Il punto di equilibrio.

Quando nel ‘47 la Costituente elaborò la nostra Carta si era creato un equilibrio, forse irripetibile, di scienza e di coscienza, di motivazione a cercare la giusta misura tra la necessità di governare una società già allora complessa e la necessità di governarla senza che una parte obliterasse le ragioni delle altre parti. Il prodotto fu un buon prodotto. Non è che piacesse tutto a tutti, ma si era raggiunto un compromesso alto tra i liberali e comunisti, tra i cattolici e i laici, tra i monarchici e i repubblicani, tra coloro che non si sentivano antifascisti (Ma erano abbastanza opportunisti per non esprimere la loro posizione) e coloro che avevano fatto della lotta al Fascismo la propria ragione di vita.

Gli italiani avevano trovato un punto di equilibrio, che era si un punto da cui tirare verso la propria parte, ma era un punto comune: la Costituzione della Repubblica Italiana del ‘48 non era, come ogni prodotto umano esente da difetti, Il punto è che i difetti individuati da alcuni per altri erano pregi.

Nonostante la divisione dei poteri, per esempio, il Parlamento aveva un controllo diretto o indiretto su tutti gli altri poteri ed organi istituzionali. Inoltre la società civile attraverso i partiti e i sindacati pesava e pesava tanto!

Il potere del Parlamento si confrontava di continuo col potere del Governo, che per effetto della sua connessione col Parlamento attraverso i partiti era controllato da una parte e controllante dall’altra.

La distinzione tra Parlamento e Governo si fondava in buona misura sulla autonomia dei parlamentari, eletti col sistema proporzionale e le preferenze.

Il tentativo di divincolare il governo dal controllo parlamentare segue tutta la storia della Repubblica, da sempre in tanti hanno criticato il sistema di formazione delle decisioni pubbliche, che avveniva soprattutto in ambito partitico, ma che in Parlamento aveva un momento di ineliminabile incremento di trasparenza.

E la trasparenza nei processi decisionali pubblici non è interesse di tutti; è interesse della maggioranza dei cittadini meno influenti.

La trasformazione del sistema elettorale in sistema maggioritario, in più a turno unico, ha d’emblée stravolto gli equilibri: ha ingigantito Il potere delle segreterie di partito e snaturato il Parlamento rendendolo di volta in volta la cassa di risonanza o il mezzo di ammortizzazione politica delle scelte governative, a seconda della bisogna.

L’unico elemento che un po’ sfugge di fatto al nuovo equilibrio è il Senato, che per la base regionale dell’elezione rende impossibile una maggioranza blindata così come avviene alla camera. In Senato infatti è impossibile attribuire un premio di maggioranza unico per tutto il Paese. Per inciso, per una questione legata al differente numero di eletti per regione e all’orientamento di alcune  regioni più grandi, il Senato risulta molto più “ribelle”, quando vince il centro-sinistra.

Ciò ha costituito il motivo della riforma Renzi – Boschi, che sappiamo com’è andata a finire.

Possiamo dire che ogni volta che si è messo mano alla costituzione del 48, si è lavorato come dei muratori scadenti impegnati a “restaurare” una facciata monumentale: le modifiche si vedono e sono brutte e deturpanti,  anche da un punto di vista stilistico. Le persone come Concetto Marchesi oggi girano al largo, o sono tenute distanti, dalla politica istituzionale.

Quando le modifiche sono state più importanti come la riforma del Titolo V(approvata dal centro-sinistra)  il danno è stato più che proporzionale, ne vediamo i risultati a tutt’oggi e di questi risultati paventiamo gli sviluppi nei progetti di autonomia differenziata.

Intanto si continua a lavorare a “riforme” – che sarebbe utile chiamare correttamente col termine tecnico più sobrio di “revisioni” della Costituzione – che continuano a stirare quel povero punto di equilibrio del ’48 in direzione meno anti tirannica (o se si preferisce meno antifascista). Arrivando alla fine a snaturare il lavoro dei Costituenti, fino a rendere esigua quella tripartizione equilibrata dei poteri, che è uno dei tesori lasciatici dalla cultura illuminista e dalla Rivoluzione francese.

Andando alla noce della questione il potere esecutivo mal tollera i controlli: riesce a mascherarsi da democrazia grazie a una stampa amica, e a mostrarsi come emanazione della volontà popolare, dove il popolo è vittima di un drammatico “errore motivo” indotto dalla propaganda, ma avverte la pressione del controllo di legalità espresso dalla Magistratura, in quanto la Magistratura ha gli strumenti tecnici per restare immune dalla propaganda.

Intendiamoci, i magistrati non vivono su Marte, tra I magistrati abbiamo avuto dei martiri laici (e ne abbiamo avuti tanti – troppi) ma abbiamo avuto anche delle persone che con gli altri poteri ci hanno convissuto profittevolmente. Però il magistrato ha nella legge e nelle norme costituzionali una fonte di potere in buona parte indipendente e autonomo dalla politica e in quanto tale per certa politica è un problema. Problema che questo governo sta cercando di neutralizzare.

Alcuni fautori della separazione delle carriere i magistrato inquirente e di magistrato giudicante segnalano comprensibilmente le criticità di una vicinanza tra soggetti che espletano le due differenti funzioni. Tali criticità andrebbero sicuramente curate, come tanti ottimi studiosi e ottimi magistrati hanno segnalato in più occasioni. Mi pare però che i fautori “ingenui” (in senso etimologico) della separazione delle carriere non abbiano ponderato accuratamente gli esiti ultimi di questa separazione, resi prevedibili dall’operato quotidiano di questo governo: la sterilizzazione del controllo della Magistratura sulla politica e soprattutto sull’esecutivo.

E tale sterilizzazione avrebbe un effetto devastante su tutto il sistema, avvicinandoci drammaticamente all’esperienza ungherese o peggio ancora russa. Gli equilibri sono roba fragile e gli Stati Uniti con Trump lo stanno sperimentando.

 

Disturberemo il manovratore.

La Costituzione repubblicana approvata dalla Costituente ed entrata in vigore nel 1948 è il risultato travagliato di una difficile sintesi , un equilibrio tra diverse culture italiane quella cattolica, quella liberale quella socialista e quella qualunquista, la quale fu un po’ il modo in cui quegli italiani, che avevano appoggiato il fascismo da posizioni defilate, erano rappresentati nella Costituente.

Un equilibrio fragile e destinato a subire attacchi continui non appena le condizioni si fossero modificate.

Certo è che se nei settantacinque anni di vigenza della Costituzione l’attenzione spesa per la sua riforma fosse stata impiegata per la sua applicazione, l’Italia oggi sarebbe un paese diverso.

Appare evidente che le modifiche della Costituzione apportate nel tempo l’abbiano resa meno coerente, meno leggibile e meno efficace rispetto agli obiettivi che si proponeva: una società in cui la politica si esprimesse non solo negli organismi istituzionali, ma anche nella partecipazione negli organismi intermedi. Una società in cui l’indifferenza, che tanti danni aveva creato nei decenni precedenti la seconda guerra mondiale fosse sostituita dalla partecipazione dei cittadini.

I tentativi di modifica della Costituzione – e soprattutto gli ultimi – sono stati tesi a ridurre il controllo parlamentare sul governo e a riduzione le occasioni di partecipazione popolare.

Tutto questo si inserisce nel flusso coerente che ha prodotto la legge sulla regolamentazione – affievolimento del diritto di sciopero e, soprattutto, la riforma del sistema elettorale in senso maggioritario.

La nostra Costituzione In effetti ha un bug: la divisione dei poteri prevista dall’ideologia illuministico liberale è resa in modo imperfetto: il Parlamento ha una funzione sovraordinata rispetto agli altri organi costituzionali, con fortissime attribuzioni di controllo sia sul potere esecutivo sia su quello giudiziario.

Questo perché il Parlamento, eletto direttamente sarebbe l’attuatore della sovranità che, recita l’art. 1, “appartiene al Popolo”. Ma questa impostazione funzionava fino alla riforma del sistema elettorale in senso maggioritario Eletto col sistema proporzionale il Parlamento era una rappresentazione fedele degli orientamenti popolari.

Il Parlamento eletto con il maggioritario, invece, istituisce un’immedesimazione tra volontà parlamentare e volontà del governo tanto forte da sostanziarsi in una liberazione del Governo dal controllo parlamentare, anzi nella trasformazione del Parlamento in una cassa di risonanza della volontà della maggioranza di governo, oltre che di un ammortizzatore capace di catalizzare su di sé la responsabilità delle scelte governative.

L’unica criticità in questo asservimento del parlamento al governo fino adesso è stata costituita dal meccanismo di elezione del Senato della Repubblica, che essendo effettuata per Costituzione su base regionale non garantisce una maggioranza uguale a quella della Camera, eletta su base nazionale. Infatti in tutte le legislature dal ’94 in poi le preoccupazioni dei governi si sono sempre focalizzate sul Senato in cui le maggioranze erano meno stabili e più risicate.

A questo punto coi partiti alleggeriti dalle ramificazioni territoriali e la rappresentanza parlamentare allontanata dai territori anche per la riduzione del numero dei parlamentari il governo è già arbitro mal controllato del gioco politico.

Per metterlo al riparo da scossoni e assolutamente fuori controllo serve soltanto depotenziare la Presidenza della Repubblica e sterilizzare la possibilità che il Parlamento tolga la fiducia.
Se entrasse in vigore la proposta di revisione costituzionale del governo Meloni, il Premier verrebbe eletto insieme al Parlamento (votato con la stessa scheda – come già i sindaci) ed i partiti che gli sono collegati otterrebbero il 55% dei seggi, anche se alle urne non avessero la maggioranza assoluta.

A questo punto, superando la sensazione di deja vu nel Ventennio, viene spontanea una domanda: con un architettura siffatta, quanto conta la volontà di un cittadino?

Basta guardare a quello che hanno prodotto i governi “stabili”: peggioramento delle pensioni, partecipazioni a guerre non volute dalla maggioranza dei cittadini, mancata lotta all’inflazione, mancata cura del territorio e contemporanei tentativi di mettere in cantiere opere faraoniche come il Ponte sullo Stretto di Messina. E tutto questo senza il rischio di essere ‘mandati a casa”.

Con la riforma Meloni si eliminerebbe anche la pallida possibilità che di fronte ad un disastro conclamato i parlamentari sfiducino il governo, inducendo il Presidente della Repubblica a nominare un altro Presidente del Consiglio.

È quello che vogliono gli italiani?

Se questa maggioranza approvasse questa revisione della Costituzione, lo vedremo al referendum.
Noi voteremo NO.