La separazione delle carriere in magistratura, vessillo del referendum voluto dalla maggioranza, risponde a un problema reale con la medicina sbagliata. Che nella magistratura potessero verificarsi e si siano verificate derive corporative, correntismo opaco, logiche di cooptazione è fuori discussione: il caso Palamara lo ha documentato con dovizia. Ma proprio Palamara è anche la dimostrazione che il sistema ha saputo sanzionare. Il deterioramento c’è, come in tutta la classe dirigente, ma nella magistratura non è maggioritario e — soprattutto — non è irreversibile.
La separazione delle carriere interviene sulla struttura organizzativa, non sulla cultura che ha prodotto il problema. È un po’ come voler risanare la politica abolendo i partiti e introducendo il sorteggio: si elimina la forma, non la sostanza, e insieme al problema si rischia di eliminare funzioni essenziali. La comunanza di percorso tra chi indaga e chi giudica non è un vizio da estirpare, ma una cultura giuridica condivisa da preservare e, semmai, riformare d
La vera cura sarebbe un’altra: più trasparenza nelle nomine, valutazione professionale sottratta alle tentazioni di autoreferenzialità delle correnti, controlli democratici più stringenti sul CSM. La destra si è trovata davanti a un paziente da curare, ma ha scelto il bisturi dove serviva la terapia. Le malattie sistemiche non si curano con la chirurgia.
Vale poi la pena interrogarsi su chi, a sinistra, sceglie di votare sì. Affidare la riforma dell’ordinamento giudiziario a una maggioranza che ha dimostrato una preoccupante insofferenza verso i controlli costituzionali e una tendenza a esorbitare dai limiti della democrazia liberale — nel linguaggio, nei metodi, nella qualità della comunicazione pubblica — significa consegnare uno strumento delicato a mani inaffidabili. Anche quando una riforma fosse indotta da motivazioni condivisibili, i modi e la cultura istituzionale di chi la promuove non sono dettagli secondari: sono parte della cura.
Mese: Febbraio 2026
L’Unione Europea ha il sacrosanto diritto (e anche il dovere) di garantire che i propri fondi non sostengano l’incitamento all’odio o alla violenza. Le risoluzioni del Parlamento Europeo che, per il sesto anno consecutivo, condizionano gli aiuti all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) alla rimozione di contenuti antisemiti e violenza dai libri di testo si basano su un principio condivisibile. Tuttavia, un’analisi approfondita della documentazione disponibile rivela che questa condizionalità rischia di travalicare il confine tra la legittima pretesa di rimozione dell’incitamento alla violenza e la improponibile spinta alla soppressione del legittimo sentimento nazionale e della memoria storica di un popolo sotto occupazione.
L’UE ha subordinato i suoi ingenti aiuti finanziari – si parla di oltre 380 milioni di euro dal luglio 2024 – a riforme concrete del curriculum scolastico palestinese. La “Lettera di Intenti” firmata dall’ANP nel luglio 2024 rappresenta un impegno formale ad allineare i testi agli standard UNESCO di pace e tolleranza, con scadenze precise (classi 1-4 entro settembre 2025) . La Commissione Europea ha ribadito che i fondi sono “condizionati” al raggiungimento di questi obiettivi, e il Parlamento ha più volte minacciato il congelamento in assenza di progressi verificabili .
Il problema sorge quando si esamina la natura delle modifiche richieste e il contesto in cui si inseriscono.
Secondo rapporti e analisi indipendenti, le pressioni europee vanno ben oltre la rimozione di espliciti incitamenti alla violenza. Come evidenziato da fonti giornalistiche e accademiche , la campagna contro i libri di testo palestinesi rischia di diventare uno strumento per “cancellare l’identità palestinese” e “silenziare la narrativa nazionale”.
E qui si ritrova il confine labile che la politica europea dovrebbe riesaminare, se è vero che , come riportato da alcune fonti, tra le modifiche richieste vi sarebbero la cancellazione o l’attenuazione di riferimenti fondamentali alla memoria collettiva palestinese, come la Nakba (l’esodo del 1948), o la sostituzione di termini come “sfollamento forzato” con “migrazione”. Richieste di questo tipo non sarebbero atti di promozione della pace, ma costituirebbero un tentativo di riscrittura della storia che favorisce la narrativa del vincitore. Un conto è rimuovere un esercizio di matematica che conta i “martiri”, un altro è cancellare la lezione che spiega perché un popolo è diventato rifugiato.
Un altro punto critico riguarda la rimozione del termine “sionismo” e della critica al progetto sionista come ideologia politica. Se è giusto condannare rappresentazioni antisemite che dipingono “gli Ebrei” come cospiratori, è capzioso equiparare la critica al sionismo – una dottrina politica – all’antisemitismo. Impedire a un popolo di comprendere e analizzare criticamente l’ideologia che ha portato alla sua spoliazione significa negargli gli strumenti intellettuali per comprendere il conflitto e lo coinvolge e la mancata comprensione non porta al superamento delle crisi, ma a reazioni irrazionali, magari violente.
E infine l’enfasi su “convivenza” e “amicizia”, senza alcun riferimento al contesto di occupazione militare, apartheid e violenza strutturale in cui i palestinesi vivono quotidianamente, produce un’educazione schizoide. Come osserva un’analisi, i bambini palestinesi “non possono dimenticare la loro narrativa storica perché ne sperimentano le conseguenze ogni giorno” . Insegnare pace in una gabbia, ignorando le sbarre, non è educazione alla pace, è ipocrisia.
Ciò viene evidenziato drammaticamente dalla palese asimmetria dell’impostazione europea. L’UE non ha mai criticato i libri di testo israeliani e il loro ruolo nel perpetuare il conflitto. Studi di autori israeliani critici, come Nurit Peled-Elhanan, hanno dimostrato che i libri di testo israeliani veicolano un’immagine “disumanizzante” dei palestinesi, legittimando le politiche dei governi.
Come riportato da alcuni commentatori, l’UE non ha chiesto un rapporto su come le scuole israeliane descrivono la Nakba (come “Guerra d’Indipendenza”) o se menzionano l’occupazione dei territori palestinesi. Questo squilibrio può trasformare la condizionalità da strumento di pace a strumento politico che favorisce una delle parti in conflitto, imponendo di fatto una narrazione a scapito dell’altra.
È legittimo e doveroso che l’UE condanni e pretenda la rimozione di contenuti antisemiti e di chiara esaltazione della violenza, come quelli documentati da vari rapporti .
Vale la pena chiedersi su quali basi si fondino queste pressioni europee. La fonte primaria e più influente è IMPACT-se (Institute for Monitoring Peace and Cultural Tolerance in School Education), un’organizzazione israeliana di advocacy che pubblica dal 2000 rapporti sistematicamente critici sui libri di testo palestinesi, e che ha avuto un ruolo determinante nel convincere il Parlamento Europeo a condizionare i fondi. Non si tratta di un ente di ricerca neutrale: il professor Nathan Brown della George Washington University l’ha definita “la lobby dell’incitamento”, accusandola di selezionare i contenuti ignorando le prove contrarie. L’UE stessa, significativamente, ha ritenuto necessario commissionare una verifica indipendente al Georg Eckert Institute tedesco, il cui rapporto — pur riconoscendo alcune criticità — ha concluso che i libri palestinesi “riflettono un ambiente saturo di occupazione, conflitto e violenza in corso”, restituendo un quadro assai più sfumato di quello dipinto da IMPACT-se, e sulla base del quale i fondi congelati furono poi ripristinati. Esempi di glorificazione di attacchi terroristici o di rappresentazioni antisemite non possono trovare spazio in nessun sistema educativo che voglia definirsi civile.
Tuttavia, la condanna la violenza e l’odio razziale.non devono arrivare alla conculcazione del diritto di un popolo a tramandare la memoria delle ingiustizie subite (come la Nakba), al diritto di mantenere viva l’identità nazionale (attraverso simboli, inni e geografia), e a esprimere una critica politica, anche aspra, verso il sionismo come ideologia che ha causato la sua catastrofe.
Finché l’UE continuerà a ignorare i contenuti dei libri di testo israeliani e a spingere per una “riforma” che assomiglia pericolosamente a un’imposizione della narrativa del più forte, i suoi sforzi, anche se mossi da buone intenzioni, saranno percepiti da molti palestinesi non come un aiuto alla pace, ma come un ulteriore atto di delegittimazione della loro stessa esistenza come popolo. La vera educazione alla pace non può nascere dalla censura della memoria, ma dal reciproco riconoscimento delle altrui sofferenze e aspirazioni.
La “riforma” interviene su articoli fondamentali della Costituzione che regolano indipendenza, struttura e autogoverno della magistratura.
Gli articoli modificati sono:
Art. 87, c.10 – 102, c.1 – 104 – 105 – 106, c.3 – 107, c.1 – 110, c.1
Questi cambiamenti introducono:
- Separazione dei Consigli Superiori per giudici e pubblici ministeri
- Una nuova Alta Corte disciplinare
- Nuove regole per nomine, carriere e disciplina dei magistrati
- Ridefinizione delle funzioni del Presidente della Repubblica in materia di giustizia
Noi votiamo NO perché questa “riforma” della Costituzione
1. Riduce l’Indipendenza della magistratura
La riforma altera gli equilibri pensati dai Costituenti percè aumenta i controlli della politica sulla magistratura e genera più incertezza, più rischio di pressioni esterne.
2. Non risolve i problemi veri della giustizia
Processi lenti, carenza di personale, uffici sovraccarichi: niente di tutto questo viene affrontato.
È una riforma strutturale ma non efficace.
3. Nuovi organi, più burocrazia, meno garanzie
La creazione dell’Alta Corte disciplinare può generare conflitti, ritardi, sovrapposizioni e indebolire l’autogoverno dei magistrati.
4. Le “correnti” non spariscono
Cambia solo l’architettura, non le cause dei problemi. Si rischia di spostare il potere invece di renderlo più trasparente.
5. Una modifica della Carta senza consenso largo
Interventi così profondi sulla Costituzione richiedono condivisione e stabilità, non spinte politiche di parte.
LA COSTITUZIONE TUTELA I TUOI DIRITTI
Difendere l’indipendenza della magistratura significa difendere processi equi, libertà, uguaglianza e controlli sui poteri.
IL 22–23 MARZO SCEGLIAMO DI PROTEGGERE LE GARANZIE DI TUTTI
VOTIAMO NO!
