Sionismo cristiano e Antisionismo ebraico.

Il sionismo è il movimento politico e l’ideologia volti alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina — il nome deriva da Sion, collina di Gerusalemme. Si sviluppò alla fine del XIX secolo, sull’onda dell’inasprirsi dell’antisemitismo in Europa orientale e della crisi seguita all’affare Dreyfus, avanzando le proprie rivendicazioni al Congresso di Basilea del 1897, organizzato da Theodor #Herzl.

Il sionismo sorse come ideologia di una parte minoritaria del mondo ebraico, prevalentemente laica e areligiosa, che auspicava la formazione di uno Stato nazionale degli ebrei come soluzione al permanere dell’antisemitismo. I suoi presupposti fondamentali si basano sull’idea che l’ebraismo non rappresenti una sola religione, ma un popolo dai confini ben definiti e distinto dagli altri, che si sarebbe formato secondo quanto narrato dalla Bibbia e che avrebbe vissuto in diaspora nutrendosi del desiderio di tornare nella “terra d’Israele” — non come riferimento spirituale ma come luogo concreto nel quale costituire uno Stato.
Le due dimensioni del sionismo — quella difensiva e quella costruttiva — hanno agito simultaneamente e in modo intrecciato. Da un lato, l’antisemitismo europeo, culminato nei pogrom dell’Europa orientale, rappresentò un potente fattore di spinta. Dall’altro, il legame con la Terra d’Israele precede di secoli la modernità politica ed è parte integrante della tradizione culturale e simbolica ebraica.

Il Sionismo è diviso in diverse correnti.

Il sionismo non è un’ideologia monolitica. Le correnti storicamente dominanti comprendono il sionismo liberale, quello laburista, quello revisionista e quello culturale. Gruppi come Brit Shalom e Ihud hanno costituito fazioni dissenzienti all’interno del movimento.

Il sionismo laburista è stato per decenni la corrente egemone in Israele. La corrente principale del sionismo, nella formazione dell’Ischuv e poi nei primi vent’anni dello Stato d’Israele, era fondamentalmente laica, ma ha sempre ambiguamente utilizzato le motivazioni religiose per legittimare il diritto degli ebrei a insediarsi in Palestina. Il laburismo, forza politica dominante fino alla metà degli anni Settanta, si rifaceva a una visione universalistica tipica del movimento operaio, ma si ancorava contemporaneamente a una concezione etnocentrica dello Stato.

Il sionismo revisionista, fondato da Vladimir Jabotinsky negli anni Venti, rappresenta la matrice ideologica della destra israeliana moderna. Con la vittoria elettorale del Likud nel 1977 è iniziato un lungo processo di trasformazione degli equilibri politici e del clima ideologico dominante. La crisi del sionismo laburista e di sinistra ha aperto uno spazio per ciò che può essere definito “post-sionismo”.

Il sionismo religioso ha prodotto, nella sua versione più recente, una componente di estrema destra. Il Partito Sionista Religioso (HaTzionut HaDatit), conosciuto fino al 2020 come Tkuma, è un partito politico israeliano di estrema destra fondato nel 1998, che si è poi alleato con formazioni ancora più radicali come Otzma Yehudit. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich — ministri nell’attuale governo Netanyahu — ne sono oggi le figure più rappresentative.

L’antisionismo ebraico. E però non bisogna dimenticare che esistono correnti ebraiche radicalmente opposte al sionismo politico. Per gli ebrei ortodossi più radicali del gruppo Neturei Karta, lo Stato di Israele non ha alcuna legittimità spirituale, poiché secondo la Torah il ritorno nella Terra Promessa può essere operato soltanto dal Messia, non dalla forza militare umana.

Ed esiste anche un sionismo cristiano.

Il sionismo cristiano nasce nell’ambito delle chiese evangeliche, fenomeno globale oggi fortemente sottovalutato da analisti e opinione pubblica. I suoi aderenti sono valutati a livello mondiale in circa 660 milioni, in costante crescita.

I primi esordi del sionismo cristiano vanno cercati nell’Inghilterra della chiesa anglicana di metà Ottocento, con speculazioni “messianiche” sulla “terza Gerusalemme”. Questo retroterra spiega, almeno in parte, il sostegno della Gran Bretagna al progetto sionista, culminato nella Dichiarazione Balfour del 1917.

La colonizzazione del Nuovo Mondo da parte di dissidenti religiosi — calvinisti, Padri Pellegrini, Quaccheri, anabattisti Amish — li portava a identificarsi come i “nuovi israeliti” in un nuovo Esodo verso la Terra Promessa. L’idea di essere il “popolo eletto” e di sentirsi i nuovi ebrei fu il seme di una cultura religiosa che negli Stati Uniti avrebbe mantenuto vive quelle caratteristiche “messianiche”.

La teologia di riferimento è la cosiddetta #dispensazionalismopremillenarista: l’idea di partenza nasce da una lettura letterale di alcuni passi della Bibbia che alludono a un ritorno in massa degli ebrei nella terra promessa. Questa idea viene associata a quella del prossimo ritorno di Cristo nel mondo: non per morire in croce, ma per governare il mondo per i prossimi mille anni, condannando i rei e beatificando i giusti. In questa prospettiva, agli Ebrei tornati in Israele viene offerta una seconda chance: potranno accogliere il Messia ritornato salvandosi, o saranno altrimenti dannati per sempre.

Il sostegno a Israele, in questa visione, non è un atto politico ma un imperativo teologico — e questo lo rende strutturalmente impermeabile a qualsiasi critica basata sul diritto internazionale.

Il sionismo cristiano negli Stati Uniti: ha un’enorme influenza politica.

Negli USA gli evangelici sono stimati tra i 60 e gli 80 milioni di fedeli, pari ad almeno il 25% dei cittadini aventi diritto al voto, di provata fedeltà repubblicana. I sionisti cristiani in senso stretto sono valutati tra i 20 e i 40 milioni di individui.

Già nel 2017 un sondaggio LifeWay rilevava che l’80% degli evangelici americani credeva che la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 fosse il compimento di una profezia biblica destinata a preparare il ritorno di Cristo sulla Terra.

L’organizzazione più potente di questo blocco è la Christians United for Israel (CUFI). Fondata nel 2006 dal pastore John Hagee, a differenza di altre lobby pro-Israele come l’AIPAC — che operano con un approccio pragmatico incentrato su sicurezza e interessi strategici — CUFI si approccia alla questione con un’impronta più teologica. Opera su due fronti: lobbying diretto a Capitol Hill e mobilitazione di massa attraverso campagne coordinate di email, telefonate e lettere. L’annuale convegno di Washington attira migliaia di attivisti, trasformandosi in una dimostrazione di forza e in un’opportunità per indirizzare l’azione dei politici.

Il blocco elettorale degli evangelici è un pilastro fondamentale per il Partito Repubblicano. Per molti candidati, il sostegno incondizionato a Israele è diventato un vero e proprio test di fedeltà, indispensabile per ottenere appoggio anche finanziario. Diventa così estremamente difficile per qualsiasi politico americano prendere le distanze dalle politiche israeliane, anche quando siano strategicamente controproducenti per gli interessi degli Stati Uniti o per le prospettive di pace nella regione.

La simbiosi tra sionismo cristiano e destra americana trova la sua incarnazione più eloquente nell’amministrazione Trump. Lo stesso Trump, in un comizio in Wisconsin nell’agosto 2020, aveva dichiarato che la decisione di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme — riconoscendo la città come capitale di Israele — aveva entusiasmato più gli evangelici statunitensi che gli israeliani stessi.

La figura di Mike Huckabee cristallizza questa deriva in modo clamoroso: pastore battista, sionista cristiano dichiarato, nominato da Trump nel 2025 ambasciatore degli Stati Uniti in Israele. In un’intervista del 2017 aveva dichiarato: “Non esiste nulla chiamato West Bank. È la Giudea e la Samaria. Non esistono gli insediamenti. Sono comunità, quartieri, città. Non esiste l’occupazione”.

Il rapporto con lo Stato di Israele

Questo asse non è privo di ambiguità profonde. Il premier Netanyahu, in un discorso del 2023 davanti a quattrocento leader evangelici, aveva detto loro che erano “i migliori amici che lo Stato ebraico abbia mai avuto”, aggiungendo che senza di loro Israele non esisterebbe. All’epoca di Menachem Begin, negli anni Settanta e Ottanta, il Ministero degli Esteri israeliano aveva identificato gli evangelici come una forza elettorale vitale nella politica americana, trasformando i sionisti cristiani in un elemento chiave della diplomazia di Israele verso Washington.

Eppure il paradosso è strutturale: il 68% degli ebrei americani esprime un giudizio negativo sulla leadership di Netanyahu. Un’associazione di quattordici organizzazioni ebraiche americane ha ufficialmente espresso disapprovazione per la “Legge sullo Stato Nazionale Ebraico” voluta da Netanyahu.

Il sostegno incondizionato degli Stati Uniti si sta rivelando problematico anche per Israele stesso: riducendo le pressioni esterne a moderare le politiche più controverse, ha favorito l’adozione di posture che, nel medio-lungo termine, ne minano sicurezza e legittimità internazionale.

Il sionismo cristiano in Europa

In Europa il sionismo cristiano ha un peso molto minore rispetto agli Stati Uniti, ma non è assente. Le chiese evangelicali e pentecostali britanniche, olandesi e tedesche mantengono reti di solidarietà con Israele. In Gran Bretagna operano organizzazioni come la Christian Friends of Israel e la Churches’ Ministry Among Jewish People, che combinano attività missionarie con sostegno politico allo Stato ebraico.

A livello parlamentare europeo esiste il Christians’ Caucus all’interno dell’Intergruppo parlamentare per la pace israelo-palestinese, mentre il European Coalition for Israel — con sede a Bruxelles — tenta di influenzare le posizioni dell’UE mantenendo vivo un canale tra le chiese evangeliche del continente e il governo israeliano.

La differenza strutturale rispetto agli USA è che in Europa il protestantesimo evangelico non raggiunge la massa critica sufficiente per condizionare la politica estera dei grandi paesi; pesa di più, invece, una solidarietà laica con Israele che affonda le radici nella memoria dell’Olocausto e nell’equazione — politicamente costruita — tra critica al sionismo e antisemitismo.

Il caso italiano

In Italia il sionismo cristiano in senso teologico è una corrente marginale: la cultura religiosa dominante è cattolica, e la Chiesa di Roma ha mantenuto verso Israele un rapporto ambivalente, tra dialogo interreligioso e difesa dei diritti dei palestinesi cristiani. Non esistono, nel panorama italiano, organizzazioni evangeliche di massa paragonabili alla CUFI americana.

Il sostegno a Israele in Italia si articola piuttosto su un asse politico-culturale laico. Esistono reti associative come l’UDAI (Unione di Associazioni Pro Israele), cui aderisce ad esempio l’Associazione Milanese Pro Israele, costituita su iniziativa di cittadini di ogni orientamento politico, religioso e culturale.

Sul versante parlamentare, il Transatlantic Friends of Israel è la rete di parlamentari europei e italiani che si coordina in difesa delle posizioni israeliane. Tra i suoi membri in Italia figurano deputati di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega.

Nel 2025 i partiti di governo hanno ritenuto di procedere a inserire nell’ordinamento italiano una codificazione dell’antisemitismo connessa alla definizione approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), la cui adozione è controversa perché alcune delle sue esemplificazioni includono critiche alle politiche dello Stato di Israele.
Questo tentativo legislativo — promosso dalla Lega con la prima firma Molinari — è esplicitamente osteggiato da parte della sinistra e da giuristi che vi leggono un tentativo di criminalizzare il dissenso politico sulla questione palestinese.

Il paradosso italiano è che dietro il nobile proposito di tutelare i circa 30.000 ebrei italiani — di cui buona parte, a giudicare dalle elezioni nelle comunità territoriali, non si riconosce nel sionismo reale di Smotrich e Ben-Gvir — si cela un intento repressivo per imporre il sostegno alla politica del governo israeliano e l’ostracismo alla solidarietà con il popolo palestinese.

In conclusione possiamo dire che il sionismo non è un’entità monolitica né univoca. Nasce come risposta moderna alla persecuzione, si pluralizza in correnti laiche, religiose, revisioniste e socialiste, e produce — nel tempo — uno Stato che ne incarna le contraddizioni più acute: tra democrazia dichiarata e apartheid de facto, tra diritto all’autodifesa e occupazione militare permanente.

Il sionismo cristiano è il suo moltiplicatore politico più potente nel mondo contemporaneo — non per forza numerica degli ebrei, ma per la massa evangelica americana che lo sostiene per ragioni escatologiche proprie, indipendenti e spesso ignare degli interessi reali della diaspora ebraica stessa. È un’alleanza cinica e teologicamente fondata insieme: utile a Israele per il sostegno militare e diplomatico, utile alla destra americana per mobilitare la base, e potenzialmente disastrosa per entrambi nel lungo periodo, nella misura in cui rende impossibile qualsiasi negoziato credibile.

In Italia e in Europa la questione ha un profilo diverso: meno religioso, più politico e culturale. Ma la tendenza a equiparare antisionismo e antisemitismo — costruita con strumenti legislativi e definizioni internazionali — rischia di produrre gli stessi effetti distorsivi sul dibattito pubblico: marginalizzare il dissenso legittimo, coprire le responsabilità di un governo specifico (quello Netanyahu) con la tutela di un popolo intero, e rendere indicibile ciò che dovrebbe essere al centro di qualsiasi analisi politica seria.

Il patriarca sei tu?

Il sistema di potere patriarcale si fonda su un’ideologia e ogni ideologia è capace di essere assorbita sia da coloro che ne traggono vantaggio sia da coloro che condanna all’assoggettamento.

Uno dei modi di diffusione del patriarcato, infatti, è il definire un’etica per le persone e in questa etica definire i modi i comportamenti gli atteggiamenti le attitudini corretti per chi aderisce all’ideologia.

Tali schemi attitudinali ovviamente sono diversi da cultura, a cultura, giacché moltissime culture sono intrise di elementi patriarcali. Ma tutte le culture sono accomunate dal distinguere in modo netto ciò che deve fare un uomo e ciò che deve fare una donna. Il ruolo sociale e familiare di una e quelli dell’altro.

L’adesione all’ideologia non comporta necessariamente la consapevolezza, anzi: nella norma l’adesione è tacita e vissuta come naturale adattamento ad una realtà di fatto.

È questa adesione inconsapevole che spiega come tante persone sinceramente progressiste, abbiano idee così intrinsecamente patriarcali.

la nostra proposta per il XXI secolo.

La Democrazia, il governo del Popolo, funziona bene tra uguali. Una società è danneggiata dalla presenza di persone troppo povere come dalla presenza di persone troppo ricche, perché nell’esprimere la propria volontà, i propri voti, chi è troppo povero è ricattabile e chi è troppo ricco ha la concreta possibilità di cambiare le regole (durante la partita) quando e come vuole. 

L’obiettivo centrale è curare la società dagli eccessi, dalla miseria e dalla opulenza, anche perchè storicamente l‘equilibrio è il presupposto delle società più sviluppate, più armoniche, più felici.

Ma l’uguaglianza non può essere né totale né imposta dall’alto: le persone non sono tutte uguali, anzi sono tutte diverse l’una dall’altra: differenze di tutti i generi, gusti, desideri, sensibilità. C’è chi vuole disporre di più cose – e per questo è disposto a un maggiore impegno – e chi preferisce più tempo libero. Ci sta. C’è anche chi parla di merito, ma questo termine ha senso solo a parità di condizioni e nell’ambito di processi semplici, senza condizionamenti esterni, condizioni che nelle complesse realtà sociali non si verificano mai.

È giusto che chi vuole impegnarsi di più sia libero di farlo e di raccogliere il frutto del proprio lavoro. Però la libertà di fare di più, se non è regolata, spinge naturalmente verso l’inasprimento delle disuguaglianze: chi ha ottenuto un vantaggio tende a stabilizzare i risultati ottenuti, magari per trasferire questi risultati ad altri, i figli per esempio, che così possono   avvantaggiarsi anche senza sforzi propri. 

Qui deve intervenire la spinta riequilibratrice dello Stato, per evitare che la ricchezza diventi un vantaggio incolmabile. Per questo la Costituzione dice che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. 

Tutti hanno diritto a scuole pubbliche e ad università gratuite e funzionanti, perché tutti hanno il diritto di concorrere alla pari ai ruoli sociali di maggiore responsabilità e prestigio.

Tutti hanno diritto al lavoro – pagato tanto da poterci vivere dignitosamente – per avere un ruolo attivo al funzionamento della società.

Tutti hanno diritto a cure mediche gratuite tempestive e di buona qualità, per essere liberi dal timore che una malattia non possa essere curata o li porti alla rovina propria e delle proprie famiglie. 

Sappiamo che il progetto della Costituzione non si è mai realizzato appieno per la resistenza di settori politici e sociali conservatori, ma tale obiettivo rimane il nostro per questo XXI secolo, anzi oggi è più urgente ed è anche più raggiungibile per effetto delle enormi innovazioni tecniche avvenute. 

Alcune riforme sono diventate urgenti, per evitare che l’acuirsi delle sofferenze sociali porti ad una situazione irriformabile. Il fatto che non ci siano alternative risulta  naturalmente inaccettabile per chi nell’attuale stato di cose sopravvive a malapena.

Ma per realizzare qualsiasi riforma bisogna  ricostruire la macchina della Repubblica: Stato Regione ed Enti locali. E’ attraverso queste strutture che  si possono mettere in atto i cambiamenti necessari. Serve un settore pubblico che funzioni veramente, dalla Sanità alla Scuola, all’Assistenza sociale, alla manutenzione del Territorio, alle funzioni di controllo. Oggi non è così. Le amministrazioni pubbliche da più di  30 anni sono state messe nelle condizioni di non funzionare, disattivate: il blocco del turn over ha ridotto e fatto invecchiare il personale e questo stesso personale spesso non ha fruito di aggiornamenti e formazione. La peggiore politica clientelare ha fatto di tutto per infiltrarlo e condizionarne impropriamente l’attività.

Le pubbliche amministrazioni devono tornare nelle condizioni di funzionare, essere messe in grado di utilizzare al meglio le tecnologie dell’informazione e per questo servono funzionari pubblici giovani e preparati, selezionati con concorsi pubblici e destinati a rimanere impiegati stabilmente, al fine di disporre di organizzazioni efficaci al giusto costo. 

Certo la riattivazione della macchina pubblica ha un costo non indifferente. 

Che fare? Bisogna invertire la rotta: ad oggi Stato ed enti pubblici non riscuotono il necessario per funzionare e in più spendono troppo per acquistare beni e servizi, spesso di cattiva qualità. Il dissesto della macchina pubblica non era inevitabile e non è stato casuale. Neutralizzare gli uffici pubblici é stato funzionale alla riduzione di tutti i controlli: sulla riscossione dei tributi, sul rispetto degli spazi e dei beni comuni, sull’ambiente.

Per finire, la neutralizzazione degli Uffici pubblici è servita per offrire all’economia privata proficue occasioni di guadagno, sostituendosi al Pubblico: dalla Sanità alla Scuola, dalle Università alla distribuzione dell’acqua alla mediazione tra domanda e offerta di lavoro, financo alla vigilanza del territorio. Inoltre la politica usa gli uffici pubblici per coltivare il consenso, ponendosi come rimedio “ad personam” per superare le lungaggini burocratiche create dalla stessa politica con norme ambigue, quando non contraddittorie.

La riappropriazione di spazi di attività da parte del settore pubblico non significa negazione dell’iniziativa privata. Questa, se operata nel rispetto dei diritti dei lavoratori, dei consumatori e dell’ambiente è un elemento prezioso di pluralismo e di autonomia individuale. e come tale può svolgere un’importante funzione nell’innovazione dei prodotti e dei processi. Essa non deve essere caricata di costi di assistenza, che devono essere pubblici perché universali e non deve essere assistita da fondi pubblici sotto forma di contributi a fondo perduto, di agevolazioni incondizionate e di altri supporti che gravanti sulla spesa pubblica. 

Inoltre l’iniziativa privata sarebbe avvantaggiata da una macchina pubblica efficace, da controlli veloci, capaci di bloccare le forme di concorrenza sleale e da una veloce e precisa amministrazione delle controversie.

Seguiteci. vi proporremo le nostre priorità.

Innescare la cittadinanza

La vera ricchezza dei popoli sono le persone.
È anche un fatto di numero (una popolazione che si va riducendo e va invecchiando è un problema enorme), ma pur importante il numero è marginale.
È la cultura che trasforma una persona in una forza capace di cambiare le cose, con le idee, la fantasia e la capacità di aggregare altre persone sul lavoro per il raggiungimento di un obbiettivo comune. Ciò perché la cultura è il prodotto delle relazioni con gli altri e con l’ambiente.

Ma perché questa forza sia realmente potente, deve essere innescata: la persona deve diventare pienamente “animale sociale”, cittadino. 

Per questo la #scuola è così importante per un Paese. Una scuola capace di formare persone capaci di relazionarsi col contesto in cui si muovono; contesto che oggi è estremamente fluido e cangiante e per questo richiede robustezza interiore e capacità di adattamento. Ma la scuola deve coltivare anche la disposizione a relazionarsi con gli altri, aiutando a generare interesse e #rispetto per le persone con cui si viene a contatto, coi loro punti forti ed i loro bisogni.

Dalla scuola e dalla sua naturale prosecuzione nelle attività culturali devono nascere le basi su cui costruire la crescita civile e umana delle persone e collettivamente la capacità di un Popolo di esprimere rappresentazioni del mondo capaci, di generare forme di #simbiosi armoniche con l’altro da sé a cominciare dall’ambiente.
Una società che  dà modo a ciascuno di esprimere ogni potenzialità e per questo una società siffatta è capace di  innovare, di evolversi e di resistere alle avversità.

Anche per questo la scuola dev’essere molto, molto di più di una agenzia di preparazione al lavoro: dev’essere una fucina di persone serene, capaci di comprendere il modo e gli altri, capaci di risolvere problemi.

Ubuntu

Noi rappresentanti dei popoli provenienti da diversi orizzonti, da diverse culture, da diverse religioni,
Uniti dalla nostra comune dignità.
Insieme al popolo italiano che ripudia la guerra come scritto nella sua costituzione
A nome delle generazioni future

Lanciamo un appello per un cessato il fuoco immediato:

Vogliamo fare tacere le armi,
Vogliamo promuovere il dialogo
Vogliamo interrompere l’insensata corsa al riarmo ,
Vogliamo utilizzare queste ingenti risorse per affrontare le sfide di fronte al genere umano.
Vogliamo uscire da questa cultura materialista del consumo
Vogliamo curare insieme le profonde ferite ambientali inferte da un feroce modello di sviluppo
Vogliamo combattere le ingiuste disuguaglianze sociale ripensando a una ridistribuzione delle risorse.
Vogliamo instaurare una economia fondate sul lavoro, abbattendo la speculazione finanziaria.

NOI, coscienti della nostra parte di responsabilità, ci impegniamo a non alimentare vecchi nazionalismi e nuove prepotenze, conservando la nostra identità umana per contribuire a sviluppare una cultura fedele allo spirito fratellanza e attenta al bene comune. Elemento vitale per dare un futuro pacifico all’umanità.

Ubuntu

Per lavorare sicuri

Al 31 Dicembre 2020 sono state segnalate all’INAIL 554.340 denunce d’infortunio, di cui 1270 con esito mortale
Nei primi tre mesi di quest’anno le denunce di incidenti mortali sono state 185, 19 in più rispetto alle 166 denunce registrate nel primo trimestre del 2020. Un incremento maggiore dell’11,4%.

Con questi numeri non possiamo parlare di disgrazia, di casualità. Semplicemente si è affermato un inconfessato modo di vedere. Una cultura che considera accettabile per il nostro sistema produttivo che ogni tanto qualcuno ci lasci la pelle.

La CGIL ha presentato un progetto di legge di iniziativa popolare: “Carta dei Diritti Universali del Lavoro ovvero nuovo Statuto delle Lavoratrici e dei Lavoratori” e anche la politica non è stata immobile: ha prodotto importanti leggi sulla sicurezza sul lavoro. Intanto si continua a morire. Meno durante le fasi peggiori della pandemia, ma adesso, con la ripresa di più intensi ritmi di produzione, gli incidenti sono tornati ad aumentare. Cosa si può fare?

Di certo aumentare i controlli. Sono insufficienti da tanto. Migliaia di ispettori sono andati in pensione negli anni e non sono stati sostituiti. Durante gli anni il sistema pubblico dei controlli è stato depauperato da una politica più attenta alla spesa pubblica che ai servizi pubblici. Oltretutto la funzione pubblica di controllo delle attività produttive non è particolarmente apprezzata dal mondo delle imprese, ancor di più perché, insufficiente per carenza di mezzi e quindi ineguale, non riesce certo a controllare tutto e tutti.

D’altronde il rispetto delle leggi non può essere affidato solo ai controlli d’ufficio. Serve una cultura diffusa della sicurezza presso imprese e lavoratori e ai lavoratori serve la garanzia che la denuncia, ma già una richiesta di rispetto del diritto alla sicurezza, non comporti il licenziamento o la mancata chiamata.

Ma il lavoro oggi è quasi tutto precario (quando non più o meno in nero) e qui diventa complicato: come fa un lavoratore che deve “ringraziare per la possibilità di lavorare” a chiedere che un macchinario abbia tutte le protezioni previste dalla legge?

La difesa di alcuni datori di lavoro nelle microimprese, quando dicono che loro lavorano nelle stesse condizioni dei propri dipendenti è debole, inconsistente. Loro possono scegliere. I dipendenti?

I controlli sono quindi necessari, ma allo stato insufficienti. Lo ha riconosciuto il presidente del consiglio Mario Draghi che si è impegnato ad assumere 1084 nuovi ispettori del lavoro. Sempre troppo pochi in rapporto a quelli andati in pensione negli anni scorsi, ma già un primo passo. Basta?

Probabilmente no. Rimane indispensabile il rispetto per le persone che lavorano, per gli altri e per sé stessi. È necessario creare – oramai quasi dal nulla – una cultura dei diritti delle persone sul lavoro, una cultura del rispetto delle persone e dei loro corpi, perché a ben vedere il problema serio è che il culto dei beni, della ricchezza e degli utili delle imprese, ha superato (e pure di tanto) il culto della persona. Come si spiegherebbe altrimenti la mancanza di attenzione non solo per chi lavora, ma anche per chi consuma. Su questo versante, citiamo solo le polemiche sulla leggibilità delle etichette dei prodotti di largo consumo.

Ma se conveniamo sulla necessità di una spinta forte della cultura diffusa del rispetto delle persone e quindi della sicurezza e della qualità del lavoro e dei prodotti. Chi dovrebbe farsene promotore? Quali agenzie dovrebbero produrre questo cambiamento?

Dovrebbe farsene promotrice la Repubblica e quali agenzie più efficaci della scuola e della televisione? La scuola si è già caricata della diffusione della educazione civica, che da poco ha ricevuto una spinta importante. La televisione è potente, potentissima presso tutti i segmenti sociali a culturali.

Percorsi possibili ce ne sono. Se ne possono immaginare altri.

C’è La volontà?