Il sionismo è il movimento politico e l’ideologia volti alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina — il nome deriva da Sion, collina di Gerusalemme. Si sviluppò alla fine del XIX secolo, sull’onda dell’inasprirsi dell’antisemitismo in Europa orientale e della crisi seguita all’affare Dreyfus, avanzando le proprie rivendicazioni al Congresso di Basilea del 1897, organizzato da Theodor #Herzl.
Il sionismo sorse come ideologia di una parte minoritaria del mondo ebraico, prevalentemente laica e areligiosa, che auspicava la formazione di uno Stato nazionale degli ebrei come soluzione al permanere dell’antisemitismo. I suoi presupposti fondamentali si basano sull’idea che l’ebraismo non rappresenti una sola religione, ma un popolo dai confini ben definiti e distinto dagli altri, che si sarebbe formato secondo quanto narrato dalla Bibbia e che avrebbe vissuto in diaspora nutrendosi del desiderio di tornare nella “terra d’Israele” — non come riferimento spirituale ma come luogo concreto nel quale costituire uno Stato.
Le due dimensioni del sionismo — quella difensiva e quella costruttiva — hanno agito simultaneamente e in modo intrecciato. Da un lato, l’antisemitismo europeo, culminato nei pogrom dell’Europa orientale, rappresentò un potente fattore di spinta. Dall’altro, il legame con la Terra d’Israele precede di secoli la modernità politica ed è parte integrante della tradizione culturale e simbolica ebraica.
Il Sionismo è diviso in diverse correnti.
Il sionismo non è un’ideologia monolitica. Le correnti storicamente dominanti comprendono il sionismo liberale, quello laburista, quello revisionista e quello culturale. Gruppi come Brit Shalom e Ihud hanno costituito fazioni dissenzienti all’interno del movimento.
Il sionismo laburista è stato per decenni la corrente egemone in Israele. La corrente principale del sionismo, nella formazione dell’Ischuv e poi nei primi vent’anni dello Stato d’Israele, era fondamentalmente laica, ma ha sempre ambiguamente utilizzato le motivazioni religiose per legittimare il diritto degli ebrei a insediarsi in Palestina. Il laburismo, forza politica dominante fino alla metà degli anni Settanta, si rifaceva a una visione universalistica tipica del movimento operaio, ma si ancorava contemporaneamente a una concezione etnocentrica dello Stato.
Il sionismo revisionista, fondato da Vladimir Jabotinsky negli anni Venti, rappresenta la matrice ideologica della destra israeliana moderna. Con la vittoria elettorale del Likud nel 1977 è iniziato un lungo processo di trasformazione degli equilibri politici e del clima ideologico dominante. La crisi del sionismo laburista e di sinistra ha aperto uno spazio per ciò che può essere definito “post-sionismo”.
Il sionismo religioso ha prodotto, nella sua versione più recente, una componente di estrema destra. Il Partito Sionista Religioso (HaTzionut HaDatit), conosciuto fino al 2020 come Tkuma, è un partito politico israeliano di estrema destra fondato nel 1998, che si è poi alleato con formazioni ancora più radicali come Otzma Yehudit. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich — ministri nell’attuale governo Netanyahu — ne sono oggi le figure più rappresentative.
L’antisionismo ebraico. E però non bisogna dimenticare che esistono correnti ebraiche radicalmente opposte al sionismo politico. Per gli ebrei ortodossi più radicali del gruppo Neturei Karta, lo Stato di Israele non ha alcuna legittimità spirituale, poiché secondo la Torah il ritorno nella Terra Promessa può essere operato soltanto dal Messia, non dalla forza militare umana.
Ed esiste anche un sionismo cristiano.
Il sionismo cristiano nasce nell’ambito delle chiese evangeliche, fenomeno globale oggi fortemente sottovalutato da analisti e opinione pubblica. I suoi aderenti sono valutati a livello mondiale in circa 660 milioni, in costante crescita.
I primi esordi del sionismo cristiano vanno cercati nell’Inghilterra della chiesa anglicana di metà Ottocento, con speculazioni “messianiche” sulla “terza Gerusalemme”. Questo retroterra spiega, almeno in parte, il sostegno della Gran Bretagna al progetto sionista, culminato nella Dichiarazione Balfour del 1917.
La colonizzazione del Nuovo Mondo da parte di dissidenti religiosi — calvinisti, Padri Pellegrini, Quaccheri, anabattisti Amish — li portava a identificarsi come i “nuovi israeliti” in un nuovo Esodo verso la Terra Promessa. L’idea di essere il “popolo eletto” e di sentirsi i nuovi ebrei fu il seme di una cultura religiosa che negli Stati Uniti avrebbe mantenuto vive quelle caratteristiche “messianiche”.
La teologia di riferimento è la cosiddetta #dispensazionalismopremillenarista: l’idea di partenza nasce da una lettura letterale di alcuni passi della Bibbia che alludono a un ritorno in massa degli ebrei nella terra promessa. Questa idea viene associata a quella del prossimo ritorno di Cristo nel mondo: non per morire in croce, ma per governare il mondo per i prossimi mille anni, condannando i rei e beatificando i giusti. In questa prospettiva, agli Ebrei tornati in Israele viene offerta una seconda chance: potranno accogliere il Messia ritornato salvandosi, o saranno altrimenti dannati per sempre.
Il sostegno a Israele, in questa visione, non è un atto politico ma un imperativo teologico — e questo lo rende strutturalmente impermeabile a qualsiasi critica basata sul diritto internazionale.
Il sionismo cristiano negli Stati Uniti: ha un’enorme influenza politica.
Negli USA gli evangelici sono stimati tra i 60 e gli 80 milioni di fedeli, pari ad almeno il 25% dei cittadini aventi diritto al voto, di provata fedeltà repubblicana. I sionisti cristiani in senso stretto sono valutati tra i 20 e i 40 milioni di individui.
Già nel 2017 un sondaggio LifeWay rilevava che l’80% degli evangelici americani credeva che la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 fosse il compimento di una profezia biblica destinata a preparare il ritorno di Cristo sulla Terra.
L’organizzazione più potente di questo blocco è la Christians United for Israel (CUFI). Fondata nel 2006 dal pastore John Hagee, a differenza di altre lobby pro-Israele come l’AIPAC — che operano con un approccio pragmatico incentrato su sicurezza e interessi strategici — CUFI si approccia alla questione con un’impronta più teologica. Opera su due fronti: lobbying diretto a Capitol Hill e mobilitazione di massa attraverso campagne coordinate di email, telefonate e lettere. L’annuale convegno di Washington attira migliaia di attivisti, trasformandosi in una dimostrazione di forza e in un’opportunità per indirizzare l’azione dei politici.
Il blocco elettorale degli evangelici è un pilastro fondamentale per il Partito Repubblicano. Per molti candidati, il sostegno incondizionato a Israele è diventato un vero e proprio test di fedeltà, indispensabile per ottenere appoggio anche finanziario. Diventa così estremamente difficile per qualsiasi politico americano prendere le distanze dalle politiche israeliane, anche quando siano strategicamente controproducenti per gli interessi degli Stati Uniti o per le prospettive di pace nella regione.
La simbiosi tra sionismo cristiano e destra americana trova la sua incarnazione più eloquente nell’amministrazione Trump. Lo stesso Trump, in un comizio in Wisconsin nell’agosto 2020, aveva dichiarato che la decisione di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme — riconoscendo la città come capitale di Israele — aveva entusiasmato più gli evangelici statunitensi che gli israeliani stessi.
La figura di Mike Huckabee cristallizza questa deriva in modo clamoroso: pastore battista, sionista cristiano dichiarato, nominato da Trump nel 2025 ambasciatore degli Stati Uniti in Israele. In un’intervista del 2017 aveva dichiarato: “Non esiste nulla chiamato West Bank. È la Giudea e la Samaria. Non esistono gli insediamenti. Sono comunità, quartieri, città. Non esiste l’occupazione”.
Il rapporto con lo Stato di Israele
Questo asse non è privo di ambiguità profonde. Il premier Netanyahu, in un discorso del 2023 davanti a quattrocento leader evangelici, aveva detto loro che erano “i migliori amici che lo Stato ebraico abbia mai avuto”, aggiungendo che senza di loro Israele non esisterebbe. All’epoca di Menachem Begin, negli anni Settanta e Ottanta, il Ministero degli Esteri israeliano aveva identificato gli evangelici come una forza elettorale vitale nella politica americana, trasformando i sionisti cristiani in un elemento chiave della diplomazia di Israele verso Washington.
Eppure il paradosso è strutturale: il 68% degli ebrei americani esprime un giudizio negativo sulla leadership di Netanyahu. Un’associazione di quattordici organizzazioni ebraiche americane ha ufficialmente espresso disapprovazione per la “Legge sullo Stato Nazionale Ebraico” voluta da Netanyahu.
Il sostegno incondizionato degli Stati Uniti si sta rivelando problematico anche per Israele stesso: riducendo le pressioni esterne a moderare le politiche più controverse, ha favorito l’adozione di posture che, nel medio-lungo termine, ne minano sicurezza e legittimità internazionale.
Il sionismo cristiano in Europa
In Europa il sionismo cristiano ha un peso molto minore rispetto agli Stati Uniti, ma non è assente. Le chiese evangelicali e pentecostali britanniche, olandesi e tedesche mantengono reti di solidarietà con Israele. In Gran Bretagna operano organizzazioni come la Christian Friends of Israel e la Churches’ Ministry Among Jewish People, che combinano attività missionarie con sostegno politico allo Stato ebraico.
A livello parlamentare europeo esiste il Christians’ Caucus all’interno dell’Intergruppo parlamentare per la pace israelo-palestinese, mentre il European Coalition for Israel — con sede a Bruxelles — tenta di influenzare le posizioni dell’UE mantenendo vivo un canale tra le chiese evangeliche del continente e il governo israeliano.
La differenza strutturale rispetto agli USA è che in Europa il protestantesimo evangelico non raggiunge la massa critica sufficiente per condizionare la politica estera dei grandi paesi; pesa di più, invece, una solidarietà laica con Israele che affonda le radici nella memoria dell’Olocausto e nell’equazione — politicamente costruita — tra critica al sionismo e antisemitismo.
Il caso italiano
In Italia il sionismo cristiano in senso teologico è una corrente marginale: la cultura religiosa dominante è cattolica, e la Chiesa di Roma ha mantenuto verso Israele un rapporto ambivalente, tra dialogo interreligioso e difesa dei diritti dei palestinesi cristiani. Non esistono, nel panorama italiano, organizzazioni evangeliche di massa paragonabili alla CUFI americana.
Il sostegno a Israele in Italia si articola piuttosto su un asse politico-culturale laico. Esistono reti associative come l’UDAI (Unione di Associazioni Pro Israele), cui aderisce ad esempio l’Associazione Milanese Pro Israele, costituita su iniziativa di cittadini di ogni orientamento politico, religioso e culturale.
Sul versante parlamentare, il Transatlantic Friends of Israel è la rete di parlamentari europei e italiani che si coordina in difesa delle posizioni israeliane. Tra i suoi membri in Italia figurano deputati di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega.
Nel 2025 i partiti di governo hanno ritenuto di procedere a inserire nell’ordinamento italiano una codificazione dell’antisemitismo connessa alla definizione approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), la cui adozione è controversa perché alcune delle sue esemplificazioni includono critiche alle politiche dello Stato di Israele.
Questo tentativo legislativo — promosso dalla Lega con la prima firma Molinari — è esplicitamente osteggiato da parte della sinistra e da giuristi che vi leggono un tentativo di criminalizzare il dissenso politico sulla questione palestinese.
Il paradosso italiano è che dietro il nobile proposito di tutelare i circa 30.000 ebrei italiani — di cui buona parte, a giudicare dalle elezioni nelle comunità territoriali, non si riconosce nel sionismo reale di Smotrich e Ben-Gvir — si cela un intento repressivo per imporre il sostegno alla politica del governo israeliano e l’ostracismo alla solidarietà con il popolo palestinese.
In conclusione possiamo dire che il sionismo non è un’entità monolitica né univoca. Nasce come risposta moderna alla persecuzione, si pluralizza in correnti laiche, religiose, revisioniste e socialiste, e produce — nel tempo — uno Stato che ne incarna le contraddizioni più acute: tra democrazia dichiarata e apartheid de facto, tra diritto all’autodifesa e occupazione militare permanente.
Il sionismo cristiano è il suo moltiplicatore politico più potente nel mondo contemporaneo — non per forza numerica degli ebrei, ma per la massa evangelica americana che lo sostiene per ragioni escatologiche proprie, indipendenti e spesso ignare degli interessi reali della diaspora ebraica stessa. È un’alleanza cinica e teologicamente fondata insieme: utile a Israele per il sostegno militare e diplomatico, utile alla destra americana per mobilitare la base, e potenzialmente disastrosa per entrambi nel lungo periodo, nella misura in cui rende impossibile qualsiasi negoziato credibile.
In Italia e in Europa la questione ha un profilo diverso: meno religioso, più politico e culturale. Ma la tendenza a equiparare antisionismo e antisemitismo — costruita con strumenti legislativi e definizioni internazionali — rischia di produrre gli stessi effetti distorsivi sul dibattito pubblico: marginalizzare il dissenso legittimo, coprire le responsabilità di un governo specifico (quello Netanyahu) con la tutela di un popolo intero, e rendere indicibile ciò che dovrebbe essere al centro di qualsiasi analisi politica seria.
