Un’altra UE

Qualcuno crea confusione tra Europa ed UE.
l’Europa è una grande realtà culturale composita che condivide esperienze che l’hanno fatta diventare nel bene e nel male uno dei modelli più importanti per la comunità umana, dalla democrazia ateniese fino alla triade “Libertà Uguaglianza Fraternità della rivoluzione Francese; dal Cristianesimo che nel medioevo è stato insieme terreno comune e lizza di battaglie, fino al pensiero socialista, origine di una spinta politica di riscatto dei popoli governati, che ha portato nel mondo alcune delle innovazioni più importanti della storia dell’uomo, tanto che, per fermarlo sono state generate le controrivoluzioni fasciste.
La UE è un accordo tra Stati – prezioso per il mantenimento della Pace in Europa – in cui però ogni Stato è rimasto geloso della propria sovranità.
La UE ha indotto gli stati a generare una normativa comune, ma soprattutto li ha indotti a consentire alla delega della gestione monetaria, estremamente incisiva sulle politiche interne e fortemente voluta dai liberisti per il contenimento della spesa pubblica dando copertura alle classi dirigenti nella fase di contrasto alle istanze popolari.
La UE non è riuscita a costituirsi come una reale federazione degli stati europei con una gestione unica delle relazioni internazionali. Men che meno si è riusciti a lavorare a una fiscalità comune.
Ciò perché ogni Stato ha voluto continuare ad operare in autonomia, entrando in concorrenza con gli altri, generando all’interno dell’Unione una serie di piccoli paradisi fiscali, per la felicità dei possessori di grandi capitali mobiliari e delle grandi corporation.
Il grande successo della UE e cioè il mantenimento per la pace in Europa oggi è in discussione seriamente e il futuro appare ancora più buio.
La crescita della Cina come potenza economica e poi politica e poi militare ne ha fatto un essenziale elemento di catalizzazione per i BRICS. Il nuovo rassemblement di stati è certamente infarcito di contraddizioni e non è privo di tensioni interne, ma costituisce comunque un sintomo e una concausa dello stato di crisi dell’egemonia statunitense.
Purtroppo in questa contrapposizione la UE non è stata in grado di assumere il ruolo di attore autonomo che pure le si sarebbe attagliato perfettamente, ma si è accodata alla politica USA, fino al punto di continuare a subirla quando quella, con la presidenza Trump è diventata palesemente vessatoria.
A questo punto fa specie assistere al dibattito tra nazionalisti desiderosi del recupero della piena sovranità e neoliberisti globalisti, desiderosi del mantenimento alla UE del ruolo di coordinamento della politica monetaria.
Le due parti accusano l’altra di giocare allo sfascio, ignorando un aspetto dello scenario che sembra non gli interessi: la qualità della vita dei lavoratori europei, sacrificata agli interessi della classe dirigente economica (assecondata dalla politica) fino all’attuale rischio della guerra, con una contrapposizione alla Russia, che, iniziata in adesione ai desiderata americani, e cogenerata dall’espansione progressiva della NATO, oggi con la manifesta tendenza al disimpegno da parte statunitense, appare tanto grottescamente quanto pericolosamente temeraria. Oltre che capace di disarticolare l’Unione sotto la spinta di pulsioni contrastanti.
Per questo ci pare ancor più che utile, necessario dire con chiarezza che l’unità europea è, soprattutto oggi, irrinunciabile. Ma deve trovare ragioni diverse per continuare ad esistere: la qualità della vita degli europei ed il mantenimento dei loro valori culturali di apertura e libertà, oggi abbandonati in favore di tentazioni neonazionaliste, razziste e antidemocratiche, già esistenti nel dibattito politico del continente ma emarginate dalla fine della seconda guerra mondiale – ma oggi corroborate dall’anticomunismo nazionalista robustamente presente nei paesi dell’Europa orientale, acquisiti all’Unione, favorito dai timori storicamente comprensibili per le pulsioni egemoniche della Russia.
Per concludere sembra necessario un colpo di reni da parte delle parti più progressiste dell’impegno politico in Europa: uno sforzo di generosità e di ascolto nei confronti delle giovani generazioni, che guardano al futuro con enorme preoccupazione sia per la rovina ambientale diffusa (specialmente oggi che appare sempre più superata l’attenzione e sempre più sfumato il Green deal) sia per i crescenti livelli di diseguaglianza che minano alla base le ragioni della pacifica coesistenza sociale. È necessario favorire il dibattito tra i settori giovanili delle forze politiche progressiste continentali raccogliendo il contributo di esperienza dei vecchi, se questi sapranno mettere a disposizione i loro saperi con l’umiltà di chi riconosce di avere lasciato alle giovani generazioni grumi di problemi difficili da risolvere, sedimentati dalla persistente mancanza di soluzioni e spesso financo di cure coraggiose.
Per esempio: come si fa a lasciare da soli i ragazzi di extinction rebellion con le loro proteste tanto rozze nei modi quanto giustificate nelle ragioni?
Come si fa a non aprire un dibattito continentale sulla disparità tra i trend dei redditi pro capite da lavoro dei singoli stati?
Come si fa a non prevedere e prevenire la prevedibile reazione dell’Industria dei combustibili fossili e dei derivati? Ci si aspettava che si sarebbero lasciati mettere da canto senza generare una propaganda a difesa?
Come si fa a non affrontare con attenzione e determinazione il problema dell’invecchiamento della popolazione?
E come si fa, infine, a non rendere centrale il tema delle migrazioni, curando l’accoglimento ordinato e attento dei nuovi arrivati? Col risultato della crescita di sacche di popolazione non seguita, non accompagnata e non integrata lasciandola allo sfruttamento dell’imprenditoria più cinica e dalla malavita organizzata, per poi lasciare la gestione del tema alle destre più retrive, che lo usano per generare angoscia e xenofobia?
I progressisti probabilmente devono partire da una valutazione critica di decenni di scelte più miopi che prudenti. E giacché non sembrano pronti a farlo, c’è bisogno di attivismo popolare e quindi ben vengano le manifestazioni di piazza, gli scioperi generali, come quello indetti dalla USB e dalla CGIL, i comitati per il NO a controriforme costituzionali e i boicottaggi contro le imprese che si muovono senza rispettare i diritti dei consumatori e spesso il più elementari principi etici.
Tutte queste azioni anche quando non sono immediatamente efficaci, creano un ambiente favorevole al risanamento della democrazia, alla rivitalizzazione della appartenenza al popolo della sovranità, così come afferma la nostra Costituzione al suo art. 1

Alzare la testa e partecipare.

Non ci sono dubbi che la Meloni e Fratelli d’Italia siano esponenti di una politica tossica, ma non sono loro ad avere portato la democrazia in questo stato di prostrazione.

La gente non va più a votare e chi ci va lo fa come atto di civismo estremo, con pertinacia, sperando poco o nulla in un auspicabile cambiamento, perché a fronte di una diffusa sofferenza sociale e politica la maggior parte delle proposte si limita a suggerire aggiustamenti marginali portati avanti da personaggi variamente improbabili.

Come definire altrimenti personalità politiche presenti nel cosiddetto campo largo, che si mettono in evidenza per la difesa degli equilibri sociali e politici esistenti, continuando a rigettare come irrealizzabile ogni tentativo di dare risposte efficaci ai reali problemi delle persone (salari, sanita, pensioni)?

Questo stato di cose ha generato un pesante cinismo che a vari gradi ha impregnato il corpo elettorale, trasformando le elezioni in un confronto tra schieramenti più o meno clientelari e tutti con atteggiamenti di sorda tifoseria.

Alla tradizionale astensione strutturale, accresciuta dal disimpegno sociale delle forze politiche e dall’infiacchimento progressivo della scuola pubblica, che ha generato cittadini senza cultura politica, si è aggiunta una crescente astensione da scoramento, adottata da persone che hanno votato per tutta una vita e che adesso non trovano una proposta politica che sia insieme credibile e interessante.

Il fatto è che i partiti che hanno governato hanno accettato di agire la politica all’interno di un recinto fatto da compatibilità tutte interne alla cultura neoliberista e nel contempo hanno secreto una sorta di tossina contro ogni cultura politica divergente, per giustificare la propria scelta.
Alcune forze progressiste già radicali, hanno di fatto accettato una sorta di marginalità e hanno provato a ricavarsi una ragion d’essere dalla difesa dei diritti civili, accettabili in un quadro liberale.

Probabilmente questo stato di cose è stato, anche, l’effetto di una stabilizzazione forzata del quadro politico derivante dalla partecipazione più o meno coattiva all’alleanza guidata dagli Stati Uniti, fondati sul liberalismo di destra, comunque rimane il dato di una società sempre più diseguale, squilibrata al punto che le ingiustizie sono diventate tanto profonde, evidenti e insostenibili da far perdere dapprima credibilità e poi sostanza alla eguaglianza formale delle persone di fronte alla legge e quindi allo stesso fondamento della democrazia.

In questo contesto la nascita, la crescita e adesso la prosperità dei nazionalismi parafascisti costituisce una sorta di risultato ineludibile e per questo la tossicità di partiti come Fratelli d’Italia non si manifesta come capacità di far ammalare o peggio distruggere i sistemi democratici, ma come capacità di nutrirsi delle democrazie in decomposizione con un attitudine, appunto, saprofita.

La destinazione desiderabile, per porre fine all’attuale stato di cose, è un governo alternativo della società e non un’alternanza di soggetti che governino alla luce dello stesso quadro ideologico.

Questa è la scommessa che la sinistra, o più genericamente la “parte popolare” , ha di fronte in tutto il mondo.

E sì. Dobbiamo guardare con gioia a quello che hanno fatto i Democratici americani a New York, ma dobbiamo avere chiaro come interpretare il ruolo della sinistra qui, a casa nostra, partendo dal fatto che a sinistra non si deve fare qualcosa “per il popolo” ma si deve fare qualcosa ” insieme al popolo”.

Alla faccia di coloro che usano la parola populista per infiacchire la democrazia: se il popolo non ha – reale – potere di decisione e di controllo sulla politica, la democrazia non esiste.

La questione è come indurre la gente comune a partecipare alla politica. L’aggressività della classe politica nel difendere il proprio status allontana le persone che non hanno mai fatto politica dalla partecipazione diretta. Troppo difficile appare riuscire a introdurre novità.

Comunque non ha senso aspettare che qualche leader illuminato ci guidi fuori dalla situazione attuale, anche perché, in assenza di una vigilanza sociale diffusa, il sistema politico economico mediatico tende ad assimilare a sé ogni singolo che si metta in evidenza nel tentativo di indurre delle modifiche significative. Dobbiamo alzare la testa e partecipare, partendo prima di tutto dal cercar di cambiare la cultura di feroce individualismo diffusa tra le persone. È un processo laborioso, ma possibile.

Abbiamo aderito a BDS Italia.

​Siamo onorati di annunciare l’adesione di 99% al movimento BDS Italia (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).

​Questa decisione scaturisce dalla necessità impellente di agire concretamente contro la continua violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali da parte dello stato di Israele nei confronti del Popolo palestinese.

Riteniamo che il silenzio non sia un’opzione. Ciascuno, in qualità di individuo o associazione, ha il dovere morale di opporsi all’ingiustizia, grande o piccola che sia l’azione che si può intraprendere.

Specialmente di fronte all’atteggiamento di complice silenzio da parte dell’Italia, accodata agli Stati Uniti insieme all’Unione Europea.

​Unirci a BDS è un passo per rafforzare la pressione nonviolenta e promuovere la giustizia e l’uguaglianza.

Due popoli liberi e due stati in pace.

La narrativa dominante sul conflitto israelo-palestinese è spesso monolitica e auto-assolutoria, ignorando le sue radici storiche.
Il sionismo è nato con l’obiettivo del ritorno in Palestina e della costituzione di uno Stato ebraico, ma in un’ottica che è stata definita da molti, inclusi i primi sionisti stessi, come colonialismo di insediamento. Il principio “una terra senza popolo per un popolo senza terra” ha tragicamente ignorato le popolazioni arabe preesistenti, gettando le basi per l’attuale e doloroso conflitto.
Oggi, assistiamo a un fenomeno di vittimismo selettivo nella narrazione dominante: si punta il dito esclusivamente su Hamas, ma si tacciono o si minimizzano le continue malefatte e violazioni del diritto internazionale israeliane a Gaza e in Cisgiordania, come l’espansione degli insediamenti.
È un’operazione pericolosa e disonesta quella di demonizzare l’antisionismo, cercando di assimilarlo all’antisemitismo. Non solo questo svilisce la reale lotta contro l’odio antiebraico, ma ignora completamente la vastità di ebrei della diaspora e della sinistra israeliana che sono fieramente antisionisti. Le loro voci, come quelle dei palestinesi, sono spesso messe a tacere dalla maggior parte della stampa mainstream, che, nonostante ciò, si lamenta paradossalmente di non riuscire a esprimere le proprie posizioni.
Basta ipocrisie. Non c’è sicurezza per nessuno finché non ci sarà giustizia per tutti.
Per avviare un processo di pace credibile e fondato sulla soluzione di Due Popoli, Due Stati, è fondamentale che emergano leader capaci di unire e negoziare. Anche per questo, continuiamo a chiedere la liberazione immediata di Marwan Barghouti, un leader palestinese ampiamente riconosciuto, laico e convinto sostenitore della soluzione a due Stati. La sua leadership è cruciale per rafforzare un interlocutore palestinese autorevole.
La soluzione “due popoli due stati” deve essere implementata sotto una stretta e vincolante vigilanza internazionale che:

  • Garantisca la cessazione immediata e definitiva di tutte le attività di insediamento.
  • Assicuri confini sicuri e riconosciuti internazionalmente, basati sulle linee pre-1967.
  • Protegga i diritti umani e la sicurezza di entrambi i popoli.
  • Promuova la ricostruzione e lo sviluppo di uno Stato Palestinese democratico e pacifico.
    Il tempo delle occupazioni, della violenza e delle narrazioni distorte deve finire. È ora di agire per una pace giusta e duratura.

Per la Pace in Palestina. Liberate Marwan Barghouti

Uno stato palestinese libero e capace di crescere su una terra sicura è il primo passo per una pace reale in Palestina. 

Distruggere un avversario non è umano e distruggere un popolo non è possibile. La Pace è l’unica soluzione. 

Tutti insieme stiamo dando una occasione alla Pace, col nostro piccolo, ma sacrosanto contributo. 

Abbiamo destinato una petizione alle massime autorità del nostro Paese e dell’Unione Europea. per chiedere la Liberazione di Marwan Barghouti, un leader Palestinese rispettato dai suoi connazionali, prigioniero da decenni nelle carceri israeliane.

Firmiamola e continuiamo a farla firmare. Niente può fermare un popolo che non si arrende. 

https://www.change.org/liberateMarwanBarghouti

il 7 ottobre e l’ombra languente della Democrazia.

In Medio Oriente, resa più evidente dalla violenza della guerra, si mostra un fenomeno presente in tutto il mondo: il cinismo delle elite per i popoli governati. Come non ricordare l’orrore per i ragazzi del festival che scappavano inseguiti in moto dai miliziani di Hamas e uccisi sia dai terroristi, sia dai militari dell’IDF che quel giorno sparavano su tutto ciò che si muoveva? E al tempo stesso come non restare inpietriti sui corpi di bembini e financo di neonati distrutti dalle bombe negli ospedali senza energia elettrica e senza medicine? Operati senza anestesia? Nel frattempo i miliziani si presentavano alle telecamere vestiti di uniformi impeccabili?

Due élites nazionaliste, quella israeliana e quella palestinese di Hamas hanno nutrito i propri popoli di odio per il nemico e hanno provocato le peggiori sofferenze dei propri connazionali usandoli come carne da cannone, come si diceva una volta.

Ma di questi tempi è di moda governare col sangue dei poveri. Il popolo si abbandona al governo di pochi e ne segue la narrazione senza metterla in dubbio, per fede, pigrizia o rassegnazione e in questo modo si consegna a mani legate al tritacarne della storia.

Nel frattempo i Trump, i Blair, i Nethaniau e i capi di Hamas trattano di potere e di risorse in nome di principi cui non credono usando le persone come materiale di scena. Poi ci sono anche i comprimari che, come la nostra premier si propongono per “partecipare al board per la ricostruzione” e raccogliere qualche pezzo anche loro.

Tutto questo è consentito da un coro prodotto dall’opinione pubblica addomesticata, che racconta in un’ampia declinazione di variabili la verità commissionata sempre dalle stesse èlite.

Su questo scenario triste si stagliano coraggiose le figure di quelle persone comuni che non si rassegnano al ruolo di gregge. Come non pensare alle persone imbarcate sulla Flotilla, disposte a mettere in gioco il proprio corpo per un’idea di umanità e di libertà e le persone che in un fiotto di vitalità democratica hanno sfilato nelle piazze con pacata determinazione.

Qualcuno potrebbe qualificare queste considerazioni come populiste, Ma se questo è populismo, che cosa è democrazia?

La democrazia è libertà per tutti e, come diceva una vecchia canzone, la libertà è partecipazione.

Nani (e ballerine) sulle spalle di giganti.

In Italia abbiamo avuto statisti. Alcuni di loro avevano anche cura del popolo italiano e tra questi ultimi me ne sovvengono due che non sono più tra noi: Enrico Berlinguer e Aldo Moro. Ne abbiamo avuti anche altri, successivamente, oggi vivi e vegeti, ma questi personaggi sono ai margini dell’agone politico. È gente che giocava un altro gioco, oggi in disuso. Cercavano di modificare la realtà, consapevoli della difficoltà di realizzare i loro progetti e per questo erano misurati nelle scelte e nelle dichiarazioni, usando una certa prudenza nel raccogliere il consenso, peraltro meno – assai meno – mobile di adesso.Quei tempi sono lontani. Oggi nel rapporto con la società civile la politica è agita molto più come gestione dello stato di fatto: per gran parte degli attori ha perso l’ambizione di cambiare i rapporti di forza esistenti nella società, e si muove per occupare posti di guida senza però ambire a decidere la destinazione.A questo gioco l’unico precetto è vincere o, alla peggio, continuare a giocare. Ogni altra prescrizione è tattica. Per i più capaci è strategica: l’etica è un’immagine ostenta per puro calcolo tattico. A gente così sarebbe ingenuo chiedere sincerità. È invece lecito aspettarsi furbizia, al più arguzia.E arguto è stato l’annuncio di Meloni di una mozione di maggioranza in Parlamento, a chiedere il riconoscimento dello Stato di Palestina a condizione però che gli ostaggi siano liberati e che Hamas sia estromessa dal “governo” di Gaza. Nello stato attuale delle cose si tratta di due condiciones diabolicae, per dirla coi giuristi: due condizioni impossibili da realizzare e sicuramente da determinare. In pratica la nostra Presidente del Consiglio ha manifestato – usando altre parole – gli stessi propositi di Netanyahu: prima bisogna sconfiggere Hamas e (of course) liberare gli ostaggi, un pio desiderio tanto sbandierato quanto non realmente sentito, quest’ultimo, visto che Netanyahu non si è proprio sforzato troppo di riportare a casa quelle persone (e le loro famiglie se ne sono accorte). In pratica la nostra premier ha buttato la palla nel campo avverso, a vantaggio della stampa amica, che potrà accusare l’opposizione che chiede il riconoscimento della Palestina, di non esecrare Hamas a sufficienza.Meno spendibile la richiesta del nostro Ministro degli Esteri ad Israele: di fonte alla prosecuzione degli attacchi contro la Global Sumud Flotilla, Tajani avrebbe chiesto: “Israele tuteli chi è a bordo” confermando che riconosce in Israele la provenienza degli attacchi, senza condannare quello che è a tutti gli effetti un atto di pirateria ma limitandosi ad una richiesta/implorazione di salvaguardare la vita dei naviganti. Se dovesse morire qualcuno, il Governo dovrebbe districarsi in un ginepraio, considerato, ripetiamo, che gli attacchi alla Flotilla sono patentemente illegali per il diritto internazionale.Però alla fine, a parte l’amaro in bocca per essere governati da codesta gente senza qualità – o, se si preferisce, con queste qualità, sale su una domanda: ma così non risulta evidente una forma di complicità del governo Meloni con l’attività del governo israeliano, che ormai in tanti definiscono genocidio?

Giù le mani dalla Costituzione!

L’articolo 138 della nostra Costituzione ne prevede e regolamenta la modifica: è possibile modificare la Costituzione purché la legge di revisione sia votata  col testo identico per due volte da ognuna delle due Camere, con un intervallo di almeno tre mesi da una votazione all’altra e con la maggioranza assoluta dei componenti. Inoltre se alla seconda votazione non si raggiunge i due terzi dei componenti di una delle Camere è possibile chiedere il referendum costituzionale confermativo, per il quale non è necessario il quorum del 50% del corpo elettorale (necessario invece per il referendum abrogativo delle leggi ordinarie)

Questa procedura è stata definita dai Costituenti per rendere modificabile la Costituzione ancorché con una procedura aggravata che la rende “rigida”.

Il problema è che questo sistema non è funzionale ad un cambiamento profondo della Costituzione, ma solo a piccole correzioni.

Male fece il Parlamento nel 2001 quando stravolse il titolo V, cambiando profondamente il rapporto tra lo Stato ed il sistema delle autonomie.

Il fatto è che la Costituzione del ’48 cercò di rappresentare in modo fedele e puntuale la complessità e delle culture politiche italiane, tenendo conto della frammentarietà sociale e territoriale del popolo italiano. L’idea era quella di rappresentare puntualmente la società senza consentire ad un’organizzazione di dominare il sistema ammutolendo le componenti che si opponevano. Da quel sistema partì la Prima repubblica, che in un sistema di negoziazione continua riuscì a portare l’Italia prima a rialzarsi dalla guerra e poi alla condizione di partecipante al consesso dei sette grandi del pianeta.

Il pezzo di società che i costituenti avevano sconfitto, i fascisti e quella parte di italiani che con la loro indifferenza avevano consentito il fascismo, pur sconfitta permaneva viva e vegeta, anche grazie alla profonda inimicizia che gli Stati Uniti nutrivano e nutrono per i comunisti e i socialisti. Inimicizia che aveva fatto sì che gli Americani decidessero di assoldare nella loro opera di condizionamento del nostro Paese prima gli esponenti dello stato fascista che apparivano recuperabili (e desiderosi di essere recuperati), poi ragazzi cresciuti nel mito del Fascismo, disposti a “difendere il paese dal Comunismo” raccolti nella struttura ” stay behind” resa pubblica ai tempi della presidenza di Francesco Cossiga.

Questi militanti politici disposti a prendere le armi in caso di vittoria comunista alle elezioni in Italia costituivano una sorta di partito fascista clandestino, promosso nascostamente dagli USA, che, in forme diverse e con diverse complicità, ha operato in Italia per tutto il dopoguerra, collaborando al bisogno anche con la criminalità organizzata, per l’eliminazione di personaggi che fossero scomodi per gli USA , o per la criminalità organizzata, o per quel pezzo di potentato economico italiano che trovò nella P2, ma non solo, un luogo di sintesi degli interessi.

Questo blocco di interessi non accettò mai il progetto che i costituenti avevano definito nella Carta costituzionale e spinse continuamente per operare delle modifiche che, come si disse negli anni ’80, consentissero la “governabilità”.

La storia italiana conosce molteplici tentativi di modifica del Sistema, volti a irrobustire la posizione del governo, a spese degli altri organismi intermedi, che trovava la camera di compensazione nel Parlamento come definito dai costituenti,

Falliti i tentativi di cambiare da un punto di vista formale gli equilibri, si riuscì a modificarli con la trasformazione in senso maggioritario del sistema elettorale parlamentare.

In questo modo si riuscì a stabilizzare il governo a spese del Parlamento, ridotto a fare di volta in volta la cassa di risonanza o il capo espiatorio – ammortizzatore dell’Esecutivo.

In effetti il Parlamento definito dai costituenti era il fulcro del sistema, il luogo di realizzazione della sovranità popolare, modificando la sostanza di questo, sì riuscì a modificare il sistema senza toccare formalmente in profondità la Costituzione.

Per i fautori della “governabilità” il parzialmente problema rimase,  per la difficoltà di dare al Senato un sistema di elezione maggioritario utile a neutralizzarlo così come era avvenuto per la Camera dei deputati. Durante la diciassettesima legislatura il governo Renzi provo a risolvere il “problema” togliendo al Senato della Repubblica il potere di accordare  la fiducia al Governo

Ma la volontà del potere economico italiano di disporre di un ceto politico “servizievole”  e libero di muoversi utilmente, quella volontà non si è quietata. Esiste ancora un potere dello Stato  riconducibile appieno alla volontà della classe dominante: la Magistratura.

D’altro canto costituire la Magistratura come potere autonomo nasce dal pensiero illuminista per far sì che il potere non si concentri ed evitare che esso possa muoversi senza limiti.

I magistrati sono uomini e come tali singolarmente possono essere condizionati, o uccisi (purtroppo è storia) quando effettuano scelte eccessivamente sgradite al potere economico, al potere politico, al potere mafioso, Poteri che, si ricorda, non sempre sono in competizione tra loro.

La magistratura nel suo insieme comunque è un ostacolo, un limite alla assolutezza del potere.

Il partito di maggioranza relativa che sostiene questo governo è indubitabilmente l’erede  universale di quella parte del Paese che non ha mai accettato la Costituzione del ‘48, ed ha lottato per anni per osteggiarne gli obiettivi.

I legami con poteri paralleli italiani e stranieri, oggi descritti da un’ampia bibliografia, hanno consentito a costoro di continuare a sussistere in barba alla XII Disposizione transitoria della Costituzione e alla legge attuativa, la n.645 del 1952, nota come legge Scelba, che punisce chiunque promuova o organizzi un’associazione che persegue le finalità antidemocratiche proprie del disciolto partito fascista.

Oggi dalla posizione di governo con una serie mirata di revisioni costituzionali il tentativo di squinternare la Costituzione appare evidente: da una parte l’ulteriore blindatura dell’esecutivo con la riforma indicata come “Premierato”, dall’altra parte la sterilizzazione della Magistratura con una serie di riforme che ne minerebbero l’autonomia a cominciare dalla separazione delle carriere, contrabbandata come strumento indispensabile per separare la funzione della pubblica accusa da quella del giudice, senza considerare che l’attuale ordinamento prevede già tutta una serie di efficaci strumenti di separazione delle funzioni, per altro egregiamente evidenziati nell’attività di divulgazione di studiosi e magistrati autorevoli.

È appena il caso di notare che a fronte di un garantismo peloso nei confronti dei reati tipici dei “colletti bianchi”, gli esponenti di “Fratelli d’Italia” diventano ferocemente giustizialisti nei confronti dei reati messi in atto da delinquenti provenienti dagli Stati socialmente più svantaggiati.

L’obiettivo del “tirare diritto” della  Premier e del suo partito è chiaro: sottrarre chi governa (e i gruppi dirigenti che l’appoggiano) ai controlli democratici necessari per ogni stato liberale che si rispetti.

Il momento è particolarmente pericoloso, considerato che il paese più potente del blocco occidentale è oggi in mano a una persona insofferente ad ogni controllo, anche a quello elettorale, visto che Dopo aver perso la precedente tornata elettorale non ha esitato a promuovere al palazzo del Congresso

Intanto noi non ci rassegniamo ad accettare questa corrente autoritaria che pare espandersi nel mondo e ci prepariamo un’altra volta a difendere la Costituzione antifascista.

Afascismo

Ogniqualvolta nell’attuale dibattito politico italiano qualcuno lancia un allarme fascismo si trova qualche esponente della Destra politica (o giornalistica) pronto a negare l’allarme: il fascismo sarebbe finito alla fine della seconda guerra mondiale.

Tale affermazione è infondata. Meloni e FDI sono obiettivamente gli eredi del Fascismo per il tramite del #neofascismo degli anni ’60 e’70, riferimento per tanti dei loro elettori.

Però, a mio avviso, Meloni non attribuisce al Fascismo storico più importanza di tanto: non può condannarlo nettamente per non perdere  seguito, ma non ne trae diretta ispirazione. Certo non ideologica, quanto meno.

Come potrebbe, d’altronde, trarre ispirazione dal nulla? Qual era l’ideologia fascista? Il Fascismo collezionava al suo interno visioni, posizioni e comportamenti diversissimi e a tratti contraddittori. Solo il culto della personalità del Duce faceva da collante. Ricordate? “Mussolini  ha sempre ragione”. Per questo la figura di Mussolini è così importante per i fascisti: cosa c’era oltre quello?

Però in effetti un culto della personalità (in miniatura ma coltivato con impegno)  riguarda anche Meloni, che – obiettivamente – spicca senza particolare fatica nella compagine governativa che cerca di guidare.

In effetti c’era un tratto caratterizzante il fascismo: il netto rigetto di tutte le forme di  socialismo e di ogni forma di conflitto di classe mirante ad un cambiamento degli equilibri della società. Ma tale rifiuto non definisce il fascismo, se non per il fatto che l’azione fascista a difesa dei poteri economici consolidati era ostentatamente violenta.

L’anticomunismo/antisocialismo è patrimonio comune ed essenzialmente inscindibile della “società dei mercati”. La socialdemocrazia è stato un esperimento interessante (e sospettosamente monitorato) ma  – mi chiedo – sarebbe stato possibile senza l’esistenza dell’Unione sovietica? Certo non le è sopravvissuto.

Tornando a Meloni, il suo dichiarato “afascismo”, all’insegna di una pragmatica quanto interessata acquiescenza agli interessi americani e delle oligarchie internazionali, si sostanzia in un approccio formalmente perbenista, epperò non rassicura: in primis perché promuove la crescita nella società di istanze francamente violente (verbali ma non solo) avvelenando il dibattito politico e in secondo luogo perché continua a premere sui pilastri dell’architettura costituzionale del Paese, in primo luogo la tripartizione liberale dei poteri, promuovendo forme di democrazia autoritaria in cui il governo in quanto derivante dall’investitura elettorale sarebbe  al di sopra delle leggi – legibus solutus.

D’altronde  gli spunti di questa Impostazione si evincono già da diverse norme del decreto sicurezza, a cominciare da quell’art.31 che consente ai servizi di intelligence nazionali di compiere determinati reati, inclusa la direzione di associazioni terroristiche in operazioni sotto copertura, senza incorrere in sanzioni penali, come se in Italia non ci fosse mai stata una strategia della tensione.

Per non parlare dell’aggressione alla magistratura costituita dalla riforma Nordio.

D’altronde, al di là delle proteste e delle rassicurazioni del ministro della giustizia, la postura di questi nei confronti, della magistratura sia nazionale (sia internazionale – vedi caso Almasri) non lascia spazio e grandi dubbi, al di là dell’afflato garantista (limitato però ai colletti bianchi) di coloro che ricercano nella separazione delle carriere la piena realizzazione del processo accusatorio e con questo pensano di risolvere i problemi della giustizia italiana.

Tornando all’afascismo – una sorta di non fascismo non antifascista – questo presenta tutte le componenti dell’essenza più profonda del fascismo: protezione del potere economico dalle rivendicazioni di classe, fino alla obliterazione del conflitto democratico con un ostentato vittimismo che giustifichi l’impiego di norme contro le protesta,  estrema flessibilità delle pratiche e dei valori per adattarsi alla mutevolezza dei contesti e poi il collante, essenziale: il culto della personalità del leader, reso iconico dalla propaganda.

Il disegno della nostra Costituzione non è mai stato tanto in pericolo.

Risorse umane?

L’economista italiano Piero Sraffa ha scritto “Produzione di merci per mezzo di merci”.

Un portato del nostro tempo è considerare merce  il lavoro umano e la persone “risorse umane”. Non fini ma mezzi. Mezzi di produzione. Su cui risparmiare. Massimizzare i ricavi e minimizzare i costi.

Solo che una caratteristica ineliminabile delle risorse umane è che hanno un affitto da pagare e la spesa da fare.
Il problema è quando le imprese focalizzano la loro attenzione solo sul profitto, dimenticando che come si diceva una volta  “hanno ragion d’essere nel soddisfacimento dei bisogni umani”. 

Almaviva in questa visione  disumanizzante da tempo riveste efficacemente il ruolo di modello.

Esemplare la vertenza dei 489 dipendenti ex operatori del call center che rispondeva al numero 1500 – indispensabile durante la pandemia: finita l’emergenza Almaviva non ritiene più conveniente investire nel settore dei call center e decide di disfarsi di questi lavoratori.

Il problema di queste persone è che le spese familiari, vitto, affitto, energia, etc) arrivano puntuali e dopo il lungo periodo passato in cassa integrazione ritrovarsi licenziate dal primo agosto è peggio di un incubo – perché è reale. La politica nazionale non ha adottato interventi risolutivi per evitare questo stato di cose e la politica regionale si è mossa con la consueta intempestività.
In più la politica regionale deve muoversi da protagonista in questa vicenda, perché di questi quasi 500 lavoratori quasi 400 lavorano tra Palermo e Catania.

Intanto si avvicina la pausa di Ferragosto ed è essenziale che queste persone non siano lasciate per strada da una politica che va in ferie. Le idee ci sarebbero e riguardano sia l’impiego di parte di loro nel call center dedicato alla sanità coi numeri 116 – 117, sia la digitalizzazione di documentazione sanitaria per il restanti con la temporale collocazione in un bacino di ricollocazione. Quindi le idee ci sono, ma fin quando rimangono idee e non vengono concretizzate non producono benefici concreti.

Gli occhi di queste famiglie (e di tutti i siciliani che conoscono questo tipo di problemi) sono fissi sulle scelte del governo regionale e sulla tempestività con cui vengono realizzate.

Ancora, è opportuno segnalare la necessità e l’urgenza per tutta la politica nazionale di  affrontare in modo serio la tematica del lavoro, anche in considerazione delle fulminee e fulminanti innovazioni portate dall’intelligenza artificiale, di cui questa vicenda porta tracce evidenti. Le innovazioni tecnologiche consentono di ridurre drasticamente l’Impiego del lavoro delle persone E queste non possono aspettare l’adempimento di promesse future quando il problema si presenta già oggi.