L’automazione totale di ogni lavoro manuale e ripetitivo non è un’ipotesi futuristica, ma un destino economico ineluttabile. I robot non vanno in ferie, non si ammalano, non scioperano e lavorano senza sosta con una precisione geometrica, mentre i loro costi di produzione continuano a crollare. Nel lungo termine, l’unica eccezione a questa regola sarà l’artigianato d’arte, cercato e pagato proprio per la sua intrinseca imperfezione emotiva e umana. Ma se tutta la manifattura e la logistica verranno delegate alle macchine, il lavoro subordinato per come lo conosciamo semplicemente svanirà. E con esso, sparirà anche il reddito da salario per miliardi di persone.
Se la politica decidesse di ignorare questo cambiamento, lasciando che le forze di mercato facciano il loro corso senza regole, l’Italia e l’Occidente scivolerebbero dritti in un “Nuovo Medioevo”. Immaginate uno scenario in cui l’1% della popolazione controlla il 99% della ricchezza mondiale, prodotta interamente dalle loro flotte di robot. Senza stipendi, il ceto medio si estinguerebbe in pochi anni, azzerando i consumi. Supermercati, negozi e ristoranti fallirebbero in massa. Lo Stato, non potendo più tassare i salari tramite l’IRPEF né i consumi tramite l’IVA, dichiarerebbe bancarotta, smettendo di erogare sanità e trasporti. I super-ricchi si ritroverebbero a vivere in cittadelle blindate e “closed communities”, protetti da droni e sistemi di sicurezza automatizzati, mentre fuori il 99% della popolazione della penisola tornerebbe a un’economia di sussistenza, baratto e inevitabili rivolte violente. Un mondo distopico e invivibile per tutti, ricchi compresi.
Ed è qui che crolla il dogma del capitalismo classico, ed emerge una verità sorprendente: evitare questo disastro conviene in primis proprio ai baroni industriali. Questo concetto è stato limpidamente espresso da figure insospettabili, ben lontane dalle ideologie di sinistra. Elon Musk, il più grande imprenditore tecnologico del pianeta, lo ripete ormai da anni: con l’avvento dei robot umanoidi e dell’intelligenza artificiale generale, il lavoro diventerà un’attività opzionale. Musk ha affermato esplicitamente che andremo incontro a un’era di “abbondanza universale”, in cui l’unica forma democratica possibile per evitare il collasso sociale sarà il Reddito Universale di Base (UBI) finanziato dallo Stato. Il motivo è puramente matematico: se le fabbriche automatizzate producono miliardi di merci perfette a costo zero, ma nessuno ha più uno stipendio per comprarle, il sistema capitalista implode per mancanza di clienti. I capitalisti hanno un disperato bisogno di consumatori solvibili per mantenere il valore delle loro aziende.
Come finanziare, quindi, questo welfare del futuro senza mandare in fumo l’economia? La risposta sta nella “Robot Tax”, una leva fiscale pionieristica di cui si discute sempre più spesso nei corridoi di Bruxelles e nei think tank economici. L’idea fondamentale è semplice: se un robot antropomorfo sostituisce un operaio umano, quel robot deve essere tassato simulando i contributi previdenziali e le imposte sul reddito che l’operaio avrebbe versato allo Stato. Non si tratta di punire l’innovazione, ma di spostare il carico fiscale dal lavoro umano ai profitti generati dall’automazione. Questa enorme massa di entrate verrebbe reincanalata direttamente nelle casse pubbliche per finanziare il reddito di cittadinanza e i servizi essenziali.
Quello che ci attende non è la fine del benessere, ma la fine della schiavitù del lavoro per la sopravvivenza. Già nel 1858 Karl Marx, nel suo “Frammento sulle macchine”, previde un’era in cui l’automazione avrebbe ridotto l’uomo a custode dei processi produttivi, trasformando il tempo libero nella vera ricchezza. Nel 1930, l’economista John Maynard Keynes parlava di “disoccupazione tecnologica” come anticamera di una società liberata dal bisogno. Oggi, la tecnologia sta finalmente rendendo reale quella profezia. Lo Stato sociale del futuro, forte di un welfare totale e dell’automazione, non sarà una scelta ideologica, ma l’unico compromesso logico e razionale per la sopravvivenza stessa della civiltà umana.
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Mercato, libertà e Costituzione nell’età dei neotiranni
C’è una scena che si ripete con inquietante regolarità nella storia del pensiero politico occidentale: qualcuno avverte che la libertà, distribuita senza misura, produce i propri carnefici. Lo disse Platone nel V secolo a.C., nella Repubblica, con un’immagine che suona profetica: il dispensatore di vino deve essere misurato nella mescita, altrimenti l’ubriachezza travolge il simposio. La democrazia sfrenata, avvertiva, genera tirannide — non nonostante la libertà, ma attraverso di essa. Duemilaquattrocento anni dopo, Elon Musk acquista Twitter, Jeff Bezos possiede il Washington Post, e Peter Thiel finanzia candidati che promettono di smantellare le istituzioni che lo hanno reso miliardario. Il simposio è ubriaco. Il dispensatore è sparito.
La vera domanda, oggi, non è come siamo arrivati qui. È se esiste un equilibrio praticabile tra la giungla del mercato deregolamentato e la caserma del controllo statale autoritario — e se, per caso, quel punto di equilibrio sia già scritto da qualche parte. La tesi che voglio sostenere è insieme semplice e scomoda: sì, esiste. E lo abbiamo nel cassetto dal 1948. Si chiama Costituzione della Repubblica italiana.
L’MMA senza recinto: anatomia della deregulation
La competizione capitalistica, nella sua forma classica, assomiglia a una disciplina sportiva: ci sono regole, un campo, un arbitro, e i risultati — per quanto spietati — rimangono dentro un perimetro accettabile. La deregulation sistematica degli ultimi quarant’anni ha tolto il recinto, rimosso l’arbitro e cancellato le regole. Ciò che resta è un’arena in cui vince non il più bravo, ma il più disposto a tutto.
Milton Friedman, in Capitalism and Freedom (1962), sosteneva che la libertà economica è condizione necessaria della libertà politica: il mercato disperso come antidoto naturale alla concentrazione del potere statale. Cinquant’anni di applicazione pratica hanno dimostrato il contrario. La libertà economica senza vincoli non disperde il potere: lo concentra. Lo trasferisce dallo Stato — almeno in teoria democraticamente controllabile — a soggetti privati che non rispondono a nessun elettorato.
Friedrich Hayek, in The Road to Serfdom (1944), immaginava che qualsiasi pianificazione statale conducesse inevitabilmente alla tirannide. Non si chiedeva però chi avrebbe pianificato il pianeta quando fossero stati i mercati a farlo: chi avrebbe deciso l’algoritmo di Facebook, la fiscalità di Amazon, le condizioni di lavoro nei magazzini di logistica. La risposta è: qualcuno — ma quel qualcuno non è stato eletto da nessuno.
Ayn Rand ha completato l’edificio ideologico con la filosofia dell’oggettivismo — la santificazione dell’interesse egoistico come virtù suprema. In La rivolta di Atlante (1957) immagina un mondo in cui i “creatori” si ribellano ai “parassiti”, cioè alla comunità, allo Stato, ai lavoratori che chiedono diritti. È una fantasia che ha trovato attuazione pratica nella Silicon Valley: la cultura del move fast and break things è letteratura randiana applicata all’impresa tecnologica. Musk, Thiel, Andreessen ne sono dichiarati lettori e prosecutori.
Il risultato storico è sotto gli occhi di tutti. Negli Stati Uniti, il paese che ha applicato più fedelmente il dogma, l‘11% della popolazione possiede più ricchezza del 50% inferiore. Trump non è un’anomalia: è il prodotto finale di una disuguaglianza così estrema da aver reso irriconoscibile il demos che dovrebbe sostenere la democrazia. I neotiranni della Silicon Valley non sono eccentrici: sono il coronamento logico di un sistema che ha privatizzato il potere senza privatizzare la responsabilità.
Il collegio: il modello cinese e il prezzo della coerenza
A questo punto, qualcuno indica la Cina. Ed è giusto farlo, perché il modello cinese ha una sua coerenza interna che merita analisi onesta, non liquidazione ideologica.
Il Partito Comunista Cinese ha adottato, a partire dagli anni Ottanta, un capitalismo inquadrato: gli attori privati competono, innovano, accumulano — ma dentro un perimetro definito politicamente. Lo Stato interviene, orienta, corregge, e quando necessario colpisce. Jack Ma sparisce per qualche mese e riappare ridimensionato. Alibaba paga multe miliardarie. DiDi viene delistata dalla borsa americana su ordine di Pechino. Il messaggio è cristallino: potete arricchirvi, ma non siete più grandi dello Stato.
Il risultato economico è, sul piano strettamente produttivo, impressionante. La Cina ha sottratto alla povertà assoluta quasi un miliardo di persone in quarant’anni, costruito un’industria manifatturiera che domina le catene globali del valore, e compete da pari nella corsa alle tecnologie del futuro: intelligenza artificiale, energie rinnovabili, semiconduttori.
Ma il prezzo è quello che nessuno di noi — almeno nessuno che abbia interiorizzato la tradizione dei diritti individuali — sarebbe disposto a pagare. Non c’è stampa libera, non c’è opposizione politica, non c’è diritto di sciopero autonomo. Le minoranze subiscono quello che le organizzazioni internazionali definiscono crimini contro l’umanità. la caserma funziona, ma le sue regole le scrive chi sta in cima, senza possibilità di appello. Carl Schmitt — il giurista che ha teorizzato la supremazia del politico su ogni altra sfera, e che ha messo la sua intelligenza al servizio del nazismo — resta il riferimento teorico di chi crede che l’efficienza richieda la sospensione del diritto. È Schmitt che aleggia sulle politiche digitali cinesi, ed è Schmitt che riemerge ogni volta che un governo democratico invoca l’emergenza per comprimere le garanzie costituzionali.
Il dilemma sembra insolubile: o la giungla o il collegio. O Trump o Xi. O la libertà senza struttura o la struttura senza libertà.
La terza via che non è slogan: la Costituzione repubblicana
Questo dilemma è falso. O meglio: è il dilemma che conviene a chi vuole farci scegliere tra due forme di sottomissione.
La Costituzione italiana del 1948 è uno dei tentativi più sofisticati di rispondere esattamente a questa domanda: come si organizza una società libera senza che la libertà diventi strumento di oppressione? È un documento scritto da persone che avevano appena vissuto il fascismo — l’esempio più nitido di cosa accade quando lo Stato colonizza ogni sfera della vita — ma anche i disastri del capitalismo selvaggio degli anni Venti e Trenta, che il fascismo aveva in parte cavalcato e in parte prodotto.
L’architettura costituzionale risponde al dilemma con una logica che non è né liberista né statalista: è relazionale. I diritti non esistono in astratto, ma in relazione agli altri diritti e alla comunità che li garantisce. L’articolo 41 è il cuore di questa visione: l’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Libertà sì, ma non libertà assoluta. Mercato sì, ma dentro un perimetro di responsabilità sociale.
È la stessa logica che informa l’articolo 1 — la Repubblica fondata sul lavoro, non sul capitale né sul mercato — e l’articolo 3, che alla formale uguaglianza davanti alla legge aggiunge il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Una formulazione che legge la disuguaglianza non come destino naturale ma come problema politico da affrontare attivamente.
Gli autori dell’equilibrio
Karl Polanyi, in La grande trasformazione (1944), dimostra con ricchezza storica straordinaria che il mercato autoregolato è sempre stato un’utopia pericolosa. I mercati storicamente funzionano immersi in relazioni sociali, norme culturali, istituzioni politiche. Quando si tenta di astrarli da questo contesto, la società reagisce producendo patologie: populismo, protezionismo, violenza politica. Polanyi chiamerebbe Trump un movimento di controprotezione — una risposta barbarica a un problema reale, generata dall’abbandono di quelle mediazioni istituzionali che la Costituzione repubblicana aveva invece il compito di garantire.
John Rawls, in Una teoria della giustizia (1971), offre la versione filosofica più raffinata dell’equilibrio costituzionale. Il suo velo di ignoranza — immaginate di dover scegliere le regole di una società senza sapere quale posizione vi spetterà in essa — produce naturalmente una struttura di protezione dei più vulnerabili: non per bontà, ma per razionalità. Un sistema giusto è quello in cui le disuguaglianze sono accettabili solo se vanno a vantaggio dei più svantaggiati. Esattamente quello che la nostra Costituzione, agli articoli 3 e 36, cerca di rendere operativo.
Amartya Sen, in Lo sviluppo è libertà (1999), sposta ulteriormente il baricentro: la libertà non è il punto di partenza da cui tutto il resto deriva — come in Friedman e Hayek — ma l’obiettivo a cui tende uno sviluppo umano autentico. Le libertà sostanziali dipendono da condizioni materiali che il solo mercato non garantisce. Lo Stato non è il nemico della libertà: è spesso la sua condizione di possibilità.
Rappresentanza e governabilità: la stessa battaglia
La deregulation economica e la deregulation istituzionale sono la stessa operazione vista da angolature diverse. Entrambe restringono il perimetro della democrazia reale; entrambe trasferiscono potere verso l’alto, fuori dalla portata del controllo collettivo; entrambe si presentano come modernizzazione inevitabile mentre smontano i dispositivi di protezione che la Costituzione aveva eretto.
In Italia questa parallela ha un nome: governabilità. Pronunciata con il tono della necessità tecnica, questa parola ha giustificato, a partire dalla stagione referendaria del 1993, la più sistematica operazione di compressione della rappresentanza popolare della storia repubblicana. Il proporzionale, si disse, produceva instabilità. Il maggioritario avrebbe garantito alternanza, chiarezza, decisione. Quello che non si disse è che il proporzionale non era il problema: era lo specchio. Rifletteva una società attraversata da interessi realmente plurali. Il maggioritario non ha risolto queste tensioni: le ha espulse dalla rappresentanza formale, lasciandole libere di incancrenire nel corpo sociale.
Il nodo è costituzionale, non solo elettorale. Il Parlamento italiano non è una camera di ratifica dell’esecutivo: è il centro gravitazionale dell’intero impianto repubblicano. Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento. Il Governo nasce dalla sua fiducia. La Corte Costituzionale è nominata per un terzo da esso. Questa centralità ha senso — ha senso costituzionale, non solo formale — soltanto se il Parlamento è la rappresentazione fedele del popolo sovrano. E può esserlo soltanto se è eletto con un sistema che traduce voti in seggi senza distorcere, amputare, silenziare. Il proporzionale non è una preferenza tecnica: è la condizione di possibilità della centralità parlamentare che la Costituzione presuppone.
Il premierato e lo stabilitum che il governo Meloni persegue non sono quindi una riforma contingente: sono il compimento di una traiettoria trentennale. La costituzionalizzazione di ciò che la legge elettorale maggioritaria aveva già fatto di fatto — la sostituzione della rappresentanza con la governabilità, del popolo plurale con il vincitore semplificato. È, ancora una volta, la logica della giungla applicata alle istituzioni: meno regole, meno contrappesi, più velocità per chi è già in posizione dominante.
Attuare la Costituzione: il programma che manca
Il problema dell’Italia non è che la Costituzione sia insufficiente. È che non è stata attuata. L’articolo 41, nella sua seconda parte, è rimasto lettera morta sotto ogni governo. L’articolo 36, che garantisce una retribuzione proporzionata e sufficiente, viene smentito ogni giorno da un mercato del lavoro che produce lavoratori poveri. L’articolo 3, nel suo secondo comma trasformativo, attende ancora un’interpretazione coerente e un’attuazione legislativa all’altezza.
La risposta non è il ritorno al modello statalista degli anni Settanta. È prendere sul serio la Costituzione come progetto politico: regolare i mercati digitali con la stessa determinazione con cui si regolano le banche; tassare le rendite con la progressività prevista dall’articolo 53; garantire il lavoro dignitoso come diritto e non come privilegio; restituire alle istituzioni pubbliche quella capacità di indirizzo che la vulgata neoliberale ha eroso. E insieme: difendere un Parlamento che parli davvero con le voci del paese reale, nella loro proporzione effettiva — perché solo quel Parlamento può esercitare in modo legittimo il controllo sui poteri economici e istituzionali che la Costituzione gli affida.
Platone aveva ragione: il dispensatore di vino deve essere misurato. Ma la misura non è arbitrio — è il risultato di un patto collettivo, scritto in articoli che aspettano ancora di diventare realtà. La giungla ci consegna i neotiranni. la caserma ci consegna i commissari. La Costituzione repubblicana ci offre qualcosa di più difficile e più prezioso: una comunità di persone libere che si danno regole insieme, e insieme le fanno rispettare. Abbiamo già lo strumento. Ci manca, semmai, il coraggio politico di usarlo.
Non ci sono dubbi che la Meloni e Fratelli d’Italia siano esponenti di una politica tossica, ma non sono loro ad avere portato la democrazia in questo stato di prostrazione.
La gente non va più a votare e chi ci va lo fa come atto di civismo estremo, con pertinacia, sperando poco o nulla in un auspicabile cambiamento, perché a fronte di una diffusa sofferenza sociale e politica la maggior parte delle proposte si limita a suggerire aggiustamenti marginali portati avanti da personaggi variamente improbabili.
Come definire altrimenti personalità politiche presenti nel cosiddetto campo largo, che si mettono in evidenza per la difesa degli equilibri sociali e politici esistenti, continuando a rigettare come irrealizzabile ogni tentativo di dare risposte efficaci ai reali problemi delle persone (salari, sanita, pensioni)?
Questo stato di cose ha generato un pesante cinismo che a vari gradi ha impregnato il corpo elettorale, trasformando le elezioni in un confronto tra schieramenti più o meno clientelari e tutti con atteggiamenti di sorda tifoseria.
Alla tradizionale astensione strutturale, accresciuta dal disimpegno sociale delle forze politiche e dall’infiacchimento progressivo della scuola pubblica, che ha generato cittadini senza cultura politica, si è aggiunta una crescente astensione da scoramento, adottata da persone che hanno votato per tutta una vita e che adesso non trovano una proposta politica che sia insieme credibile e interessante.
Il fatto è che i partiti che hanno governato hanno accettato di agire la politica all’interno di un recinto fatto da compatibilità tutte interne alla cultura neoliberista e nel contempo hanno secreto una sorta di tossina contro ogni cultura politica divergente, per giustificare la propria scelta.
Alcune forze progressiste già radicali, hanno di fatto accettato una sorta di marginalità e hanno provato a ricavarsi una ragion d’essere dalla difesa dei diritti civili, accettabili in un quadro liberale.
Probabilmente questo stato di cose è stato, anche, l’effetto di una stabilizzazione forzata del quadro politico derivante dalla partecipazione più o meno coattiva all’alleanza guidata dagli Stati Uniti, fondati sul liberalismo di destra, comunque rimane il dato di una società sempre più diseguale, squilibrata al punto che le ingiustizie sono diventate tanto profonde, evidenti e insostenibili da far perdere dapprima credibilità e poi sostanza alla eguaglianza formale delle persone di fronte alla legge e quindi allo stesso fondamento della democrazia.
In questo contesto la nascita, la crescita e adesso la prosperità dei nazionalismi parafascisti costituisce una sorta di risultato ineludibile e per questo la tossicità di partiti come Fratelli d’Italia non si manifesta come capacità di far ammalare o peggio distruggere i sistemi democratici, ma come capacità di nutrirsi delle democrazie in decomposizione con un attitudine, appunto, saprofita.
La destinazione desiderabile, per porre fine all’attuale stato di cose, è un governo alternativo della società e non un’alternanza di soggetti che governino alla luce dello stesso quadro ideologico.
Questa è la scommessa che la sinistra, o più genericamente la “parte popolare” , ha di fronte in tutto il mondo.
E sì. Dobbiamo guardare con gioia a quello che hanno fatto i Democratici americani a New York, ma dobbiamo avere chiaro come interpretare il ruolo della sinistra qui, a casa nostra, partendo dal fatto che a sinistra non si deve fare qualcosa “per il popolo” ma si deve fare qualcosa ” insieme al popolo”.
Alla faccia di coloro che usano la parola populista per infiacchire la democrazia: se il popolo non ha – reale – potere di decisione e di controllo sulla politica, la democrazia non esiste.
La questione è come indurre la gente comune a partecipare alla politica. L’aggressività della classe politica nel difendere il proprio status allontana le persone che non hanno mai fatto politica dalla partecipazione diretta. Troppo difficile appare riuscire a introdurre novità.
Comunque non ha senso aspettare che qualche leader illuminato ci guidi fuori dalla situazione attuale, anche perché, in assenza di una vigilanza sociale diffusa, il sistema politico economico mediatico tende ad assimilare a sé ogni singolo che si metta in evidenza nel tentativo di indurre delle modifiche significative. Dobbiamo alzare la testa e partecipare, partendo prima di tutto dal cercar di cambiare la cultura di feroce individualismo diffusa tra le persone. È un processo laborioso, ma possibile.
Quando nel ‘47 la Costituente elaborò la nostra Carta si era creato un equilibrio, forse irripetibile, di scienza e di coscienza, di motivazione a cercare la giusta misura tra la necessità di governare una società già allora complessa e la necessità di governarla senza che una parte obliterasse le ragioni delle altre parti. Il prodotto fu un buon prodotto. Non è che piacesse tutto a tutti, ma si era raggiunto un compromesso alto tra i liberali e comunisti, tra i cattolici e i laici, tra i monarchici e i repubblicani, tra coloro che non si sentivano antifascisti (Ma erano abbastanza opportunisti per non esprimere la loro posizione) e coloro che avevano fatto della lotta al Fascismo la propria ragione di vita.
Gli italiani avevano trovato un punto di equilibrio, che era si un punto da cui tirare verso la propria parte, ma era un punto comune: la Costituzione della Repubblica Italiana del ‘48 non era, come ogni prodotto umano esente da difetti, Il punto è che i difetti individuati da alcuni per altri erano pregi.
Nonostante la divisione dei poteri, per esempio, il Parlamento aveva un controllo diretto o indiretto su tutti gli altri poteri ed organi istituzionali. Inoltre la società civile attraverso i partiti e i sindacati pesava e pesava tanto!
Il potere del Parlamento si confrontava di continuo col potere del Governo, che per effetto della sua connessione col Parlamento attraverso i partiti era controllato da una parte e controllante dall’altra.
La distinzione tra Parlamento e Governo si fondava in buona misura sulla autonomia dei parlamentari, eletti col sistema proporzionale e le preferenze.
Il tentativo di divincolare il governo dal controllo parlamentare segue tutta la storia della Repubblica, da sempre in tanti hanno criticato il sistema di formazione delle decisioni pubbliche, che avveniva soprattutto in ambito partitico, ma che in Parlamento aveva un momento di ineliminabile incremento di trasparenza.
E la trasparenza nei processi decisionali pubblici non è interesse di tutti; è interesse della maggioranza dei cittadini meno influenti.
La trasformazione del sistema elettorale in sistema maggioritario, in più a turno unico, ha d’emblée stravolto gli equilibri: ha ingigantito Il potere delle segreterie di partito e snaturato il Parlamento rendendolo di volta in volta la cassa di risonanza o il mezzo di ammortizzazione politica delle scelte governative, a seconda della bisogna.
L’unico elemento che un po’ sfugge di fatto al nuovo equilibrio è il Senato, che per la base regionale dell’elezione rende impossibile una maggioranza blindata così come avviene alla camera. In Senato infatti è impossibile attribuire un premio di maggioranza unico per tutto il Paese. Per inciso, per una questione legata al differente numero di eletti per regione e all’orientamento di alcune regioni più grandi, il Senato risulta molto più “ribelle”, quando vince il centro-sinistra.
Ciò ha costituito il motivo della riforma Renzi – Boschi, che sappiamo com’è andata a finire.
Possiamo dire che ogni volta che si è messo mano alla costituzione del 48, si è lavorato come dei muratori scadenti impegnati a “restaurare” una facciata monumentale: le modifiche si vedono e sono brutte e deturpanti, anche da un punto di vista stilistico. Le persone come Concetto Marchesi oggi girano al largo, o sono tenute distanti, dalla politica istituzionale.
Quando le modifiche sono state più importanti come la riforma del Titolo V(approvata dal centro-sinistra) il danno è stato più che proporzionale, ne vediamo i risultati a tutt’oggi e di questi risultati paventiamo gli sviluppi nei progetti di autonomia differenziata.
Intanto si continua a lavorare a “riforme” – che sarebbe utile chiamare correttamente col termine tecnico più sobrio di “revisioni” della Costituzione – che continuano a stirare quel povero punto di equilibrio del ’48 in direzione meno anti tirannica (o se si preferisce meno antifascista). Arrivando alla fine a snaturare il lavoro dei Costituenti, fino a rendere esigua quella tripartizione equilibrata dei poteri, che è uno dei tesori lasciatici dalla cultura illuminista e dalla Rivoluzione francese.
Andando alla noce della questione il potere esecutivo mal tollera i controlli: riesce a mascherarsi da democrazia grazie a una stampa amica, e a mostrarsi come emanazione della volontà popolare, dove il popolo è vittima di un drammatico “errore motivo” indotto dalla propaganda, ma avverte la pressione del controllo di legalità espresso dalla Magistratura, in quanto la Magistratura ha gli strumenti tecnici per restare immune dalla propaganda.
Intendiamoci, i magistrati non vivono su Marte, tra I magistrati abbiamo avuto dei martiri laici (e ne abbiamo avuti tanti – troppi) ma abbiamo avuto anche delle persone che con gli altri poteri ci hanno convissuto profittevolmente. Però il magistrato ha nella legge e nelle norme costituzionali una fonte di potere in buona parte indipendente e autonomo dalla politica e in quanto tale per certa politica è un problema. Problema che questo governo sta cercando di neutralizzare.
Alcuni fautori della separazione delle carriere i magistrato inquirente e di magistrato giudicante segnalano comprensibilmente le criticità di una vicinanza tra soggetti che espletano le due differenti funzioni. Tali criticità andrebbero sicuramente curate, come tanti ottimi studiosi e ottimi magistrati hanno segnalato in più occasioni. Mi pare però che i fautori “ingenui” (in senso etimologico) della separazione delle carriere non abbiano ponderato accuratamente gli esiti ultimi di questa separazione, resi prevedibili dall’operato quotidiano di questo governo: la sterilizzazione del controllo della Magistratura sulla politica e soprattutto sull’esecutivo.
E tale sterilizzazione avrebbe un effetto devastante su tutto il sistema, avvicinandoci drammaticamente all’esperienza ungherese o peggio ancora russa. Gli equilibri sono roba fragile e gli Stati Uniti con Trump lo stanno sperimentando.
Il sistema di potere patriarcale si fonda su un’ideologia e ogni ideologia è capace di essere assorbita sia da coloro che ne traggono vantaggio sia da coloro che condanna all’assoggettamento.
Uno dei modi di diffusione del patriarcato, infatti, è il definire un’etica per le persone e in questa etica definire i modi i comportamenti gli atteggiamenti le attitudini corretti per chi aderisce all’ideologia.
Tali schemi attitudinali ovviamente sono diversi da cultura, a cultura, giacché moltissime culture sono intrise di elementi patriarcali. Ma tutte le culture sono accomunate dal distinguere in modo netto ciò che deve fare un uomo e ciò che deve fare una donna. Il ruolo sociale e familiare di una e quelli dell’altro.
L’adesione all’ideologia non comporta necessariamente la consapevolezza, anzi: nella norma l’adesione è tacita e vissuta come naturale adattamento ad una realtà di fatto.
È questa adesione inconsapevole che spiega come tante persone sinceramente progressiste, abbiano idee così intrinsecamente patriarcali.
La Democrazia, il governo del Popolo, funziona bene tra uguali. Una società è danneggiata dalla presenza di persone troppo povere come dalla presenza di persone troppo ricche, perché nell’esprimere la propria volontà, i propri voti, chi è troppo povero è ricattabile e chi è troppo ricco ha la concreta possibilità di cambiare le regole (durante la partita) quando e come vuole.
L’obiettivo centrale è curare la società dagli eccessi, dalla miseria e dalla opulenza, anche perchè storicamente l‘equilibrio è il presupposto delle società più sviluppate, più armoniche, più felici.
Ma l’uguaglianza non può essere né totale né imposta dall’alto: le persone non sono tutte uguali, anzi sono tutte diverse l’una dall’altra: differenze di tutti i generi, gusti, desideri, sensibilità. C’è chi vuole disporre di più cose – e per questo è disposto a un maggiore impegno – e chi preferisce più tempo libero. Ci sta. C’è anche chi parla di merito, ma questo termine ha senso solo a parità di condizioni e nell’ambito di processi semplici, senza condizionamenti esterni, condizioni che nelle complesse realtà sociali non si verificano mai.
È giusto che chi vuole impegnarsi di più sia libero di farlo e di raccogliere il frutto del proprio lavoro. Però la libertà di fare di più, se non è regolata, spinge naturalmente verso l’inasprimento delle disuguaglianze: chi ha ottenuto un vantaggio tende a stabilizzare i risultati ottenuti, magari per trasferire questi risultati ad altri, i figli per esempio, che così possono avvantaggiarsi anche senza sforzi propri.
Qui deve intervenire la spinta riequilibratrice dello Stato, per evitare che la ricchezza diventi un vantaggio incolmabile. Per questo la Costituzione dice che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Tutti hanno diritto a scuole pubbliche e ad università gratuite e funzionanti, perché tutti hanno il diritto di concorrere alla pari ai ruoli sociali di maggiore responsabilità e prestigio.
Tutti hanno diritto al lavoro – pagato tanto da poterci vivere dignitosamente – per avere un ruolo attivo al funzionamento della società.
Tutti hanno diritto a cure mediche gratuite tempestive e di buona qualità, per essere liberi dal timore che una malattia non possa essere curata o li porti alla rovina propria e delle proprie famiglie.
Sappiamo che il progetto della Costituzione non si è mai realizzato appieno per la resistenza di settori politici e sociali conservatori, ma tale obiettivo rimane il nostro per questo XXI secolo, anzi oggi è più urgente ed è anche più raggiungibile per effetto delle enormi innovazioni tecniche avvenute.
Alcune riforme sono diventate urgenti, per evitare che l’acuirsi delle sofferenze sociali porti ad una situazione irriformabile. Il fatto che non ci siano alternative risulta naturalmente inaccettabile per chi nell’attuale stato di cose sopravvive a malapena.
Ma per realizzare qualsiasi riforma bisogna ricostruire la macchina della Repubblica: Stato Regione ed Enti locali. E’ attraverso queste strutture che si possono mettere in atto i cambiamenti necessari. Serve un settore pubblico che funzioni veramente, dalla Sanità alla Scuola, all’Assistenza sociale, alla manutenzione del Territorio, alle funzioni di controllo. Oggi non è così. Le amministrazioni pubbliche da più di 30 anni sono state messe nelle condizioni di non funzionare, disattivate: il blocco del turn over ha ridotto e fatto invecchiare il personale e questo stesso personale spesso non ha fruito di aggiornamenti e formazione. La peggiore politica clientelare ha fatto di tutto per infiltrarlo e condizionarne impropriamente l’attività.
Le pubbliche amministrazioni devono tornare nelle condizioni di funzionare, essere messe in grado di utilizzare al meglio le tecnologie dell’informazione e per questo servono funzionari pubblici giovani e preparati, selezionati con concorsi pubblici e destinati a rimanere impiegati stabilmente, al fine di disporre di organizzazioni efficaci al giusto costo.
Certo la riattivazione della macchina pubblica ha un costo non indifferente.
Che fare? Bisogna invertire la rotta: ad oggi Stato ed enti pubblici non riscuotono il necessario per funzionare e in più spendono troppo per acquistare beni e servizi, spesso di cattiva qualità. Il dissesto della macchina pubblica non era inevitabile e non è stato casuale. Neutralizzare gli uffici pubblici é stato funzionale alla riduzione di tutti i controlli: sulla riscossione dei tributi, sul rispetto degli spazi e dei beni comuni, sull’ambiente.
Per finire, la neutralizzazione degli Uffici pubblici è servita per offrire all’economia privata proficue occasioni di guadagno, sostituendosi al Pubblico: dalla Sanità alla Scuola, dalle Università alla distribuzione dell’acqua alla mediazione tra domanda e offerta di lavoro, financo alla vigilanza del territorio. Inoltre la politica usa gli uffici pubblici per coltivare il consenso, ponendosi come rimedio “ad personam” per superare le lungaggini burocratiche create dalla stessa politica con norme ambigue, quando non contraddittorie.
La riappropriazione di spazi di attività da parte del settore pubblico non significa negazione dell’iniziativa privata. Questa, se operata nel rispetto dei diritti dei lavoratori, dei consumatori e dell’ambiente è un elemento prezioso di pluralismo e di autonomia individuale. e come tale può svolgere un’importante funzione nell’innovazione dei prodotti e dei processi. Essa non deve essere caricata di costi di assistenza, che devono essere pubblici perché universali e non deve essere assistita da fondi pubblici sotto forma di contributi a fondo perduto, di agevolazioni incondizionate e di altri supporti che gravanti sulla spesa pubblica.
Inoltre l’iniziativa privata sarebbe avvantaggiata da una macchina pubblica efficace, da controlli veloci, capaci di bloccare le forme di concorrenza sleale e da una veloce e precisa amministrazione delle controversie.
Seguiteci. vi proporremo le nostre priorità.
Come chiamare il fenomeno per cui la vittima è colpevolizzata per l’evento dannoso subìto?
Il neologismo vittimicidio è gia stato creato per descrivere l’atteggiamento diffuso nella cultura patriarcale per le fattispecie che colpiscono le donne, intimidite, zittitte, maltrattate, violate, perché sarebbero state petulanti, arroganti, inquiete, provocanti.
Ma a ben vedere nel nostro Paese è in voga (e sedimentata) una cultura in cui l’Autorità è flebile e inefficace, quando non addirittura complice: il colpevole viene di fatto lasciato impunito, quando non ammirato per la sua audacia.
Come spiegare altrimenti il Fascismo, il Berlusconismo o il Renzismo?
In Italia siamo lontani dalla bigotta ipocrisia americana: Mussolini poté addossarsi in Parlamento la responsabilità politica dell’assassinio di Matteotti, il Parlamento votò che Ruby era la nipote di Mubarak e Renzi è ancora in Parlamento nonostante abbia silurato Letta dopo averlo rassicurato sul suo appoggio – “Enrico stai sereno” – ed essere stato bocciato al referendum costituzionale del 2016 “se perdo mi ritiro dalla politica”.
In Italia si depenalizza il falso in bilancio, si condonano abusi e cartelle esattoriali, si garantiscono (i colletti bianchi), ci si lamenta per le indagini della magistratura quando riguardano una persona di ceto borghese (senza integrare il personale giudiziario).
In Italia si promuovono o si lasciano al lavoro poliziotti e carabinieri implicati in indagini su fatti gravissimi (es. G8 di Genova, caso Cucchi, etc). In italia i responsabili della morte di giovani lavoratrici subiscono condanne irrisorie.
Gramsci aveva correttamente indicato nell’indifferenza il male dell’Italia, un paese pieno di Don Abbondio laici e no. Gramsci è morto senza sentire la sentenza per cui c’è stata si una trattativa con la mafia ma “a fin di bene”.
In un Paese siffatto i casi dei Matteotti, dei Gramsci, dei Libero Grassi, dei Falcone, dei Borsellino sembrano servire più come esempi da evitare che come modelli da seguire.
In questo scenario esempi come quello di Ilaria Cucchi sembrano alieni: “si è stata brava, ma io non avrei insistito tanto” e comunque queste persone vengono sfruttate, diluite, dissipate in realtà tutte italiane, in normali come Sinistra Italiana (appunto) insieme ai Sumahoro.
Quindi abbiamo – è giusto dirlo – persone che denunciano: denunciano auto in doppia fila che gli impediscono di uscire dal parcheggio, o ex compagni stalker, denunciano abusi di datori di lavoro disonesti, o intimidazioni di funzionari concussori, denunciano minacce di estortori mafiosi e ndranghetisti,
Ma poi queste persone non ottengono giustizia e neanche sono protette dalle ritorsioni.
Hanno la colpa imperdonabile di essere vittime e di chiedere giustizia e protezione allo Stato.
Perché è lo Stato il grande malato italiano: è malato di debolezza fino all’esanimità. Esanime appunto, senza spirito né volontà. In Italia la trama delle relazioni superfamiliari si esplica in organizzazioni che, quale che ne sia la natura teorica, tendono a configurarsi come clan, in senso antropologico: qualcosa di prepolitico in cui le relazioni personali e familiari superano in forza e funzione le relazioni formali dichiarate. E questo avviene nelle associazioni e nei sindacati, nei partiti e nelle comunità parrocchiali, nelle Massonerie e nell’Opus dei.
Prima i miei associati, però (per cerchi concentrici) dopo i miei amici, i miei parenti, la mia famiglia, i miei figli.
Questi non sono problemi che si risolvono facilmente o brevemente, ma, se individuati e riconosciuti, possono essere curati. E va fatto. Per rendere il nostro paese abitabile, anche per le vittime. Tutte.
Noi che viviamo del nostro lavoro Siamo sotto attacco da anni, da parte delle classi dirigenti: manager, grandi imprese ed intellettuali al seguito:
- hanno reso precario il lavoro: ci pagano meno e hanno cancellato la maggior parte dei diritti;
- hanno ridotto le pensioni e cominciano a pagarcele molto dopo;
- hanno ridotto quantità e qualità dei lavori pubblici: crollano ponti e viadotti, le strade non sono manutenute, gli argini dei torrenti non sono controllati;
- hanno ridotto quantità e qualità dei servizi sanitari: i medici di base hanno troppi assistiti e si trasformano sempre di più in impiegati amministrativi; hanno chiuso molti ospedali pubblici ed hanno esternalizzato molti servizi di diagnosi e di terapia; i posti di pronto soccorso sono sottodimensionati;
- hanno ridotto quantità e qualità dei servizi scolastici: classi troppo numerose, troppo pochi insegnanti troppi dei quali precari ed hanno trasformato le scuole pubbliche in aziende, e le ospitano in locali fatiscenti e inadeguati;
- non fanno funzionare gli uffici pubblici: gli impiegati vanno in pensione e non vengono sostituiti da giovani, in più i nuovi assunti non vengono né selezionati né formati; così i controlli non si possono fare e quando fatti sono fatti in modo sbilanciato e iniquo;
- le università pubbliche sono impoverite e lasciate nelle mani di baroni che gestiscono l’ingresso dei giovani; moltissimi dei nostri migliori giovani ricercatori vanno all’estero;
- aumentano le sovvenzioni per le imprese e poi tante di queste spostano gli impianti all’estero e chiudono gli stabilimenti, licenziando il personale;
- aumentano la spesa militare e mandano armi in teatri di guerra, senza lavorare per la pace;
- mantengono imposte e tasse ingiuste sui lavoratori e sui piccoli negozianti e riducono le imposte sui più ricchi e sulle grandi imprese;
- ignorano le ingiustizie nel mondo in Palestina, Iran, Turchia, e ignorano gli attacchi alla libertà come a Cuba e in Venezuela. L’unico criterio di valutazione è la volontà degli USA, o in subordine, la volontà delle burocrazie Europee espressione delle cultura dell’arbitrio dei mercati.
Come si vede è difficile rispondere a tutti gli attacchi: ci sono arrivati da tutte le parti e su mille punti diversi.
Dobbiamo cambiare schema: ottenere una società armoniosa in cui tutti abbiano pari opportunità e in cui nessuno sia abbandonato alla miseria.
Per farlo c’è bisogno – adesso- di un’organizzazione che ci rappresenti e che funzioni. Non abbiamo bisogno di uomini o donne della provvidenza, abbiamo bisogno di coordinarci e di farci avanti tutte e tutti, mettendo da parte le differenze di metodo, per trovare modi di lotta che ci mettano d’accordo e focalizzando la nostra attenzione sulle priorità.
Non lasciamo che continuino a spogliarci di tutto.
La vera ricchezza dei popoli sono le persone.
È anche un fatto di numero (una popolazione che si va riducendo e va invecchiando è un problema enorme), ma pur importante il numero è marginale.
È la cultura che trasforma una persona in una forza capace di cambiare le cose, con le idee, la fantasia e la capacità di aggregare altre persone sul lavoro per il raggiungimento di un obbiettivo comune. Ciò perché la cultura è il prodotto delle relazioni con gli altri e con l’ambiente.
Ma perché questa forza sia realmente potente, deve essere innescata: la persona deve diventare pienamente “animale sociale”, cittadino.
Per questo la #scuola è così importante per un Paese. Una scuola capace di formare persone capaci di relazionarsi col contesto in cui si muovono; contesto che oggi è estremamente fluido e cangiante e per questo richiede robustezza interiore e capacità di adattamento. Ma la scuola deve coltivare anche la disposizione a relazionarsi con gli altri, aiutando a generare interesse e #rispetto per le persone con cui si viene a contatto, coi loro punti forti ed i loro bisogni.
Dalla scuola e dalla sua naturale prosecuzione nelle attività culturali devono nascere le basi su cui costruire la crescita civile e umana delle persone e collettivamente la capacità di un Popolo di esprimere rappresentazioni del mondo capaci, di generare forme di #simbiosi armoniche con l’altro da sé a cominciare dall’ambiente.
Una società che dà modo a ciascuno di esprimere ogni potenzialità e per questo una società siffatta è capace di innovare, di evolversi e di resistere alle avversità.
Anche per questo la scuola dev’essere molto, molto di più di una agenzia di preparazione al lavoro: dev’essere una fucina di persone serene, capaci di comprendere il modo e gli altri, capaci di risolvere problemi.
