguale a quella della Camera, eletta su base nazionale. Infatti in tutte le legislature dal ’94 in poi le preoccupazioni dei governi si sono sempre focalizzate sul Senato in cui le maggioranze erano meno stabili e più risicate.

A questo punto coi partiti alleggeriti dalle ramificazioni territoriali e la rappresentanza parlamentare allontanata dai territori anche per la riduzione del numero dei parlamentari il governo è già arbitro mal controllato del gioco politico.

Per metterlo al riparo da scossoni e assolutamente fuori controllo serve soltanto depotenziare la Presidenza della Repubblica e sterilizzare la possibilità che il Parlamento tolga la fiducia.
Se entrasse in vigore la proposta di revisione costituzionale del governo Meloni, il Premier verrebbe eletto insieme al Parlamento (votato con la stessa scheda – come già i sindaci) ed i partiti che gli sono collegati otterrebbero il 55% dei seggi, anche se alle urne non avessero la maggioranza assoluta.

A questo punto, superando la sensazione di deja vu nel Ventennio, viene spontanea una domanda: con un architettura siffatta, quanto conta la volontà di un cittadino?

Basta guardare a quello che hanno prodotto i governi “stabili”: peggioramento delle pensioni, partecipazioni a guerre non volute dalla maggioranza dei cittadini, mancata lotta all’inflazione, mancata cura del territorio e contemporanei tentativi di mettere in cantiere opere faraoniche come il Ponte sullo Stretto di Messina. E tutto questo senza il rischio di essere ‘mandati a casa”.

Con la riforma Meloni si eliminerebbe anche la pallida possibilità che di fronte ad un disastro conclamato i parlamentari sfiducino il governo, inducendo il Presidente della Repubblica a nominare un altro Presidente del Consiglio.

È quello che vogliono gli italiani?

Se questa maggioranza approvasse questa revisione della Costituzione, lo vedremo al referendum.
Noi voteremo NO.