Andiamo al punto: “precario”, aggettivo, contrassegnato da una provvisorietà costantemente minacciata dal sopraggiungere di eventi pericolosi o addirittura catastrofici, dal latino “precarius” ovvero “ottenuto con preghiere”.

Come direbbe una vecchia pubblicità, basta la parola. Basterebbe, la parola.

E invece no, perché la condizione di pericolo (e la sensazione di pericolo) dipende dall’insieme del contesto in cui le minacce si sviluppano.

Guidare l’automobile è oggettivamente pericoloso. I morti sulla strada si contano a migliaia ogni anno solo in Italia. Eppure lo è meno se si guida a mente lucida invece che sotto l’effetto di alcool e droghe, e se si rispetta il codice della strada invece che scambiare ogni vicolo della città per un circuito da corsa. E nel momento in cui ci si mette alla guida ubriachi, quella vita diventa precaria per quel tempo. E spesso si spezza, mettendo fine alla sua naturale provvisorietà.

Se pensiamo alla vita di un essere umano “normale”, è chiaro come essa sia in fondo la ricerca di prospettive, di certezze, con cui bilanciare questo essere provvisori. Si cerca di costruire famiglie, affetti, reti sociali. Ci si lega a un luogo, per nascita o per scelta. E si rende sostenibile il tutto tramite un progetto di relativa solidità economica, progetto che occupa e struttura la nostra vita dall’infanzia fino all’ingresso nell’ultima delle età. Questa stabilità, nell’immaginario collettivo, si lega al lavoro.

Eppure, questa è una illusione ottica. Esistono molte persone che hanno lavori strutturalmente instabili senza per questo cadere nella precarietà: il singolo lavoro è provvisorio ma le prospettive di reddito non lo sono, in quanto le loro figure sono sufficientemente richieste (e la loro rete di relazioni sufficientemente robusta) da permettere loro di avere sempre nuove opportunità. Questi sanno che ricadranno comunque in piedi.

Il precario, non lo sa.

Perché magari ha anche un contratto a tempo indeterminato, cioè non sa quando sarà licenziato, ma sa che lo sarà al primo colpo di vento.

Sa che gli potrà essere imposto un trasferimento a centinaia (se va bene) chilometri di distanza, rendendo precari i suoi luoghi ed il sistema di relazioni che a quel luogo è legato.

E sa che non può offrire nessun progetto solido, nessuna prospettiva davvero rassicurante alle persone che decidono di condividere la sua vita. Ai suoi figli, quando un momento di folle ottimismo ne ha generati.

Il precario non può fare progetti, perché è schiavo della sopravvivenza presente.

Il precario non può legarsi a nulla, perché non può fermarsi in alcun luogo.

Il precario non può sperare nulla, perché non può darsi una direzione.

A lui, non resta che “pregare”.

Essere precario è una condizione di vita. Anzi, di esistenza. Vivere, è un’altra cosa.

Questo è il nostro mondo, diviso sempre più nettamente tra chi è “dentro” e chi è “fuori”. E se una volta solo i secondi erano precari, ora in fondo lo sono anche i primi, sempre più assillati dall’ansia di diventarlo.

Lavori precari. Affetti precari. Amicizie precarie. Famiglie precarie. Luoghi precari.

Ma sempre col sorriso sulle labbra, facendo finta di essere stabili.

Per non farsi riconoscere come pericolo dagli altri.

Per non perdere almeno l’illusione (precaria anch’essa) che anche oggi, forse, domani succederà qualcosa.

Claudio Pirrone

Palermo protesta magistrati onorari (precari)

 

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