Il governo e la violenza di genere: punire sì, prevenire no
Due leggi, una visione. Il 25 novembre 2025, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il Parlamento italiano ha approvato all’unanimità la legge che introduce il femminicidio come reato autonomo nel codice penale, punito con l’ergastolo. Applausi trasversali, dichiarazioni solenni, fotografie di rito. La presidente del Consiglio ha parlato di norme “molto importanti, fortemente volute”. Il ministro della Giustizia di “risultato epocale”. Lo stesso giorno, al Senato, la maggioranza bloccava il ddl che avrebbe riformato la disciplina sulla violenza sessuale introducendo il criterio del “consenso libero e attuale” — il cuore di quasi tutte le legislazioni europee avanzate. Rinviato. Da approfondire. Poi dimenticato.
Pochi mesi dopo, a giugno 2026, la stessa maggioranza approvava il ddl Valditara sul consenso informato: nessuna educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia e primarie, autorizzazione parentale scritta per ogni attività che riguardi affettività o sessualità nelle scuole medie e superiori. Motivazione ufficiale: tutela della “libertà educativa dei genitori”. Effetto concreto: l’Italia si consolida nel gruppo ristretto di paesi europei — insieme a Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria e Cipro — privi di qualsiasi forma obbligatoria di educazione sessuo-affettiva scolastica.
Qualcuno ha letto in queste due vicende una contraddizione. Una destra che si batte contro il femminicidio e poi blocca gli strumenti per prevenirlo. È una lettura comprensibile, ma sbagliata. Non c’è nessuna contraddizione. C’è, al contrario, una coerenza perfetta — e smontarla nei suoi meccanismi è più utile che limitarsi a denunciarla.
Il deterrente che non deterrisce
La criminologia lo ripete da decenni con una chiarezza che il legislatore italiano continua sistematicamente a ignorare: l’inasprimento delle pene non ha effetto deterrente sulla violenza di genere. Lo documentano Alessandro Baratta, Massimo Pavarini, Giuseppe Mosconi. Lo ribadisce una meta-analisi recente che ha analizzato oltre cinquantamila casi in tre continenti. Lo afferma esplicitamente l’Unione delle Camere Penali Italiane nel suo parere sul ddl, definendo la norma una “grida manzoniana” — un provvedimento che serve a sedare l’allarme dell’opinione pubblica, non a modificare il fenomeno.
Gli autori di femminicidio non sono individui che calcolano rischi penali prima di agire. Non si arrestano davanti alla prospettiva dell’ergastolo perché non ragionano in quei termini: agiscono dentro una cultura che normalizza il controllo, il possesso, la sopraffazione. Quella cultura non si tocca con nuovi articoli del codice penale. Si modifica — lentamente, faticosamente — attraverso l’educazione, la formazione, il cambiamento delle relazioni tra i generi a partire dall’infanzia.
C’è poi un dettaglio tecnico che rende la legge ancora più difficile da difendere sul piano della razionalità giuridica: la pena dell’ergastolo per l’omicidio di una donna era già prevista dal codice vigente, nei casi commessi nei confronti del coniuge, del convivente, del partner. Il nuovo reato autonomo di femminicidio non introduce una sanzione che prima non esisteva. Introduce un’etichetta. Una dichiarazione di intenti travestita da norma.
La prevenzione come campo minato
Se l’approccio punitivo è inefficace, l’approccio preventivo è invece documentato. Una meta-analisi del 2023 su oltre cinquantamila adolescenti tra i 10 e i 19 anni — condotta in Europa, negli Stati Uniti e in Asia — evidenzia che programmi strutturati di educazione sessuo-affettiva producono un significativo miglioramento nella capacità di costruire relazioni paritarie, gestire i conflitti, riconoscere e rispettare il consenso, e una riduzione misurabile degli episodi di violenza sessuale tra pari. L’esperienza svedese, con l’educazione obbligatoria dal 1955, documenta una diminuzione della violenza di genere tra i giovani e un netto miglioramento del benessere relazionale. I Paesi Bassi, dove il 93% degli studenti riceve educazione sessuale completa prima dei 15 anni, registrano uno dei tassi di gravidanze adolescenziali più bassi d’Europa.
Il governo conosce questi dati. E sceglie diversamente. Non per ignoranza — sarebbe quasi una attenuante — ma per una logica politica precisa, che vale la pena rendere esplicita.
La coerenza che nessuno vuole nominare
Introdurre il reato di femminicidio non costa nulla sul piano del conflitto culturale. È anzi un’operazione che produce consenso immediato, titoli unanimi, solidarietà trasversale. Non disturba nessuna visione del mondo. Legge il femminicidio come devianza individuale — la “barbarie” di un “mostro” — e risponde con la sanzione che si riserva ai mostri: l’ergastolo. La struttura relazionale, culturale, pedagogica che produce quella violenza resta intatta. Non viene nemmeno nominata.
L’educazione sessuo-affettiva, al contrario, presuppone che la violenza di genere non sia una patologia individuale ma un prodotto culturale sistemico. Che i ruoli, le aspettative, i modelli relazionali trasmessi dall’infanzia contribuiscano a costruire quel sistema di dominanza che può sfociare, al suo estremo, nel femminicidio. Questa è un’ammissione incompatibile con la visione tradizionalista della famiglia, dell’autorità genitoriale, dei ruoli di genere che la destra di governo vuole invece preservare e legittimare. Il ddl Valditara non è solo un freno all’educazione: è la difesa di un modello culturale che non può permettersi di essere interrogato.
La criminologa Isabella Merzagora ha definito la legge femminicidio un “ansiolitico sociale”: uno strumento che calma l’opinione pubblica senza incidere sul fenomeno. È la definizione giusta. Ma il punto è che questa destra non cerca di risolvere il problema — cerca di gestirne la percezione. Il registro punitivo-simbolico è perfettamente funzionale a questo obiettivo: dà l’impressione dell’azione, segnala severità morale, raccoglie consenso. Il registro preventivo-culturale lo contraddirebbe, perché richiederebbe di ammettere che la violenza ha radici in ciò che questa destra considera patrimonio da tutelare.
Le donne, nel frattempo, continuano a morire. Con l’ergastolo in codice e senza un’ora di educazione affettiva in classe.
