la vittoria migliore.

C’è un tipo di vittoria in cui il nemico viene annientato. È una vittoria illusoria, gracile e temporanea: niente di umano può essere davvero annientato, e prima o poi qualcuno rimetterà tutto in discussione, chiedendo conto e rivincita.

C’è però un altro tipo di vittoria: quella in cui i due avversari, al termine del confronto, trovano la sintesi a cui approdare nel convincimento reciproco. Questa è una vittoria stabile, e rappresenta una crescita per entrambe le parti. I due tipi di vittoria promanano da due tipi diversi di conflitto: nell’uno si vince una battaglia che ammette un solo vincitore; nell’altro si convince.

Il referendum del 22-23 marzo ha sancito la sconfitta di una riforma costituzionale che, con la scusa di curare i mali della giustizia, mirava con ogni evidenza ad alterare l’equilibrio liberale dei poteri sancito dalla Costituzione. Chi la sosteneva cercava una vittoria totale: ha ottenuto una sconfitta netta.

Il campo di battaglia, come spesso accade, è rimasto pieno di scorie. Basta ascoltare le voci di chi ha votato sì in buona fede, convinto che quella riforma avrebbe davvero guarito i mali della giustizia. Queste persone si sentono sconfitte da un nemico malevolo, e questo sentimento riduce — e in parte offusca — il giusto compiacimento per la difesa della Costituzione:
vincere davvero significa convincere queste persone.

Le loro voci ci dicono con chiarezza che la battaglia non è finita, e non lo sarà finché chi ha difeso la Costituzione non riuscirà a mostrare la bontà delle proprie ragioni. Non esistono strade brevi: bisognerà affrontare con serietà ed equilibrio i mali reali della giustizia — a cominciare dalla lunghezza dei processi, dal sovraccarico che grava sul personale amministrativo e sugli stessi magistrati, requirenti e giudicanti.

Sarà altrettanto necessario che la magistratura dia evidenza, in ogni suo atto, della cura di sé: per mostrare al popolo che essa, come ogni potere dello Stato, trae la propria autorevolezza — sia pure indirettamente, attraverso la legge — dalla sovranità di quel popolo, nel cui nome afferma il diritto.

Giustizia italiana: capire prima di votare.

I numeri che nessuno ci spiega

Prima di parlare di referendum, vale la pena guardare i dati. Perché la crisi della giustizia italiana non è un’opinione: è aritmetica.

L’Italia ha circa 10.000 magistrati per 60 milioni di abitanti. Meno della media europea, con uffici che in alcune città lavorano con organici scoperti anche del 20%. I concorsi esistono, ma sono lenti e rari. Nel frattempo le cause si accumulano.

Il personale amministrativo — cancellieri, ausiliari, tecnici — è stato decimato da decenni di blocco del turnover. Un magistrato senza supporto amministrativo produce poco, indipendentemente dalla sua bravura. È come un medico senza infermieri.

Sul fronte opposto, l’Italia conta circa 250.000 avvocati iscritti all’albo. Il triplo pro capite della Germania. Il doppio della Francia. Non è una questione di cultura giuridica: è il segnale di un sistema che genera contenzioso invece di ridurlo, e che non ha mai trovato il coraggio di riformare l’accesso alla professione.

Le norme vigenti in Italia sono stimate intorno alle 150.000. In Germania sono circa 5.000. Ogni legislatura aggiunge migliaia di disposizioni nuove, spesso scritte male, spesso in contraddizione con quelle esistenti. Il risultato è un diritto che nemmeno i professionisti interpretano in modo uniforme — e una Cassazione intasata di ricorsi che esistono proprio per colmare l’ambiguità che il legislatore ha prodotto.


Di chi è la responsabilità?

Sarebbe comodo dare la colpa ai giudici lenti, agli avvocati numerosi, alla burocrazia pigra. Ma queste sono le conseguenze, non le cause.

Le cause stanno nelle scelte politiche degli ultimi trent’anni. Scelte precise: non finanziare adeguatamente gli organici, non semplificare il corpus normativo, non riformare l’accesso alle professioni legali, continuare a legiferare per emergenza invece che per sistema.

Non si tratta necessariamente di malafede. Ma si tratta di priorità: e la giustizia efficiente non è mai stata una priorità reale, perché una giustizia lenta — con processi che si prescrivono, con norme che si prestano a interpretazioni multiple — produce vantaggi diffusi per chi governa e per le reti di interesse che lo circondano. Una giustizia rapida e chiara è nell’interesse dei cittadini. Non sempre nell’interesse di chi legifera.


Il referendum: una risposta vera o una risposta comoda?

È qui che chi è indeciso ha ragione a esserlo. La domanda giusta non è “sei per riformare la giustizia?” — su questo siamo quasi tutti d’accordo. La domanda è: questo referendum riforma davvero qualcosa?

Chi sostiene il NO non difende lo status quo. Vuole un cambiamento, ma rifiuta anche l’idea che una riforma parziale, tecnica, a tratti ambiugua, difficile da comprendere per la maggior parte dei cittadini, possa essere spacciata per la soluzione.

Il sorteggio dei membri del CSM, ad esempio, può sembrare un colpo alle correnti interne della magistratura. Ma un organo scelto per sorteggio non è meno autorevole? Non é, paradossalmente, più esposto alle pressioni dell’esecutivo attraverso canali informali? La separazione delle carriere, senza investimenti reali e una riflessione approfondita e ampiamente condivisa, aggiunge complessità senza ridurre i problemi.

La giustizia italiana ha bisogno di più magistrati, meno norme, personale amministrativo adeguato e una politica che smetta di usare il diritto penale come arena di scontro. Il referendum non tocca nessuno di questi nodi.


Perché il NO può essere una scelta responsabile

Votare No non significa dire che va tutto bene. Significa dire che una riforma sbagliata, o insufficiente, può impedire le riforme necessarie — perché dà alla politica la possibilità di affermare di aver già fatto la sua parte, mentre aumenta il suo controllo sulla magistratura.

Chi rifiuta di aggregarsi ad una tifoseria mostra l’istinto giusto: sente che qualcosa non torna, che la complessità del problema non corrisponde alla semplicità della soluzione proposta. Quell’istinto merita rispetto, non pressione.

Prima di votare, vale la pena chiedersi: se passa questo referendum, quali problemi concreti della giustizia italiana verranno risolti? Se la risposta è difficile da trovare, probabilmente il No è la risposta più onesta: quale sarebbe il senso di procedere per tentativi e forzature di parte?

MEZZA TRUFFA

Mezza truffa. Prendiamo spunto da questa definizione, proposta da Nicola Gratteri durante una delle numerose trasmissioni televisive in cui, in questi ultimi mesi, è stato chiamato a illustrare i dettagli della “riforma costituzionale” sulla quale saremo chiamati a votare il 22 e 23 marzo, e soprattutto a spiegare le ragioni per cui votare NO.
In particolare, la definizione di Gratteri si riferisce al sistema con il quale, secondo la modifica proposta dal governo, dovrebbero venire in futuro designati i tre organi di governo autonomo della Magistratura, che andrebbero a sostituire l’attuale unico organo di autogoverno destinato a garantire, in base alla stessa Costituzione, l’autonomia del potere giudiziario.
La modifica, approvata senza possibilità di modifiche parlamentari e senza la maggioranza qualificata di 2/3 delle sue camere richiesta dalla Costituzione stessa per superare la richiedibilità della consultazione popolare) si caratterizza anche per il metodo di elezione dei tre organi.
Attualmente, a norma dell’Art. 104 della Costituzione (uno dei ben 7 che verrebbero modificati) al CSM, presieduto dal Presidente della Repubblica, “spettano le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”. Quanto alla composizione, “ne fanno parte di diritto il Primo presidente e il Procuratore generale della Corte di Cassazione. Gli altri componenti sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra Professori ordinari di Università in materie giuridiche e avvocati dopo quindici anni di esercizio”..
Questo, l’attuale dettato costituzionale, vanificato dal testo della riforma, che, per cominciare, all’Art. 104, sancisce la suddivisione fra “magistrati della carriera giudicante” e “magistrati della carriere requirente” e quindi istituisce due distinti CSM, uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri. Ma va anche molto oltre, istituendo un’unica ”Alta Corte” a cui è attribuita la “giurisdizione disciplinare”.
In tutto questo, il punto più rilevante, anzi, il classico “dettaglio in cui si nasconde il diavolo”, è che l’attuale metodo della scelta dei membri del del CSM viene sostituito con un sistema teoricamente basato sul sorteggio, e che quindi può essere presentato come imparziale e neutro.
Purtroppo è qui che si viene a configurare quella che Nicola Gratteri non esita a definire una “mezza truffa”, in realtà pericolosamente vicina a potersi prestare, in prospettiva, ad una truffa intera.
Infatti, la nuova norma dispone che i membri “togati”, ossia i rappresentanti dei magistrati, dei nuovi CSM, vengono scelti per sorteggio fra tutti i magistrati in attività, in possesso dei requisiti da definire in una successiva norma di legge, mentre i membri cosiddetti “laici” vengono per metà nominati dal Presidente della Repubblica, e per metà sorteggiati da una lista di soggetti votata dal Parlamento, sempre tenendo presenti i requisiti di professionalità elencati del testo attuale della Costituzione all’Art. 104.
Il punto è che di questo fantomatico “sorteggio” non si sa nulla. Non è difficile capire che il numero dei componenti di questa “lista” scelta – non si sa ancora come – dalla politica è di primaria importanza per garantire l’imparzialità del sorteggio. Mentre i magistrati verranno sorteggiati in un serbatoio di circa 8.000 nomi (senza peraltro la garanzia che escano dall’urna i nomi dei più esperti e preparati), la lista compilata dal parlamento sarà necessariamente ristretta, e con ogni probabilità con ciascun nome sottoposto ad un vaglio politico.
Questo rischio concreto di ingerenza della politica in un organo così delicato come l’Alta Corte, specificamente incaricata, come abbiamo visto, della funzione disciplinare, non può e non deve passare inosservato come se fosse un dettaglio tecnico. Tanto più considerando che, mentre contro un eventuale provvedimento disciplinare del CSM un magistrato, attualmente, può presentare ricorso alla Corte di Cassazione, la nuova normativa esclude questa possibilità. Il ricorso può essere presentato soltanto alla stessa Alta Corte che ha emesso il giudizio, e questa (per quanto mitigata da qualche correttivo cosmetico) è una stortura giuridica probabilmente inesistente in qualunque ordinamento.
Quindi, ciò che viene presentato come un metodo di scelta asettico, imparziale, puramente statistico di designare i componenti di quelli che dovrebbero essere organi di garanzia, si presta in realtà a manovre opache a cui, come sappiamo, la politica è tutt’altro che estranea. Sarebbe un altro mezzo, più o meno sottile, di minacciare l’indipendenza del Potere Giudiziario – che, non dimentichiamolo, è la suprema garanzia del rispetto della legalità per tutti i cittadini – senza che questo costituisca in alcun modo un miglioramento di quelli che sono i reali problemi, e cioè i tempi della giustizia, sia civile, sia penale, allungati a dismisura soprattutto dalla semplice mancanza di mezzi e di personale negli uffici.
La “riforma” è solo l’introduzione di un supplemento di burocrazia macchinoso, a serio rischio di manipolazione da parte degli altri poteri della stato, e che smonta un’architettura studiata dai Costituenti per il corretto funzionamento delle nostre istituzioni.
Per questo voteremo NO.

DI Marina Boagno