Il sistema metrico occidentale: I doppi standard della moralità pubblica nelle guerre dal 1967 a oggi.

Un’analisi su come l’opinione pubblica occidentale applichi misure etiche diverse a seconda di chi commette la violenza — e su ciò che questa asimmetria racconta di noi.


1. Due guerre, due moralità

Il settembre 2026 ci trova di fronte a una fotografia geopolitica che nessuno avrebbe scommesso solo quattro anni fa. A Gaza, un cessate il fuoco tecnicamente in vigore dall’autunno 2025 convive con raid israeliani che continuano a mietere vittime civili, con una Striscia in cui oltre il 90% della popolazione è stata sfollata almeno una volta, in cui il 70% del territorio è soggetto a ordini di evacuazione o è militarizzato, e dove oltre 247.000 persone risultano morte o ferite dall’ottobre 2023, comprese 1.180 vittime registrate dopo l’annuncio della tregua. A maggio 2026, il bilancio degli operatori umanitari uccisi superava quota 595

. Le immagini satellitari raccontano di 2.500 edifici demoliti anche dopo il cessate il fuoco, molti oltre la cosiddetta “linea gialla” che delimitava le aree di operazione concordate.

Striscia di Gaza – Città di Rafah settembre 2026. fonte Google Earth.

Nel contempo, in Ucraina, il conflitto entra nel suo quinto anno con negoziati trilaterali Russia-Stati Uniti-Ucraina tenutisi a Ginevra nel febbraio 2026, i primi a mettere formalmente sul tavolo la questione territoriale: Mosca chiede l’intero Donbass e il riconoscimento dell’annessione di Crimea e delle quattro regioni occupate, Kiev si ancora alle linee del fronte.

Questi due conflitti, accaduti sulla stessa decade, sono stati — e in parte continuano a essere — giudicati dall’opinione pubblica mainstream secondo grammatiche morali differenti. Non diciamo che siano conflitti identici: lo Stato di diritto internazionale applica categorie diverse a un’invasione di uno Stato sovrano riconosciuto e a un’occupazione decennale in un territorio il cui statuto giuridico è oggetto di disputa. Ma il punto è un altro. Per anni, le reti televisive occidentali hanno trattato i bambini ucraini in fuga da Mariupol’ come vittime sacre di un’aggressione, mentre i bambini di Khan Younis, estratti dalle macerie con la polvere bianca dei vestiti, venivano inquadrati in un dibattito “complesso” in cui le ragioni di Israele occupavano sistematicamente la metà dello spazio, per non dire di più. Una condizione umanitaria che oltre venticinque ministri degli esteri hanno definito come “proporzioni inimmaginabili”, con una carestia diffusa “davanti ai nostri occhi”, ha convissuto per mesi con la retorica della “guerra giusta” dello stato ebraico.

Ucraina – Città di Borodyanka – Maggio 2022

L’obiettivo di questo articolo non è stabilire chi abbia torto o ragione in ciascun conflitto, né ridurre l’uno o l’altro a un paradigma. È invece più umile e più scomodo: mostrare come la valutazione etica della violenza politica da parte dell’opinione pubblica mainstream (quella delle redazioni principali, dei palinsesti televisivi, dei dibattiti sui quotidiani di riferimento) sia stata storicamente selettiva, e come questa selettività non sia un’anomalia recente, ma la cifra strutturale di almeno sessant’anni di politica internazionale raccontata dall’Occidente.

Per “doppio standard” intendiamo la pratica di applicare principi morali dichiaratamente universali – il diritto internazionale, il divieto di aggressione, la protezione dei civili, il rispetto dei trattati – in modo diseguale, in funzione dell’identità dell’agente che li viola. Un doppio standard non è semplice ipocrisia individuale: è un meccanismo collettivo di produzione dell’attenzione, in cui chi decide cosa è uno scandalo e cosa è un incidente determina, di fatto, la gerarchia del dolore umano.

2. La mappa attuale delle asimmetrie.

Cominciamo dai due conflitti che strutturano il presente, perché offrono la fotografia più nitida del fenomeno.

Ucraina: l’aggressione impossibile da mitigare.

Il 24 febbraio 2022 la Russia di Vladimir Putin invade un Paese vicino sovrano, riconosciuto dall’ONU, violando gli articoli 2 e 51 della Carta delle Nazioni Unite. La condanna dell’opinione pubblica occidentale è stata immediata, quasi unanime, e il lessico è stato quello dei principi inderogabili: i confini non si cambiano con la forza, le popolazioni non si annettono, i referendum organizzati sotto occupazione militare non hanno validità. Nessun quotidiano di riferimento ha trattato l’invasione come un “conflitto dai risvolti complessi” in cui “entrambe le parti hanno le loro ragioni”. La rottura dei trattati di Minsk, la presenza di elementi di estrema destra nelle file ucraine (documentata, ma strumentalizzata da Mosca), i bombardamenti sul Donbass tra il 2014 e il 2022: tutti questi elementi, pur discussi, non hanno mai messo in discussione il quadro morale di fondo — l’aggressore e l’aggredito.

È stata, per dirla con un termine tecnico, un’applicazione corretta e rigorosa del diritto internazionale: la prima dopo molto tempo, alcuni direbbero.

Gaza: la complessità come tecnica di diluizione

Il 7 ottobre 2023 Hamas compie un massacro su scala coordinata: circa 1.200 civili israeliani uccisi, centinaia di ostaggi rapiti. La risposta israeliana, l’operazione “Spade di ferro” e poi la conquista terrestre della Striscia, ha prodotto nel primo anno di guerra un numero di vittime civili nell’ordine delle decine di migliaia. La copertura mediatica mainstream occidentale, soprattutto negli Stati Uniti e in parte dell’Europa, ha operato però un lavoro di inquadramento differente: mentre per l’Ucraina i civili erano “vittime”, per Gaza i civili erano “il prezzo di una guerra contro il terrorismo”, da contestualizzare con la “sicurezza di Israele”, con il “diritto alla difesa”, con la “complessità storica” del conflitto.

Le parole di ordinanza lo dimostrano. “Il diritto di Israele a difendersi” è stato pronunciato da ogni cancelleria occidentale nell’ottobre 2023; la formula equivalente per l’Ucraina non ha mai avuto bisogno di essere pronunciata, perché era implicita. Quando a marzo 2024 Human Rights Watch definiva l’assedio totale della Striscia, col taglio di elettricità, cibo, carburante, una “esortazione a commettere un crimine di guerra”, la maggior parte dei mainstream occidentali ha trattato la denuncia come opinione di parte, mentre le dichiarazioni analoghe sull’invasione russa venivano riportate come constatazione di fatto.

Il meccanismo si è ripetuto a ogni escalation: i raid su obiettivi civili russi hanno fatto notizia come crimini; i raid israeliani su campi profughi, scuole ospedali hanno fatto notizia come “operazioni” di cui “almeno una parte della responsabilità va ricercata in Hamas”. Quando nel giugno 2025 ventinove ministri degli esteri hanno firmato una dichiarazione affermando che la popolazione di Gaza “è brutalmente priva di protezione” e che “condanniamo la distribuzione a gocce degli aiuti e l’uccisione disumana di civili, compresi bambini, che cercano di soddisfare i loro bisogni più elementari di acqua e cibo”, i principali mezzi di informazione anglosassoni hanno dato alla notizia un peso notevolmente inferiore rispetto a dichiarazioni di analoga gravità riguardanti l’Ucraina.

La variabile alleanza.

Cosa distingue i due casi, dal punto di vista del mainstream occidentale? Non il numero delle vittime civili, che a Gaza è maggiore. Non la violazione del diritto internazionale, che in entrambi i casi è documentata (con sfumature diverse). La variabile decisiva è l’alleanza: Israele è un partner strategico degli Stati Uniti, la Russia è un avversario dichiarato. L’Ucraina riceve armi, soldi e copertura mediatica perché è percepita come vittima del nemico; Gaza riceve cautela, “equilibrio” e formulazioni ambigue perché l’aggressore è un alleato.

Questo è il primo doppio standard, e non è certo il primo della storia. Ma per capirne la radice dobbiamo risalire la corrente.

3. Il 1967 e l’invenzione della “guerra preventiva giustificata”

La guerra dei Sei Giorni, giugno 1967, è uno dei nodi fondamentali. Israele, attaccando preventivamente, o come si disse, anticipando militarmente una mobilitazione egiziana che appariva offensiva, annette in sei giorni la Cisgiordania, Gaza, il Golan e il Sinai. L’opinione pubblica occidentale dell’epoca celebra una vittoria quasi biblica: Davide contro Golia, la democrazia assediata che si difende. La parola “occupazione” impiega anni ad entrare nel vocabolario mainstream, e quando entra, entra con le virgolette.

Egitto 5 Giugno 1967:Aerei da guerra egiziani giacciono distrutti sulla pista dopo un attacco preventivo dell’Aeronautica israeliana, avvenuto il 5 giugno 1967 contro gli aeroporti egiziani all’inizio della Guerra dei sei giorni. (Photo by GPO via Getty Images)

Il paragone con le guerre contemporanee è istruttivo. Un attacco preventivo condotto da qualsiasi altro Paese — pensiamo al Giappone a Pearl Harbor, paradigma assoluto dell’aggressione ingiustificabile — è moralmente inaccettabile. Quando lo compie un alleato, diventa “preemption”, prevenzione, difesa anticipata. È la stessa logica che nel 2003 giustificherà l’invasione dell’Iraq, e che nel 2023-2024 giustificherà la distruzione di interi quartieri di Gaza in nome della lotta a Hamas.

Anche qui non si tratta di giudicare la specificità storica della minaccia percepita da Israele nel 1967. Si tratta di notare che l’etichetta morale applicata – aggressione o legittima difesa – dipende dalla posizione dell’agente nel sistema di alleanze occidentali, non da un criterio uniforme. Il principio della Carta dell’ONU, secondo cui la forza armata è lecita solo in caso di aggressione effettiva o di autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, viene applicato con “flessibilità interpretativa”.

Nello stesso anno, l’opinione pubblica americana si scopre mobilitata contro la guerra del Vietnam, ma con ritardo e selettività. Le vittime civili vietnamite (milioni di morti nel conflitto, centinaia di migliaia solo dal bombardamento) sono per anni un sottotitolo rispetto al trauma americano dei 58.000 soldati statunitensi caduti. Il massacro di Mỹ Lai (1968), in cui le truppe americane uccisero tra i 300 e i 500 civili in un solo villaggio, arriva ai giornali solo dopo più di un anno, grazie al lavoro di Seymour Hersh, e anche allora il dibattito pubblico si concentra più sulla copertura militare che sull’evento stesso. La domanda retorica che attraversa quegli anni — “che ci facciamo laggiù?” — è incentrata sui ragazzi americani, non sui vietnamiti. Il dolore degli alleati conta intero; il dolore degli altri conta come contesto.

4. Gli anni ’70: il colpo di stato amico e il genocidio lontano

Il 1973 vede in Cile un colpo di stato militare appoggiato dagli Stati Uniti contro il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Il regime di Pinochet inaugura una stagione di desaparecidos, tortura, uccisioni sistematiche: oltre 3.000 morti e sparizioni certificate, decine di migliaia di torturati. L’opinione pubblica mainstream americana e europea, all’epoca, registra l’evento con preoccupazione ma senza la mobilitazione morale che avrebbe accompagnato un colpo di stato comunista. Henry Kissinger, artefice della politica di sostegno al golpismo latinoamericano, riceverà anni dopo il Nobel per la pace (1973, per il Vietnam) mentre i documenti che inchiodano la CIA al sostegno del golpe cileno verranno resi pubblici solo a decenni di distanza.

Santiago del Cile- -Il palazzo della Moneda Bombardato dall’esercito golpista di Pinochet

Ancora: nel dicembre 1975, l’Indonesia di Suharto — alleata degli Stati Uniti — invade il Timor Est, all’epoca colonia portoghese che aveva appena proclamato l’indipendenza, e ne compie un’occupazione che nei ventiquattro anni successivi costerà tra i 100.000 e i 200.000 morti, su una popolazione di circa 800.000 persone: proporzioni genocidarie. La copertura mediatica occidentale è quasi nulla. Il presidente Ford e Kissinger visitano Giacarta due giorni prima dell’invasione e, secondo i documenti desegretati, danno luce verde. Nessun embargo, nessuna risoluzione vincolante, nessuna campagna di solidarietà comparabile a quelle per i dissidenti dell’Europa orientale. Quando nel 1999 — ventiquattro anni dopo — l’intervento internazionale finalmente arriva, lo fa per ragioni di stabilità regionale post-Cold War, e viene raccontato come fine di una “anomalia”, non come conseguenza di mezzo secolo di complicità.

Timor Est – Esercito Indonesiano aggredisce il territorio di Timor est.

Il Vietnam, al contrario, occupa la scena perché coinvolge truppe occidentali. Ma anche qui il doppio standard è evidente: il bombardamento segreto della Cambogia (1969-1973), che miete tra i 50.000 e i 150.000 morti civili, passa pressoché inosservato finché non viene svelato; e la strage perpetrata dai Khmer Rossi che ne segue – uno dei genocidi più estesi del secolo – riceve attenzione in Occidente solo retrospettivamente, quando serve a giustificare l’intervento vietnamita in Cambogia del 1978, a sua volta condannato dall’ONU con un’ambiguità che rasenta il teatro dell’assurdo: i Khmer Rossi mantengono per anni, dopo il genocidio, il seggio all’Assemblea Generale con il voto favorevole degli Stati Uniti, che preferiscono il regime genocida al governo filovietnamita.

Viet Nam – Bambini scappano dalle bombe al napalm

La lezione di questi anni è chiara: le vittime di un alleato — o di un’azione di un alleato — hanno bisogno di numeri molto più grandi, o di un tempo molto più lungo, per diventare oggetto di scandalo morale.

5. Gli anni ’80: la fabbrica dei nemici.

Il decennio in cui la Guerra Fredda rientra definitivamente nel vocabolario comune è anche il decennio in cui la fabbricazione dei doppi standard raggiunge il suo apice industriale.

L’Iraq di Saddam: nemico un giorno, alleato il giorno prima

Saddam Hussein invade l’Iran nel settembre 1980, iniziando una guerra di otto anni che costerà tra i 500.000 e il milione di morti. Gli Stati Uniti, temendo l’espansione khomeinista, appoggiano — armi, intelligence, assistenza finanziaria — il regime baathista iracheno, che nel 1988 commette il genocidio dell’Anfal contro i curdi, culminato nell’attacco con i gas di Halabja, con migliaia di vittime civili. L’opinione pubblica occidentale di allora registra l’evento con indignazione contenuta e nessuna conseguenza per Baghdad. La storia americana dell’Iraq insegna perfettamente la flessibilità dell’etichetta morale: Saddam è un alleato fino al 1990, quando invade il Kuwait e diventa il “nuovo Hitler” in poche settimane; poi è di nuovo “contenuto” attraverso sanzioni per dodici anni; poi è di nuovo il “nuovo Hitler” nel 2003; poi, dopo la caduta, il dibattito si sposta sul costo della guerra per gli americani. La scala di giudizio non è mai stata applicata allo stesso modo a due fasi consecutive dello stesso regime.

L’Afghanistan: la resistenza giusta, i risultati scomodi.

Nel dicembre 1979 l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan. L’Occidente appoggia i mujaheddin, i “combattenti per la libertà” celebrati addirittura alla Casa Bianca — come nel famoso caso di Reagan che riceve i combattenti afghani come eroi della libertà. La valutazione etica dell’epoca è unanime: un popolo che resiste a un’invasione imperialista. Giusto. Ma quella stessa guerra, quella stessa resistenza, genera i talebani, Al Qaeda e l’11 settembre. Il rovescio del doppio standard non è solo morale, è strategico: il nemico di oggi è costruito con gli strumenti dell’etica di ieri.

L’Irangate: quando le regole valgono per tutti, tranne…

Nel 1986 si scopre che l’amministrazione Reagan ha venduto segretamente armi all’Iran – ufficialmente nemico dichiarato, designato sponsor del terrorismo – per finanziare illegalmente i Contras nicaraguensi, che commettono sistematicamente violazioni dei diritti umani contro il governo sandinista. Lo scandalo Irangate produce inchieste, ma nessuna valutazione morale paragonabile a quella riservata alle manovre sovietiche equivalenti. I Contras restano per anni “resistenza democratica” nella retorica mainstream americana, nonostante le relazioni della CIA stessa che documentano le esecuzioni sommarie.

6. Il 1991: la prima guerra giusta della televisione

La Prima guerra del Golfo è l’evento che segna la maturità dell’etica televisiva della guerra. L’invasione irachena del Kuwait è un’aggressione indiscutibile, la coalizione internazionale ha mandato ONU, e la campagna di bombardamenti su Baghdad — una delle più intense della storia fino ad allora — viene trasmessa in diretta mondiale come spettacolo quasi puro: immagini notturne di intercettazioni missilistiche, statistiche di “precisione chirurgica”. Le vittime civili irachene (stime tra i 3.000 e i 13.000 morti nei bombardamenti) sono una nota tecnica; la strage di soldati iracheni in ritirata sulla “via della morte” non fa scalpore.

Ma è l’embargo che segue, durato fino all’invasione del 2003, il vero caso di studio. Le sanzioni economiche contro l’Iraq — mantenute dal Consiglio di Sicurezza sotto pressione americana e britannica — hanno, secondo stime ONU, causato nel corso degli anni Novanta oltre mezzo milione di morti tra i bambini iracheni, a causa della mancanza di medicine e cibo. Nel 1996 la conduttrice Lesley Stahl chiede all’ambasciatrice Madeleine Albright se il prezzo “valga la pena”; la risposta — “il prezzo, secondo noi, vale la pena” — diventa celebre, ma non genera la mobilitazione morale che qualsiasi cifra simile legata a un avversario avrebbe generato. L’embargo è una forma di violenza indiretta, e la violenza indiretta degli alleati è il tipo di violenza che l’opinione pubblica fatica di più a vedere. Quando nel 2003 si invade per “liberare” l’Iraq dall’uomo che si è contribuito a sostenere, l’arco narrativo è completo: dittatore alleato, dittatore nemico, popolazione sanzionata, popolazione “liberata” — quattro fasi, quattro regimi morali.

7. Il 1999: la guerra umanitaria senza mandato

Il bombardamento della Jugoslavia di Slobodan Milošević nella primavera del 1999, condotto dalla NATO senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, è il caso più interessante perché rovescia la polarità abituale. Qui l’Occidente viola esplicitamente il diritto internazionale (l’articolo 53 della Carta vieta l’uso della forza senza mandato ONU) in nome di un diritto superiore, l’intervento umanitario. La retorica del “coraggio morale”  degli interventisti contro il “realismo politico” di chi non ignora i veti al Consiglio di sicurezza dell’ONU  domina il discorso pubblico.

E la cosa più significativa: funziona. L’opinione pubblica occidentale accetta, quasi gioisce. Perché per la prima volta il doppio standard si svela come tale: la legge vale tranne quando la violiamo noi per un bene più alto. Il problema, come avrebbero dimostrato gli anni successivi, è che questa eccezione — l'”interventismo umanitario” — è estremamente selettiva nel suo applicarsi. Non ci sono stati bombardamenti “umanitari” per il Darfur (dal 2003, oltre 300.000 morti), per il Congo (milioni di morti tra il 1998 e il 2003, il conflitto più letale dal 1945, quasi invisibile nei palinsesti), per lo Yemen (dove la coalizione saudita, armata da Stati Uniti e Regno Unito, ha prodotto una delle crisi umanitarie più gravi del secolo tra il 2015 e il 2022, con oltre 150.000 morti dirette e indirette). Il principio dell’intervento umanitario, a ben vedere, non è mai stato un principio: è stato un’etichetta applicabile solo dove l’intervento era geopoliticamente conveniente. La selettività non è un difetto del principio: è il principio.

8. L’11 settembre e l’età della sospensione permanente

Gli attacchi del 2001 producono la più riuscita sospensione del giudizio etico collettivo della storia recente. La “war on terror” introduce una categoria etica nuova: la sospensione. Le regole del diritto internazionale — trattamento dei prigionieri, divieto di tortura, diritto di guerra — vengono dichiarate formalmente in vigore e sospese di fatto. Le prigioni segrete della CIA, il programma di “rendition”, Guantanamo, la tortura sistematica documentata nei rapporti del Senato americano (pubblicati solo nel 2014), la guerra dell’Afghanistan con i suoi matrimoni bombardati e le sue incursioni notturne: tutto questo convive per anni con l’autopercezione occidentale di custode universale dei valori.

L’invasione dell’Iraq del 2003, costruita su intelligence falsificata sulle armi di distruzione di massa, è la violazione più grave del divieto di aggressione dalla fondazione dell’ONU — lo stesso divieto che nel 2022 verrà invocato contro la Russia con perfetta legittimità. Eppure il dibattito pubblico mainstream dell’epoca si divide tra sostenitori e contrari, con i primi che parlano di “liberazione” e i secondi di “errore strategico”. Notiamo la differenza semantica: per l’Iraq l’invasione sbagliata è un errore; per l’Ucraina l’invasione russa è un crimine. L’errore appartiene a chi ha buone intenzioni; il crimine appartiene al nemico. Lo stesso principio — la legittimità del ricorso alla forza — valutato secondo l’intenzione attribuita all’agente, non secondo l’effetto sulle vittime.

Gli effetti sui civili iracheni — centinaia di migliaia di morti secondo le stime più serie, 4 milioni di sfollati, la nascita di Daesh — sono stati per anni contabilizzati come conseguenza collaterale di un progetto nobile fallito. Nessuna commissione d’inchiesta internazionale, nessun tribunale, nessuna sanzione contro i responsabili. Tony Blair riceve la Legion d’Onore. La legge si applica ai perdenti e ai nemici.

9. Le meccaniche del doppio standard.

A questo punto conviene chiedersi come funziona il meccanismo, perché non è solo cinismo governativo: è un processo collettivo, mediatico e psicologico, che ha almeno cinque ingranaggi.

Il primo è la geografia della vicinanza. La sofferenza dei vicini culturali — europei, israeliani, americani — viene percepita come dolorosa, quella dei lontani come informativa. Il giornalista si pone la domanda “che senso ha?” di fronte a un bambino ucraino; di fronte a un bambino sudanese si pone la domanda “che sta succedendo?”. La prima domanda genera indignazione, la seconda curiosità.

Il secondo è la teoria del sospetto. Quando un nemico uccide civili, l’evento conferma la sua natura criminale: è prova. Quando un alleato uccide civili, l’evento richiede indagine: potrebbe essere errore, provocazione, falsificazione, effetto delle tattiche nemiche. La falsificazione dei casi di violenza — reale o presunta — diventa lo strumento retorico standard per screditare in anticipo ogni futura denuncia: una tecnica che oggi chiunque riconosce nella propaganda russa su Bucha, ma che è stata applicata identica, per decenni, dagli alleati.

Il terzo è la rilevanza strategica. Gli eventi legati agli interessi dell’osservatore diventano “storici”; gli altri diventano “umanitari”. La guerra in Ucraina è una crisi geopolitica – l’ordine internazionale, la NATO, l’energia – e la dimensione umanitaria ne consegue; la guerra in Yemen era una crisi umanitaria -la dimensione strategica, quella degli armamenti occidentali, ne era la parte nascosta.

Il quarto è la cronologia morbida. I conflitti degli alleati hanno una storia che inizia quando l’alleato subisce il primo attacco; i conflitti dei nemici hanno una storia che inizia quando il nemico compie la prima aggressione. Gaza nel 2023 “inizia” il 7 ottobre per il mainstream occidentale; il blocco dal 2007, le operazioni del 2008, 2012, 2014, 2021, gli insediamenti in Cisgiordania sono “contesto”. L’Ucraina, per la stessa logica ma con polarità opposta, “inizia” il 24 febbraio 2022 per l’Occidente e il 2014 (o il 1991, o il 2008, o il 2014) per la Russia. Chi controlla l’inizio della storia controlla la colpa.

Il quinto è il diritto penale asimmetrico. I tribunali internazionali esercitano la giurisdizione sui nemici sconfitti e raramente sugli alleati vincenti. La Corte Penale Internazionale emette mandati di arresto per Putin e per i vertici di Hamas, e discute (con ritardo e dibattito infuocato) quelli per Netanyahu; non ha mai indagato sulla coalizione saudita nello Yemen né, ovviamente, su Bush e Blair. La giustizia internazionale esiste ed è preziosa, ma il suo esercizio pratico conferma la gerarchia: i mandati vanno dove non ci sono alleati da proteggere.

10. La radice: l’impero del bene

Tutto questo, naturalmente, non nasce con la Guerra Fredda né muore con essa. Nasce con una costruzione identitaria più profonda: l’Occidente come depositario universale dei valori. Da questa autopercezione derivano due conseguenze simmetriche. La prima: le violazioni occidentali (o dei suoi alleati) sono deviazioni da un principio che resta valido, e quindi perdonabili come errori. La seconda: le violazioni degli avversari sono manifestazioni di un principio opposto, e quindi conferme di una natura essenziale. L’alleato ha una morale che a volte fallisce; il nemico è il male che a volte traveste. Non è un caso che nel discorso pubblico occidentale la colpa dell’alleato sia sistematicamente descritta con sostantivi astratti — “fallimento”, “errore”, “eccesso”, “complessità” — mentre la colpa del nemico sia descritta con sostantivi esistenziali: “aggressione”, “barbarie”, “totalitarismo”, “terrorismo”.

Edward Said, parlando del caso mediorientale, chiamava questo meccanismo “orientalismo”: la capacità di rappresentare l’altro come oggetto di studio e di intervento piuttosto che come soggetto morale. Il fratello minore dell’orientalismo è l'”esenzionalismo dell’alleato”: la capacità di rappresentare l’alleato come soggetto morale complesso, con le sue paure, le sue ragioni storiche, i suoi traumi — capacità che, attribuita a un nemico, si chiama “capitolo e versamento”, “propaganda”, “whataboutism”.

Ed è qui che si situa il confine più delicato dell’analisi: denunciare i doppi standard non significa negare che esistano aggressioni, crimini, responsabilità oggettive. L’invasione russa dell’Ucraina resta un’aggressione anche se l’Iraq fu invaso nel 2003; il massacro del 7 ottobre resta un massacro anche se Gaza è occupata; i crimini di Hamas restano crimini anche se Israele ha violato il diritto internazionale per anni. Il doppio standard non cancella i fatti: cancella la coerenza del metro di giudizio. E chi si lamenta del whataboutism dovrebbe considerare che il whataboutism è il sintomo di un’ipocrisia preesistente, non una malattia indipendente: le accuse speculari funzionano solo perché l’accusatore ha una storia consultabile.

11. Cosa resta, a settembre 2026

Guardando al presente da questa prospettiva, alcuni segni sono ambivalenti. Da un lato, la sensibilità è aumentata: la copertura della guerra a Gaza, per quanto dibattuta, è stata più approfondita di quella di qualsiasi guerra mediorientale precedente; i dibattiti universitari americani, le inchieste giornalistiche (dal New York Times ai siti di open source investigation), la pressione delle organizzazioni umanitarie hanno reso più difficile l’esenzione totale di Israele dal giudizio morale. Le dichiarazioni dei governi (come quella dei ventinove ministri del luglio 2025 che hanno definito “inaccettabili” le violenze dei coloni in Cisgiordania e le sofferenze dei civili a Gaza) hanno costretto a un grado di critica superiore rispetto al passato.

Dall’altro, la struttura non è cambiata. La trattazione del conflitto ucraino resta asimmetrica nella direzione opposta — le vittime civili russe dei bombardamenti ucraini sul territorio della Federazione, i crimini documentati delle forze ucraine, il silenzio sul costo umano ucraino quando risulta imbarazzante — così come la copertura di Gaza resta difforme tra paesi e testate, con l’apparato diplomatico occidentale ancora incapace di tradurre le proprie condanne in strumenti vincolanti. E nel Mediterraneo, nel Sahel, nel Myanmar, nei conflitti che non coinvolgono direttamente gli interessi occidentali, l’attenzione rimane inversamente proporzionale alla distanza culturale.

Il rischio più serio non è nemmeno l’ipocrisia in sé — le ipocrisie si smontano — ma il suo effetto corrosivo a lungo termine sul diritto internazionale. Se il divieto di aggressione vale pienamente contro la Russia e parzialmente per Israele, se le sanzioni colpiscono Mosca e non Riad, se i mandati di cattura arrivano per Putin ma non per chi ha bombardato lo Yemen, il diritto internazionale smette di essere un linguaggio universale e diventa un dialetto della potenza. E quando il dialetto smette di essere credibile, resta solo la potenza: che è precisamente la giustificazione che usano Putin, Netanyahu, Trump e chiunque altro voglia farsi giustizia da sé.

La via d’uscita non è un moralismo illusorio che pretenderebbe valutazioni identiche per situazioni diverse — le situazioni sono diverse, e rifiutare di vederlo è la forma peggiore di relativismo. È piuttosto un impegno più modesto e più faticoso: applicare il proprio metro anche quando fa male, ossia anche agli alleati; sospendere il beneficio del dubbio anche quando il sospetto riguarda noi; e riconoscere che la coerenza etica non è un lusso per filosofi, ma l’unica valuta in cui il diritto internazionale può continuare a essere scritto.

Sessanta anni di storia ci insegnano che l’opinione pubblica è capace di indignazione autentica e di mobilitazione reale. La domanda — la stessa dal 1967 — è solo si chi decide di svegliarla?


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Sitografia