Né minacce né risorse. Solo persone.

C’è un elemento di comodità intellettuale nelle narrazioni che dominano il dibattito pubblico sull’immigrazione. Chi la racconta come invasione ha bisogno del nemico per giustificare la propria esistenza politica. Chi la racconta come manodopera necessaria ha bisogno del lavoratore a basso costo per far quadrare i propri bilanci. In mezzo, sistematicamente, sparisce la persona. E questo è il sintomo che il dibattito politico ha smesso di occuparsi di esseri umani per occuparsi di categorie funzionali al proprio tornaconto, ideologico o economi
Partiamo dai fatti, che restano ostinatamente indifferenti alle narrazioni. Il primo: l’Occidente si sta letteralmente svuotando. L’Italia perde già oggi più abitanti di quanti ne nascano, i rapporti di dipendenza tra pensionati e lavoratori attivi peggiorano ogni anno, e nessun sistema sanitario o previdenziale pubblico regge a lungo senza una base contributiva che si allarga, figuriamoci se si restringe. È semplice aritmetica attuariale. Chi promette di “chiudere le porte” sta promettendo, con lo stesso gesto, di smontare pensioni e sanità pubblica per i propri elettori più anziani: l’ironia è che spesso sono loro il bacino elettorale più convinto di questa promessa.
Il secondo fatto è speculare e altrettanto scomodo: le persone non lasciano la propria terra per capriccio, ma spesso in conseguenza diretta di squilibri che l’Occidente ha contribuito a produrre. Accordi commerciali asimmetrici che tengono intere economie agganciate all’export di materie prime a basso valore aggiunto, debito estero strutturato per servire creditori del Nord globale, filiere estrattive che devastano territori senza redistribuire la ricchezza generata, un’impronta climatica che grava in modo sproporzionato su chi meno l’ha causata. Chi arriva alle nostre coste non sta bussando a caso: sta spesso presentando, senza saperlo, il conto di rapporti economici che noi abbiamo scritto a nostro vantaggio. Ignorarlo non lo rende meno vero, lo rende solo più comodo da rimuovere.
Da questi due fatti discende una conclusione che dovrebbe essere ovvia e che invece è politicamente scomoda: il fenomeno migratorio va gestito attivamente, non subìto e non negato. Gestito significa canali di ingresso regolari e prevedibili, capacità reale di accoglienza dimensionata sui territori, e — punto che si tende a trascurare — un lavoro culturale serio sull’inclusione, che non si esaurisce nel permesso di soggiorno ma riguarda scuola, lingua, partecipazione civica. Un’accoglienza ordinata non è un compromesso al ribasso tra “aprire tutto” e “chiudere tutto”: è l’unica opzione che non scarica il costo del disordine su chi è già ai margini, migrante o italiano che sia.
Ed è qui che torna il punto più scomodo, quello che la sinistra dovrebbe approfondire e denunciare: l’accoglienza, così come oggi funziona, non è affatto benevola verso chi accoglie. Serve manodopera a basso costo, dicono gli imprenditori più pragmatici, ma è un argomento cinico, non progressista. Tratta la persona migrante come fattore produttivo ricattabile, mantenuto in condizione di vulnerabilità giuridica proprio perché quella vulnerabilità è funzionale a tenere bassi i salari, non solo i suoi. È l’esercito industriale di riserva di cui parlava Marx, aggiornato al caporalato agricolo del Sud Italia e alla logistica in subappalto.
E qui casca l’argomento opposto, quello che promette ai ceti più deboli italiani un vantaggio dalla restrizione dei flussi. Se davvero si restringessero gli ingressi lasciando intatto il meccanismo che rende conveniente sfruttare chi ha meno alternative, il risultato non sarebbe la scomparsa dello sfruttamento: sarebbe semplicemente la sua ridistribuzione. Il posto lasciato libero dal migrante espulso o mai arrivato verrebbe occupato da un italiano altrettanto povero, altrettanto privo di alternative, altrettanto ricattabile. Non si eliminerebbe la casella “sfruttato”, si cambierebbe solo chi la occupa. Il proprietario del campo, del cantiere, della cooperativa di logistica, continuerebbe a incassare lo stesso margine.
Ne discende che il disagio reale dei ceti più fragili italiani — salari fermi, affitti insostenibili, servizi pubblici sovraccarichi — non si risolve con la remigrazione né con la chiusura delle frontiere. Si risolve con la giustizia distributiva: fisco che tassi la rendita e il capitale con la stessa serietà con cui tassa il lavoro dipendente, salario minimo che renda inconveniente lo sfruttamento di chiunque, contrasto reale al lavoro nero e al caporalato, non proclamato ma esercitato con ispezioni, sanzioni, magistratura del lavoro messa in condizione di funzionare. Serve, in una parola, che lo Stato torni a fare lo Stato.
Non lo Stato statalista, quello che sostituisce con la burocrazia le relazioni sociali spontanee e la libera iniziativa. Lo Stato nel senso in cui lo intende la Costituzione repubblicana: un ordinamento capace di riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo, come recita l’articolo 2, di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’eguaglianza sostanziale, come recita l’articolo 3 comma 2, e di indirizzare l’iniziativa economica privata perché non si svolga in modo da recare danno alla libertà e alla dignità umana, come recita l’articolo 41. Non un padrone delle relazioni sociali, ma un arbitro che ne garantisce le regole, capace di far rispettare i limiti a chi ha più forza contrattuale — che sia il datore di lavoro senza scrupoli o il partito che promette scorciatoie identitarie a chi è disperato.
Il punto, alla fine, è semplice quanto scomodo per chi vive di semplificazioni: la stessa debolezza dello Stato che permette lo sfruttamento del migrante irregolare è quella che tiene basso il salario dell’operaio italiano, precario il lavoro del rider, insostenibile l’affitto del pensionato. Non sono due problemi in competizione per le stesse risorse scarse. Sono lo stesso problema, con due facce. E ha una sola soluzione: uno Stato che torni capace di fare arbitro, non nemico né benefattore cinico, ma garante di regole uguali per tutti. Né minacce, né risorse. Solo persone — italiane o migranti che siano — a cui restituire la dignità che un mercato lasciato a se stesso non concede mai spontaneamente a nessuno.

Sionismo cristiano e Antisionismo ebraico.

Il sionismo è il movimento politico e l’ideologia volti alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina — il nome deriva da Sion, collina di Gerusalemme. Si sviluppò alla fine del XIX secolo, sull’onda dell’inasprirsi dell’antisemitismo in Europa orientale e della crisi seguita all’affare Dreyfus, avanzando le proprie rivendicazioni al Congresso di Basilea del 1897, organizzato da Theodor #Herzl.

Il sionismo sorse come ideologia di una parte minoritaria del mondo ebraico, prevalentemente laica e areligiosa, che auspicava la formazione di uno Stato nazionale degli ebrei come soluzione al permanere dell’antisemitismo. I suoi presupposti fondamentali si basano sull’idea che l’ebraismo non rappresenti una sola religione, ma un popolo dai confini ben definiti e distinto dagli altri, che si sarebbe formato secondo quanto narrato dalla Bibbia e che avrebbe vissuto in diaspora nutrendosi del desiderio di tornare nella “terra d’Israele” — non come riferimento spirituale ma come luogo concreto nel quale costituire uno Stato.
Le due dimensioni del sionismo — quella difensiva e quella costruttiva — hanno agito simultaneamente e in modo intrecciato. Da un lato, l’antisemitismo europeo, culminato nei pogrom dell’Europa orientale, rappresentò un potente fattore di spinta. Dall’altro, il legame con la Terra d’Israele precede di secoli la modernità politica ed è parte integrante della tradizione culturale e simbolica ebraica.

Il Sionismo è diviso in diverse correnti.

Il sionismo non è un’ideologia monolitica. Le correnti storicamente dominanti comprendono il sionismo liberale, quello laburista, quello revisionista e quello culturale. Gruppi come Brit Shalom e Ihud hanno costituito fazioni dissenzienti all’interno del movimento.

Il sionismo laburista è stato per decenni la corrente egemone in Israele. La corrente principale del sionismo, nella formazione dell’Ischuv e poi nei primi vent’anni dello Stato d’Israele, era fondamentalmente laica, ma ha sempre ambiguamente utilizzato le motivazioni religiose per legittimare il diritto degli ebrei a insediarsi in Palestina. Il laburismo, forza politica dominante fino alla metà degli anni Settanta, si rifaceva a una visione universalistica tipica del movimento operaio, ma si ancorava contemporaneamente a una concezione etnocentrica dello Stato.

Il sionismo revisionista, fondato da Vladimir Jabotinsky negli anni Venti, rappresenta la matrice ideologica della destra israeliana moderna. Con la vittoria elettorale del Likud nel 1977 è iniziato un lungo processo di trasformazione degli equilibri politici e del clima ideologico dominante. La crisi del sionismo laburista e di sinistra ha aperto uno spazio per ciò che può essere definito “post-sionismo”.

Il sionismo religioso ha prodotto, nella sua versione più recente, una componente di estrema destra. Il Partito Sionista Religioso (HaTzionut HaDatit), conosciuto fino al 2020 come Tkuma, è un partito politico israeliano di estrema destra fondato nel 1998, che si è poi alleato con formazioni ancora più radicali come Otzma Yehudit. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich — ministri nell’attuale governo Netanyahu — ne sono oggi le figure più rappresentative.

L’antisionismo ebraico. E però non bisogna dimenticare che esistono correnti ebraiche radicalmente opposte al sionismo politico. Per gli ebrei ortodossi più radicali del gruppo Neturei Karta, lo Stato di Israele non ha alcuna legittimità spirituale, poiché secondo la Torah il ritorno nella Terra Promessa può essere operato soltanto dal Messia, non dalla forza militare umana.

Ed esiste anche un sionismo cristiano.

Il sionismo cristiano nasce nell’ambito delle chiese evangeliche, fenomeno globale oggi fortemente sottovalutato da analisti e opinione pubblica. I suoi aderenti sono valutati a livello mondiale in circa 660 milioni, in costante crescita.

I primi esordi del sionismo cristiano vanno cercati nell’Inghilterra della chiesa anglicana di metà Ottocento, con speculazioni “messianiche” sulla “terza Gerusalemme”. Questo retroterra spiega, almeno in parte, il sostegno della Gran Bretagna al progetto sionista, culminato nella Dichiarazione Balfour del 1917.

La colonizzazione del Nuovo Mondo da parte di dissidenti religiosi — calvinisti, Padri Pellegrini, Quaccheri, anabattisti Amish — li portava a identificarsi come i “nuovi israeliti” in un nuovo Esodo verso la Terra Promessa. L’idea di essere il “popolo eletto” e di sentirsi i nuovi ebrei fu il seme di una cultura religiosa che negli Stati Uniti avrebbe mantenuto vive quelle caratteristiche “messianiche”.

La teologia di riferimento è la cosiddetta #dispensazionalismopremillenarista: l’idea di partenza nasce da una lettura letterale di alcuni passi della Bibbia che alludono a un ritorno in massa degli ebrei nella terra promessa. Questa idea viene associata a quella del prossimo ritorno di Cristo nel mondo: non per morire in croce, ma per governare il mondo per i prossimi mille anni, condannando i rei e beatificando i giusti. In questa prospettiva, agli Ebrei tornati in Israele viene offerta una seconda chance: potranno accogliere il Messia ritornato salvandosi, o saranno altrimenti dannati per sempre.

Il sostegno a Israele, in questa visione, non è un atto politico ma un imperativo teologico — e questo lo rende strutturalmente impermeabile a qualsiasi critica basata sul diritto internazionale.

Il sionismo cristiano negli Stati Uniti: ha un’enorme influenza politica.

Negli USA gli evangelici sono stimati tra i 60 e gli 80 milioni di fedeli, pari ad almeno il 25% dei cittadini aventi diritto al voto, di provata fedeltà repubblicana. I sionisti cristiani in senso stretto sono valutati tra i 20 e i 40 milioni di individui.

Già nel 2017 un sondaggio LifeWay rilevava che l’80% degli evangelici americani credeva che la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 fosse il compimento di una profezia biblica destinata a preparare il ritorno di Cristo sulla Terra.

L’organizzazione più potente di questo blocco è la Christians United for Israel (CUFI). Fondata nel 2006 dal pastore John Hagee, a differenza di altre lobby pro-Israele come l’AIPAC — che operano con un approccio pragmatico incentrato su sicurezza e interessi strategici — CUFI si approccia alla questione con un’impronta più teologica. Opera su due fronti: lobbying diretto a Capitol Hill e mobilitazione di massa attraverso campagne coordinate di email, telefonate e lettere. L’annuale convegno di Washington attira migliaia di attivisti, trasformandosi in una dimostrazione di forza e in un’opportunità per indirizzare l’azione dei politici.

Il blocco elettorale degli evangelici è un pilastro fondamentale per il Partito Repubblicano. Per molti candidati, il sostegno incondizionato a Israele è diventato un vero e proprio test di fedeltà, indispensabile per ottenere appoggio anche finanziario. Diventa così estremamente difficile per qualsiasi politico americano prendere le distanze dalle politiche israeliane, anche quando siano strategicamente controproducenti per gli interessi degli Stati Uniti o per le prospettive di pace nella regione.

La simbiosi tra sionismo cristiano e destra americana trova la sua incarnazione più eloquente nell’amministrazione Trump. Lo stesso Trump, in un comizio in Wisconsin nell’agosto 2020, aveva dichiarato che la decisione di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme — riconoscendo la città come capitale di Israele — aveva entusiasmato più gli evangelici statunitensi che gli israeliani stessi.

La figura di Mike Huckabee cristallizza questa deriva in modo clamoroso: pastore battista, sionista cristiano dichiarato, nominato da Trump nel 2025 ambasciatore degli Stati Uniti in Israele. In un’intervista del 2017 aveva dichiarato: “Non esiste nulla chiamato West Bank. È la Giudea e la Samaria. Non esistono gli insediamenti. Sono comunità, quartieri, città. Non esiste l’occupazione”.

Il rapporto con lo Stato di Israele

Questo asse non è privo di ambiguità profonde. Il premier Netanyahu, in un discorso del 2023 davanti a quattrocento leader evangelici, aveva detto loro che erano “i migliori amici che lo Stato ebraico abbia mai avuto”, aggiungendo che senza di loro Israele non esisterebbe. All’epoca di Menachem Begin, negli anni Settanta e Ottanta, il Ministero degli Esteri israeliano aveva identificato gli evangelici come una forza elettorale vitale nella politica americana, trasformando i sionisti cristiani in un elemento chiave della diplomazia di Israele verso Washington.

Eppure il paradosso è strutturale: il 68% degli ebrei americani esprime un giudizio negativo sulla leadership di Netanyahu. Un’associazione di quattordici organizzazioni ebraiche americane ha ufficialmente espresso disapprovazione per la “Legge sullo Stato Nazionale Ebraico” voluta da Netanyahu.

Il sostegno incondizionato degli Stati Uniti si sta rivelando problematico anche per Israele stesso: riducendo le pressioni esterne a moderare le politiche più controverse, ha favorito l’adozione di posture che, nel medio-lungo termine, ne minano sicurezza e legittimità internazionale.

Il sionismo cristiano in Europa

In Europa il sionismo cristiano ha un peso molto minore rispetto agli Stati Uniti, ma non è assente. Le chiese evangelicali e pentecostali britanniche, olandesi e tedesche mantengono reti di solidarietà con Israele. In Gran Bretagna operano organizzazioni come la Christian Friends of Israel e la Churches’ Ministry Among Jewish People, che combinano attività missionarie con sostegno politico allo Stato ebraico.

A livello parlamentare europeo esiste il Christians’ Caucus all’interno dell’Intergruppo parlamentare per la pace israelo-palestinese, mentre il European Coalition for Israel — con sede a Bruxelles — tenta di influenzare le posizioni dell’UE mantenendo vivo un canale tra le chiese evangeliche del continente e il governo israeliano.

La differenza strutturale rispetto agli USA è che in Europa il protestantesimo evangelico non raggiunge la massa critica sufficiente per condizionare la politica estera dei grandi paesi; pesa di più, invece, una solidarietà laica con Israele che affonda le radici nella memoria dell’Olocausto e nell’equazione — politicamente costruita — tra critica al sionismo e antisemitismo.

Il caso italiano

In Italia il sionismo cristiano in senso teologico è una corrente marginale: la cultura religiosa dominante è cattolica, e la Chiesa di Roma ha mantenuto verso Israele un rapporto ambivalente, tra dialogo interreligioso e difesa dei diritti dei palestinesi cristiani. Non esistono, nel panorama italiano, organizzazioni evangeliche di massa paragonabili alla CUFI americana.

Il sostegno a Israele in Italia si articola piuttosto su un asse politico-culturale laico. Esistono reti associative come l’UDAI (Unione di Associazioni Pro Israele), cui aderisce ad esempio l’Associazione Milanese Pro Israele, costituita su iniziativa di cittadini di ogni orientamento politico, religioso e culturale.

Sul versante parlamentare, il Transatlantic Friends of Israel è la rete di parlamentari europei e italiani che si coordina in difesa delle posizioni israeliane. Tra i suoi membri in Italia figurano deputati di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega.

Nel 2025 i partiti di governo hanno ritenuto di procedere a inserire nell’ordinamento italiano una codificazione dell’antisemitismo connessa alla definizione approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), la cui adozione è controversa perché alcune delle sue esemplificazioni includono critiche alle politiche dello Stato di Israele.
Questo tentativo legislativo — promosso dalla Lega con la prima firma Molinari — è esplicitamente osteggiato da parte della sinistra e da giuristi che vi leggono un tentativo di criminalizzare il dissenso politico sulla questione palestinese.

Il paradosso italiano è che dietro il nobile proposito di tutelare i circa 30.000 ebrei italiani — di cui buona parte, a giudicare dalle elezioni nelle comunità territoriali, non si riconosce nel sionismo reale di Smotrich e Ben-Gvir — si cela un intento repressivo per imporre il sostegno alla politica del governo israeliano e l’ostracismo alla solidarietà con il popolo palestinese.

In conclusione possiamo dire che il sionismo non è un’entità monolitica né univoca. Nasce come risposta moderna alla persecuzione, si pluralizza in correnti laiche, religiose, revisioniste e socialiste, e produce — nel tempo — uno Stato che ne incarna le contraddizioni più acute: tra democrazia dichiarata e apartheid de facto, tra diritto all’autodifesa e occupazione militare permanente.

Il sionismo cristiano è il suo moltiplicatore politico più potente nel mondo contemporaneo — non per forza numerica degli ebrei, ma per la massa evangelica americana che lo sostiene per ragioni escatologiche proprie, indipendenti e spesso ignare degli interessi reali della diaspora ebraica stessa. È un’alleanza cinica e teologicamente fondata insieme: utile a Israele per il sostegno militare e diplomatico, utile alla destra americana per mobilitare la base, e potenzialmente disastrosa per entrambi nel lungo periodo, nella misura in cui rende impossibile qualsiasi negoziato credibile.

In Italia e in Europa la questione ha un profilo diverso: meno religioso, più politico e culturale. Ma la tendenza a equiparare antisionismo e antisemitismo — costruita con strumenti legislativi e definizioni internazionali — rischia di produrre gli stessi effetti distorsivi sul dibattito pubblico: marginalizzare il dissenso legittimo, coprire le responsabilità di un governo specifico (quello Netanyahu) con la tutela di un popolo intero, e rendere indicibile ciò che dovrebbe essere al centro di qualsiasi analisi politica seria.

La cura sbagliata.

La separazione delle carriere in magistratura, vessillo del referendum voluto dalla maggioranza, risponde a un problema reale con la medicina sbagliata. Che nella magistratura potessero verificarsi e si siano verificate derive corporative, correntismo opaco, logiche di cooptazione è fuori discussione: il caso Palamara lo ha documentato con dovizia. Ma proprio Palamara è anche la dimostrazione che il sistema ha saputo sanzionare. Il deterioramento c’è, come in tutta la classe dirigente, ma nella magistratura non è maggioritario e — soprattutto — non è irreversibile.
​La separazione delle carriere interviene sulla struttura organizzativa, non sulla cultura che ha prodotto il problema. È un po’ come voler risanare la politica abolendo i partiti e introducendo il sorteggio: si elimina la forma, non la sostanza, e insieme al problema si rischia di eliminare funzioni essenziali. La comunanza di percorso tra chi indaga e chi giudica non è un vizio da estirpare, ma una cultura giuridica condivisa da preservare e, semmai, riformare d
​La vera cura sarebbe un’altra: più trasparenza nelle nomine, valutazione professionale sottratta alle tentazioni di autoreferenzialità delle correnti, controlli democratici più stringenti sul CSM. La destra si è trovata davanti a un paziente da curare, ma ha scelto il bisturi dove serviva la terapia. Le malattie sistemiche non si curano con la chirurgia.
​Vale poi la pena interrogarsi su chi, a sinistra, sceglie di votare sì. Affidare la riforma dell’ordinamento giudiziario a una maggioranza che ha dimostrato una preoccupante insofferenza verso i controlli costituzionali e una tendenza a esorbitare dai limiti della democrazia liberale — nel linguaggio, nei metodi, nella qualità della comunicazione pubblica — significa consegnare uno strumento delicato a mani inaffidabili. Anche quando una riforma fosse indotta da motivazioni condivisibili, i modi e la cultura istituzionale di chi la promuove non sono dettagli secondari: sono parte della cura.

UE e i Libri di Testo Palestinesi: Diritto o Censura?

L’Unione Europea ha il sacrosanto diritto (e anche il dovere) di garantire che i propri fondi non sostengano l’incitamento all’odio o alla violenza. Le risoluzioni del Parlamento Europeo che, per il sesto anno consecutivo, condizionano gli aiuti all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) alla rimozione di contenuti antisemiti e violenza dai libri di testo si basano su un principio condivisibile. Tuttavia, un’analisi approfondita della documentazione disponibile rivela che questa condizionalità rischia di travalicare il confine tra la legittima pretesa di rimozione dell’incitamento alla violenza e la improponibile spinta alla soppressione del legittimo sentimento nazionale e della memoria storica di un popolo sotto occupazione.
L’UE ha subordinato i suoi ingenti aiuti finanziari – si parla di oltre 380 milioni di euro dal luglio 2024 – a riforme concrete del curriculum scolastico palestinese. La “Lettera di Intenti” firmata dall’ANP nel luglio 2024 rappresenta un impegno formale ad allineare i testi agli standard UNESCO di pace e tolleranza, con scadenze precise (classi 1-4 entro settembre 2025) . La Commissione Europea ha ribadito che i fondi sono “condizionati” al raggiungimento di questi obiettivi, e il Parlamento ha più volte minacciato il congelamento in assenza di progressi verificabili .
Il problema sorge quando si esamina la natura delle modifiche richieste e il contesto in cui si inseriscono.
Secondo rapporti e analisi indipendenti, le pressioni europee vanno ben oltre la rimozione di espliciti incitamenti alla violenza. Come evidenziato da fonti giornalistiche e accademiche , la campagna contro i libri di testo palestinesi rischia di diventare uno strumento per “cancellare l’identità palestinese” e “silenziare la narrativa nazionale”.

E qui si ritrova il confine labile che la politica europea dovrebbe riesaminare, se è vero che , come riportato da alcune fonti, tra le modifiche richieste vi sarebbero la cancellazione o l’attenuazione di riferimenti fondamentali alla memoria collettiva palestinese, come la Nakba (l’esodo del 1948), o la sostituzione di termini come “sfollamento forzato” con “migrazione”. Richieste di questo tipo non sarebbero atti di promozione della pace, ma costituirebbero un tentativo di riscrittura della storia che favorisce la narrativa del vincitore. Un conto è rimuovere un esercizio di matematica che conta i “martiri”, un altro è cancellare la lezione che spiega perché un popolo è diventato rifugiato.

Un altro punto critico riguarda la rimozione del termine “sionismo” e della critica al progetto sionista come ideologia politica. Se è giusto condannare rappresentazioni antisemite che dipingono “gli Ebrei” come cospiratori, è capzioso equiparare la critica al sionismo – una dottrina politica – all’antisemitismo. Impedire a un popolo di comprendere e analizzare criticamente l’ideologia che ha portato alla sua spoliazione significa negargli gli strumenti intellettuali per comprendere il conflitto e lo coinvolge e la mancata comprensione non porta al superamento delle crisi, ma a reazioni irrazionali, magari violente.

E infine l’enfasi su “convivenza” e “amicizia”, senza alcun riferimento al contesto di occupazione militare, apartheid e violenza strutturale in cui i palestinesi vivono quotidianamente, produce un’educazione schizoide. Come osserva un’analisi, i bambini palestinesi “non possono dimenticare la loro narrativa storica perché ne sperimentano le conseguenze ogni giorno” . Insegnare pace in una gabbia, ignorando le sbarre, non è educazione alla pace, è ipocrisia.

Ciò viene evidenziato drammaticamente dalla palese asimmetria dell’impostazione europea. L’UE non ha mai criticato i libri di testo israeliani e il loro ruolo nel perpetuare il conflitto. Studi di autori israeliani critici, come Nurit Peled-Elhanan, hanno dimostrato che i libri di testo israeliani veicolano un’immagine “disumanizzante” dei palestinesi, legittimando le politiche dei governi.

Come riportato da alcuni commentatori, l’UE non ha chiesto un rapporto su come le scuole israeliane descrivono la Nakba (come “Guerra d’Indipendenza”) o se menzionano l’occupazione dei territori palestinesi. Questo squilibrio può trasformare la condizionalità da strumento di pace a strumento politico che favorisce una delle parti in conflitto, imponendo di fatto una narrazione a scapito dell’altra.

È legittimo e doveroso che l’UE condanni e pretenda la rimozione di contenuti antisemiti e di chiara esaltazione della violenza, come quelli documentati da vari rapporti .
Vale la pena chiedersi su quali basi si fondino queste pressioni europee. La fonte primaria e più influente è IMPACT-se (Institute for Monitoring Peace and Cultural Tolerance in School Education), un’organizzazione israeliana di advocacy che pubblica dal 2000 rapporti sistematicamente critici sui libri di testo palestinesi, e che ha avuto un ruolo determinante nel convincere il Parlamento Europeo a condizionare i fondi. Non si tratta di un ente di ricerca neutrale: il professor Nathan Brown della George Washington University l’ha definita “la lobby dell’incitamento”, accusandola di selezionare i contenuti ignorando le prove contrarie. L’UE stessa, significativamente, ha ritenuto necessario commissionare una verifica indipendente al Georg Eckert Institute tedesco, il cui rapporto — pur riconoscendo alcune criticità — ha concluso che i libri palestinesi “riflettono un ambiente saturo di occupazione, conflitto e violenza in corso”, restituendo un quadro assai più sfumato di quello dipinto da IMPACT-se, e sulla base del quale i fondi congelati furono poi ripristinati. Esempi di glorificazione di attacchi terroristici o di rappresentazioni antisemite non possono trovare spazio in nessun sistema educativo che voglia definirsi civile.
Tuttavia, la condanna la violenza e l’odio razziale.non devono arrivare alla conculcazione del diritto di un popolo a tramandare la memoria delle ingiustizie subite (come la Nakba), al diritto di mantenere viva l’identità nazionale (attraverso simboli, inni e geografia), e a esprimere una critica politica, anche aspra, verso il sionismo come ideologia che ha causato la sua catastrofe.

Finché l’UE continuerà a ignorare i contenuti dei libri di testo israeliani e a spingere per una “riforma” che assomiglia pericolosamente a un’imposizione della narrativa del più forte, i suoi sforzi, anche se mossi da buone intenzioni, saranno percepiti da molti palestinesi non come un aiuto alla pace, ma come un ulteriore atto di delegittimazione della loro stessa esistenza come popolo. La vera educazione alla pace non può nascere dalla censura della memoria, ma dal reciproco riconoscimento delle altrui sofferenze e aspirazioni.

Cosa vuole cambiare la riforma Nordio

La “riforma” interviene su articoli fondamentali della Costituzione che regolano indipendenza, struttura e autogoverno della magistratura.

Gli articoli modificati sono:

Art. 87, c.10 – 102, c.1 – 104 – 105 – 106, c.3 – 107, c.1 – 110, c.1

Questi cambiamenti introducono:

  • Separazione dei Consigli Superiori per giudici e pubblici ministeri
  • Una nuova Alta Corte disciplinare
  • Nuove regole per nomine, carriere e disciplina dei magistrati
  • Ridefinizione delle funzioni del Presidente della Repubblica in materia di giustizia

 Noi votiamo NO perché questa “riforma” della Costituzione

1. Riduce l’Indipendenza della magistratura

La riforma altera gli equilibri pensati dai Costituenti percè aumenta i controlli della politica sulla magistratura e genera più incertezza, più rischio di pressioni esterne.

2. Non risolve i problemi veri della giustizia

Processi lenti, carenza di personale, uffici sovraccarichi: niente di tutto questo viene affrontato.

È una riforma strutturale ma non efficace.

3. Nuovi organi, più burocrazia, meno garanzie

La creazione dell’Alta Corte disciplinare può generare conflitti, ritardi, sovrapposizioni e indebolire l’autogoverno dei magistrati.

4. Le “correnti” non spariscono

Cambia solo l’architettura, non le cause dei problemi. Si rischia di spostare il potere invece di renderlo più trasparente.

5. Una modifica della Carta senza consenso largo

Interventi così profondi sulla Costituzione richiedono condivisione e stabilità, non spinte politiche di parte.

 LA COSTITUZIONE TUTELA I TUOI DIRITTI

Difendere l’indipendenza della magistratura significa difendere processi equi, libertà, uguaglianza e controlli sui poteri.

 IL 22–23 MARZO SCEGLIAMO DI PROTEGGERE LE GARANZIE DI TUTTI

VOTIAMO NO!

Un’altra UE

Qualcuno crea confusione tra Europa ed UE.
l’Europa è una grande realtà culturale composita che condivide esperienze che l’hanno fatta diventare nel bene e nel male uno dei modelli più importanti per la comunità umana, dalla democrazia ateniese fino alla triade “Libertà Uguaglianza Fraternità della rivoluzione Francese; dal Cristianesimo che nel medioevo è stato insieme terreno comune e lizza di battaglie, fino al pensiero socialista, origine di una spinta politica di riscatto dei popoli governati, che ha portato nel mondo alcune delle innovazioni più importanti della storia dell’uomo, tanto che, per fermarlo sono state generate le controrivoluzioni fasciste.
La UE è un accordo tra Stati – prezioso per il mantenimento della Pace in Europa – in cui però ogni Stato è rimasto geloso della propria sovranità.
La UE ha indotto gli stati a generare una normativa comune, ma soprattutto li ha indotti a consentire alla delega della gestione monetaria, estremamente incisiva sulle politiche interne e fortemente voluta dai liberisti per il contenimento della spesa pubblica dando copertura alle classi dirigenti nella fase di contrasto alle istanze popolari.
La UE non è riuscita a costituirsi come una reale federazione degli stati europei con una gestione unica delle relazioni internazionali. Men che meno si è riusciti a lavorare a una fiscalità comune.
Ciò perché ogni Stato ha voluto continuare ad operare in autonomia, entrando in concorrenza con gli altri, generando all’interno dell’Unione una serie di piccoli paradisi fiscali, per la felicità dei possessori di grandi capitali mobiliari e delle grandi corporation.
Il grande successo della UE e cioè il mantenimento per la pace in Europa oggi è in discussione seriamente e il futuro appare ancora più buio.
La crescita della Cina come potenza economica e poi politica e poi militare ne ha fatto un essenziale elemento di catalizzazione per i BRICS. Il nuovo rassemblement di stati è certamente infarcito di contraddizioni e non è privo di tensioni interne, ma costituisce comunque un sintomo e una concausa dello stato di crisi dell’egemonia statunitense.
Purtroppo in questa contrapposizione la UE non è stata in grado di assumere il ruolo di attore autonomo che pure le si sarebbe attagliato perfettamente, ma si è accodata alla politica USA, fino al punto di continuare a subirla quando quella, con la presidenza Trump è diventata palesemente vessatoria.
A questo punto fa specie assistere al dibattito tra nazionalisti desiderosi del recupero della piena sovranità e neoliberisti globalisti, desiderosi del mantenimento alla UE del ruolo di coordinamento della politica monetaria.
Le due parti accusano l’altra di giocare allo sfascio, ignorando un aspetto dello scenario che sembra non gli interessi: la qualità della vita dei lavoratori europei, sacrificata agli interessi della classe dirigente economica (assecondata dalla politica) fino all’attuale rischio della guerra, con una contrapposizione alla Russia, che, iniziata in adesione ai desiderata americani, e cogenerata dall’espansione progressiva della NATO, oggi con la manifesta tendenza al disimpegno da parte statunitense, appare tanto grottescamente quanto pericolosamente temeraria. Oltre che capace di disarticolare l’Unione sotto la spinta di pulsioni contrastanti.
Per questo ci pare ancor più che utile, necessario dire con chiarezza che l’unità europea è, soprattutto oggi, irrinunciabile. Ma deve trovare ragioni diverse per continuare ad esistere: la qualità della vita degli europei ed il mantenimento dei loro valori culturali di apertura e libertà, oggi abbandonati in favore di tentazioni neonazionaliste, razziste e antidemocratiche, già esistenti nel dibattito politico del continente ma emarginate dalla fine della seconda guerra mondiale – ma oggi corroborate dall’anticomunismo nazionalista robustamente presente nei paesi dell’Europa orientale, acquisiti all’Unione, favorito dai timori storicamente comprensibili per le pulsioni egemoniche della Russia.
Per concludere sembra necessario un colpo di reni da parte delle parti più progressiste dell’impegno politico in Europa: uno sforzo di generosità e di ascolto nei confronti delle giovani generazioni, che guardano al futuro con enorme preoccupazione sia per la rovina ambientale diffusa (specialmente oggi che appare sempre più superata l’attenzione e sempre più sfumato il Green deal) sia per i crescenti livelli di diseguaglianza che minano alla base le ragioni della pacifica coesistenza sociale. È necessario favorire il dibattito tra i settori giovanili delle forze politiche progressiste continentali raccogliendo il contributo di esperienza dei vecchi, se questi sapranno mettere a disposizione i loro saperi con l’umiltà di chi riconosce di avere lasciato alle giovani generazioni grumi di problemi difficili da risolvere, sedimentati dalla persistente mancanza di soluzioni e spesso financo di cure coraggiose.
Per esempio: come si fa a lasciare da soli i ragazzi di extinction rebellion con le loro proteste tanto rozze nei modi quanto giustificate nelle ragioni?
Come si fa a non aprire un dibattito continentale sulla disparità tra i trend dei redditi pro capite da lavoro dei singoli stati?
Come si fa a non prevedere e prevenire la prevedibile reazione dell’Industria dei combustibili fossili e dei derivati? Ci si aspettava che si sarebbero lasciati mettere da canto senza generare una propaganda a difesa?
Come si fa a non affrontare con attenzione e determinazione il problema dell’invecchiamento della popolazione?
E come si fa, infine, a non rendere centrale il tema delle migrazioni, curando l’accoglimento ordinato e attento dei nuovi arrivati? Col risultato della crescita di sacche di popolazione non seguita, non accompagnata e non integrata lasciandola allo sfruttamento dell’imprenditoria più cinica e dalla malavita organizzata, per poi lasciare la gestione del tema alle destre più retrive, che lo usano per generare angoscia e xenofobia?
I progressisti probabilmente devono partire da una valutazione critica di decenni di scelte più miopi che prudenti. E giacché non sembrano pronti a farlo, c’è bisogno di attivismo popolare e quindi ben vengano le manifestazioni di piazza, gli scioperi generali, come quello indetti dalla USB e dalla CGIL, i comitati per il NO a controriforme costituzionali e i boicottaggi contro le imprese che si muovono senza rispettare i diritti dei consumatori e spesso il più elementari principi etici.
Tutte queste azioni anche quando non sono immediatamente efficaci, creano un ambiente favorevole al risanamento della democrazia, alla rivitalizzazione della appartenenza al popolo della sovranità, così come afferma la nostra Costituzione al suo art. 1

Alzare la testa e partecipare.

Non ci sono dubbi che la Meloni e Fratelli d’Italia siano esponenti di una politica tossica, ma non sono loro ad avere portato la democrazia in questo stato di prostrazione.

La gente non va più a votare e chi ci va lo fa come atto di civismo estremo, con pertinacia, sperando poco o nulla in un auspicabile cambiamento, perché a fronte di una diffusa sofferenza sociale e politica la maggior parte delle proposte si limita a suggerire aggiustamenti marginali portati avanti da personaggi variamente improbabili.

Come definire altrimenti personalità politiche presenti nel cosiddetto campo largo, che si mettono in evidenza per la difesa degli equilibri sociali e politici esistenti, continuando a rigettare come irrealizzabile ogni tentativo di dare risposte efficaci ai reali problemi delle persone (salari, sanita, pensioni)?

Questo stato di cose ha generato un pesante cinismo che a vari gradi ha impregnato il corpo elettorale, trasformando le elezioni in un confronto tra schieramenti più o meno clientelari e tutti con atteggiamenti di sorda tifoseria.

Alla tradizionale astensione strutturale, accresciuta dal disimpegno sociale delle forze politiche e dall’infiacchimento progressivo della scuola pubblica, che ha generato cittadini senza cultura politica, si è aggiunta una crescente astensione da scoramento, adottata da persone che hanno votato per tutta una vita e che adesso non trovano una proposta politica che sia insieme credibile e interessante.

Il fatto è che i partiti che hanno governato hanno accettato di agire la politica all’interno di un recinto fatto da compatibilità tutte interne alla cultura neoliberista e nel contempo hanno secreto una sorta di tossina contro ogni cultura politica divergente, per giustificare la propria scelta.
Alcune forze progressiste già radicali, hanno di fatto accettato una sorta di marginalità e hanno provato a ricavarsi una ragion d’essere dalla difesa dei diritti civili, accettabili in un quadro liberale.

Probabilmente questo stato di cose è stato, anche, l’effetto di una stabilizzazione forzata del quadro politico derivante dalla partecipazione più o meno coattiva all’alleanza guidata dagli Stati Uniti, fondati sul liberalismo di destra, comunque rimane il dato di una società sempre più diseguale, squilibrata al punto che le ingiustizie sono diventate tanto profonde, evidenti e insostenibili da far perdere dapprima credibilità e poi sostanza alla eguaglianza formale delle persone di fronte alla legge e quindi allo stesso fondamento della democrazia.

In questo contesto la nascita, la crescita e adesso la prosperità dei nazionalismi parafascisti costituisce una sorta di risultato ineludibile e per questo la tossicità di partiti come Fratelli d’Italia non si manifesta come capacità di far ammalare o peggio distruggere i sistemi democratici, ma come capacità di nutrirsi delle democrazie in decomposizione con un attitudine, appunto, saprofita.

La destinazione desiderabile, per porre fine all’attuale stato di cose, è un governo alternativo della società e non un’alternanza di soggetti che governino alla luce dello stesso quadro ideologico.

Questa è la scommessa che la sinistra, o più genericamente la “parte popolare” , ha di fronte in tutto il mondo.

E sì. Dobbiamo guardare con gioia a quello che hanno fatto i Democratici americani a New York, ma dobbiamo avere chiaro come interpretare il ruolo della sinistra qui, a casa nostra, partendo dal fatto che a sinistra non si deve fare qualcosa “per il popolo” ma si deve fare qualcosa ” insieme al popolo”.

Alla faccia di coloro che usano la parola populista per infiacchire la democrazia: se il popolo non ha – reale – potere di decisione e di controllo sulla politica, la democrazia non esiste.

La questione è come indurre la gente comune a partecipare alla politica. L’aggressività della classe politica nel difendere il proprio status allontana le persone che non hanno mai fatto politica dalla partecipazione diretta. Troppo difficile appare riuscire a introdurre novità.

Comunque non ha senso aspettare che qualche leader illuminato ci guidi fuori dalla situazione attuale, anche perché, in assenza di una vigilanza sociale diffusa, il sistema politico economico mediatico tende ad assimilare a sé ogni singolo che si metta in evidenza nel tentativo di indurre delle modifiche significative. Dobbiamo alzare la testa e partecipare, partendo prima di tutto dal cercar di cambiare la cultura di feroce individualismo diffusa tra le persone. È un processo laborioso, ma possibile.

Abbiamo aderito a BDS Italia.

​Siamo onorati di annunciare l’adesione di 99% al movimento BDS Italia (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).

​Questa decisione scaturisce dalla necessità impellente di agire concretamente contro la continua violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali da parte dello stato di Israele nei confronti del Popolo palestinese.

Riteniamo che il silenzio non sia un’opzione. Ciascuno, in qualità di individuo o associazione, ha il dovere morale di opporsi all’ingiustizia, grande o piccola che sia l’azione che si può intraprendere.

Specialmente di fronte all’atteggiamento di complice silenzio da parte dell’Italia, accodata agli Stati Uniti insieme all’Unione Europea.

​Unirci a BDS è un passo per rafforzare la pressione nonviolenta e promuovere la giustizia e l’uguaglianza.

Due popoli liberi e due stati in pace.

La narrativa dominante sul conflitto israelo-palestinese è spesso monolitica e auto-assolutoria, ignorando le sue radici storiche.
Il sionismo è nato con l’obiettivo del ritorno in Palestina e della costituzione di uno Stato ebraico, ma in un’ottica che è stata definita da molti, inclusi i primi sionisti stessi, come colonialismo di insediamento. Il principio “una terra senza popolo per un popolo senza terra” ha tragicamente ignorato le popolazioni arabe preesistenti, gettando le basi per l’attuale e doloroso conflitto.
Oggi, assistiamo a un fenomeno di vittimismo selettivo nella narrazione dominante: si punta il dito esclusivamente su Hamas, ma si tacciono o si minimizzano le continue malefatte e violazioni del diritto internazionale israeliane a Gaza e in Cisgiordania, come l’espansione degli insediamenti.
È un’operazione pericolosa e disonesta quella di demonizzare l’antisionismo, cercando di assimilarlo all’antisemitismo. Non solo questo svilisce la reale lotta contro l’odio antiebraico, ma ignora completamente la vastità di ebrei della diaspora e della sinistra israeliana che sono fieramente antisionisti. Le loro voci, come quelle dei palestinesi, sono spesso messe a tacere dalla maggior parte della stampa mainstream, che, nonostante ciò, si lamenta paradossalmente di non riuscire a esprimere le proprie posizioni.
Basta ipocrisie. Non c’è sicurezza per nessuno finché non ci sarà giustizia per tutti.
Per avviare un processo di pace credibile e fondato sulla soluzione di Due Popoli, Due Stati, è fondamentale che emergano leader capaci di unire e negoziare. Anche per questo, continuiamo a chiedere la liberazione immediata di Marwan Barghouti, un leader palestinese ampiamente riconosciuto, laico e convinto sostenitore della soluzione a due Stati. La sua leadership è cruciale per rafforzare un interlocutore palestinese autorevole.
La soluzione “due popoli due stati” deve essere implementata sotto una stretta e vincolante vigilanza internazionale che:

  • Garantisca la cessazione immediata e definitiva di tutte le attività di insediamento.
  • Assicuri confini sicuri e riconosciuti internazionalmente, basati sulle linee pre-1967.
  • Protegga i diritti umani e la sicurezza di entrambi i popoli.
  • Promuova la ricostruzione e lo sviluppo di uno Stato Palestinese democratico e pacifico.
    Il tempo delle occupazioni, della violenza e delle narrazioni distorte deve finire. È ora di agire per una pace giusta e duratura.

Per la Pace in Palestina. Liberate Marwan Barghouti

Uno stato palestinese libero e capace di crescere su una terra sicura è il primo passo per una pace reale in Palestina. 

Distruggere un avversario non è umano e distruggere un popolo non è possibile. La Pace è l’unica soluzione. 

Tutti insieme stiamo dando una occasione alla Pace, col nostro piccolo, ma sacrosanto contributo. 

Abbiamo destinato una petizione alle massime autorità del nostro Paese e dell’Unione Europea. per chiedere la Liberazione di Marwan Barghouti, un leader Palestinese rispettato dai suoi connazionali, prigioniero da decenni nelle carceri israeliane.

Firmiamola e continuiamo a farla firmare. Niente può fermare un popolo che non si arrende. 

https://www.change.org/liberateMarwanBarghouti