L’automazione totale di ogni lavoro manuale e ripetitivo non è un’ipotesi futuristica, ma un destino economico ineluttabile. I robot non vanno in ferie, non si ammalano, non scioperano e lavorano senza sosta con una precisione geometrica, mentre i loro costi di produzione continuano a crollare. Nel lungo termine, l’unica eccezione a questa regola sarà l’artigianato d’arte, cercato e pagato proprio per la sua intrinseca imperfezione emotiva e umana. Ma se tutta la manifattura e la logistica verranno delegate alle macchine, il lavoro subordinato per come lo conosciamo semplicemente svanirà. E con esso, sparirà anche il reddito da salario per miliardi di persone.
Se la politica decidesse di ignorare questo cambiamento, lasciando che le forze di mercato facciano il loro corso senza regole, l’Italia e l’Occidente scivolerebbero dritti in un “Nuovo Medioevo”. Immaginate uno scenario in cui l’1% della popolazione controlla il 99% della ricchezza mondiale, prodotta interamente dalle loro flotte di robot. Senza stipendi, il ceto medio si estinguerebbe in pochi anni, azzerando i consumi. Supermercati, negozi e ristoranti fallirebbero in massa. Lo Stato, non potendo più tassare i salari tramite l’IRPEF né i consumi tramite l’IVA, dichiarerebbe bancarotta, smettendo di erogare sanità e trasporti. I super-ricchi si ritroverebbero a vivere in cittadelle blindate e “closed communities”, protetti da droni e sistemi di sicurezza automatizzati, mentre fuori il 99% della popolazione della penisola tornerebbe a un’economia di sussistenza, baratto e inevitabili rivolte violente. Un mondo distopico e invivibile per tutti, ricchi compresi.
Ed è qui che crolla il dogma del capitalismo classico, ed emerge una verità sorprendente: evitare questo disastro conviene in primis proprio ai baroni industriali. Questo concetto è stato limpidamente espresso da figure insospettabili, ben lontane dalle ideologie di sinistra. Elon Musk, il più grande imprenditore tecnologico del pianeta, lo ripete ormai da anni: con l’avvento dei robot umanoidi e dell’intelligenza artificiale generale, il lavoro diventerà un’attività opzionale. Musk ha affermato esplicitamente che andremo incontro a un’era di “abbondanza universale”, in cui l’unica forma democratica possibile per evitare il collasso sociale sarà il Reddito Universale di Base (UBI) finanziato dallo Stato. Il motivo è puramente matematico: se le fabbriche automatizzate producono miliardi di merci perfette a costo zero, ma nessuno ha più uno stipendio per comprarle, il sistema capitalista implode per mancanza di clienti. I capitalisti hanno un disperato bisogno di consumatori solvibili per mantenere il valore delle loro aziende.
Come finanziare, quindi, questo welfare del futuro senza mandare in fumo l’economia? La risposta sta nella “Robot Tax”, una leva fiscale pionieristica di cui si discute sempre più spesso nei corridoi di Bruxelles e nei think tank economici. L’idea fondamentale è semplice: se un robot antropomorfo sostituisce un operaio umano, quel robot deve essere tassato simulando i contributi previdenziali e le imposte sul reddito che l’operaio avrebbe versato allo Stato. Non si tratta di punire l’innovazione, ma di spostare il carico fiscale dal lavoro umano ai profitti generati dall’automazione. Questa enorme massa di entrate verrebbe reincanalata direttamente nelle casse pubbliche per finanziare il reddito di cittadinanza e i servizi essenziali.
Quello che ci attende non è la fine del benessere, ma la fine della schiavitù del lavoro per la sopravvivenza. Già nel 1858 Karl Marx, nel suo “Frammento sulle macchine”, previde un’era in cui l’automazione avrebbe ridotto l’uomo a custode dei processi produttivi, trasformando il tempo libero nella vera ricchezza. Nel 1930, l’economista John Maynard Keynes parlava di “disoccupazione tecnologica” come anticamera di una società liberata dal bisogno. Oggi, la tecnologia sta finalmente rendendo reale quella profezia. Lo Stato sociale del futuro, forte di un welfare totale e dell’automazione, non sarà una scelta ideologica, ma l’unico compromesso logico e razionale per la sopravvivenza stessa della civiltà umana.
Categoria: Redistribuzione
Non tutte le scelte politiche hanno un contenuto economico immediato. Le politiche sui diritti civili, sulla sicurezza pubblica, sulle forme di rappresentanza, incidono sulla vita dei cittadini in modi che non si misurano facilmente in euro. Ma esistono scelte — quelle fiscali, quelle di spesa, quelle sui trasferimenti a famiglie e imprese — che hanno effetti redistributivi diretti, espliciti, quantificabili. Sono scelte che decidono chi guadagna e chi perde, chi contribuisce e chi viene risparmiato.
Su questi temi la politica italiana ha storicamente tenuto un atteggiamento biforcato: generosa e aggressiva all’opposizione, reticente ed elusiva al governo. La giustificazione è sempre la stessa — non ci sono fondi — ma la giustificazione è falsa, o almeno parziale. Il problema non è la scarsità assoluta di risorse, ma la loro distribuzione: ci sono abbastanza fondi per accontentare chi sa farsi sentire; non abbastanza per tutti gli altri.
Le entrate: chi paga davvero
Il primo nodo è strutturale e riguarda la composizione del gettito fiscale. In Italia le imposte indirette — IVA, accise sui carburanti, imposte sui consumi — colpiscono indistintamente ogni classe di reddito. Chi guadagna diecimila euro all’anno e chi ne guadagna duecentomila pagano la stessa aliquota IVA sul pane, sulla benzina, sulle bollette. Le imposte dirette rappresentano il 57% del totale delle entrate tributarie, mentre l’IVA da sola pesa per circa il 30% (Bollettino Entrate Tributarie Internazionali, MEF, aprile 2025). Un peso enorme, e strutturalmente regressivo.
Sul versante delle imposte dirette, che in teoria dovrebbero distinguere tra redditi alti e redditi bassi, la realtà è ancora più sconfortante. La quota dominante del gettito IRPEF è prodotta dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, tassati alla fonte senza scampo. Le rendite finanziarie e quelle immobiliari, in percentuale, pagano meno. Gli autonomi e le imprese di dimensioni medio-piccole beneficiano di un sistema che — non per vocazione morale ma per architettura normativa — consente margini di sottrazione fiscale che il lavoratore dipendente non potrà mai permettersi.
Va però riconosciuto, con onestà, che questa categoria non è omogenea. Esistono lavoratori autonomi e liberi professionisti fiscalmente corretti, che dichiarano integralmente i propri redditi e sopportano un carico fiscale e contributivo elevato, senza le tutele — malattia, maternità, ammortizzatori sociali, TFR — di cui gode il lavoro dipendente. Questi contribuenti onesti subiscono una doppia penalizzazione: competono in condizioni di svantaggio con colleghi disonesti che abbattono il costo dei propri servizi grazie all’evasione, e si trovano esposti, più di chiunque altro, alle inefficienze della pubblica amministrazione — tempi biblici per autorizzazioni, pagamenti, rimborsi fiscali, accesso ai servizi — che per chi non ha un datore di lavoro si traducono in perdite dirette di reddito e di tempo. La soluzione non è l’indulgenza verso chi evade, ma la costruzione di un sistema di controlli efficace che smetta di premiare la disonestà e restituisca parità competitiva a chi le regole le rispetta.
Quanto vale il gap complessivo dell’evasione? Secondo la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva pubblicata dal MEF, nel solo 2021 sono stati evasi 82,4 miliardi di euro (Lavoce.info, ottobre 2024). Le stime più recenti dello stesso Ministero indicano un’evasione fiscale complessiva di circa 100 miliardi di euro l’anno, cifra che non include l’evasione legata all’economia sommersa (MEF, Relazione annuale 2024). La componente più rilevante riguarda l’IVA, stimata intorno ai 35 miliardi di euro annui, seguita dall’IRPEF non dichiarata e dall’IRES delle società. Non sono numeri marginali: sono risorse sistematicamente sottratte alla collettività, con l’indulgenza tacita di una politica che ha tutto l’interesse a non disturbare la propria base elettorale di riferimento.
La spesa: parsimonia selettiva.
Dal lato della spesa, da decenni si assiste a una progressiva compressione delle spese correnti, classificate come “meno produttive” rispetto agli investimenti. Il risultato è visibile a occhio nudo: strade dissestate, opere pubbliche che si deteriorano, amministrazioni svuotate di personale. Il blocco delle assunzioni, protratto in modo irrazionale per anni, ha paralizzato non solo il welfare pubblico — sanità, scuola, previdenza — ma anche le funzioni minime dello Stato: giustizia, sicurezza, pubblica amministrazione centrale e locale. Ne ha beneficiato il mercato privato, che si è insediato negli spazi lasciati vuoti, con il prevedibile aumento delle disuguaglianze nell’accesso ai servizi.
A questo regime di austerità generalizzata fanno eccezione, miracolosamente, le erogazioni alle imprese: esenzioni fiscali, agevolazioni all’accesso al credito, contributi a fondo perduto. La giustificazione è sempre la stessa: queste imprese creano lavoro. Vero. Fino a quando non decidono di smettere di crearlo in Italia.
Fiat è l’esempio più citato, e con ragione: decenni di sussidi pubblici, poi la progressiva migrazione produttiva verso l’estero, fino alla fusione con PSA e alla nascita di Stellantis, con sede legale ad Amsterdam. Ma il copione si è ripetuto altrove, e continua ancora oggi. Nel 2018 Whirlpool chiuse lo stabilimento piemontese della controllata Embraco, tagliando 500 posti per trasferire la produzione in Slovacchia — dove il costo del lavoro è più basso e la fiscalità più conveniente. Nel 2024, dopo l’acquisizione da parte del gruppo turco Arçelik e la nascita di Beko Europe, arrivò l’annuncio della chiusura di tre stabilimenti italiani con quasi 2.000 esuberi. Solo una lunga vertenza e l’impegno finanziario dello Stato hanno scongiurato, per ora, il peggio. Dodici anni di cassa integrazione, decenni di sussidi pubblici: ogni volta lo stesso copione — la multinazionale incassa, poi presenta il conto ai lavoratori e allo Stato.
Il debito pubblico: a chi vanno i soldi.
C’è un capitolo che viene raramente nominato nel dibattito pubblico, eppure è decisivo per capire dove finisce il denaro dei contribuenti. Da molti anni le entrate dello Stato superano le spese primarie — ovvero tutte le spese escluse gli interessi sul debito. Lo Stato, in altri termini, produce un avanzo primario: preleva dal sistema economico più di quanto non restituisca in servizi e investimenti. La differenza viene trasferita ai detentori del debito pubblico.
Chi sono? Secondo le rilevazioni di Banca d’Italia e dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, circa il 14% del debito è in mano a piccoli risparmiatori privati; il resto appartiene a investitori istituzionali — banche, fondi, compagnie assicurative — italiani e stranieri. Banca d’Italia sta progressivamente riducendo la propria quota, mentre cresce quella delle famiglie tramite polizze vita e fondi pensione. La redistribuzione, in questo schema, avviene in senso inverso rispetto a quanto proclamano i programmi elettorali: dai redditi da lavoro verso i redditi da capitale.
Che fare.
Ricomporre questo squilibrio richiede interventi su più livelli, che non possono essere elusi rimandando a tempi migliori.
Il primo è il ripristino di una progressività fiscale effettiva. Non si può continuare a tartassare lavoratori dipendenti e pensionati — che non hanno né la possibilità né gli strumenti per sottrarsi — mentre rendite finanziarie e immobiliari godono di aliquote di favore. Combattere l’evasione è necessario, ma non sufficiente: bisogna prima rimuovere le condizioni strutturali che la rendono conveniente, a partire da un sistema impositivo che smetta di penalizzare chi dichiara tutto e non premia chi non lo fa.
Il secondo è il finanziamento adeguato delle funzioni pubbliche: sanità, scuola, giustizia, sicurezza, amministrazione. Non come spesa improduttiva da tagliare, ma come investimento nella coesione sociale e nel funzionamento dello Stato di diritto. Ma sarebbe disonesto fermarsi qui. Chiedere ai cittadini — e in particolare a quelli che già pagano — di finanziare una macchina pubblica più grande senza contestualmente pretendere che quella macchina funzioni sarebbe una posizione politicamente fragile e moralmente incoerente. Efficacia ed efficienza della gestione pubblica non sono slogan liberisti: sono condizioni imprescindibili di legittimità. Uno Stato che chiede di più in tasse e restituisce code agli sportelli, pratiche perse, rimborsi che non arrivano, appalti mal gestiti e servizi scadenti non merita la fiducia dei contribuenti, e non la otterrà. Riformare la spesa pubblica — misurandone i risultati, responsabilizzando i dirigenti, premiando le amministrazioni virtuose — non è un’alternativa alla giustizia fiscale: ne è la precondizione politica.
Il terzo, più impopolare ma ineludibile, è una revisione della fiscalità sul patrimonio. Non una patrimoniale indiscriminata che colpisca i risparmi delle famiglie medie, ma un’imposta sulle grandi ricchezze e, prima ancora, una riforma sostanziale delle imposte di successione. Tutti i principali Paesi europei applicano regole più stringenti di quelle vigenti in Italia; fino agli anni Novanta anche il nostro ordinamento era molto più rigoroso. I margini per recuperare gettito da questa fonte esistono, e sarebbero socialmente più equi dell’alternativa attuale: continuare a finanziare lo Stato attraverso l’IVA e le accise, tasse che non distinguono tra ricchi e poveri.
Meglio far pagare chi ha che continuare a tartassare chi non può sfuggire.

