C’è un elemento di comodità intellettuale nelle narrazioni che dominano il dibattito pubblico sull’immigrazione. Chi la racconta come invasione ha bisogno del nemico per giustificare la propria esistenza politica. Chi la racconta come manodopera necessaria ha bisogno del lavoratore a basso costo per far quadrare i propri bilanci. In mezzo, sistematicamente, sparisce la persona. E questo è il sintomo che il dibattito politico ha smesso di occuparsi di esseri umani per occuparsi di categorie funzionali al proprio tornaconto, ideologico o economi
Partiamo dai fatti, che restano ostinatamente indifferenti alle narrazioni. Il primo: l’Occidente si sta letteralmente svuotando. L’Italia perde già oggi più abitanti di quanti ne nascano, i rapporti di dipendenza tra pensionati e lavoratori attivi peggiorano ogni anno, e nessun sistema sanitario o previdenziale pubblico regge a lungo senza una base contributiva che si allarga, figuriamoci se si restringe. È semplice aritmetica attuariale. Chi promette di “chiudere le porte” sta promettendo, con lo stesso gesto, di smontare pensioni e sanità pubblica per i propri elettori più anziani: l’ironia è che spesso sono loro il bacino elettorale più convinto di questa promessa.
Il secondo fatto è speculare e altrettanto scomodo: le persone non lasciano la propria terra per capriccio, ma spesso in conseguenza diretta di squilibri che l’Occidente ha contribuito a produrre. Accordi commerciali asimmetrici che tengono intere economie agganciate all’export di materie prime a basso valore aggiunto, debito estero strutturato per servire creditori del Nord globale, filiere estrattive che devastano territori senza redistribuire la ricchezza generata, un’impronta climatica che grava in modo sproporzionato su chi meno l’ha causata. Chi arriva alle nostre coste non sta bussando a caso: sta spesso presentando, senza saperlo, il conto di rapporti economici che noi abbiamo scritto a nostro vantaggio. Ignorarlo non lo rende meno vero, lo rende solo più comodo da rimuovere.
Da questi due fatti discende una conclusione che dovrebbe essere ovvia e che invece è politicamente scomoda: il fenomeno migratorio va gestito attivamente, non subìto e non negato. Gestito significa canali di ingresso regolari e prevedibili, capacità reale di accoglienza dimensionata sui territori, e — punto che si tende a trascurare — un lavoro culturale serio sull’inclusione, che non si esaurisce nel permesso di soggiorno ma riguarda scuola, lingua, partecipazione civica. Un’accoglienza ordinata non è un compromesso al ribasso tra “aprire tutto” e “chiudere tutto”: è l’unica opzione che non scarica il costo del disordine su chi è già ai margini, migrante o italiano che sia.
Ed è qui che torna il punto più scomodo, quello che la sinistra dovrebbe approfondire e denunciare: l’accoglienza, così come oggi funziona, non è affatto benevola verso chi accoglie. Serve manodopera a basso costo, dicono gli imprenditori più pragmatici, ma è un argomento cinico, non progressista. Tratta la persona migrante come fattore produttivo ricattabile, mantenuto in condizione di vulnerabilità giuridica proprio perché quella vulnerabilità è funzionale a tenere bassi i salari, non solo i suoi. È l’esercito industriale di riserva di cui parlava Marx, aggiornato al caporalato agricolo del Sud Italia e alla logistica in subappalto.
E qui casca l’argomento opposto, quello che promette ai ceti più deboli italiani un vantaggio dalla restrizione dei flussi. Se davvero si restringessero gli ingressi lasciando intatto il meccanismo che rende conveniente sfruttare chi ha meno alternative, il risultato non sarebbe la scomparsa dello sfruttamento: sarebbe semplicemente la sua ridistribuzione. Il posto lasciato libero dal migrante espulso o mai arrivato verrebbe occupato da un italiano altrettanto povero, altrettanto privo di alternative, altrettanto ricattabile. Non si eliminerebbe la casella “sfruttato”, si cambierebbe solo chi la occupa. Il proprietario del campo, del cantiere, della cooperativa di logistica, continuerebbe a incassare lo stesso margine.
Ne discende che il disagio reale dei ceti più fragili italiani — salari fermi, affitti insostenibili, servizi pubblici sovraccarichi — non si risolve con la remigrazione né con la chiusura delle frontiere. Si risolve con la giustizia distributiva: fisco che tassi la rendita e il capitale con la stessa serietà con cui tassa il lavoro dipendente, salario minimo che renda inconveniente lo sfruttamento di chiunque, contrasto reale al lavoro nero e al caporalato, non proclamato ma esercitato con ispezioni, sanzioni, magistratura del lavoro messa in condizione di funzionare. Serve, in una parola, che lo Stato torni a fare lo Stato.
Non lo Stato statalista, quello che sostituisce con la burocrazia le relazioni sociali spontanee e la libera iniziativa. Lo Stato nel senso in cui lo intende la Costituzione repubblicana: un ordinamento capace di riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo, come recita l’articolo 2, di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’eguaglianza sostanziale, come recita l’articolo 3 comma 2, e di indirizzare l’iniziativa economica privata perché non si svolga in modo da recare danno alla libertà e alla dignità umana, come recita l’articolo 41. Non un padrone delle relazioni sociali, ma un arbitro che ne garantisce le regole, capace di far rispettare i limiti a chi ha più forza contrattuale — che sia il datore di lavoro senza scrupoli o il partito che promette scorciatoie identitarie a chi è disperato.
Il punto, alla fine, è semplice quanto scomodo per chi vive di semplificazioni: la stessa debolezza dello Stato che permette lo sfruttamento del migrante irregolare è quella che tiene basso il salario dell’operaio italiano, precario il lavoro del rider, insostenibile l’affitto del pensionato. Non sono due problemi in competizione per le stesse risorse scarse. Sono lo stesso problema, con due facce. E ha una sola soluzione: uno Stato che torni capace di fare arbitro, non nemico né benefattore cinico, ma garante di regole uguali per tutti. Né minacce, né risorse. Solo persone — italiane o migranti che siano — a cui restituire la dignità che un mercato lasciato a se stesso non concede mai spontaneamente a nessuno.
