Chi paga, chi evade, chi incassa.

Non tutte le scelte politiche hanno un contenuto economico immediato. Le politiche sui diritti civili, sulla sicurezza pubblica, sulle forme di rappresentanza, incidono sulla vita dei cittadini in modi che non si misurano facilmente in euro. Ma esistono scelte — quelle fiscali, quelle di spesa, quelle sui trasferimenti a famiglie e imprese — che hanno effetti redistributivi diretti, espliciti, quantificabili. Sono scelte che decidono chi guadagna e chi perde, chi contribuisce e chi viene risparmiato.

Su questi temi la politica italiana ha storicamente tenuto un atteggiamento biforcato: generosa e aggressiva all’opposizione, reticente ed elusiva al governo. La giustificazione è sempre la stessa — non ci sono fondi — ma la giustificazione è falsa, o almeno parziale. Il problema non è la scarsità assoluta di risorse, ma la loro distribuzione: ci sono abbastanza fondi per accontentare chi sa farsi sentire; non abbastanza per tutti gli altri.

Le entrate: chi paga davvero

Il primo nodo è strutturale e riguarda la composizione del gettito fiscale. In Italia le imposte indirette — IVA, accise sui carburanti, imposte sui consumi — colpiscono indistintamente ogni classe di reddito. Chi guadagna diecimila euro all’anno e chi ne guadagna duecentomila pagano la stessa aliquota IVA sul pane, sulla benzina, sulle bollette. Le imposte dirette rappresentano il 57% del totale delle entrate tributarie, mentre l’IVA da sola pesa per circa il 30% (Bollettino Entrate Tributarie Internazionali, MEF, aprile 2025). Un peso enorme, e strutturalmente regressivo.

Sul versante delle imposte dirette, che in teoria dovrebbero distinguere tra redditi alti e redditi bassi, la realtà è ancora più sconfortante. La quota dominante del gettito IRPEF è prodotta dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, tassati alla fonte senza scampo. Le rendite finanziarie e quelle immobiliari, in percentuale, pagano meno. Gli autonomi e le imprese di dimensioni medio-piccole beneficiano di un sistema che — non per vocazione morale ma per architettura normativa — consente margini di sottrazione fiscale che il lavoratore dipendente non potrà mai permettersi.

Va però riconosciuto, con onestà, che questa categoria non è omogenea. Esistono lavoratori autonomi e liberi professionisti fiscalmente corretti, che dichiarano integralmente i propri redditi e sopportano un carico fiscale e contributivo elevato, senza le tutele — malattia, maternità, ammortizzatori sociali, TFR — di cui gode il lavoro dipendente. Questi contribuenti onesti subiscono una doppia penalizzazione: competono in condizioni di svantaggio con colleghi disonesti che abbattono il costo dei propri servizi grazie all’evasione, e si trovano esposti, più di chiunque altro, alle inefficienze della pubblica amministrazione — tempi biblici per autorizzazioni, pagamenti, rimborsi fiscali, accesso ai servizi — che per chi non ha un datore di lavoro si traducono in perdite dirette di reddito e di tempo. La soluzione non è l’indulgenza verso chi evade, ma la costruzione di un sistema di controlli efficace che smetta di premiare la disonestà e restituisca parità competitiva a chi le regole le rispetta.

Quanto vale il gap complessivo dell’evasione? Secondo la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva pubblicata dal MEF, nel solo 2021 sono stati evasi 82,4 miliardi di euro (Lavoce.info, ottobre 2024). Le stime più recenti dello stesso Ministero indicano un’evasione fiscale complessiva di circa 100 miliardi di euro l’anno, cifra che non include l’evasione legata all’economia sommersa (MEF, Relazione annuale 2024). La componente più rilevante riguarda l’IVA, stimata intorno ai 35 miliardi di euro annui, seguita dall’IRPEF non dichiarata e dall’IRES delle società. Non sono numeri marginali: sono risorse sistematicamente sottratte alla collettività, con l’indulgenza tacita di una politica che ha tutto l’interesse a non disturbare la propria base elettorale di riferimento.

La spesa: parsimonia selettiva.

Dal lato della spesa, da decenni si assiste a una progressiva compressione delle spese correnti, classificate come “meno produttive” rispetto agli investimenti. Il risultato è visibile a occhio nudo: strade dissestate, opere pubbliche che si deteriorano, amministrazioni svuotate di personale. Il blocco delle assunzioni, protratto in modo irrazionale per anni, ha paralizzato non solo il welfare pubblico — sanità, scuola, previdenza — ma anche le funzioni minime dello Stato: giustizia, sicurezza, pubblica amministrazione centrale e locale. Ne ha beneficiato il mercato privato, che si è insediato negli spazi lasciati vuoti, con il prevedibile aumento delle disuguaglianze nell’accesso ai servizi.

A questo regime di austerità generalizzata fanno eccezione, miracolosamente, le erogazioni alle imprese: esenzioni fiscali, agevolazioni all’accesso al credito, contributi a fondo perduto. La giustificazione è sempre la stessa: queste imprese creano lavoro. Vero. Fino a quando non decidono di smettere di crearlo in Italia.

Fiat è l’esempio più citato, e con ragione: decenni di sussidi pubblici, poi la progressiva migrazione produttiva verso l’estero, fino alla fusione con PSA e alla nascita di Stellantis, con sede legale ad Amsterdam. Ma il copione si è ripetuto altrove, e continua ancora oggi. Nel 2018 Whirlpool chiuse lo stabilimento piemontese della controllata Embraco, tagliando 500 posti per trasferire la produzione in Slovacchia — dove il costo del lavoro è più basso e la fiscalità più conveniente. Nel 2024, dopo l’acquisizione da parte del gruppo turco Arçelik e la nascita di Beko Europe, arrivò l’annuncio della chiusura di tre stabilimenti italiani con quasi 2.000 esuberi. Solo una lunga vertenza e l’impegno finanziario dello Stato hanno scongiurato, per ora, il peggio. Dodici anni di cassa integrazione, decenni di sussidi pubblici: ogni volta lo stesso copione — la multinazionale incassa, poi presenta il conto ai lavoratori e allo Stato.

Il debito pubblico: a chi vanno i soldi.

C’è un capitolo che viene raramente nominato nel dibattito pubblico, eppure è decisivo per capire dove finisce il denaro dei contribuenti. Da molti anni le entrate dello Stato superano le spese primarie — ovvero tutte le spese escluse gli interessi sul debito. Lo Stato, in altri termini, produce un avanzo primario: preleva dal sistema economico più di quanto non restituisca in servizi e investimenti. La differenza viene trasferita ai detentori del debito pubblico.

Chi sono? Secondo le rilevazioni di Banca d’Italia e dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, circa il 14% del debito è in mano a piccoli risparmiatori privati; il resto appartiene a investitori istituzionali — banche, fondi, compagnie assicurative — italiani e stranieri. Banca d’Italia sta progressivamente riducendo la propria quota, mentre cresce quella delle famiglie tramite polizze vita e fondi pensione. La redistribuzione, in questo schema, avviene in senso inverso rispetto a quanto proclamano i programmi elettorali: dai redditi da lavoro verso i redditi da capitale.

Che fare.

Ricomporre questo squilibrio richiede interventi su più livelli, che non possono essere elusi rimandando a tempi migliori.

Il primo è il ripristino di una progressività fiscale effettiva. Non si può continuare a tartassare lavoratori dipendenti e pensionati — che non hanno né la possibilità né gli strumenti per sottrarsi — mentre rendite finanziarie e immobiliari godono di aliquote di favore. Combattere l’evasione è necessario, ma non sufficiente: bisogna prima rimuovere le condizioni strutturali che la rendono conveniente, a partire da un sistema impositivo che smetta di penalizzare chi dichiara tutto e non premia chi non lo fa.

Il secondo è il finanziamento adeguato delle funzioni pubbliche: sanità, scuola, giustizia, sicurezza, amministrazione. Non come spesa improduttiva da tagliare, ma come investimento nella coesione sociale e nel funzionamento dello Stato di diritto. Ma sarebbe disonesto fermarsi qui. Chiedere ai cittadini — e in particolare a quelli che già pagano — di finanziare una macchina pubblica più grande senza contestualmente pretendere che quella macchina funzioni sarebbe una posizione politicamente fragile e moralmente incoerente. Efficacia ed efficienza della gestione pubblica non sono slogan liberisti: sono condizioni imprescindibili di legittimità. Uno Stato che chiede di più in tasse e restituisce code agli sportelli, pratiche perse, rimborsi che non arrivano, appalti mal gestiti e servizi scadenti non merita la fiducia dei contribuenti, e non la otterrà. Riformare la spesa pubblica — misurandone i risultati, responsabilizzando i dirigenti, premiando le amministrazioni virtuose — non è un’alternativa alla giustizia fiscale: ne è la precondizione politica.

Il terzo, più impopolare ma ineludibile, è una revisione della fiscalità sul patrimonio. Non una patrimoniale indiscriminata che colpisca i risparmi delle famiglie medie, ma un’imposta sulle grandi ricchezze e, prima ancora, una riforma sostanziale delle imposte di successione. Tutti i principali Paesi europei applicano regole più stringenti di quelle vigenti in Italia; fino agli anni Novanta anche il nostro ordinamento era molto più rigoroso. I margini per recuperare gettito da questa fonte esistono, e sarebbero socialmente più equi dell’alternativa attuale: continuare a finanziare lo Stato attraverso l’IVA e le accise, tasse che non distinguono tra ricchi e poveri.

Meglio far pagare chi ha che continuare a tartassare chi non può sfuggire.

La redistribuzione della ricchezza non è un’eresia.

Produzione e consumo costituiscono una coppia inscindibile: il consumo di beni, servizi, energia, attenzione, accompagna tutte le fasi della vita in genere e di quella umana in particolare.

Ogni persona consuma e ogni gruppo umano famiglia, tribù, civiltà, società impiega al proprio interno soggetti che oltre a consumare producono. Infatti nelle collettività ci sono soggetti che consumano e producono e soggetti che consumano senza produrre. 

Se  guardiamo alla nostra società, rileviamo che noi stessi riteniamo normale che alcune persone si limitino a consumare senza produrre: due esempi immediati sono i bambini e gli anziani. Il confine segnato dalle età tra consumatori puri e produttori – consumatori non è netto: alla fine ai bambini più grandi e consapevoli e agli anziani ancora attivi chiediamo delle forme di produzione sotto forma di collaborazione, di produzione di servizi sostitutiva rispetto a servizi che dovremmo ottenere verso un corrispettivo: immagino l’acquisto di beni di consumo familiare da parte del ragazzino e la vigilanza sui  bambini da parte dei nonni.

La più importante parte della produzione è comunque quella collegata ad attività di tipo professionale, svolta verso un corrispettivo: il lavoro; lavoro che la nostra Costituzione mette a fondamento della Repubblica.

Nella società occidentale, dopo tante lotte e aggiustamenti e al di là delle differenze di classe, l’attività lavorativa inizia alla fine dell’adolescenza e termina all’età in cui di norma l’efficienza fisica si riduce sotto una certa soglia.

Questo tipo di organizzazione ha generato una società in cui le persone lavorano per una porzione della loro vita lunga poco più di quarant’anni, a meno di arrivare prima ad un’età in cui si presuppone una riduzione significativa dell’ efficienza fisica.

Il sistema pensionistico negli ultimi quattro decenni è diventato sempre più avaro a causa  della sequenza di riforme previdenziali restrittive portate avanti dal centrodestra e dal centro-sinistra. Le motivazioni che hanno spinto verso questi cambiamenti sono riconducibili a due grandi gruppi di argomentazioni: da un canto la volontà di ridurre la spesa pubblica, dall’altro   le maggiori aspettative di spesa derivanti dal miglioramento dell’aspettativa di vita della popolazione.

Di fatto – tranne collocamenti a riposo legati a ristrutturazioni produttive e finalizzati a una riduzione dei costi per le imprese – si è proceduto nel tempo ad aumentare l’età di pensionamento dei lavoratori dipendenti.

Ciò ha comportato nel settore privato un invecchiamento del personale stabile, che fruisce di un quadro normativo più protettivo (che comunque si è provato a espellere dai i processi produttivi con l’Impiego di diversi ammortizzatori sociali) dall’altra parte dalla precarizzazione dei nuovi assunti, effettuata con l’impiego dei nuovi istituti contrattuali cosiddetti atipici. 

Nel settore pubblico invece all’invecchiamento di lavoratori assunti nel periodo antecedente le riforme restrittive di bilancio si è associata la drastica riduzione delle assunzioni causata dal blocco del turnover, con conseguente drastico invecchiamento della forza lavoro stabile.

In sintesi ciò che è successo negli ultimi decenni è stato l’aumento sia dell’età dell’ingresso nel mercato del lavoro, sia l’età di uscita. Di conseguenza si è innalzata l’età della parte  di popolazione che lavora , incrementando il numero dei giovani inattivi, con l’intento di ridurre la porzione di popolazione  anziana inattiva.

Il motivo è evidente: i giovani inattivi sono sostentati dalle famiglie, mentre gli anziani inattivi sono a carico della  previdenza pubblica. In sostanza anche qui ci si è mossi nella direzione di privatizzare i costi sociali.

L’operazione è motivata con l’aumento del numero degli anziani, associato alla riduzione del numero dei giovani attivi. 

In effetti sarebbe anche vero che nelle nostre società il numero dei giovani tende a diminuire, però nelle argomentazioni di chi vuole aumentare l’età per i pensionamenti si ignora che la produttività di ogni lavoratore di oggi è un  multiplo della produttività dei lavoratori di un tempo, anzi  il fabbisogno di lavoro umano per effetto dell’Innovazione tecnologica si è ridotto drasticamente ed questo trend continua in modo drammatico con l’automazione e con l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale.

Le precedenti considerazioni, sia l’invecchiamento della popolazione, sia la riduzione del fabbisogno di lavoro nei processi produttivi indotto dalle innovazioni tecnologiche, indicherebbero  che  per il sostegno della terza età si  stia verificando il superamento dell’efficacia redistributiva degli accantonamenti previdenziali. Ne frattempo la capacità produttiva globale continua a crescere, trovando limiti solo nella sostenibilità ambientale e nei conflitti su scala globale.

In questo contesto si scorge l’opportunità di riflettere sulle modalità di redistribuzione del flusso di  ricchezza prodotta, e sulla questione della progressività del prelievo fiscale. L’espressione  “produzione di merci a mezzo di merci”, felice espressione usata  da Pietro  Sraffa come titolo della sua opera più nota, evidenzia la capacità del capitale di incrementare la produttività dei processi.

Il fatto è che gli capitale sì appropria in toto degli incrementi produttttivi e in assenza di meccanismi di redistribuzione fiscale ciò ha indotto una crescita delle disuguaglianze che si avvicina sempre più al livello dei sistemi di produzione conosciuti alla fine dell’Ottocento.

Oltretutto livelli di disuguaglianza eccessivamente ampi inducono evidenti disfunzioni nei meccanismi dei sistemi democratici, i quali per funzionare bene hanno bisogno che i cittadini vivano in condizioni   non solo formali di limitazione delle diseguaglianze. È più facile condizionare le preferenze politiche di una persona in condizioni di bisogno, così come è intuitivo che grandi disponibilità economiche possano essere usate per procurarsi i mezzi di creazione del consenso. Gli esempi di Berlusconi e di Trump sono lì a dimostrarlo.

Invece si è imposta una visione collettiva per cui chi è ricco non va disturbato, perché merita la sua posizione per l’impegno profuso da lui o dai suoi danti causa, mentre chi è povero merita il proprio destino, poiché non è stato abbastanza volenteroso da salire i gradini della scala socioeconomica. 

Il fatto è che sostituire le contribuzioni previdenziali con un’imposizione fiscale orientata verso le più alte fasce di reddito costituirebbe un incentivo importante all’impiego di lavoro, eliminando il cosiddetto cuneo fiscale e costituirebbe anche una riduzione dell’imposizione sui lavoratori, con un importante aumento del reddito disponibile per i consumi.

Il problema più complicato rimane andare controcorrente per  convincere un numero adeguato di persone di quella che per la cultura oggi egemonica è una vera eresia: redistribuire la ricchezza. Anche perché l’egemonia culturale dell’attuale accezione del capitalismo è tanto forte da rendere complicato anche solo  immaginare un’organizzazione della società che ne curi le criticità.