La separazione delle carriere in magistratura, vessillo del referendum voluto dalla maggioranza, risponde a un problema reale con la medicina sbagliata. Che nella magistratura potessero verificarsi e si siano verificate derive corporative, correntismo opaco, logiche di cooptazione è fuori discussione: il caso Palamara lo ha documentato con dovizia. Ma proprio Palamara è anche la dimostrazione che il sistema ha saputo sanzionare. Il deterioramento c’è, come in tutta la classe dirigente, ma nella magistratura non è maggioritario e — soprattutto — non è irreversibile.
​La separazione delle carriere interviene sulla struttura organizzativa, non sulla cultura che ha prodotto il problema. È un po’ come voler risanare la politica abolendo i partiti e introducendo il sorteggio: si elimina la forma, non la sostanza, e insieme al problema si rischia di eliminare funzioni essenziali. La comunanza di percorso tra chi indaga e chi giudica non è un vizio da estirpare, ma una cultura giuridica condivisa da preservare e, semmai, riformare d
​La vera cura sarebbe un’altra: più trasparenza nelle nomine, valutazione professionale sottratta alle tentazioni di autoreferenzialità delle correnti, controlli democratici più stringenti sul CSM. La destra si è trovata davanti a un paziente da curare, ma ha scelto il bisturi dove serviva la terapia. Le malattie sistemiche non si curano con la chirurgia.
​Vale poi la pena interrogarsi su chi, a sinistra, sceglie di votare sì. Affidare la riforma dell’ordinamento giudiziario a una maggioranza che ha dimostrato una preoccupante insofferenza verso i controlli costituzionali e una tendenza a esorbitare dai limiti della democrazia liberale — nel linguaggio, nei metodi, nella qualità della comunicazione pubblica — significa consegnare uno strumento delicato a mani inaffidabili. Anche quando una riforma fosse indotta da motivazioni condivisibili, i modi e la cultura istituzionale di chi la promuove non sono dettagli secondari: sono parte della cura.

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