L’esercito di riserva diventa di silicio.
Meno culle, più macchine intelligenti: nel giro di una generazione potremmo avere meno persone, e meno bisogno delle persone che ci sono. La domanda è: a vantaggio di chi?
Immaginate un paese che fa sempre meno figli, mentre nelle sue fabbriche cominciano a muoversi i primi robot capaci di camminare su due gambe, e nei suoi uffici un software scrive relazioni, bilanci, persino diagnosi. Non è fantascienza: è l’Italia del 2026, ma anche buona parte del pianeta. La domanda che vale la pena porsi non è se questo scenario arriverà (ha già iniziato a manifestarsi) ma chi ne trarrà vantaggio, e chi ne pagherà il conto.
Un potere senza un padrone unico.
Parlare di “oligarchie mondiali” evocherebbe l’immagine di un comitato ristretto che decide le sorti del pianeta in una stanza chiusa. La realtà è più disordinata: quello che esiste sono blocchi di potere – Stati Uniti, Cina, Unione Europea, le grandi aziende tecnologiche – spesso in competizione feroce tra loro, non un cartello unico. Ma i numeri, quando escono, danno ragione a chi resta sospettoso. Il rapporto Oxfam presentato a gennaio 2026 al Forum di Davos, lo stesso appuntamento dove ogni anno si ritrovano i più potenti del pianeta, racconta di una ricchezza dei miliardari cresciuta del 16% in un solo anno, tre volte più veloce della media degli ultimi cinque, fino a toccare 18.300 miliardi di dollari: l’81% in più rispetto al 2020. Dodici persone, da sole, possiedono più della metà più povera dell’umanità, circa 4 miliardi di individui. In Italia il patrimonio dei miliardari è cresciuto di 54,6 miliardi di euro in un anno, al ritmo di 150 milioni al giorno. Lo stesso rapporto Oxfam, va detto, non usa mezzi termini: parla apertamente del consolidarsi di una vera oligarchia, con un accesso al potere sproporzionato rispetto al resto della popolazione. Non serve una cospirazione: basta che pochi controllino capitale, dati e infrastrutture perché la logica del sistema li avvantaggi comunque. Il rapporto aggiunge un dettaglio che pesa: i miliardari hanno oggi quattromila volte più probabilità di un cittadino medio di ricoprire una carica politica, e possiedono sette delle dieci maggiori aziende media del mondo, oltre a tutte le principali piattaforme social. Non è solo ricchezza: è anche voce, e capacità di decidere quale voce si senta di più.
Meno culle.
Sul fronte demografico, i numeri dell’ONU (World Population Prospects 2024) raccontano una svolta storica: la popolazione mondiale, oggi 8,2 miliardi, crescerà ancora fino a un picco di 10,3 miliardi a metà degli anni Ottanta di questo secolo, per poi iniziare a scendere. Sessantatré paesi tra cui Cina, Germania, Giappone, Russia, hanno già raggiunto il loro massimo e perderanno il 14% della popolazione nei prossimi trent’anni. Altri 126, tra cui India, Indonesia, Pakistan e perfino gli Stati Uniti, continueranno invece a crescere ancora per decenni.
L’Italia è un caso da manuale del primo gruppo: nel 2025 sono nati solo 355 mila bambini, il minimo storico dal dopoguerra, con un tasso di fecondità di 1,14 figli per donna, la metà di quanto servirebbe per mantenere stabile la popolazione. In un solo anno il paese ha perso, per squilibrio tra nascite e morti, quasi 300 mila abitanti: come se fosse improvvisamente scomparsa la popolazione di una grande città. Secondo l’Istat, nel 2050 per ogni 100 giovani sotto i 14 anni ci saranno circa 300 ultrasessantacinquenni.
Non è mancanza di desiderio: un dossier Istat-Fondazione per la Natalità racconta che oltre sei persone su dieci, tra chi rinuncia a un figlio in più, cita ostacoli economici, lavorativi o di conciliazione familiare, e quasi una donna su due teme ripercussioni sulla carriera. Se le intenzioni dichiarate si fossero realizzate, nel solo 2025 sarebbero nati oltre 760 mila bambini, più del doppio di quelli effettivamente venuti al mondo. Il calo demografico, insomma, non è solo un dato: è anche l’esito di condizioni di lavoro che rendono un figlio un rischio economico.
Una vecchia idea con un volto nuovo.
Qui si incrocia una vecchia intuizione con un fenomeno nuovo. Marx parlava di “esercito industriale di riserva”: una massa di disoccupati o sottoccupati che il capitale tiene sullo sfondo per mantenere bassi i salari di chi un lavoro ce l’ha, perché c’è sempre qualcun altro pronto a prenderne il posto per meno. Se la popolazione cala e il bacino di manodopera si restringe, quella riserva rischia di prosciugarsi e con essa il potere di ricatto che ha garantito per due secoli nei confronti di chi rivendicava condizioni migliori al lavoro.
È qui che l’automazione entra in scena, non solo come scelta predatoria ma anche come risposta a un vincolo reale: lo stesso rapporto ONU consiglia esplicitamente ai paesi che invecchiano di investire in automazione per sostenere la produttività. Il punto è che la funzione resta la stessa, cambiano solo gli strumenti: prima si attingeva ai flussi migratori per tenere sotto controllo il costo del lavoro, oggi si può usare una macchina, che non sciopera, non invecchia e non chiede il permesso di soggiorno.
Un’eccezione che si restringe.
Il quadro è diverso nell’Africa subsahariana, dove la popolazione continua a crescere rapidamente: nove paesi, tra cui Repubblica Democratica del Congo, Niger e Somalia, raddoppieranno entro il 2054. Ma anche lì la fecondità sta scendendo più in fretta del previsto, e l’eccezione demografica rischia di restringersi nei prossimi decenni più di quanto si pensasse fino a poco tempo fa. Per queste economie il rischio non è il vecchio sfruttamento, ma l’esclusione: se conviene automatizzare piuttosto che delocalizzare, l’Africa rischia di restare fuori sia dallo sfruttamento novecentesco sia dalla scala di sviluppo industriale che, altrove, ne è seguita.
Anche la testa, non solo le braccia.
La vera novità di questa fase, rispetto alle rivoluzioni industriali precedenti, è che la sostituzione riguarda anche il lavoro intellettuale. I primi dati concreti, come quelli dell’Anthropic Economic Index – l’osservatorio sull’uso dell’intelligenza artificiale pubblicato dalla stessa azienda che produce Claude – mostrano un quadro più sfumato di quanto si tema: per ora poco meno della metà dell’uso dell’IA è automazione pura, il resto è collaborazione, la macchina assiste invece di sostituire. Ma i mestieri più esposti sono quelli cognitivi a medio-alto reddito, come la programmazione, e uno studio della Stanford Digital Economy Lab su dati salariali di milioni di lavoratori americani rileva che l’occupazione dei ventenni tra 22 e 25 anni nei mestieri più esposti all’IA generativa è oggi il 19% sotto la traiettoria che avrebbe seguito altrimenti: chi entra ora nel mercato del lavoro sembra pagare il prezzo più alto, prima ancora di chi un lavoro ce l’ha già.
Sul fronte fisico, i robot umanoidi restano più promessa che realtà quotidiana: Tesla ha avviato nell’estate 2026 la produzione pilota di poche centinaia di unità del suo Optimus, Figure li ha messi alla prova in uno stabilimento BMW, ma per ora sanno soltanto spostare oggetti in ambienti controllati. Persino Rodney Brooks, tra i padri della robotica moderna, liquida come pura fantasia l’idea del maggiordomo robotico universale. La traiettoria degli investimenti, però, è inequivocabile.
Anche chi decide, non solo chi esegue.
C’è un ultimo pezzo del ragionamento che vale la pena aggiungere, forse il più inquietante: se l’intelligenza artificiale arriva a sostituire chi lavora, perché non dovrebbe arrivare a sostituire anche chi decide? Non è una domanda ipotetica. Il Rapporto internazionale sulla sicurezza dell’IA 2026, coordinato dal premio Turing Yoshua Bengio con oltre cento ricercatori di più di trenta paesi, dedica un intero capitolo a un rischio chiamato esplicitamente “concentrazione del potere”, trattato con la stessa serietà riservata alle armi potenziate dall’IA o agli attacchi informatici. Lo stesso rapporto nota che i costi per addestrare i modelli più avanzati — centinaia di milioni, se non miliardi di dollari — stanno creando barriere all’ingresso così alte da produrre una struttura di mercato ormai oligopolistica: la parola “oligarchia” arriva insomma anche da chi studia l’IA per mestiere, non solo da chi legge i bilanci di Oxfam.
Ma bisogna essere precisi su cosa rischia davvero di essere sostituito. Chi decide operativamente in un’azienda — il management — e chi ne possiede il capitale — gli azionisti — sono due categorie separate da un secolo, da quando gli economisti Berle e Means descrissero, nel 1932, come nelle grandi società i proprietari non gestiscano più l’impresa di persona. Quando un’intelligenza artificiale prende il posto del management, non tocca la proprietà: la rende, semmai, più pura. Un dirigente automatico non ha ambizioni personali, non negozia lo stipendio, non antepone mai un proprio interesse a quello di chi lo possiede — elimina l’unico attrito che quella separazione aveva sempre introdotto. E non è teoria: uno studio IBM del 2026 su amministratori delegati di tutto il mondo prevede che entro il 2030 quasi metà delle decisioni operative sarà presa dall’IA senza intervento umano, il doppio di oggi; già oggi tre aziende su quattro hanno affidato a un Chief AI Officer un ruolo che un anno prima quasi non esisteva.
Il vero timore dei ricercatori non è che le macchine tolgano potere a chi lo detiene, ma che glielo rendano permanente in un modo mai visto: eserciti, funzionari, dirigenti umani hanno sempre potuto, nella storia, rifiutarsi, ribellarsi, invecchiare, morire; un apparato fatto di macchine obbedienti no. Da qui l’ipotesi — discussa senza toni allarmistici in ambienti di ricerca tutt’altro che marginali — che l’intelligenza artificiale permetta a un piccolo gruppo di ottenere un controllo sulla vita di tutti gli altri difficile da rovesciare quanto lo sono state le rivolte contro re e dittatori. Anche qui, però, la cura non è scontata: c’è chi fa notare che l’argomento della sicurezza viene già usato per giustificare la concentrazione, e chi sostiene che divieti e moratorie, pensati per limitarla, finiscano per concentrarne il controllo ancora di più.
La natura non aspetta.
Un punto che spesso si perde per strada: sostituire il lavoratore con la macchina non chiude affatto il rapporto predatorio con la natura, semmai lo sposta più a monte. I data center che fanno girare l’intelligenza artificiale consumano energia e acqua in quantità crescenti; le batterie e i chip dei robot richiedono terre rare estratte perlopiù in condizioni difficili nel Sud globale. L’estrazione non sparisce: si trasferisce dalla fabbrica alla miniera e al server.
Chi decide, alla fine.
Che tutto questo avvantaggi chi possiede già capitale, dati e infrastrutture non è un’ipotesi peregrina: è quello che i numeri suggeriscono già oggi. E la fusione tra potere tecnologico e apparati statali non è più solo teoria. La Nato ha completato in circa sei mesi — una delle procedure di acquisizione più rapide della sua storia — l’adozione del sistema Maven di Palantir, che intende ora estendere ai suoi 32 paesi membri. In Italia, aziende come Palantir dialogano da anni con la Difesa, con Sogei, persino con ospedali pubblici come il Gemelli; una proposta di software antiterrorismo per la Polizia, da 20 milioni di euro, resta per ora bloccata in attesa di una gara pubblica. Va detta, per onestà, una cosa: anche la stessa Anthropic, che pubblica i dati citati sopra, si è dovuta confrontare pubblicamente con le tensioni etiche sull’uso militare dei propri modelli. Nessuno, in questo campo, resta fuori dalla contraddizione.
Detto questo, non è un destino scritto nella tecnologia. Karl Polanyi osservava che ogni spinta del mercato a liberarsi dei vincoli sociali produce, prima o poi, un contromovimento di autodifesa della società: tassazione dei robot, dividendi dell’intelligenza artificiale, forme di reddito di base, regolazione come l’AI Act europeo. Nulla di tutto ciò è automatico. Nemmeno la regolazione, si è visto, è una garanzia in sé e dipende da rapporti di forza politici concreti, non da una legge di natura. E la stessa frammentazione tra Stati Uniti, Cina ed Europa che rende difficile parlare di un’oligarchia unica potrebbe, paradossalmente, trasformarsi in un freno reciproco, anche se in atto produce una gara tra competitors, che sta generando un’accelerazione apparentemente incontrollata.
Gli economisti più ottimisti ricordano che ogni rivoluzione tecnologica precedente ha finito per creare lavoro nuovo, per quanto dolorosa sia stata la transizione. I più pessimisti rispondono che stavolta la sostituzione riguarda insieme corpo e mente, senza un vero precedente storico. Difficile dire con certezza chi abbia ragione. Quello che sembra certo è che la partita si gioca ora, nelle scelte politiche su chi possederà lo stock di capitale robotico e algoritmico dei prossimi vent’anni — e su quanto, di quel valore, si deciderà di redistribuire.
—
Fonti:
Demografia
– ONU DESA, World Population Prospects 2024
https://www.un.org/sustainabledevelopment/blog/2024/07/press-release-wpp2024/
– Fondazione per la Natalità e Istat, Dossier Natalità 2026: Volere o Potere, riportato da [Sky TG24]
https://tg24.sky.it/cronaca/2026/07/28/natalita-italia-2025-dati
Ricchezza e potere
– Oxfam, Resisting the Rule of the Rich: Protecting Freedom from Billionaire Power
https://www.oxfamamerica.org/explore/research-publications/resisting-the-rule-of-the-rich/ (gennaio 2026)
Lavoro e automazione.
– Anthropic, Introducing the Anthropic Economic Index
https://www.anthropic.com/news/the-anthropic-economic-index
– Stanford Digital Economy Lab (Brynjolfsson, Chandar, Chen), Studio sull’occupazione giovanile nei mestieri esposti all’IA, riportato da Technews.city
https://www.technews.city/2026/08/stanford-finds-19-employment-gap-for.html
– IBM Institute for Business Value, 2026 CEO Study
https://newsroom.ibm.com/2026-05-04-ibm-study-ceos-are-reshaping-c-suite-roles-for-the-ai-era
– Sullo stato dei robot umanoidi nel 2026: OptimusK Blog
https://optimusk.blog/blog/what-is-tesla-optimus/
e RoboZaps
Sicurezza dell’IA e concentrazione del potere.
https://blog.robozaps.com/b/figure-01-vs-tesla-optimus-gen-2
– Yoshua Bengio et altri, International AI Safety Report 2026
https://internationalaisafetyreport.org/publication/international-ai-safety-report-2026
– MIT Sloan / MIT FutureTech, sondaggio Delphi su 272 esperti internazionali di IA
https://mitsloan.mit.edu/press/international-ai-experts-warn-potentially-catastrophic-risks-ai
– Andy Konwinski, [Concentration of power in AI is a risk, not a solution]
https://andykonwinski.com/2026/07/02/concentration-of-power-in-ai-is-a-risk-not-a-solution.html
– Longview Philanthropy, [richiesta di proposte sulla concentrazione estrema di potere
https://www.longview.org/request-for-proposals-on-extreme-power-concentration/
– Paul D. Weitzel, Concentration of AI Power
https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=6256578
Tecnologia e apparati di sicurezza.
– Palantir in Italia e in Europa: Startmag
https://www.startmag.it/innovazione/ecco-come-e-quanto-istituzioni-e-aziende-italiane-si-affidano-a-palantir-tutti-i-conti-della-societa-di-thiel-in-italia/
e
– The Good Lobby, contratti con Difesa, Sogei, Gemelli, Fedrigoni e la proposta alla Polizia di Stato
https://www.thegoodlobby.it/peter-thiel-palantir-difesa-crosetto/
– Le tensioni tra Pentagono e Anthropic sui limiti d’uso militare dei modelli, riportate da
Hardware Upgrade,
https://www.hwupgrade.it/news/web/pentagono-e-anthropic-ai-ferri-corti-in-bilico-il-contratto-da-200-milioni-per-l-uso-militare-di-claude_150283.html
