La separazione delle carriere in magistratura, vessillo del referendum voluto dalla maggioranza, risponde a un problema reale con la medicina sbagliata. Che nella magistratura potessero verificarsi e si siano verificate derive corporative, correntismo opaco, logiche di cooptazione è fuori discussione: il caso Palamara lo ha documentato con dovizia. Ma proprio Palamara è anche la dimostrazione che il sistema ha saputo sanzionare. Il deterioramento c’è, come in tutta la classe dirigente, ma nella magistratura non è maggioritario e — soprattutto — non è irreversibile.
La separazione delle carriere interviene sulla struttura organizzativa, non sulla cultura che ha prodotto il problema. È un po’ come voler risanare la politica abolendo i partiti e introducendo il sorteggio: si elimina la forma, non la sostanza, e insieme al problema si rischia di eliminare funzioni essenziali. La comunanza di percorso tra chi indaga e chi giudica non è un vizio da estirpare, ma una cultura giuridica condivisa da preservare e, semmai, riformare d
La vera cura sarebbe un’altra: più trasparenza nelle nomine, valutazione professionale sottratta alle tentazioni di autoreferenzialità delle correnti, controlli democratici più stringenti sul CSM. La destra si è trovata davanti a un paziente da curare, ma ha scelto il bisturi dove serviva la terapia. Le malattie sistemiche non si curano con la chirurgia.
Vale poi la pena interrogarsi su chi, a sinistra, sceglie di votare sì. Affidare la riforma dell’ordinamento giudiziario a una maggioranza che ha dimostrato una preoccupante insofferenza verso i controlli costituzionali e una tendenza a esorbitare dai limiti della democrazia liberale — nel linguaggio, nei metodi, nella qualità della comunicazione pubblica — significa consegnare uno strumento delicato a mani inaffidabili. Anche quando una riforma fosse indotta da motivazioni condivisibili, i modi e la cultura istituzionale di chi la promuove non sono dettagli secondari: sono parte della cura.
Autore: francesco Campanella
L’Unione Europea ha il sacrosanto diritto (e anche il dovere) di garantire che i propri fondi non sostengano l’incitamento all’odio o alla violenza. Le risoluzioni del Parlamento Europeo che, per il sesto anno consecutivo, condizionano gli aiuti all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) alla rimozione di contenuti antisemiti e violenza dai libri di testo si basano su un principio condivisibile. Tuttavia, un’analisi approfondita della documentazione disponibile rivela che questa condizionalità rischia di travalicare il confine tra la legittima pretesa di rimozione dell’incitamento alla violenza e la improponibile spinta alla soppressione del legittimo sentimento nazionale e della memoria storica di un popolo sotto occupazione.
L’UE ha subordinato i suoi ingenti aiuti finanziari – si parla di oltre 380 milioni di euro dal luglio 2024 – a riforme concrete del curriculum scolastico palestinese. La “Lettera di Intenti” firmata dall’ANP nel luglio 2024 rappresenta un impegno formale ad allineare i testi agli standard UNESCO di pace e tolleranza, con scadenze precise (classi 1-4 entro settembre 2025) . La Commissione Europea ha ribadito che i fondi sono “condizionati” al raggiungimento di questi obiettivi, e il Parlamento ha più volte minacciato il congelamento in assenza di progressi verificabili .
Il problema sorge quando si esamina la natura delle modifiche richieste e il contesto in cui si inseriscono.
Secondo rapporti e analisi indipendenti, le pressioni europee vanno ben oltre la rimozione di espliciti incitamenti alla violenza. Come evidenziato da fonti giornalistiche e accademiche , la campagna contro i libri di testo palestinesi rischia di diventare uno strumento per “cancellare l’identità palestinese” e “silenziare la narrativa nazionale”.
E qui si ritrova il confine labile che la politica europea dovrebbe riesaminare, se è vero che , come riportato da alcune fonti, tra le modifiche richieste vi sarebbero la cancellazione o l’attenuazione di riferimenti fondamentali alla memoria collettiva palestinese, come la Nakba (l’esodo del 1948), o la sostituzione di termini come “sfollamento forzato” con “migrazione”. Richieste di questo tipo non sarebbero atti di promozione della pace, ma costituirebbero un tentativo di riscrittura della storia che favorisce la narrativa del vincitore. Un conto è rimuovere un esercizio di matematica che conta i “martiri”, un altro è cancellare la lezione che spiega perché un popolo è diventato rifugiato.
Un altro punto critico riguarda la rimozione del termine “sionismo” e della critica al progetto sionista come ideologia politica. Se è giusto condannare rappresentazioni antisemite che dipingono “gli Ebrei” come cospiratori, è capzioso equiparare la critica al sionismo – una dottrina politica – all’antisemitismo. Impedire a un popolo di comprendere e analizzare criticamente l’ideologia che ha portato alla sua spoliazione significa negargli gli strumenti intellettuali per comprendere il conflitto e lo coinvolge e la mancata comprensione non porta al superamento delle crisi, ma a reazioni irrazionali, magari violente.
E infine l’enfasi su “convivenza” e “amicizia”, senza alcun riferimento al contesto di occupazione militare, apartheid e violenza strutturale in cui i palestinesi vivono quotidianamente, produce un’educazione schizoide. Come osserva un’analisi, i bambini palestinesi “non possono dimenticare la loro narrativa storica perché ne sperimentano le conseguenze ogni giorno” . Insegnare pace in una gabbia, ignorando le sbarre, non è educazione alla pace, è ipocrisia.
Ciò viene evidenziato drammaticamente dalla palese asimmetria dell’impostazione europea. L’UE non ha mai criticato i libri di testo israeliani e il loro ruolo nel perpetuare il conflitto. Studi di autori israeliani critici, come Nurit Peled-Elhanan, hanno dimostrato che i libri di testo israeliani veicolano un’immagine “disumanizzante” dei palestinesi, legittimando le politiche dei governi.
Come riportato da alcuni commentatori, l’UE non ha chiesto un rapporto su come le scuole israeliane descrivono la Nakba (come “Guerra d’Indipendenza”) o se menzionano l’occupazione dei territori palestinesi. Questo squilibrio può trasformare la condizionalità da strumento di pace a strumento politico che favorisce una delle parti in conflitto, imponendo di fatto una narrazione a scapito dell’altra.
È legittimo e doveroso che l’UE condanni e pretenda la rimozione di contenuti antisemiti e di chiara esaltazione della violenza, come quelli documentati da vari rapporti .
Vale la pena chiedersi su quali basi si fondino queste pressioni europee. La fonte primaria e più influente è IMPACT-se (Institute for Monitoring Peace and Cultural Tolerance in School Education), un’organizzazione israeliana di advocacy che pubblica dal 2000 rapporti sistematicamente critici sui libri di testo palestinesi, e che ha avuto un ruolo determinante nel convincere il Parlamento Europeo a condizionare i fondi. Non si tratta di un ente di ricerca neutrale: il professor Nathan Brown della George Washington University l’ha definita “la lobby dell’incitamento”, accusandola di selezionare i contenuti ignorando le prove contrarie. L’UE stessa, significativamente, ha ritenuto necessario commissionare una verifica indipendente al Georg Eckert Institute tedesco, il cui rapporto — pur riconoscendo alcune criticità — ha concluso che i libri palestinesi “riflettono un ambiente saturo di occupazione, conflitto e violenza in corso”, restituendo un quadro assai più sfumato di quello dipinto da IMPACT-se, e sulla base del quale i fondi congelati furono poi ripristinati. Esempi di glorificazione di attacchi terroristici o di rappresentazioni antisemite non possono trovare spazio in nessun sistema educativo che voglia definirsi civile.
Tuttavia, la condanna la violenza e l’odio razziale.non devono arrivare alla conculcazione del diritto di un popolo a tramandare la memoria delle ingiustizie subite (come la Nakba), al diritto di mantenere viva l’identità nazionale (attraverso simboli, inni e geografia), e a esprimere una critica politica, anche aspra, verso il sionismo come ideologia che ha causato la sua catastrofe.
Finché l’UE continuerà a ignorare i contenuti dei libri di testo israeliani e a spingere per una “riforma” che assomiglia pericolosamente a un’imposizione della narrativa del più forte, i suoi sforzi, anche se mossi da buone intenzioni, saranno percepiti da molti palestinesi non come un aiuto alla pace, ma come un ulteriore atto di delegittimazione della loro stessa esistenza come popolo. La vera educazione alla pace non può nascere dalla censura della memoria, ma dal reciproco riconoscimento delle altrui sofferenze e aspirazioni.
La “riforma” interviene su articoli fondamentali della Costituzione che regolano indipendenza, struttura e autogoverno della magistratura.
Gli articoli modificati sono:
Art. 87, c.10 – 102, c.1 – 104 – 105 – 106, c.3 – 107, c.1 – 110, c.1
Questi cambiamenti introducono:
- Separazione dei Consigli Superiori per giudici e pubblici ministeri
- Una nuova Alta Corte disciplinare
- Nuove regole per nomine, carriere e disciplina dei magistrati
- Ridefinizione delle funzioni del Presidente della Repubblica in materia di giustizia
Noi votiamo NO perché questa “riforma” della Costituzione
1. Riduce l’Indipendenza della magistratura
La riforma altera gli equilibri pensati dai Costituenti percè aumenta i controlli della politica sulla magistratura e genera più incertezza, più rischio di pressioni esterne.
2. Non risolve i problemi veri della giustizia
Processi lenti, carenza di personale, uffici sovraccarichi: niente di tutto questo viene affrontato.
È una riforma strutturale ma non efficace.
3. Nuovi organi, più burocrazia, meno garanzie
La creazione dell’Alta Corte disciplinare può generare conflitti, ritardi, sovrapposizioni e indebolire l’autogoverno dei magistrati.
4. Le “correnti” non spariscono
Cambia solo l’architettura, non le cause dei problemi. Si rischia di spostare il potere invece di renderlo più trasparente.
5. Una modifica della Carta senza consenso largo
Interventi così profondi sulla Costituzione richiedono condivisione e stabilità, non spinte politiche di parte.
LA COSTITUZIONE TUTELA I TUOI DIRITTI
Difendere l’indipendenza della magistratura significa difendere processi equi, libertà, uguaglianza e controlli sui poteri.
IL 22–23 MARZO SCEGLIAMO DI PROTEGGERE LE GARANZIE DI TUTTI
VOTIAMO NO!
Qualcuno crea confusione tra Europa ed UE.
l’Europa è una grande realtà culturale composita che condivide esperienze che l’hanno fatta diventare nel bene e nel male uno dei modelli più importanti per la comunità umana, dalla democrazia ateniese fino alla triade “Libertà Uguaglianza Fraternità della rivoluzione Francese; dal Cristianesimo che nel medioevo è stato insieme terreno comune e lizza di battaglie, fino al pensiero socialista, origine di una spinta politica di riscatto dei popoli governati, che ha portato nel mondo alcune delle innovazioni più importanti della storia dell’uomo, tanto che, per fermarlo sono state generate le controrivoluzioni fasciste.
La UE è un accordo tra Stati – prezioso per il mantenimento della Pace in Europa – in cui però ogni Stato è rimasto geloso della propria sovranità.
La UE ha indotto gli stati a generare una normativa comune, ma soprattutto li ha indotti a consentire alla delega della gestione monetaria, estremamente incisiva sulle politiche interne e fortemente voluta dai liberisti per il contenimento della spesa pubblica dando copertura alle classi dirigenti nella fase di contrasto alle istanze popolari.
La UE non è riuscita a costituirsi come una reale federazione degli stati europei con una gestione unica delle relazioni internazionali. Men che meno si è riusciti a lavorare a una fiscalità comune.
Ciò perché ogni Stato ha voluto continuare ad operare in autonomia, entrando in concorrenza con gli altri, generando all’interno dell’Unione una serie di piccoli paradisi fiscali, per la felicità dei possessori di grandi capitali mobiliari e delle grandi corporation.
Il grande successo della UE e cioè il mantenimento per la pace in Europa oggi è in discussione seriamente e il futuro appare ancora più buio.
La crescita della Cina come potenza economica e poi politica e poi militare ne ha fatto un essenziale elemento di catalizzazione per i BRICS. Il nuovo rassemblement di stati è certamente infarcito di contraddizioni e non è privo di tensioni interne, ma costituisce comunque un sintomo e una concausa dello stato di crisi dell’egemonia statunitense.
Purtroppo in questa contrapposizione la UE non è stata in grado di assumere il ruolo di attore autonomo che pure le si sarebbe attagliato perfettamente, ma si è accodata alla politica USA, fino al punto di continuare a subirla quando quella, con la presidenza Trump è diventata palesemente vessatoria.
A questo punto fa specie assistere al dibattito tra nazionalisti desiderosi del recupero della piena sovranità e neoliberisti globalisti, desiderosi del mantenimento alla UE del ruolo di coordinamento della politica monetaria.
Le due parti accusano l’altra di giocare allo sfascio, ignorando un aspetto dello scenario che sembra non gli interessi: la qualità della vita dei lavoratori europei, sacrificata agli interessi della classe dirigente economica (assecondata dalla politica) fino all’attuale rischio della guerra, con una contrapposizione alla Russia, che, iniziata in adesione ai desiderata americani, e cogenerata dall’espansione progressiva della NATO, oggi con la manifesta tendenza al disimpegno da parte statunitense, appare tanto grottescamente quanto pericolosamente temeraria. Oltre che capace di disarticolare l’Unione sotto la spinta di pulsioni contrastanti.
Per questo ci pare ancor più che utile, necessario dire con chiarezza che l’unità europea è, soprattutto oggi, irrinunciabile. Ma deve trovare ragioni diverse per continuare ad esistere: la qualità della vita degli europei ed il mantenimento dei loro valori culturali di apertura e libertà, oggi abbandonati in favore di tentazioni neonazionaliste, razziste e antidemocratiche, già esistenti nel dibattito politico del continente ma emarginate dalla fine della seconda guerra mondiale – ma oggi corroborate dall’anticomunismo nazionalista robustamente presente nei paesi dell’Europa orientale, acquisiti all’Unione, favorito dai timori storicamente comprensibili per le pulsioni egemoniche della Russia.
Per concludere sembra necessario un colpo di reni da parte delle parti più progressiste dell’impegno politico in Europa: uno sforzo di generosità e di ascolto nei confronti delle giovani generazioni, che guardano al futuro con enorme preoccupazione sia per la rovina ambientale diffusa (specialmente oggi che appare sempre più superata l’attenzione e sempre più sfumato il Green deal) sia per i crescenti livelli di diseguaglianza che minano alla base le ragioni della pacifica coesistenza sociale. È necessario favorire il dibattito tra i settori giovanili delle forze politiche progressiste continentali raccogliendo il contributo di esperienza dei vecchi, se questi sapranno mettere a disposizione i loro saperi con l’umiltà di chi riconosce di avere lasciato alle giovani generazioni grumi di problemi difficili da risolvere, sedimentati dalla persistente mancanza di soluzioni e spesso financo di cure coraggiose.
Per esempio: come si fa a lasciare da soli i ragazzi di extinction rebellion con le loro proteste tanto rozze nei modi quanto giustificate nelle ragioni?
Come si fa a non aprire un dibattito continentale sulla disparità tra i trend dei redditi pro capite da lavoro dei singoli stati?
Come si fa a non prevedere e prevenire la prevedibile reazione dell’Industria dei combustibili fossili e dei derivati? Ci si aspettava che si sarebbero lasciati mettere da canto senza generare una propaganda a difesa?
Come si fa a non affrontare con attenzione e determinazione il problema dell’invecchiamento della popolazione?
E come si fa, infine, a non rendere centrale il tema delle migrazioni, curando l’accoglimento ordinato e attento dei nuovi arrivati? Col risultato della crescita di sacche di popolazione non seguita, non accompagnata e non integrata lasciandola allo sfruttamento dell’imprenditoria più cinica e dalla malavita organizzata, per poi lasciare la gestione del tema alle destre più retrive, che lo usano per generare angoscia e xenofobia?
I progressisti probabilmente devono partire da una valutazione critica di decenni di scelte più miopi che prudenti. E giacché non sembrano pronti a farlo, c’è bisogno di attivismo popolare e quindi ben vengano le manifestazioni di piazza, gli scioperi generali, come quello indetti dalla USB e dalla CGIL, i comitati per il NO a controriforme costituzionali e i boicottaggi contro le imprese che si muovono senza rispettare i diritti dei consumatori e spesso il più elementari principi etici.
Tutte queste azioni anche quando non sono immediatamente efficaci, creano un ambiente favorevole al risanamento della democrazia, alla rivitalizzazione della appartenenza al popolo della sovranità, così come afferma la nostra Costituzione al suo art. 1
Non ci sono dubbi che la Meloni e Fratelli d’Italia siano esponenti di una politica tossica, ma non sono loro ad avere portato la democrazia in questo stato di prostrazione.
La gente non va più a votare e chi ci va lo fa come atto di civismo estremo, con pertinacia, sperando poco o nulla in un auspicabile cambiamento, perché a fronte di una diffusa sofferenza sociale e politica la maggior parte delle proposte si limita a suggerire aggiustamenti marginali portati avanti da personaggi variamente improbabili.
Come definire altrimenti personalità politiche presenti nel cosiddetto campo largo, che si mettono in evidenza per la difesa degli equilibri sociali e politici esistenti, continuando a rigettare come irrealizzabile ogni tentativo di dare risposte efficaci ai reali problemi delle persone (salari, sanita, pensioni)?
Questo stato di cose ha generato un pesante cinismo che a vari gradi ha impregnato il corpo elettorale, trasformando le elezioni in un confronto tra schieramenti più o meno clientelari e tutti con atteggiamenti di sorda tifoseria.
Alla tradizionale astensione strutturale, accresciuta dal disimpegno sociale delle forze politiche e dall’infiacchimento progressivo della scuola pubblica, che ha generato cittadini senza cultura politica, si è aggiunta una crescente astensione da scoramento, adottata da persone che hanno votato per tutta una vita e che adesso non trovano una proposta politica che sia insieme credibile e interessante.
Il fatto è che i partiti che hanno governato hanno accettato di agire la politica all’interno di un recinto fatto da compatibilità tutte interne alla cultura neoliberista e nel contempo hanno secreto una sorta di tossina contro ogni cultura politica divergente, per giustificare la propria scelta.
Alcune forze progressiste già radicali, hanno di fatto accettato una sorta di marginalità e hanno provato a ricavarsi una ragion d’essere dalla difesa dei diritti civili, accettabili in un quadro liberale.
Probabilmente questo stato di cose è stato, anche, l’effetto di una stabilizzazione forzata del quadro politico derivante dalla partecipazione più o meno coattiva all’alleanza guidata dagli Stati Uniti, fondati sul liberalismo di destra, comunque rimane il dato di una società sempre più diseguale, squilibrata al punto che le ingiustizie sono diventate tanto profonde, evidenti e insostenibili da far perdere dapprima credibilità e poi sostanza alla eguaglianza formale delle persone di fronte alla legge e quindi allo stesso fondamento della democrazia.
In questo contesto la nascita, la crescita e adesso la prosperità dei nazionalismi parafascisti costituisce una sorta di risultato ineludibile e per questo la tossicità di partiti come Fratelli d’Italia non si manifesta come capacità di far ammalare o peggio distruggere i sistemi democratici, ma come capacità di nutrirsi delle democrazie in decomposizione con un attitudine, appunto, saprofita.
La destinazione desiderabile, per porre fine all’attuale stato di cose, è un governo alternativo della società e non un’alternanza di soggetti che governino alla luce dello stesso quadro ideologico.
Questa è la scommessa che la sinistra, o più genericamente la “parte popolare” , ha di fronte in tutto il mondo.
E sì. Dobbiamo guardare con gioia a quello che hanno fatto i Democratici americani a New York, ma dobbiamo avere chiaro come interpretare il ruolo della sinistra qui, a casa nostra, partendo dal fatto che a sinistra non si deve fare qualcosa “per il popolo” ma si deve fare qualcosa ” insieme al popolo”.
Alla faccia di coloro che usano la parola populista per infiacchire la democrazia: se il popolo non ha – reale – potere di decisione e di controllo sulla politica, la democrazia non esiste.
La questione è come indurre la gente comune a partecipare alla politica. L’aggressività della classe politica nel difendere il proprio status allontana le persone che non hanno mai fatto politica dalla partecipazione diretta. Troppo difficile appare riuscire a introdurre novità.
Comunque non ha senso aspettare che qualche leader illuminato ci guidi fuori dalla situazione attuale, anche perché, in assenza di una vigilanza sociale diffusa, il sistema politico economico mediatico tende ad assimilare a sé ogni singolo che si metta in evidenza nel tentativo di indurre delle modifiche significative. Dobbiamo alzare la testa e partecipare, partendo prima di tutto dal cercar di cambiare la cultura di feroce individualismo diffusa tra le persone. È un processo laborioso, ma possibile.
Siamo onorati di annunciare l’adesione di 99% al movimento BDS Italia (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).
Questa decisione scaturisce dalla necessità impellente di agire concretamente contro la continua violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali da parte dello stato di Israele nei confronti del Popolo palestinese.
Riteniamo che il silenzio non sia un’opzione. Ciascuno, in qualità di individuo o associazione, ha il dovere morale di opporsi all’ingiustizia, grande o piccola che sia l’azione che si può intraprendere.
Specialmente di fronte all’atteggiamento di complice silenzio da parte dell’Italia, accodata agli Stati Uniti insieme all’Unione Europea.
Unirci a BDS è un passo per rafforzare la pressione nonviolenta e promuovere la giustizia e l’uguaglianza.
La narrativa dominante sul conflitto israelo-palestinese è spesso monolitica e auto-assolutoria, ignorando le sue radici storiche.
Il sionismo è nato con l’obiettivo del ritorno in Palestina e della costituzione di uno Stato ebraico, ma in un’ottica che è stata definita da molti, inclusi i primi sionisti stessi, come colonialismo di insediamento. Il principio “una terra senza popolo per un popolo senza terra” ha tragicamente ignorato le popolazioni arabe preesistenti, gettando le basi per l’attuale e doloroso conflitto.
Oggi, assistiamo a un fenomeno di vittimismo selettivo nella narrazione dominante: si punta il dito esclusivamente su Hamas, ma si tacciono o si minimizzano le continue malefatte e violazioni del diritto internazionale israeliane a Gaza e in Cisgiordania, come l’espansione degli insediamenti.
È un’operazione pericolosa e disonesta quella di demonizzare l’antisionismo, cercando di assimilarlo all’antisemitismo. Non solo questo svilisce la reale lotta contro l’odio antiebraico, ma ignora completamente la vastità di ebrei della diaspora e della sinistra israeliana che sono fieramente antisionisti. Le loro voci, come quelle dei palestinesi, sono spesso messe a tacere dalla maggior parte della stampa mainstream, che, nonostante ciò, si lamenta paradossalmente di non riuscire a esprimere le proprie posizioni.
Basta ipocrisie. Non c’è sicurezza per nessuno finché non ci sarà giustizia per tutti.
Per avviare un processo di pace credibile e fondato sulla soluzione di Due Popoli, Due Stati, è fondamentale che emergano leader capaci di unire e negoziare. Anche per questo, continuiamo a chiedere la liberazione immediata di Marwan Barghouti, un leader palestinese ampiamente riconosciuto, laico e convinto sostenitore della soluzione a due Stati. La sua leadership è cruciale per rafforzare un interlocutore palestinese autorevole.
La soluzione “due popoli due stati” deve essere implementata sotto una stretta e vincolante vigilanza internazionale che:
- Garantisca la cessazione immediata e definitiva di tutte le attività di insediamento.
- Assicuri confini sicuri e riconosciuti internazionalmente, basati sulle linee pre-1967.
- Protegga i diritti umani e la sicurezza di entrambi i popoli.
- Promuova la ricostruzione e lo sviluppo di uno Stato Palestinese democratico e pacifico.
Il tempo delle occupazioni, della violenza e delle narrazioni distorte deve finire. È ora di agire per una pace giusta e duratura.
Uno stato palestinese libero e capace di crescere su una terra sicura è il primo passo per una pace reale in Palestina.
Distruggere un avversario non è umano e distruggere un popolo non è possibile. La Pace è l’unica soluzione.
Tutti insieme stiamo dando una occasione alla Pace, col nostro piccolo, ma sacrosanto contributo.
Abbiamo destinato una petizione alle massime autorità del nostro Paese e dell’Unione Europea. per chiedere la Liberazione di Marwan Barghouti, un leader Palestinese rispettato dai suoi connazionali, prigioniero da decenni nelle carceri israeliane.
Firmiamola e continuiamo a farla firmare. Niente può fermare un popolo che non si arrende.
In Medio Oriente, resa più evidente dalla violenza della guerra, si mostra un fenomeno presente in tutto il mondo: il cinismo delle elite per i popoli governati. Come non ricordare l’orrore per i ragazzi del festival che scappavano inseguiti in moto dai miliziani di Hamas e uccisi sia dai terroristi, sia dai militari dell’IDF che quel giorno sparavano su tutto ciò che si muoveva? E al tempo stesso come non restare inpietriti sui corpi di bembini e financo di neonati distrutti dalle bombe negli ospedali senza energia elettrica e senza medicine? Operati senza anestesia? Nel frattempo i miliziani si presentavano alle telecamere vestiti di uniformi impeccabili?
Due élites nazionaliste, quella israeliana e quella palestinese di Hamas hanno nutrito i propri popoli di odio per il nemico e hanno provocato le peggiori sofferenze dei propri connazionali usandoli come carne da cannone, come si diceva una volta.
Ma di questi tempi è di moda governare col sangue dei poveri. Il popolo si abbandona al governo di pochi e ne segue la narrazione senza metterla in dubbio, per fede, pigrizia o rassegnazione e in questo modo si consegna a mani legate al tritacarne della storia.
Nel frattempo i Trump, i Blair, i Nethaniau e i capi di Hamas trattano di potere e di risorse in nome di principi cui non credono usando le persone come materiale di scena. Poi ci sono anche i comprimari che, come la nostra premier si propongono per “partecipare al board per la ricostruzione” e raccogliere qualche pezzo anche loro.
Tutto questo è consentito da un coro prodotto dall’opinione pubblica addomesticata, che racconta in un’ampia declinazione di variabili la verità commissionata sempre dalle stesse èlite.

Su questo scenario triste si stagliano coraggiose le figure di quelle persone comuni che non si rassegnano al ruolo di gregge. Come non pensare alle persone imbarcate sulla Flotilla, disposte a mettere in gioco il proprio corpo per un’idea di umanità e di libertà e le persone che in un fiotto di vitalità democratica hanno sfilato nelle piazze con pacata determinazione.
Qualcuno potrebbe qualificare queste considerazioni come populiste, Ma se questo è populismo, che cosa è democrazia?
La democrazia è libertà per tutti e, come diceva una vecchia canzone, la libertà è partecipazione.
In Italia abbiamo avuto statisti. Alcuni di loro avevano anche cura del popolo italiano e tra questi ultimi me ne sovvengono due che non sono più tra noi: Enrico Berlinguer e Aldo Moro. Ne abbiamo avuti anche altri, successivamente, oggi vivi e vegeti, ma questi personaggi sono ai margini dell’agone politico. È gente che giocava un altro gioco, oggi in disuso. Cercavano di modificare la realtà, consapevoli della difficoltà di realizzare i loro progetti e per questo erano misurati nelle scelte e nelle dichiarazioni, usando una certa prudenza nel raccogliere il consenso, peraltro meno – assai meno – mobile di adesso.Quei tempi sono lontani. Oggi nel rapporto con la società civile la politica è agita molto più come gestione dello stato di fatto: per gran parte degli attori ha perso l’ambizione di cambiare i rapporti di forza esistenti nella società, e si muove per occupare posti di guida senza però ambire a decidere la destinazione.A questo gioco l’unico precetto è vincere o, alla peggio, continuare a giocare. Ogni altra prescrizione è tattica. Per i più capaci è strategica: l’etica è un’immagine ostenta per puro calcolo tattico. A gente così sarebbe ingenuo chiedere sincerità. È invece lecito aspettarsi furbizia, al più arguzia.E arguto è stato l’annuncio di Meloni di una mozione di maggioranza in Parlamento, a chiedere il riconoscimento dello Stato di Palestina a condizione però che gli ostaggi siano liberati e che Hamas sia estromessa dal “governo” di Gaza. Nello stato attuale delle cose si tratta di due condiciones diabolicae, per dirla coi giuristi: due condizioni impossibili da realizzare e sicuramente da determinare. In pratica la nostra Presidente del Consiglio ha manifestato – usando altre parole – gli stessi propositi di Netanyahu: prima bisogna sconfiggere Hamas e (of course) liberare gli ostaggi, un pio desiderio tanto sbandierato quanto non realmente sentito, quest’ultimo, visto che Netanyahu non si è proprio sforzato troppo di riportare a casa quelle persone (e le loro famiglie se ne sono accorte). In pratica la nostra premier ha buttato la palla nel campo avverso, a vantaggio della stampa amica, che potrà accusare l’opposizione che chiede il riconoscimento della Palestina, di non esecrare Hamas a sufficienza.Meno spendibile la richiesta del nostro Ministro degli Esteri ad Israele: di fonte alla prosecuzione degli attacchi contro la Global Sumud Flotilla, Tajani avrebbe chiesto: “Israele tuteli chi è a bordo” confermando che riconosce in Israele la provenienza degli attacchi, senza condannare quello che è a tutti gli effetti un atto di pirateria ma limitandosi ad una richiesta/implorazione di salvaguardare la vita dei naviganti. Se dovesse morire qualcuno, il Governo dovrebbe districarsi in un ginepraio, considerato, ripetiamo, che gli attacchi alla Flotilla sono patentemente illegali per il diritto internazionale.Però alla fine, a parte l’amaro in bocca per essere governati da codesta gente senza qualità – o, se si preferisce, con queste qualità, sale su una domanda: ma così non risulta evidente una forma di complicità del governo Meloni con l’attività del governo israeliano, che ormai in tanti definiscono genocidio?
