I fenicotteri protestano. Noi no.

Due governi, due popoli, una domanda senza risposta
C’è una laguna in Albania, la laguna di Narta, dove vivono fenicotteri, foche monache, tartarughe marine e duecento specie di uccelli migratori. A maggio 2026 sono arrivati i camion. Ruspe, materiali da costruzione, movimento terra. Senza valutazione d’impatto ambientale e ovviamente nessuna consultazione pubblica. L’obiettivo era realizzare un resort di lusso da cinque miliardi di euro, finanziato da Affinity Partners, il fondo di Jared Kushner, genero e consigliere di Donald Trump.
In diciotto giorni, centomila albanesi sono scesi in piazza con fenicotteri gonfiabili rosa. La “Rivoluzione dei Fenicotteri” ha costretto il Parlamento europeo a occuparsi di una laguna che la maggior parte degli europei non saprebbe indicare su una cartina.
Nello stesso periodo, in Sicilia, al resort Mangia’s di Brucoli, in provincia di Siracusa, arrivavano i pullman di dipendenti dell’Ashtrom Group, la grande azienda israeliana dell’immobiliare e delle infrastrutture, inserita nel database ufficiale dell’OHCHR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, per il suo coinvolgimento nella costruzione di insediamenti che il diritto internazionale qualifica come illegali nei territori palestinesi occupati. Ad accoglierli pattuglie della polizia che bloccavano chiunque si avvicinasse.
Quattro cittadini catanesi sono stati fermati e identificati su una strada pubblica, per essere transitati a bordo della propria auto mentre i pullman passavano. In Sardegna, pochi mesi prima, chi aveva protestato davanti a un altro resort Mangia’s aveva ricevuto il foglio di via dalla questura.
Gli Italiani non hanno prodotto nessuna reazione.

Due governi, una logica analoga
Il governo Rama in Albania e il governo Meloni in Italia hanno fatto, in sostanza, la stessa cosa: hanno aperto le porte a interessi economici che i rispettivi cittadini non hanno mai potuto discutere, modificando le regole in modo opaco e mettendo a disposizione risorse pubbliche per facilitare il tutto. In Albania, la legge sulle aree protette è stata riscritta nel 2024 con la categoria del “turismo di eccellenza” — una deroga costruita su misura, per edificare senza passare dai normali controlli ambientali.
In Italia, schierare polizia, carabinieri e guardia di finanza a presidiare un resort per la vacanza dei dipendenti di un’azienda non è una prassi amministrativa. È una scelta. Come se ci fosse di un accordo bilaterale con il governo israeliano, formale o no. Risorse pubbliche italiane al servizio di soggetti che un organismo internazionale ritiene coinvolti in violazioni del diritto.
Una precisazione è necessaria: che cittadini israeliani trascorrano le vacanze in Sicilia o altri investano in Puglia è normale, rientra nella libera circolazione di persone e capitali. Che un’imprenditrice come Orit Lev Marom abbia immaginato una “Israeli Colony in Salento” — comunità residenziale autosufficiente con case, scuole, servizi sanitari e terreni propri — risponde alla comprensibile domanda di sicurezza che una parte crescente della popolazione israeliana cerca fuori dai confini del proprio Paese. Il fenomeno non è nuovo: a Cipro, negli ultimi anni, il numero di residenti israeliani è quasi triplicato, con quartieri autonomi dotati di proprie strutture.
Il tema non è chi investe o dove vuole vivere. Il tema è se le istituzioni pubbliche controllano i fenomeni potenzialmente importanti e se ne rendono conto ai cittadini.


Una questione di trasparenza e proporzionalità.
Quando lo Stato italiano impiega forze dell’ordine per presidiare un resort durante la vacanza di gruppo dei dipendenti di un’azienda iscritta in una blacklist dell’ONU, e nello stesso tempo notifica fogli di via a chi manifesta pacificamente su una strada pubblica, solleva una domanda elementare: questo è un uso proporzionato e trasparente delle risorse pubbliche?
Non c’è in gioco nessun giudizio sugli israeliani come individui, ma l’attuale politica israeliana non può essere ignorata. C’è un principio di coerenza. Se l’Italia sostiene, nelle sedi internazionali, il rispetto del diritto internazionale e le risoluzioni ONU sui territori occupati, non può contemporaneamente destinare risorse dello Stato alla tutela privilegiata di soggetti che quegli stessi organismi ritengono coinvolti nella violazione di quel diritto. Non può farlo senza che qualcuno lo dica ad alta voce.
Che questa vicenda sia venuta a galla quasi per intero grazie a Report — un programma Rai peraltro in pausa estiva — e abbia avuto eco minima nel dibattito pubblico, dice qualcosa sul sistema dell’informazione italiano. Non solo sulla sensibilità dei cittadini.

Perché l’Albania ha reagito e noi no?
La domanda più interessante non riguarda i governi, che purtroppo si stanno comportando come ci si poteva aspettare. Riguarda i cittadini. In Albania centomila persone sono scese in piazza. In Italia la protesta è rimasta confinata a un numero ridotto di persone già impegnate sul tema. Perché?
La differenza più evidente: in Albania il danno era fisico, visibile, immediato. Le ruspe erano lì. La laguna era quella che molti albanesi conoscono e frequentano. Non serviva nessuna elaborazione per capire che qualcosa di proprio stava per essere perduto. In Italia il problema rimane per lo più astratto: una vacanza sorvegliata non lascia macerie visibili, un progetto immobiliare ancora su carta non cambia il paesaggio.
Ma c’è anche una ragione più strutturale. In Albania l’argomento della protesta era semplice e trasversale: “L’Albania non è in vendita”. Cinque parole capaci di unire persone con orientamenti politici diversi — preoccupati per l’ambiente, per la legalità, per la sovranità sulle proprie risorse. In Italia il dibattito sulle implicazioni della questione palestinese è rimasto per lo più dentro un perimetro preciso, senza riuscire a parlare a chi non era già convinto. Non è colpa di chi ha protestato: è il sintomo di un sistema dell’informazione e di un discorso pubblico che non hanno mai affrontato il tema per quello che è — una questione di diritto internazionale e di coerenza istituzionale, prima ancora che politica.
C’è poi l’assuefazione. Da decenni gli italiani hanno interiorizzato che lo Stato agisca per conto di interessi che non li rappresentano. Quando accade ancora, non fa notizia. Il disincanto cronico è il miglior alleato di chi preferisce che le cose restino come stanno.

sopra: Foto ricordo nel dei dipendenti Ashtrom group all’interno del Mangia’s resort.
credits: https://www.ecostiera.it

Una lezione da non sprecare
La “Rivoluzione dei Fenicotteri” ha prodotto risultati concreti. Il Parlamento europeo ha chiesto una moratoria sui permessi nelle aree protette albanesi. La procura anticorruzione SPAK ha aperto un’indagine. Il governo Rama è stato costretto a dialogare in pubblico. Una mobilitazione larga, con un simbolo riconoscibile e un messaggio comprensibile a tutti, ha ottenuto in settimane ciò che la pressione di settore fatica a ottenere in anni.
In Italia quel punto di innesco non è ancora arrivato. Manca un simbolo abbastanza semplice, un argomento abbastanza ampio da superare le divisioni preesistenti. Forse arriverà quando ci troveremo davanti a cantieri aperti anziché a siti oscurati. Forse no.
Nel frattempo, i pullman continuano ad arrivare. Le pattuglie continuano a presidiare. E la domanda su come vengono usate le risorse pubbliche italiane in questa vicenda rimane, per ora, senza risposta

Il grande paradosso dell’automazione: perché il socialismo tecnologico Conviene anche ai Capitalisti.


L’automazione totale di ogni lavoro manuale e ripetitivo non è un’ipotesi futuristica, ma un destino economico ineluttabile. I robot non vanno in ferie, non si ammalano, non scioperano e lavorano senza sosta con una precisione geometrica, mentre i loro costi di produzione continuano a crollare. Nel lungo termine, l’unica eccezione a questa regola sarà l’artigianato d’arte, cercato e pagato proprio per la sua intrinseca imperfezione emotiva e umana. Ma se tutta la manifattura e la logistica verranno delegate alle macchine, il lavoro subordinato per come lo conosciamo semplicemente svanirà. E con esso, sparirà anche il reddito da salario per miliardi di persone.
Se la politica decidesse di ignorare questo cambiamento, lasciando che le forze di mercato facciano il loro corso senza regole, l’Italia e l’Occidente scivolerebbero dritti in un “Nuovo Medioevo”. Immaginate uno scenario in cui l’1% della popolazione controlla il 99% della ricchezza mondiale, prodotta interamente dalle loro flotte di robot. Senza stipendi, il ceto medio si estinguerebbe in pochi anni, azzerando i consumi. Supermercati, negozi e ristoranti fallirebbero in massa. Lo Stato, non potendo più tassare i salari tramite l’IRPEF né i consumi tramite l’IVA, dichiarerebbe bancarotta, smettendo di erogare sanità e trasporti. I super-ricchi si ritroverebbero a vivere in cittadelle blindate e “closed communities”, protetti da droni e sistemi di sicurezza automatizzati, mentre fuori il 99% della popolazione della penisola tornerebbe a un’economia di sussistenza, baratto e inevitabili rivolte violente. Un mondo distopico e invivibile per tutti, ricchi compresi.
Ed è qui che crolla il dogma del capitalismo classico, ed emerge una verità sorprendente: evitare questo disastro conviene in primis proprio ai baroni industriali. Questo concetto è stato limpidamente espresso da figure insospettabili, ben lontane dalle ideologie di sinistra. Elon Musk, il più grande imprenditore tecnologico del pianeta, lo ripete ormai da anni: con l’avvento dei robot umanoidi e dell’intelligenza artificiale generale, il lavoro diventerà un’attività opzionale. Musk ha affermato esplicitamente che andremo incontro a un’era di “abbondanza universale”, in cui l’unica forma democratica possibile per evitare il collasso sociale sarà il Reddito Universale di Base (UBI) finanziato dallo Stato. Il motivo è puramente matematico: se le fabbriche automatizzate producono miliardi di merci perfette a costo zero, ma nessuno ha più uno stipendio per comprarle, il sistema capitalista implode per mancanza di clienti. I capitalisti hanno un disperato bisogno di consumatori solvibili per mantenere il valore delle loro aziende.
Come finanziare, quindi, questo welfare del futuro senza mandare in fumo l’economia? La risposta sta nella “Robot Tax”, una leva fiscale pionieristica di cui si discute sempre più spesso nei corridoi di Bruxelles e nei think tank economici. L’idea fondamentale è semplice: se un robot antropomorfo sostituisce un operaio umano, quel robot deve essere tassato simulando i contributi previdenziali e le imposte sul reddito che l’operaio avrebbe versato allo Stato. Non si tratta di punire l’innovazione, ma di spostare il carico fiscale dal lavoro umano ai profitti generati dall’automazione. Questa enorme massa di entrate verrebbe reincanalata direttamente nelle casse pubbliche per finanziare il reddito di cittadinanza e i servizi essenziali.
Quello che ci attende non è la fine del benessere, ma la fine della schiavitù del lavoro per la sopravvivenza. Già nel 1858 Karl Marx, nel suo “Frammento sulle macchine”, previde un’era in cui l’automazione avrebbe ridotto l’uomo a custode dei processi produttivi, trasformando il tempo libero nella vera ricchezza. Nel 1930, l’economista John Maynard Keynes parlava di “disoccupazione tecnologica” come anticamera di una società liberata dal bisogno. Oggi, la tecnologia sta finalmente rendendo reale quella profezia. Lo Stato sociale del futuro, forte di un welfare totale e dell’automazione, non sarà una scelta ideologica, ma l’unico compromesso logico e razionale per la sopravvivenza stessa della civiltà umana.

DDL Valditara: senza interventi educativi, come si prevengono i femminicidi?

Il governo e la violenza di genere: punire sì, prevenire no

Due leggi, una visione. Il 25 novembre 2025, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il Parlamento italiano ha approvato all’unanimità la legge che introduce il femminicidio come reato autonomo nel codice penale, punito con l’ergastolo. Applausi trasversali, dichiarazioni solenni, fotografie di rito. La presidente del Consiglio ha parlato di norme “molto importanti, fortemente volute”. Il ministro della Giustizia di “risultato epocale”. Lo stesso giorno, al Senato, la maggioranza bloccava il ddl che avrebbe riformato la disciplina sulla violenza sessuale introducendo il criterio del “consenso libero e attuale” — il cuore di quasi tutte le legislazioni europee avanzate. Rinviato. Da approfondire. Poi dimenticato.

Pochi mesi dopo, a giugno 2026, la stessa maggioranza approvava il ddl Valditara sul consenso informato: nessuna educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia e primarie, autorizzazione parentale scritta per ogni attività che riguardi affettività o sessualità nelle scuole medie e superiori. Motivazione ufficiale: tutela della “libertà educativa dei genitori”. Effetto concreto: l’Italia si consolida nel gruppo ristretto di paesi europei — insieme a Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria e Cipro — privi di qualsiasi forma obbligatoria di educazione sessuo-affettiva scolastica.

Qualcuno ha letto in queste due vicende una contraddizione. Una destra che si batte contro il femminicidio e poi blocca gli strumenti per prevenirlo. È una lettura comprensibile, ma sbagliata. Non c’è nessuna contraddizione. C’è, al contrario, una coerenza perfetta — e smontarla nei suoi meccanismi è più utile che limitarsi a denunciarla.

Il deterrente che non deterrisce

La criminologia lo ripete da decenni con una chiarezza che il legislatore italiano continua sistematicamente a ignorare: l’inasprimento delle pene non ha effetto deterrente sulla violenza di genere. Lo documentano Alessandro Baratta, Massimo Pavarini, Giuseppe Mosconi. Lo ribadisce una meta-analisi recente che ha analizzato oltre cinquantamila casi in tre continenti. Lo afferma esplicitamente l’Unione delle Camere Penali Italiane nel suo parere sul ddl, definendo la norma una “grida manzoniana” — un provvedimento che serve a sedare l’allarme dell’opinione pubblica, non a modificare il fenomeno.

Gli autori di femminicidio non sono individui che calcolano rischi penali prima di agire. Non si arrestano davanti alla prospettiva dell’ergastolo perché non ragionano in quei termini: agiscono dentro una cultura che normalizza il controllo, il possesso, la sopraffazione. Quella cultura non si tocca con nuovi articoli del codice penale. Si modifica — lentamente, faticosamente — attraverso l’educazione, la formazione, il cambiamento delle relazioni tra i generi a partire dall’infanzia.

C’è poi un dettaglio tecnico che rende la legge ancora più difficile da difendere sul piano della razionalità giuridica: la pena dell’ergastolo per l’omicidio di una donna era già prevista dal codice vigente, nei casi commessi nei confronti del coniuge, del convivente, del partner. Il nuovo reato autonomo di femminicidio non introduce una sanzione che prima non esisteva. Introduce un’etichetta. Una dichiarazione di intenti travestita da norma.

La prevenzione come campo minato

Se l’approccio punitivo è inefficace, l’approccio preventivo è invece documentato. Una meta-analisi del 2023 su oltre cinquantamila adolescenti tra i 10 e i 19 anni — condotta in Europa, negli Stati Uniti e in Asia — evidenzia che programmi strutturati di educazione sessuo-affettiva producono un significativo miglioramento nella capacità di costruire relazioni paritarie, gestire i conflitti, riconoscere e rispettare il consenso, e una riduzione misurabile degli episodi di violenza sessuale tra pari. L’esperienza svedese, con l’educazione obbligatoria dal 1955, documenta una diminuzione della violenza di genere tra i giovani e un netto miglioramento del benessere relazionale. I Paesi Bassi, dove il 93% degli studenti riceve educazione sessuale completa prima dei 15 anni, registrano uno dei tassi di gravidanze adolescenziali più bassi d’Europa.

Il governo conosce questi dati. E sceglie diversamente. Non per ignoranza — sarebbe quasi una attenuante — ma per una logica politica precisa, che vale la pena rendere esplicita.

La coerenza che nessuno vuole nominare

Introdurre il reato di femminicidio non costa nulla sul piano del conflitto culturale. È anzi un’operazione che produce consenso immediato, titoli unanimi, solidarietà trasversale. Non disturba nessuna visione del mondo. Legge il femminicidio come devianza individuale — la “barbarie” di un “mostro” — e risponde con la sanzione che si riserva ai mostri: l’ergastolo. La struttura relazionale, culturale, pedagogica che produce quella violenza resta intatta. Non viene nemmeno nominata.

L’educazione sessuo-affettiva, al contrario, presuppone che la violenza di genere non sia una patologia individuale ma un prodotto culturale sistemico. Che i ruoli, le aspettative, i modelli relazionali trasmessi dall’infanzia contribuiscano a costruire quel sistema di dominanza che può sfociare, al suo estremo, nel femminicidio. Questa è un’ammissione incompatibile con la visione tradizionalista della famiglia, dell’autorità genitoriale, dei ruoli di genere che la destra di governo vuole invece preservare e legittimare. Il ddl Valditara non è solo un freno all’educazione: è la difesa di un modello culturale che non può permettersi di essere interrogato.

La criminologa Isabella Merzagora ha definito la legge femminicidio un “ansiolitico sociale”: uno strumento che calma l’opinione pubblica senza incidere sul fenomeno. È la definizione giusta. Ma il punto è che questa destra non cerca di risolvere il problema — cerca di gestirne la percezione. Il registro punitivo-simbolico è perfettamente funzionale a questo obiettivo: dà l’impressione dell’azione, segnala severità morale, raccoglie consenso. Il registro preventivo-culturale lo contraddirebbe, perché richiederebbe di ammettere che la violenza ha radici in ciò che questa destra considera patrimonio da tutelare.

Le donne, nel frattempo, continuano a morire. Con l’ergastolo in codice e senza un’ora di educazione affettiva in classe.