Il sistema metrico occidentale: I doppi standard della moralità pubblica nelle guerre dal 1967 a oggi.

Un’analisi su come l’opinione pubblica occidentale applichi misure etiche diverse a seconda di chi commette la violenza — e su ciò che questa asimmetria racconta di noi.


1. Due guerre, due moralità

Il settembre 2026 ci trova di fronte a una fotografia geopolitica che nessuno avrebbe scommesso solo quattro anni fa. A Gaza, un cessate il fuoco tecnicamente in vigore dall’autunno 2025 convive con raid israeliani che continuano a mietere vittime civili, con una Striscia in cui oltre il 90% della popolazione è stata sfollata almeno una volta, in cui il 70% del territorio è soggetto a ordini di evacuazione o è militarizzato, e dove oltre 247.000 persone risultano morte o ferite dall’ottobre 2023, comprese 1.180 vittime registrate dopo l’annuncio della tregua. A maggio 2026, il bilancio degli operatori umanitari uccisi superava quota 595

. Le immagini satellitari raccontano di 2.500 edifici demoliti anche dopo il cessate il fuoco, molti oltre la cosiddetta “linea gialla” che delimitava le aree di operazione concordate.

Striscia di Gaza – Città di Rafah settembre 2026. fonte Google Earth.

Nel contempo, in Ucraina, il conflitto entra nel suo quinto anno con negoziati trilaterali Russia-Stati Uniti-Ucraina tenutisi a Ginevra nel febbraio 2026, i primi a mettere formalmente sul tavolo la questione territoriale: Mosca chiede l’intero Donbass e il riconoscimento dell’annessione di Crimea e delle quattro regioni occupate, Kiev si ancora alle linee del fronte.

Questi due conflitti, accaduti sulla stessa decade, sono stati — e in parte continuano a essere — giudicati dall’opinione pubblica mainstream secondo grammatiche morali differenti. Non diciamo che siano conflitti identici: lo Stato di diritto internazionale applica categorie diverse a un’invasione di uno Stato sovrano riconosciuto e a un’occupazione decennale in un territorio il cui statuto giuridico è oggetto di disputa. Ma il punto è un altro. Per anni, le reti televisive occidentali hanno trattato i bambini ucraini in fuga da Mariupol’ come vittime sacre di un’aggressione, mentre i bambini di Khan Younis, estratti dalle macerie con la polvere bianca dei vestiti, venivano inquadrati in un dibattito “complesso” in cui le ragioni di Israele occupavano sistematicamente la metà dello spazio, per non dire di più. Una condizione umanitaria che oltre venticinque ministri degli esteri hanno definito come “proporzioni inimmaginabili”, con una carestia diffusa “davanti ai nostri occhi”, ha convissuto per mesi con la retorica della “guerra giusta” dello stato ebraico.

Ucraina – Città di Borodyanka – Maggio 2022

L’obiettivo di questo articolo non è stabilire chi abbia torto o ragione in ciascun conflitto, né ridurre l’uno o l’altro a un paradigma. È invece più umile e più scomodo: mostrare come la valutazione etica della violenza politica da parte dell’opinione pubblica mainstream (quella delle redazioni principali, dei palinsesti televisivi, dei dibattiti sui quotidiani di riferimento) sia stata storicamente selettiva, e come questa selettività non sia un’anomalia recente, ma la cifra strutturale di almeno sessant’anni di politica internazionale raccontata dall’Occidente.

Per “doppio standard” intendiamo la pratica di applicare principi morali dichiaratamente universali – il diritto internazionale, il divieto di aggressione, la protezione dei civili, il rispetto dei trattati – in modo diseguale, in funzione dell’identità dell’agente che li viola. Un doppio standard non è semplice ipocrisia individuale: è un meccanismo collettivo di produzione dell’attenzione, in cui chi decide cosa è uno scandalo e cosa è un incidente determina, di fatto, la gerarchia del dolore umano.

2. La mappa attuale delle asimmetrie.

Cominciamo dai due conflitti che strutturano il presente, perché offrono la fotografia più nitida del fenomeno.

Ucraina: l’aggressione impossibile da mitigare.

Il 24 febbraio 2022 la Russia di Vladimir Putin invade un Paese vicino sovrano, riconosciuto dall’ONU, violando gli articoli 2 e 51 della Carta delle Nazioni Unite. La condanna dell’opinione pubblica occidentale è stata immediata, quasi unanime, e il lessico è stato quello dei principi inderogabili: i confini non si cambiano con la forza, le popolazioni non si annettono, i referendum organizzati sotto occupazione militare non hanno validità. Nessun quotidiano di riferimento ha trattato l’invasione come un “conflitto dai risvolti complessi” in cui “entrambe le parti hanno le loro ragioni”. La rottura dei trattati di Minsk, la presenza di elementi di estrema destra nelle file ucraine (documentata, ma strumentalizzata da Mosca), i bombardamenti sul Donbass tra il 2014 e il 2022: tutti questi elementi, pur discussi, non hanno mai messo in discussione il quadro morale di fondo — l’aggressore e l’aggredito.

È stata, per dirla con un termine tecnico, un’applicazione corretta e rigorosa del diritto internazionale: la prima dopo molto tempo, alcuni direbbero.

Gaza: la complessità come tecnica di diluizione

Il 7 ottobre 2023 Hamas compie un massacro su scala coordinata: circa 1.200 civili israeliani uccisi, centinaia di ostaggi rapiti. La risposta israeliana, l’operazione “Spade di ferro” e poi la conquista terrestre della Striscia, ha prodotto nel primo anno di guerra un numero di vittime civili nell’ordine delle decine di migliaia. La copertura mediatica mainstream occidentale, soprattutto negli Stati Uniti e in parte dell’Europa, ha operato però un lavoro di inquadramento differente: mentre per l’Ucraina i civili erano “vittime”, per Gaza i civili erano “il prezzo di una guerra contro il terrorismo”, da contestualizzare con la “sicurezza di Israele”, con il “diritto alla difesa”, con la “complessità storica” del conflitto.

Le parole di ordinanza lo dimostrano. “Il diritto di Israele a difendersi” è stato pronunciato da ogni cancelleria occidentale nell’ottobre 2023; la formula equivalente per l’Ucraina non ha mai avuto bisogno di essere pronunciata, perché era implicita. Quando a marzo 2024 Human Rights Watch definiva l’assedio totale della Striscia, col taglio di elettricità, cibo, carburante, una “esortazione a commettere un crimine di guerra”, la maggior parte dei mainstream occidentali ha trattato la denuncia come opinione di parte, mentre le dichiarazioni analoghe sull’invasione russa venivano riportate come constatazione di fatto.

Il meccanismo si è ripetuto a ogni escalation: i raid su obiettivi civili russi hanno fatto notizia come crimini; i raid israeliani su campi profughi, scuole ospedali hanno fatto notizia come “operazioni” di cui “almeno una parte della responsabilità va ricercata in Hamas”. Quando nel giugno 2025 ventinove ministri degli esteri hanno firmato una dichiarazione affermando che la popolazione di Gaza “è brutalmente priva di protezione” e che “condanniamo la distribuzione a gocce degli aiuti e l’uccisione disumana di civili, compresi bambini, che cercano di soddisfare i loro bisogni più elementari di acqua e cibo”, i principali mezzi di informazione anglosassoni hanno dato alla notizia un peso notevolmente inferiore rispetto a dichiarazioni di analoga gravità riguardanti l’Ucraina.

La variabile alleanza.

Cosa distingue i due casi, dal punto di vista del mainstream occidentale? Non il numero delle vittime civili, che a Gaza è maggiore. Non la violazione del diritto internazionale, che in entrambi i casi è documentata (con sfumature diverse). La variabile decisiva è l’alleanza: Israele è un partner strategico degli Stati Uniti, la Russia è un avversario dichiarato. L’Ucraina riceve armi, soldi e copertura mediatica perché è percepita come vittima del nemico; Gaza riceve cautela, “equilibrio” e formulazioni ambigue perché l’aggressore è un alleato.

Questo è il primo doppio standard, e non è certo il primo della storia. Ma per capirne la radice dobbiamo risalire la corrente.

3. Il 1967 e l’invenzione della “guerra preventiva giustificata”

La guerra dei Sei Giorni, giugno 1967, è uno dei nodi fondamentali. Israele, attaccando preventivamente, o come si disse, anticipando militarmente una mobilitazione egiziana che appariva offensiva, annette in sei giorni la Cisgiordania, Gaza, il Golan e il Sinai. L’opinione pubblica occidentale dell’epoca celebra una vittoria quasi biblica: Davide contro Golia, la democrazia assediata che si difende. La parola “occupazione” impiega anni ad entrare nel vocabolario mainstream, e quando entra, entra con le virgolette.

Egitto 5 Giugno 1967:Aerei da guerra egiziani giacciono distrutti sulla pista dopo un attacco preventivo dell’Aeronautica israeliana, avvenuto il 5 giugno 1967 contro gli aeroporti egiziani all’inizio della Guerra dei sei giorni. (Photo by GPO via Getty Images)

Il paragone con le guerre contemporanee è istruttivo. Un attacco preventivo condotto da qualsiasi altro Paese — pensiamo al Giappone a Pearl Harbor, paradigma assoluto dell’aggressione ingiustificabile — è moralmente inaccettabile. Quando lo compie un alleato, diventa “preemption”, prevenzione, difesa anticipata. È la stessa logica che nel 2003 giustificherà l’invasione dell’Iraq, e che nel 2023-2024 giustificherà la distruzione di interi quartieri di Gaza in nome della lotta a Hamas.

Anche qui non si tratta di giudicare la specificità storica della minaccia percepita da Israele nel 1967. Si tratta di notare che l’etichetta morale applicata – aggressione o legittima difesa – dipende dalla posizione dell’agente nel sistema di alleanze occidentali, non da un criterio uniforme. Il principio della Carta dell’ONU, secondo cui la forza armata è lecita solo in caso di aggressione effettiva o di autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, viene applicato con “flessibilità interpretativa”.

Nello stesso anno, l’opinione pubblica americana si scopre mobilitata contro la guerra del Vietnam, ma con ritardo e selettività. Le vittime civili vietnamite (milioni di morti nel conflitto, centinaia di migliaia solo dal bombardamento) sono per anni un sottotitolo rispetto al trauma americano dei 58.000 soldati statunitensi caduti. Il massacro di Mỹ Lai (1968), in cui le truppe americane uccisero tra i 300 e i 500 civili in un solo villaggio, arriva ai giornali solo dopo più di un anno, grazie al lavoro di Seymour Hersh, e anche allora il dibattito pubblico si concentra più sulla copertura militare che sull’evento stesso. La domanda retorica che attraversa quegli anni — “che ci facciamo laggiù?” — è incentrata sui ragazzi americani, non sui vietnamiti. Il dolore degli alleati conta intero; il dolore degli altri conta come contesto.

4. Gli anni ’70: il colpo di stato amico e il genocidio lontano

Il 1973 vede in Cile un colpo di stato militare appoggiato dagli Stati Uniti contro il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Il regime di Pinochet inaugura una stagione di desaparecidos, tortura, uccisioni sistematiche: oltre 3.000 morti e sparizioni certificate, decine di migliaia di torturati. L’opinione pubblica mainstream americana e europea, all’epoca, registra l’evento con preoccupazione ma senza la mobilitazione morale che avrebbe accompagnato un colpo di stato comunista. Henry Kissinger, artefice della politica di sostegno al golpismo latinoamericano, riceverà anni dopo il Nobel per la pace (1973, per il Vietnam) mentre i documenti che inchiodano la CIA al sostegno del golpe cileno verranno resi pubblici solo a decenni di distanza.

Santiago del Cile- -Il palazzo della Moneda Bombardato dall’esercito golpista di Pinochet

Ancora: nel dicembre 1975, l’Indonesia di Suharto — alleata degli Stati Uniti — invade il Timor Est, all’epoca colonia portoghese che aveva appena proclamato l’indipendenza, e ne compie un’occupazione che nei ventiquattro anni successivi costerà tra i 100.000 e i 200.000 morti, su una popolazione di circa 800.000 persone: proporzioni genocidarie. La copertura mediatica occidentale è quasi nulla. Il presidente Ford e Kissinger visitano Giacarta due giorni prima dell’invasione e, secondo i documenti desegretati, danno luce verde. Nessun embargo, nessuna risoluzione vincolante, nessuna campagna di solidarietà comparabile a quelle per i dissidenti dell’Europa orientale. Quando nel 1999 — ventiquattro anni dopo — l’intervento internazionale finalmente arriva, lo fa per ragioni di stabilità regionale post-Cold War, e viene raccontato come fine di una “anomalia”, non come conseguenza di mezzo secolo di complicità.

Timor Est – Esercito Indonesiano aggredisce il territorio di Timor est.

Il Vietnam, al contrario, occupa la scena perché coinvolge truppe occidentali. Ma anche qui il doppio standard è evidente: il bombardamento segreto della Cambogia (1969-1973), che miete tra i 50.000 e i 150.000 morti civili, passa pressoché inosservato finché non viene svelato; e la strage perpetrata dai Khmer Rossi che ne segue – uno dei genocidi più estesi del secolo – riceve attenzione in Occidente solo retrospettivamente, quando serve a giustificare l’intervento vietnamita in Cambogia del 1978, a sua volta condannato dall’ONU con un’ambiguità che rasenta il teatro dell’assurdo: i Khmer Rossi mantengono per anni, dopo il genocidio, il seggio all’Assemblea Generale con il voto favorevole degli Stati Uniti, che preferiscono il regime genocida al governo filovietnamita.

Viet Nam – Bambini scappano dalle bombe al napalm

La lezione di questi anni è chiara: le vittime di un alleato — o di un’azione di un alleato — hanno bisogno di numeri molto più grandi, o di un tempo molto più lungo, per diventare oggetto di scandalo morale.

5. Gli anni ’80: la fabbrica dei nemici.

Il decennio in cui la Guerra Fredda rientra definitivamente nel vocabolario comune è anche il decennio in cui la fabbricazione dei doppi standard raggiunge il suo apice industriale.

L’Iraq di Saddam: nemico un giorno, alleato il giorno prima

Saddam Hussein invade l’Iran nel settembre 1980, iniziando una guerra di otto anni che costerà tra i 500.000 e il milione di morti. Gli Stati Uniti, temendo l’espansione khomeinista, appoggiano — armi, intelligence, assistenza finanziaria — il regime baathista iracheno, che nel 1988 commette il genocidio dell’Anfal contro i curdi, culminato nell’attacco con i gas di Halabja, con migliaia di vittime civili. L’opinione pubblica occidentale di allora registra l’evento con indignazione contenuta e nessuna conseguenza per Baghdad. La storia americana dell’Iraq insegna perfettamente la flessibilità dell’etichetta morale: Saddam è un alleato fino al 1990, quando invade il Kuwait e diventa il “nuovo Hitler” in poche settimane; poi è di nuovo “contenuto” attraverso sanzioni per dodici anni; poi è di nuovo il “nuovo Hitler” nel 2003; poi, dopo la caduta, il dibattito si sposta sul costo della guerra per gli americani. La scala di giudizio non è mai stata applicata allo stesso modo a due fasi consecutive dello stesso regime.

L’Afghanistan: la resistenza giusta, i risultati scomodi.

Nel dicembre 1979 l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan. L’Occidente appoggia i mujaheddin, i “combattenti per la libertà” celebrati addirittura alla Casa Bianca — come nel famoso caso di Reagan che riceve i combattenti afghani come eroi della libertà. La valutazione etica dell’epoca è unanime: un popolo che resiste a un’invasione imperialista. Giusto. Ma quella stessa guerra, quella stessa resistenza, genera i talebani, Al Qaeda e l’11 settembre. Il rovescio del doppio standard non è solo morale, è strategico: il nemico di oggi è costruito con gli strumenti dell’etica di ieri.

L’Irangate: quando le regole valgono per tutti, tranne…

Nel 1986 si scopre che l’amministrazione Reagan ha venduto segretamente armi all’Iran – ufficialmente nemico dichiarato, designato sponsor del terrorismo – per finanziare illegalmente i Contras nicaraguensi, che commettono sistematicamente violazioni dei diritti umani contro il governo sandinista. Lo scandalo Irangate produce inchieste, ma nessuna valutazione morale paragonabile a quella riservata alle manovre sovietiche equivalenti. I Contras restano per anni “resistenza democratica” nella retorica mainstream americana, nonostante le relazioni della CIA stessa che documentano le esecuzioni sommarie.

6. Il 1991: la prima guerra giusta della televisione

La Prima guerra del Golfo è l’evento che segna la maturità dell’etica televisiva della guerra. L’invasione irachena del Kuwait è un’aggressione indiscutibile, la coalizione internazionale ha mandato ONU, e la campagna di bombardamenti su Baghdad — una delle più intense della storia fino ad allora — viene trasmessa in diretta mondiale come spettacolo quasi puro: immagini notturne di intercettazioni missilistiche, statistiche di “precisione chirurgica”. Le vittime civili irachene (stime tra i 3.000 e i 13.000 morti nei bombardamenti) sono una nota tecnica; la strage di soldati iracheni in ritirata sulla “via della morte” non fa scalpore.

Ma è l’embargo che segue, durato fino all’invasione del 2003, il vero caso di studio. Le sanzioni economiche contro l’Iraq — mantenute dal Consiglio di Sicurezza sotto pressione americana e britannica — hanno, secondo stime ONU, causato nel corso degli anni Novanta oltre mezzo milione di morti tra i bambini iracheni, a causa della mancanza di medicine e cibo. Nel 1996 la conduttrice Lesley Stahl chiede all’ambasciatrice Madeleine Albright se il prezzo “valga la pena”; la risposta — “il prezzo, secondo noi, vale la pena” — diventa celebre, ma non genera la mobilitazione morale che qualsiasi cifra simile legata a un avversario avrebbe generato. L’embargo è una forma di violenza indiretta, e la violenza indiretta degli alleati è il tipo di violenza che l’opinione pubblica fatica di più a vedere. Quando nel 2003 si invade per “liberare” l’Iraq dall’uomo che si è contribuito a sostenere, l’arco narrativo è completo: dittatore alleato, dittatore nemico, popolazione sanzionata, popolazione “liberata” — quattro fasi, quattro regimi morali.

7. Il 1999: la guerra umanitaria senza mandato

Il bombardamento della Jugoslavia di Slobodan Milošević nella primavera del 1999, condotto dalla NATO senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, è il caso più interessante perché rovescia la polarità abituale. Qui l’Occidente viola esplicitamente il diritto internazionale (l’articolo 53 della Carta vieta l’uso della forza senza mandato ONU) in nome di un diritto superiore, l’intervento umanitario. La retorica del “coraggio morale”  degli interventisti contro il “realismo politico” di chi non ignora i veti al Consiglio di sicurezza dell’ONU  domina il discorso pubblico.

E la cosa più significativa: funziona. L’opinione pubblica occidentale accetta, quasi gioisce. Perché per la prima volta il doppio standard si svela come tale: la legge vale tranne quando la violiamo noi per un bene più alto. Il problema, come avrebbero dimostrato gli anni successivi, è che questa eccezione — l'”interventismo umanitario” — è estremamente selettiva nel suo applicarsi. Non ci sono stati bombardamenti “umanitari” per il Darfur (dal 2003, oltre 300.000 morti), per il Congo (milioni di morti tra il 1998 e il 2003, il conflitto più letale dal 1945, quasi invisibile nei palinsesti), per lo Yemen (dove la coalizione saudita, armata da Stati Uniti e Regno Unito, ha prodotto una delle crisi umanitarie più gravi del secolo tra il 2015 e il 2022, con oltre 150.000 morti dirette e indirette). Il principio dell’intervento umanitario, a ben vedere, non è mai stato un principio: è stato un’etichetta applicabile solo dove l’intervento era geopoliticamente conveniente. La selettività non è un difetto del principio: è il principio.

8. L’11 settembre e l’età della sospensione permanente

Gli attacchi del 2001 producono la più riuscita sospensione del giudizio etico collettivo della storia recente. La “war on terror” introduce una categoria etica nuova: la sospensione. Le regole del diritto internazionale — trattamento dei prigionieri, divieto di tortura, diritto di guerra — vengono dichiarate formalmente in vigore e sospese di fatto. Le prigioni segrete della CIA, il programma di “rendition”, Guantanamo, la tortura sistematica documentata nei rapporti del Senato americano (pubblicati solo nel 2014), la guerra dell’Afghanistan con i suoi matrimoni bombardati e le sue incursioni notturne: tutto questo convive per anni con l’autopercezione occidentale di custode universale dei valori.

L’invasione dell’Iraq del 2003, costruita su intelligence falsificata sulle armi di distruzione di massa, è la violazione più grave del divieto di aggressione dalla fondazione dell’ONU — lo stesso divieto che nel 2022 verrà invocato contro la Russia con perfetta legittimità. Eppure il dibattito pubblico mainstream dell’epoca si divide tra sostenitori e contrari, con i primi che parlano di “liberazione” e i secondi di “errore strategico”. Notiamo la differenza semantica: per l’Iraq l’invasione sbagliata è un errore; per l’Ucraina l’invasione russa è un crimine. L’errore appartiene a chi ha buone intenzioni; il crimine appartiene al nemico. Lo stesso principio — la legittimità del ricorso alla forza — valutato secondo l’intenzione attribuita all’agente, non secondo l’effetto sulle vittime.

Gli effetti sui civili iracheni — centinaia di migliaia di morti secondo le stime più serie, 4 milioni di sfollati, la nascita di Daesh — sono stati per anni contabilizzati come conseguenza collaterale di un progetto nobile fallito. Nessuna commissione d’inchiesta internazionale, nessun tribunale, nessuna sanzione contro i responsabili. Tony Blair riceve la Legion d’Onore. La legge si applica ai perdenti e ai nemici.

9. Le meccaniche del doppio standard.

A questo punto conviene chiedersi come funziona il meccanismo, perché non è solo cinismo governativo: è un processo collettivo, mediatico e psicologico, che ha almeno cinque ingranaggi.

Il primo è la geografia della vicinanza. La sofferenza dei vicini culturali — europei, israeliani, americani — viene percepita come dolorosa, quella dei lontani come informativa. Il giornalista si pone la domanda “che senso ha?” di fronte a un bambino ucraino; di fronte a un bambino sudanese si pone la domanda “che sta succedendo?”. La prima domanda genera indignazione, la seconda curiosità.

Il secondo è la teoria del sospetto. Quando un nemico uccide civili, l’evento conferma la sua natura criminale: è prova. Quando un alleato uccide civili, l’evento richiede indagine: potrebbe essere errore, provocazione, falsificazione, effetto delle tattiche nemiche. La falsificazione dei casi di violenza — reale o presunta — diventa lo strumento retorico standard per screditare in anticipo ogni futura denuncia: una tecnica che oggi chiunque riconosce nella propaganda russa su Bucha, ma che è stata applicata identica, per decenni, dagli alleati.

Il terzo è la rilevanza strategica. Gli eventi legati agli interessi dell’osservatore diventano “storici”; gli altri diventano “umanitari”. La guerra in Ucraina è una crisi geopolitica – l’ordine internazionale, la NATO, l’energia – e la dimensione umanitaria ne consegue; la guerra in Yemen era una crisi umanitaria -la dimensione strategica, quella degli armamenti occidentali, ne era la parte nascosta.

Il quarto è la cronologia morbida. I conflitti degli alleati hanno una storia che inizia quando l’alleato subisce il primo attacco; i conflitti dei nemici hanno una storia che inizia quando il nemico compie la prima aggressione. Gaza nel 2023 “inizia” il 7 ottobre per il mainstream occidentale; il blocco dal 2007, le operazioni del 2008, 2012, 2014, 2021, gli insediamenti in Cisgiordania sono “contesto”. L’Ucraina, per la stessa logica ma con polarità opposta, “inizia” il 24 febbraio 2022 per l’Occidente e il 2014 (o il 1991, o il 2008, o il 2014) per la Russia. Chi controlla l’inizio della storia controlla la colpa.

Il quinto è il diritto penale asimmetrico. I tribunali internazionali esercitano la giurisdizione sui nemici sconfitti e raramente sugli alleati vincenti. La Corte Penale Internazionale emette mandati di arresto per Putin e per i vertici di Hamas, e discute (con ritardo e dibattito infuocato) quelli per Netanyahu; non ha mai indagato sulla coalizione saudita nello Yemen né, ovviamente, su Bush e Blair. La giustizia internazionale esiste ed è preziosa, ma il suo esercizio pratico conferma la gerarchia: i mandati vanno dove non ci sono alleati da proteggere.

10. La radice: l’impero del bene

Tutto questo, naturalmente, non nasce con la Guerra Fredda né muore con essa. Nasce con una costruzione identitaria più profonda: l’Occidente come depositario universale dei valori. Da questa autopercezione derivano due conseguenze simmetriche. La prima: le violazioni occidentali (o dei suoi alleati) sono deviazioni da un principio che resta valido, e quindi perdonabili come errori. La seconda: le violazioni degli avversari sono manifestazioni di un principio opposto, e quindi conferme di una natura essenziale. L’alleato ha una morale che a volte fallisce; il nemico è il male che a volte traveste. Non è un caso che nel discorso pubblico occidentale la colpa dell’alleato sia sistematicamente descritta con sostantivi astratti — “fallimento”, “errore”, “eccesso”, “complessità” — mentre la colpa del nemico sia descritta con sostantivi esistenziali: “aggressione”, “barbarie”, “totalitarismo”, “terrorismo”.

Edward Said, parlando del caso mediorientale, chiamava questo meccanismo “orientalismo”: la capacità di rappresentare l’altro come oggetto di studio e di intervento piuttosto che come soggetto morale. Il fratello minore dell’orientalismo è l'”esenzionalismo dell’alleato”: la capacità di rappresentare l’alleato come soggetto morale complesso, con le sue paure, le sue ragioni storiche, i suoi traumi — capacità che, attribuita a un nemico, si chiama “capitolo e versamento”, “propaganda”, “whataboutism”.

Ed è qui che si situa il confine più delicato dell’analisi: denunciare i doppi standard non significa negare che esistano aggressioni, crimini, responsabilità oggettive. L’invasione russa dell’Ucraina resta un’aggressione anche se l’Iraq fu invaso nel 2003; il massacro del 7 ottobre resta un massacro anche se Gaza è occupata; i crimini di Hamas restano crimini anche se Israele ha violato il diritto internazionale per anni. Il doppio standard non cancella i fatti: cancella la coerenza del metro di giudizio. E chi si lamenta del whataboutism dovrebbe considerare che il whataboutism è il sintomo di un’ipocrisia preesistente, non una malattia indipendente: le accuse speculari funzionano solo perché l’accusatore ha una storia consultabile.

11. Cosa resta, a settembre 2026

Guardando al presente da questa prospettiva, alcuni segni sono ambivalenti. Da un lato, la sensibilità è aumentata: la copertura della guerra a Gaza, per quanto dibattuta, è stata più approfondita di quella di qualsiasi guerra mediorientale precedente; i dibattiti universitari americani, le inchieste giornalistiche (dal New York Times ai siti di open source investigation), la pressione delle organizzazioni umanitarie hanno reso più difficile l’esenzione totale di Israele dal giudizio morale. Le dichiarazioni dei governi (come quella dei ventinove ministri del luglio 2025 che hanno definito “inaccettabili” le violenze dei coloni in Cisgiordania e le sofferenze dei civili a Gaza) hanno costretto a un grado di critica superiore rispetto al passato.

Dall’altro, la struttura non è cambiata. La trattazione del conflitto ucraino resta asimmetrica nella direzione opposta — le vittime civili russe dei bombardamenti ucraini sul territorio della Federazione, i crimini documentati delle forze ucraine, il silenzio sul costo umano ucraino quando risulta imbarazzante — così come la copertura di Gaza resta difforme tra paesi e testate, con l’apparato diplomatico occidentale ancora incapace di tradurre le proprie condanne in strumenti vincolanti. E nel Mediterraneo, nel Sahel, nel Myanmar, nei conflitti che non coinvolgono direttamente gli interessi occidentali, l’attenzione rimane inversamente proporzionale alla distanza culturale.

Il rischio più serio non è nemmeno l’ipocrisia in sé — le ipocrisie si smontano — ma il suo effetto corrosivo a lungo termine sul diritto internazionale. Se il divieto di aggressione vale pienamente contro la Russia e parzialmente per Israele, se le sanzioni colpiscono Mosca e non Riad, se i mandati di cattura arrivano per Putin ma non per chi ha bombardato lo Yemen, il diritto internazionale smette di essere un linguaggio universale e diventa un dialetto della potenza. E quando il dialetto smette di essere credibile, resta solo la potenza: che è precisamente la giustificazione che usano Putin, Netanyahu, Trump e chiunque altro voglia farsi giustizia da sé.

La via d’uscita non è un moralismo illusorio che pretenderebbe valutazioni identiche per situazioni diverse — le situazioni sono diverse, e rifiutare di vederlo è la forma peggiore di relativismo. È piuttosto un impegno più modesto e più faticoso: applicare il proprio metro anche quando fa male, ossia anche agli alleati; sospendere il beneficio del dubbio anche quando il sospetto riguarda noi; e riconoscere che la coerenza etica non è un lusso per filosofi, ma l’unica valuta in cui il diritto internazionale può continuare a essere scritto.

Sessanta anni di storia ci insegnano che l’opinione pubblica è capace di indignazione autentica e di mobilitazione reale. La domanda — la stessa dal 1967 — è solo si chi decide di svegliarla?


Bibliografia

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Sitografia


I fenicotteri protestano. Noi no.

Due governi, due popoli, una domanda senza risposta
C’è una laguna in Albania, la laguna di Narta, dove vivono fenicotteri, foche monache, tartarughe marine e duecento specie di uccelli migratori. A maggio 2026 sono arrivati i camion. Ruspe, materiali da costruzione, movimento terra. Senza valutazione d’impatto ambientale e ovviamente nessuna consultazione pubblica. L’obiettivo era realizzare un resort di lusso da cinque miliardi di euro, finanziato da Affinity Partners, il fondo di Jared Kushner, genero e consigliere di Donald Trump.
In diciotto giorni, centomila albanesi sono scesi in piazza con fenicotteri gonfiabili rosa. La “Rivoluzione dei Fenicotteri” ha costretto il Parlamento europeo a occuparsi di una laguna che la maggior parte degli europei non saprebbe indicare su una cartina.
Nello stesso periodo, in Sicilia, al resort Mangia’s di Brucoli, in provincia di Siracusa, arrivavano i pullman di dipendenti dell’Ashtrom Group, la grande azienda israeliana dell’immobiliare e delle infrastrutture, inserita nel database ufficiale dell’OHCHR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, per il suo coinvolgimento nella costruzione di insediamenti che il diritto internazionale qualifica come illegali nei territori palestinesi occupati. Ad accoglierli pattuglie della polizia che bloccavano chiunque si avvicinasse.
Quattro cittadini catanesi sono stati fermati e identificati su una strada pubblica, per essere transitati a bordo della propria auto mentre i pullman passavano. In Sardegna, pochi mesi prima, chi aveva protestato davanti a un altro resort Mangia’s aveva ricevuto il foglio di via dalla questura.
Gli Italiani non hanno prodotto nessuna reazione.

Due governi, una logica analoga
Il governo Rama in Albania e il governo Meloni in Italia hanno fatto, in sostanza, la stessa cosa: hanno aperto le porte a interessi economici che i rispettivi cittadini non hanno mai potuto discutere, modificando le regole in modo opaco e mettendo a disposizione risorse pubbliche per facilitare il tutto. In Albania, la legge sulle aree protette è stata riscritta nel 2024 con la categoria del “turismo di eccellenza” — una deroga costruita su misura, per edificare senza passare dai normali controlli ambientali.
In Italia, schierare polizia, carabinieri e guardia di finanza a presidiare un resort per la vacanza dei dipendenti di un’azienda non è una prassi amministrativa. È una scelta. Come se ci fosse di un accordo bilaterale con il governo israeliano, formale o no. Risorse pubbliche italiane al servizio di soggetti che un organismo internazionale ritiene coinvolti in violazioni del diritto.
Una precisazione è necessaria: che cittadini israeliani trascorrano le vacanze in Sicilia o altri investano in Puglia è normale, rientra nella libera circolazione di persone e capitali. Che un’imprenditrice come Orit Lev Marom abbia immaginato una “Israeli Colony in Salento” — comunità residenziale autosufficiente con case, scuole, servizi sanitari e terreni propri — risponde alla comprensibile domanda di sicurezza che una parte crescente della popolazione israeliana cerca fuori dai confini del proprio Paese. Il fenomeno non è nuovo: a Cipro, negli ultimi anni, il numero di residenti israeliani è quasi triplicato, con quartieri autonomi dotati di proprie strutture.
Il tema non è chi investe o dove vuole vivere. Il tema è se le istituzioni pubbliche controllano i fenomeni potenzialmente importanti e se ne rendono conto ai cittadini.


Una questione di trasparenza e proporzionalità.
Quando lo Stato italiano impiega forze dell’ordine per presidiare un resort durante la vacanza di gruppo dei dipendenti di un’azienda iscritta in una blacklist dell’ONU, e nello stesso tempo notifica fogli di via a chi manifesta pacificamente su una strada pubblica, solleva una domanda elementare: questo è un uso proporzionato e trasparente delle risorse pubbliche?
Non c’è in gioco nessun giudizio sugli israeliani come individui, ma l’attuale politica israeliana non può essere ignorata. C’è un principio di coerenza. Se l’Italia sostiene, nelle sedi internazionali, il rispetto del diritto internazionale e le risoluzioni ONU sui territori occupati, non può contemporaneamente destinare risorse dello Stato alla tutela privilegiata di soggetti che quegli stessi organismi ritengono coinvolti nella violazione di quel diritto. Non può farlo senza che qualcuno lo dica ad alta voce.
Che questa vicenda sia venuta a galla quasi per intero grazie a Report — un programma Rai peraltro in pausa estiva — e abbia avuto eco minima nel dibattito pubblico, dice qualcosa sul sistema dell’informazione italiano. Non solo sulla sensibilità dei cittadini.

Perché l’Albania ha reagito e noi no?
La domanda più interessante non riguarda i governi, che purtroppo si stanno comportando come ci si poteva aspettare. Riguarda i cittadini. In Albania centomila persone sono scese in piazza. In Italia la protesta è rimasta confinata a un numero ridotto di persone già impegnate sul tema. Perché?
La differenza più evidente: in Albania il danno era fisico, visibile, immediato. Le ruspe erano lì. La laguna era quella che molti albanesi conoscono e frequentano. Non serviva nessuna elaborazione per capire che qualcosa di proprio stava per essere perduto. In Italia il problema rimane per lo più astratto: una vacanza sorvegliata non lascia macerie visibili, un progetto immobiliare ancora su carta non cambia il paesaggio.
Ma c’è anche una ragione più strutturale. In Albania l’argomento della protesta era semplice e trasversale: “L’Albania non è in vendita”. Cinque parole capaci di unire persone con orientamenti politici diversi — preoccupati per l’ambiente, per la legalità, per la sovranità sulle proprie risorse. In Italia il dibattito sulle implicazioni della questione palestinese è rimasto per lo più dentro un perimetro preciso, senza riuscire a parlare a chi non era già convinto. Non è colpa di chi ha protestato: è il sintomo di un sistema dell’informazione e di un discorso pubblico che non hanno mai affrontato il tema per quello che è — una questione di diritto internazionale e di coerenza istituzionale, prima ancora che politica.
C’è poi l’assuefazione. Da decenni gli italiani hanno interiorizzato che lo Stato agisca per conto di interessi che non li rappresentano. Quando accade ancora, non fa notizia. Il disincanto cronico è il miglior alleato di chi preferisce che le cose restino come stanno.

sopra: Foto ricordo nel dei dipendenti Ashtrom group all’interno del Mangia’s resort.
credits: https://www.ecostiera.it

Una lezione da non sprecare
La “Rivoluzione dei Fenicotteri” ha prodotto risultati concreti. Il Parlamento europeo ha chiesto una moratoria sui permessi nelle aree protette albanesi. La procura anticorruzione SPAK ha aperto un’indagine. Il governo Rama è stato costretto a dialogare in pubblico. Una mobilitazione larga, con un simbolo riconoscibile e un messaggio comprensibile a tutti, ha ottenuto in settimane ciò che la pressione di settore fatica a ottenere in anni.
In Italia quel punto di innesco non è ancora arrivato. Manca un simbolo abbastanza semplice, un argomento abbastanza ampio da superare le divisioni preesistenti. Forse arriverà quando ci troveremo davanti a cantieri aperti anziché a siti oscurati. Forse no.
Nel frattempo, i pullman continuano ad arrivare. Le pattuglie continuano a presidiare. E la domanda su come vengono usate le risorse pubbliche italiane in questa vicenda rimane, per ora, senza risposta

DDL Valditara: senza interventi educativi, come si prevengono i femminicidi?

Il governo e la violenza di genere: punire sì, prevenire no

Due leggi, una visione. Il 25 novembre 2025, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il Parlamento italiano ha approvato all’unanimità la legge che introduce il femminicidio come reato autonomo nel codice penale, punito con l’ergastolo. Applausi trasversali, dichiarazioni solenni, fotografie di rito. La presidente del Consiglio ha parlato di norme “molto importanti, fortemente volute”. Il ministro della Giustizia di “risultato epocale”. Lo stesso giorno, al Senato, la maggioranza bloccava il ddl che avrebbe riformato la disciplina sulla violenza sessuale introducendo il criterio del “consenso libero e attuale” — il cuore di quasi tutte le legislazioni europee avanzate. Rinviato. Da approfondire. Poi dimenticato.

Pochi mesi dopo, a giugno 2026, la stessa maggioranza approvava il ddl Valditara sul consenso informato: nessuna educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia e primarie, autorizzazione parentale scritta per ogni attività che riguardi affettività o sessualità nelle scuole medie e superiori. Motivazione ufficiale: tutela della “libertà educativa dei genitori”. Effetto concreto: l’Italia si consolida nel gruppo ristretto di paesi europei — insieme a Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria e Cipro — privi di qualsiasi forma obbligatoria di educazione sessuo-affettiva scolastica.

Qualcuno ha letto in queste due vicende una contraddizione. Una destra che si batte contro il femminicidio e poi blocca gli strumenti per prevenirlo. È una lettura comprensibile, ma sbagliata. Non c’è nessuna contraddizione. C’è, al contrario, una coerenza perfetta — e smontarla nei suoi meccanismi è più utile che limitarsi a denunciarla.

Il deterrente che non deterrisce

La criminologia lo ripete da decenni con una chiarezza che il legislatore italiano continua sistematicamente a ignorare: l’inasprimento delle pene non ha effetto deterrente sulla violenza di genere. Lo documentano Alessandro Baratta, Massimo Pavarini, Giuseppe Mosconi. Lo ribadisce una meta-analisi recente che ha analizzato oltre cinquantamila casi in tre continenti. Lo afferma esplicitamente l’Unione delle Camere Penali Italiane nel suo parere sul ddl, definendo la norma una “grida manzoniana” — un provvedimento che serve a sedare l’allarme dell’opinione pubblica, non a modificare il fenomeno.

Gli autori di femminicidio non sono individui che calcolano rischi penali prima di agire. Non si arrestano davanti alla prospettiva dell’ergastolo perché non ragionano in quei termini: agiscono dentro una cultura che normalizza il controllo, il possesso, la sopraffazione. Quella cultura non si tocca con nuovi articoli del codice penale. Si modifica — lentamente, faticosamente — attraverso l’educazione, la formazione, il cambiamento delle relazioni tra i generi a partire dall’infanzia.

C’è poi un dettaglio tecnico che rende la legge ancora più difficile da difendere sul piano della razionalità giuridica: la pena dell’ergastolo per l’omicidio di una donna era già prevista dal codice vigente, nei casi commessi nei confronti del coniuge, del convivente, del partner. Il nuovo reato autonomo di femminicidio non introduce una sanzione che prima non esisteva. Introduce un’etichetta. Una dichiarazione di intenti travestita da norma.

La prevenzione come campo minato

Se l’approccio punitivo è inefficace, l’approccio preventivo è invece documentato. Una meta-analisi del 2023 su oltre cinquantamila adolescenti tra i 10 e i 19 anni — condotta in Europa, negli Stati Uniti e in Asia — evidenzia che programmi strutturati di educazione sessuo-affettiva producono un significativo miglioramento nella capacità di costruire relazioni paritarie, gestire i conflitti, riconoscere e rispettare il consenso, e una riduzione misurabile degli episodi di violenza sessuale tra pari. L’esperienza svedese, con l’educazione obbligatoria dal 1955, documenta una diminuzione della violenza di genere tra i giovani e un netto miglioramento del benessere relazionale. I Paesi Bassi, dove il 93% degli studenti riceve educazione sessuale completa prima dei 15 anni, registrano uno dei tassi di gravidanze adolescenziali più bassi d’Europa.

Il governo conosce questi dati. E sceglie diversamente. Non per ignoranza — sarebbe quasi una attenuante — ma per una logica politica precisa, che vale la pena rendere esplicita.

La coerenza che nessuno vuole nominare

Introdurre il reato di femminicidio non costa nulla sul piano del conflitto culturale. È anzi un’operazione che produce consenso immediato, titoli unanimi, solidarietà trasversale. Non disturba nessuna visione del mondo. Legge il femminicidio come devianza individuale — la “barbarie” di un “mostro” — e risponde con la sanzione che si riserva ai mostri: l’ergastolo. La struttura relazionale, culturale, pedagogica che produce quella violenza resta intatta. Non viene nemmeno nominata.

L’educazione sessuo-affettiva, al contrario, presuppone che la violenza di genere non sia una patologia individuale ma un prodotto culturale sistemico. Che i ruoli, le aspettative, i modelli relazionali trasmessi dall’infanzia contribuiscano a costruire quel sistema di dominanza che può sfociare, al suo estremo, nel femminicidio. Questa è un’ammissione incompatibile con la visione tradizionalista della famiglia, dell’autorità genitoriale, dei ruoli di genere che la destra di governo vuole invece preservare e legittimare. Il ddl Valditara non è solo un freno all’educazione: è la difesa di un modello culturale che non può permettersi di essere interrogato.

La criminologa Isabella Merzagora ha definito la legge femminicidio un “ansiolitico sociale”: uno strumento che calma l’opinione pubblica senza incidere sul fenomeno. È la definizione giusta. Ma il punto è che questa destra non cerca di risolvere il problema — cerca di gestirne la percezione. Il registro punitivo-simbolico è perfettamente funzionale a questo obiettivo: dà l’impressione dell’azione, segnala severità morale, raccoglie consenso. Il registro preventivo-culturale lo contraddirebbe, perché richiederebbe di ammettere che la violenza ha radici in ciò che questa destra considera patrimonio da tutelare.

Le donne, nel frattempo, continuano a morire. Con l’ergastolo in codice e senza un’ora di educazione affettiva in classe.

Chi paga, chi evade, chi incassa.

Non tutte le scelte politiche hanno un contenuto economico immediato. Le politiche sui diritti civili, sulla sicurezza pubblica, sulle forme di rappresentanza, incidono sulla vita dei cittadini in modi che non si misurano facilmente in euro. Ma esistono scelte — quelle fiscali, quelle di spesa, quelle sui trasferimenti a famiglie e imprese — che hanno effetti redistributivi diretti, espliciti, quantificabili. Sono scelte che decidono chi guadagna e chi perde, chi contribuisce e chi viene risparmiato.

Su questi temi la politica italiana ha storicamente tenuto un atteggiamento biforcato: generosa e aggressiva all’opposizione, reticente ed elusiva al governo. La giustificazione è sempre la stessa — non ci sono fondi — ma la giustificazione è falsa, o almeno parziale. Il problema non è la scarsità assoluta di risorse, ma la loro distribuzione: ci sono abbastanza fondi per accontentare chi sa farsi sentire; non abbastanza per tutti gli altri.

Le entrate: chi paga davvero

Il primo nodo è strutturale e riguarda la composizione del gettito fiscale. In Italia le imposte indirette — IVA, accise sui carburanti, imposte sui consumi — colpiscono indistintamente ogni classe di reddito. Chi guadagna diecimila euro all’anno e chi ne guadagna duecentomila pagano la stessa aliquota IVA sul pane, sulla benzina, sulle bollette. Le imposte dirette rappresentano il 57% del totale delle entrate tributarie, mentre l’IVA da sola pesa per circa il 30% (Bollettino Entrate Tributarie Internazionali, MEF, aprile 2025). Un peso enorme, e strutturalmente regressivo.

Sul versante delle imposte dirette, che in teoria dovrebbero distinguere tra redditi alti e redditi bassi, la realtà è ancora più sconfortante. La quota dominante del gettito IRPEF è prodotta dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, tassati alla fonte senza scampo. Le rendite finanziarie e quelle immobiliari, in percentuale, pagano meno. Gli autonomi e le imprese di dimensioni medio-piccole beneficiano di un sistema che — non per vocazione morale ma per architettura normativa — consente margini di sottrazione fiscale che il lavoratore dipendente non potrà mai permettersi.

Va però riconosciuto, con onestà, che questa categoria non è omogenea. Esistono lavoratori autonomi e liberi professionisti fiscalmente corretti, che dichiarano integralmente i propri redditi e sopportano un carico fiscale e contributivo elevato, senza le tutele — malattia, maternità, ammortizzatori sociali, TFR — di cui gode il lavoro dipendente. Questi contribuenti onesti subiscono una doppia penalizzazione: competono in condizioni di svantaggio con colleghi disonesti che abbattono il costo dei propri servizi grazie all’evasione, e si trovano esposti, più di chiunque altro, alle inefficienze della pubblica amministrazione — tempi biblici per autorizzazioni, pagamenti, rimborsi fiscali, accesso ai servizi — che per chi non ha un datore di lavoro si traducono in perdite dirette di reddito e di tempo. La soluzione non è l’indulgenza verso chi evade, ma la costruzione di un sistema di controlli efficace che smetta di premiare la disonestà e restituisca parità competitiva a chi le regole le rispetta.

Quanto vale il gap complessivo dell’evasione? Secondo la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva pubblicata dal MEF, nel solo 2021 sono stati evasi 82,4 miliardi di euro (Lavoce.info, ottobre 2024). Le stime più recenti dello stesso Ministero indicano un’evasione fiscale complessiva di circa 100 miliardi di euro l’anno, cifra che non include l’evasione legata all’economia sommersa (MEF, Relazione annuale 2024). La componente più rilevante riguarda l’IVA, stimata intorno ai 35 miliardi di euro annui, seguita dall’IRPEF non dichiarata e dall’IRES delle società. Non sono numeri marginali: sono risorse sistematicamente sottratte alla collettività, con l’indulgenza tacita di una politica che ha tutto l’interesse a non disturbare la propria base elettorale di riferimento.

La spesa: parsimonia selettiva.

Dal lato della spesa, da decenni si assiste a una progressiva compressione delle spese correnti, classificate come “meno produttive” rispetto agli investimenti. Il risultato è visibile a occhio nudo: strade dissestate, opere pubbliche che si deteriorano, amministrazioni svuotate di personale. Il blocco delle assunzioni, protratto in modo irrazionale per anni, ha paralizzato non solo il welfare pubblico — sanità, scuola, previdenza — ma anche le funzioni minime dello Stato: giustizia, sicurezza, pubblica amministrazione centrale e locale. Ne ha beneficiato il mercato privato, che si è insediato negli spazi lasciati vuoti, con il prevedibile aumento delle disuguaglianze nell’accesso ai servizi.

A questo regime di austerità generalizzata fanno eccezione, miracolosamente, le erogazioni alle imprese: esenzioni fiscali, agevolazioni all’accesso al credito, contributi a fondo perduto. La giustificazione è sempre la stessa: queste imprese creano lavoro. Vero. Fino a quando non decidono di smettere di crearlo in Italia.

Fiat è l’esempio più citato, e con ragione: decenni di sussidi pubblici, poi la progressiva migrazione produttiva verso l’estero, fino alla fusione con PSA e alla nascita di Stellantis, con sede legale ad Amsterdam. Ma il copione si è ripetuto altrove, e continua ancora oggi. Nel 2018 Whirlpool chiuse lo stabilimento piemontese della controllata Embraco, tagliando 500 posti per trasferire la produzione in Slovacchia — dove il costo del lavoro è più basso e la fiscalità più conveniente. Nel 2024, dopo l’acquisizione da parte del gruppo turco Arçelik e la nascita di Beko Europe, arrivò l’annuncio della chiusura di tre stabilimenti italiani con quasi 2.000 esuberi. Solo una lunga vertenza e l’impegno finanziario dello Stato hanno scongiurato, per ora, il peggio. Dodici anni di cassa integrazione, decenni di sussidi pubblici: ogni volta lo stesso copione — la multinazionale incassa, poi presenta il conto ai lavoratori e allo Stato.

Il debito pubblico: a chi vanno i soldi.

C’è un capitolo che viene raramente nominato nel dibattito pubblico, eppure è decisivo per capire dove finisce il denaro dei contribuenti. Da molti anni le entrate dello Stato superano le spese primarie — ovvero tutte le spese escluse gli interessi sul debito. Lo Stato, in altri termini, produce un avanzo primario: preleva dal sistema economico più di quanto non restituisca in servizi e investimenti. La differenza viene trasferita ai detentori del debito pubblico.

Chi sono? Secondo le rilevazioni di Banca d’Italia e dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, circa il 14% del debito è in mano a piccoli risparmiatori privati; il resto appartiene a investitori istituzionali — banche, fondi, compagnie assicurative — italiani e stranieri. Banca d’Italia sta progressivamente riducendo la propria quota, mentre cresce quella delle famiglie tramite polizze vita e fondi pensione. La redistribuzione, in questo schema, avviene in senso inverso rispetto a quanto proclamano i programmi elettorali: dai redditi da lavoro verso i redditi da capitale.

Che fare.

Ricomporre questo squilibrio richiede interventi su più livelli, che non possono essere elusi rimandando a tempi migliori.

Il primo è il ripristino di una progressività fiscale effettiva. Non si può continuare a tartassare lavoratori dipendenti e pensionati — che non hanno né la possibilità né gli strumenti per sottrarsi — mentre rendite finanziarie e immobiliari godono di aliquote di favore. Combattere l’evasione è necessario, ma non sufficiente: bisogna prima rimuovere le condizioni strutturali che la rendono conveniente, a partire da un sistema impositivo che smetta di penalizzare chi dichiara tutto e non premia chi non lo fa.

Il secondo è il finanziamento adeguato delle funzioni pubbliche: sanità, scuola, giustizia, sicurezza, amministrazione. Non come spesa improduttiva da tagliare, ma come investimento nella coesione sociale e nel funzionamento dello Stato di diritto. Ma sarebbe disonesto fermarsi qui. Chiedere ai cittadini — e in particolare a quelli che già pagano — di finanziare una macchina pubblica più grande senza contestualmente pretendere che quella macchina funzioni sarebbe una posizione politicamente fragile e moralmente incoerente. Efficacia ed efficienza della gestione pubblica non sono slogan liberisti: sono condizioni imprescindibili di legittimità. Uno Stato che chiede di più in tasse e restituisce code agli sportelli, pratiche perse, rimborsi che non arrivano, appalti mal gestiti e servizi scadenti non merita la fiducia dei contribuenti, e non la otterrà. Riformare la spesa pubblica — misurandone i risultati, responsabilizzando i dirigenti, premiando le amministrazioni virtuose — non è un’alternativa alla giustizia fiscale: ne è la precondizione politica.

Il terzo, più impopolare ma ineludibile, è una revisione della fiscalità sul patrimonio. Non una patrimoniale indiscriminata che colpisca i risparmi delle famiglie medie, ma un’imposta sulle grandi ricchezze e, prima ancora, una riforma sostanziale delle imposte di successione. Tutti i principali Paesi europei applicano regole più stringenti di quelle vigenti in Italia; fino agli anni Novanta anche il nostro ordinamento era molto più rigoroso. I margini per recuperare gettito da questa fonte esistono, e sarebbero socialmente più equi dell’alternativa attuale: continuare a finanziare lo Stato attraverso l’IVA e le accise, tasse che non distinguono tra ricchi e poveri.

Meglio far pagare chi ha che continuare a tartassare chi non può sfuggire.

tra Giungla e caserma

Mercato, libertà e Costituzione nell’età dei neotiranni

C’è una scena che si ripete con inquietante regolarità nella storia del pensiero politico occidentale: qualcuno avverte che la libertà, distribuita senza misura, produce i propri carnefici. Lo disse Platone nel V secolo a.C., nella Repubblica, con un’immagine che suona profetica: il dispensatore di vino deve essere misurato nella mescita, altrimenti l’ubriachezza travolge il simposio. La democrazia sfrenata, avvertiva, genera tirannide — non nonostante la libertà, ma attraverso di essa. Duemilaquattrocento anni dopo, Elon Musk acquista Twitter, Jeff Bezos possiede il Washington Post, e Peter Thiel finanzia candidati che promettono di smantellare le istituzioni che lo hanno reso miliardario. Il simposio è ubriaco. Il dispensatore è sparito.
La vera domanda, oggi, non è come siamo arrivati qui. È se esiste un equilibrio praticabile tra la giungla del mercato deregolamentato e la caserma del controllo statale autoritario — e se, per caso, quel punto di equilibrio sia già scritto da qualche parte. La tesi che voglio sostenere è insieme semplice e scomoda: sì, esiste. E lo abbiamo nel cassetto dal 1948. Si chiama Costituzione della Repubblica italiana.

L’MMA senza recinto: anatomia della deregulation
La competizione capitalistica, nella sua forma classica, assomiglia a una disciplina sportiva: ci sono regole, un campo, un arbitro, e i risultati — per quanto spietati — rimangono dentro un perimetro accettabile. La deregulation sistematica degli ultimi quarant’anni ha tolto il recinto, rimosso l’arbitro e cancellato le regole. Ciò che resta è un’arena in cui vince non il più bravo, ma il più disposto a tutto.
Milton Friedman, in Capitalism and Freedom (1962), sosteneva che la libertà economica è condizione necessaria della libertà politica: il mercato disperso come antidoto naturale alla concentrazione del potere statale. Cinquant’anni di applicazione pratica hanno dimostrato il contrario. La libertà economica senza vincoli non disperde il potere: lo concentra. Lo trasferisce dallo Stato — almeno in teoria democraticamente controllabile — a soggetti privati che non rispondono a nessun elettorato.
Friedrich Hayek, in The Road to Serfdom (1944), immaginava che qualsiasi pianificazione statale conducesse inevitabilmente alla tirannide. Non si chiedeva però chi avrebbe pianificato il pianeta quando fossero stati i mercati a farlo: chi avrebbe deciso l’algoritmo di Facebook, la fiscalità di Amazon, le condizioni di lavoro nei magazzini di logistica. La risposta è: qualcuno — ma quel qualcuno non è stato eletto da nessuno.
Ayn Rand ha completato l’edificio ideologico con la filosofia dell’oggettivismo — la santificazione dell’interesse egoistico come virtù suprema. In La rivolta di Atlante (1957) immagina un mondo in cui i “creatori” si ribellano ai “parassiti”, cioè alla comunità, allo Stato, ai lavoratori che chiedono diritti. È una fantasia che ha trovato attuazione pratica nella Silicon Valley: la cultura del move fast and break things è letteratura randiana applicata all’impresa tecnologica. Musk, Thiel, Andreessen ne sono dichiarati lettori e prosecutori.
Il risultato storico è sotto gli occhi di tutti. Negli Stati Uniti, il paese che ha applicato più fedelmente il dogma, l‘11% della popolazione possiede più ricchezza del 50% inferiore. Trump non è un’anomalia: è il prodotto finale di una disuguaglianza così estrema da aver reso irriconoscibile il demos che dovrebbe sostenere la democrazia. I neotiranni della Silicon Valley non sono eccentrici: sono il coronamento logico di un sistema che ha privatizzato il potere senza privatizzare la responsabilità.

Il collegio: il modello cinese e il prezzo della coerenza
A questo punto, qualcuno indica la Cina. Ed è giusto farlo, perché il modello cinese ha una sua coerenza interna che merita analisi onesta, non liquidazione ideologica.
Il Partito Comunista Cinese ha adottato, a partire dagli anni Ottanta, un capitalismo inquadrato: gli attori privati competono, innovano, accumulano — ma dentro un perimetro definito politicamente. Lo Stato interviene, orienta, corregge, e quando necessario colpisce. Jack Ma sparisce per qualche mese e riappare ridimensionato. Alibaba paga multe miliardarie. DiDi viene delistata dalla borsa americana su ordine di Pechino. Il messaggio è cristallino: potete arricchirvi, ma non siete più grandi dello Stato.
Il risultato economico è, sul piano strettamente produttivo, impressionante. La Cina ha sottratto alla povertà assoluta quasi un miliardo di persone in quarant’anni, costruito un’industria manifatturiera che domina le catene globali del valore, e compete da pari nella corsa alle tecnologie del futuro: intelligenza artificiale, energie rinnovabili, semiconduttori.
Ma il prezzo è quello che nessuno di noi — almeno nessuno che abbia interiorizzato la tradizione dei diritti individuali — sarebbe disposto a pagare. Non c’è stampa libera, non c’è opposizione politica, non c’è diritto di sciopero autonomo. Le minoranze subiscono quello che le organizzazioni internazionali definiscono crimini contro l’umanità. la caserma funziona, ma le sue regole le scrive chi sta in cima, senza possibilità di appello. Carl Schmitt — il giurista che ha teorizzato la supremazia del politico su ogni altra sfera, e che ha messo la sua intelligenza al servizio del nazismo — resta il riferimento teorico di chi crede che l’efficienza richieda la sospensione del diritto. È Schmitt che aleggia sulle politiche digitali cinesi, ed è Schmitt che riemerge ogni volta che un governo democratico invoca l’emergenza per comprimere le garanzie costituzionali.
Il dilemma sembra insolubile: o la giungla o il collegio. O Trump o Xi. O la libertà senza struttura o la struttura senza libertà.

La terza via che non è slogan: la Costituzione repubblicana
Questo dilemma è falso. O meglio: è il dilemma che conviene a chi vuole farci scegliere tra due forme di sottomissione.
La Costituzione italiana del 1948 è uno dei tentativi più sofisticati di rispondere esattamente a questa domanda: come si organizza una società libera senza che la libertà diventi strumento di oppressione? È un documento scritto da persone che avevano appena vissuto il fascismo — l’esempio più nitido di cosa accade quando lo Stato colonizza ogni sfera della vita — ma anche i disastri del capitalismo selvaggio degli anni Venti e Trenta, che il fascismo aveva in parte cavalcato e in parte prodotto.
L’architettura costituzionale risponde al dilemma con una logica che non è né liberista né statalista: è relazionale. I diritti non esistono in astratto, ma in relazione agli altri diritti e alla comunità che li garantisce. L’articolo 41 è il cuore di questa visione: l’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Libertà sì, ma non libertà assoluta. Mercato sì, ma dentro un perimetro di responsabilità sociale.
È la stessa logica che informa l’articolo 1 — la Repubblica fondata sul lavoro, non sul capitale né sul mercato — e l’articolo 3, che alla formale uguaglianza davanti alla legge aggiunge il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Una formulazione che legge la disuguaglianza non come destino naturale ma come problema politico da affrontare attivamente.

Gli autori dell’equilibrio
Karl Polanyi, in La grande trasformazione (1944), dimostra con ricchezza storica straordinaria che il mercato autoregolato è sempre stato un’utopia pericolosa. I mercati storicamente funzionano immersi in relazioni sociali, norme culturali, istituzioni politiche. Quando si tenta di astrarli da questo contesto, la società reagisce producendo patologie: populismo, protezionismo, violenza politica. Polanyi chiamerebbe Trump un movimento di controprotezione — una risposta barbarica a un problema reale, generata dall’abbandono di quelle mediazioni istituzionali che la Costituzione repubblicana aveva invece il compito di garantire.
John Rawls, in Una teoria della giustizia (1971), offre la versione filosofica più raffinata dell’equilibrio costituzionale. Il suo velo di ignoranza — immaginate di dover scegliere le regole di una società senza sapere quale posizione vi spetterà in essa — produce naturalmente una struttura di protezione dei più vulnerabili: non per bontà, ma per razionalità. Un sistema giusto è quello in cui le disuguaglianze sono accettabili solo se vanno a vantaggio dei più svantaggiati. Esattamente quello che la nostra Costituzione, agli articoli 3 e 36, cerca di rendere operativo.
Amartya Sen, in Lo sviluppo è libertà (1999), sposta ulteriormente il baricentro: la libertà non è il punto di partenza da cui tutto il resto deriva — come in Friedman e Hayek — ma l’obiettivo a cui tende uno sviluppo umano autentico. Le libertà sostanziali dipendono da condizioni materiali che il solo mercato non garantisce. Lo Stato non è il nemico della libertà: è spesso la sua condizione di possibilità.

Rappresentanza e governabilità: la stessa battaglia
La deregulation economica e la deregulation istituzionale sono la stessa operazione vista da angolature diverse. Entrambe restringono il perimetro della democrazia reale; entrambe trasferiscono potere verso l’alto, fuori dalla portata del controllo collettivo; entrambe si presentano come modernizzazione inevitabile mentre smontano i dispositivi di protezione che la Costituzione aveva eretto.
In Italia questa parallela ha un nome: governabilità. Pronunciata con il tono della necessità tecnica, questa parola ha giustificato, a partire dalla stagione referendaria del 1993, la più sistematica operazione di compressione della rappresentanza popolare della storia repubblicana. Il proporzionale, si disse, produceva instabilità. Il maggioritario avrebbe garantito alternanza, chiarezza, decisione. Quello che non si disse è che il proporzionale non era il problema: era lo specchio. Rifletteva una società attraversata da interessi realmente plurali. Il maggioritario non ha risolto queste tensioni: le ha espulse dalla rappresentanza formale, lasciandole libere di incancrenire nel corpo sociale.
Il nodo è costituzionale, non solo elettorale. Il Parlamento italiano non è una camera di ratifica dell’esecutivo: è il centro gravitazionale dell’intero impianto repubblicano. Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento. Il Governo nasce dalla sua fiducia. La Corte Costituzionale è nominata per un terzo da esso. Questa centralità ha senso — ha senso costituzionale, non solo formale — soltanto se il Parlamento è la rappresentazione fedele del popolo sovrano. E può esserlo soltanto se è eletto con un sistema che traduce voti in seggi senza distorcere, amputare, silenziare. Il proporzionale non è una preferenza tecnica: è la condizione di possibilità della centralità parlamentare che la Costituzione presuppone.
Il premierato e lo stabilitum che il governo Meloni persegue non sono quindi una riforma contingente: sono il compimento di una traiettoria trentennale. La costituzionalizzazione di ciò che la legge elettorale maggioritaria aveva già fatto di fatto — la sostituzione della rappresentanza con la governabilità, del popolo plurale con il vincitore semplificato. È, ancora una volta, la logica della giungla applicata alle istituzioni: meno regole, meno contrappesi, più velocità per chi è già in posizione dominante.

Attuare la Costituzione: il programma che manca
Il problema dell’Italia non è che la Costituzione sia insufficiente. È che non è stata attuata. L’articolo 41, nella sua seconda parte, è rimasto lettera morta sotto ogni governo. L’articolo 36, che garantisce una retribuzione proporzionata e sufficiente, viene smentito ogni giorno da un mercato del lavoro che produce lavoratori poveri. L’articolo 3, nel suo secondo comma trasformativo, attende ancora un’interpretazione coerente e un’attuazione legislativa all’altezza.
La risposta non è il ritorno al modello statalista degli anni Settanta. È prendere sul serio la Costituzione come progetto politico: regolare i mercati digitali con la stessa determinazione con cui si regolano le banche; tassare le rendite con la progressività prevista dall’articolo 53; garantire il lavoro dignitoso come diritto e non come privilegio; restituire alle istituzioni pubbliche quella capacità di indirizzo che la vulgata neoliberale ha eroso. E insieme: difendere un Parlamento che parli davvero con le voci del paese reale, nella loro proporzione effettiva — perché solo quel Parlamento può esercitare in modo legittimo il controllo sui poteri economici e istituzionali che la Costituzione gli affida.
Platone aveva ragione: il dispensatore di vino deve essere misurato. Ma la misura non è arbitrio — è il risultato di un patto collettivo, scritto in articoli che aspettano ancora di diventare realtà. La giungla ci consegna i neotiranni. la caserma ci consegna i commissari. La Costituzione repubblicana ci offre qualcosa di più difficile e più prezioso: una comunità di persone libere che si danno regole insieme, e insieme le fanno rispettare. Abbiamo già lo strumento. Ci manca, semmai, il coraggio politico di usarlo.

Finite le celebrazioni…

Quarantotto anni dopo, il 9 maggio resta una data che l’Italia non ha ancora davvero metabolizzato. Quel giorno del 1978 il corpo di Aldo Moro fu trovato nel bagagliaio di una Renault rossa in via Caetani, a Roma, a metà strada simbolica tra la sede della DC e quella del PCI. Poche ore prima, a Cinisi, in provincia di Palermo, i resti di Peppino Impastato venivano ritrovati sui binari della ferrovia: la mafia aveva cercato di simulare un attentato suicida. Due morti, due depistamenti, due silenzi che lo Stato avrebbe impiegato decenni a rompere solo parzialmente.

La coincidenza della data ha qualcosa di perturbante. Ma è il parallelismo sostanziale a meritare riflessione. Moro e Impastato non si conoscevano, appartenevano a mondi lontanissimi, incarnavano visioni politiche difficilmente sovrapponibili. Eppure condividevano qualcosa di essenziale: avevano scelto di sfidare un potere enormemente più grande di loro, sapendo — o almeno intuendo — il rischio che correvano. Moro cercava di ricucire fratture sistemiche in un paese bloccato dalla Guerra Fredda, aprendo un dialogo che disturba le grandi centrali d’influenza. Impastato trasmetteva in radio e scriveva sui muri di Cinisi il nome di Gaetano Badalamenti, il boss mafioso che era di fatto il padrone del territorio. Entrambi pagarono con la vita.

Li chiamiamo eroi. E lo sono, nel senso più classico del termine: individui che incarnano valori collettivi e li difendono fino all’estremo limite. Ma la categoria dell'”eroe” porta con sé un’ombra scomoda. L’eroe è, per definizione, eccezione. Il suo sacrificio commuove, ma non trasforma automaticamente la società che lo ha prodotto — e spesso non trasforma nemmeno quella che lo celebra. L’Italia ha intitolato strade a Impastato e ha canonizzato Moro nel pantheon della Repubblica. Ha fatto molto meno per costruire le condizioni strutturali che rendano meno necessari gli eroi: permane un deficit di cittadinanza.

La domanda che quella data ci pone è brutale: a cosa serve la memoria se non produce cambiamento? E soprattutto — nel contesto di oggi — cosa serve per produrre quel cambiamento che Moro e Impastato, ciascuno a modo suo, cercavano di avviare?

La risposta più onesta è che serve un popolo politicamente sveglio. Non nel senso vago e retorico con cui questa espressione viene spesso usata, ma in senso tecnico: cittadini capaci di leggere i meccanismi del potere, di distinguere l’interesse pubblico dall’interesse di parte, di partecipare con strumenti adeguati alla vita democratica. La Costituzione italiana — quella stessa Costituzione che Moro contribuì a scrivere e che Impastato difendeva implicitamente ogni volta che alzava la voce contro la mafia — presuppone esattamente questo tipo di cittadino.

Ma le agenzie che avrebbero dovuto formarlo si sono progressivamente ritirate dal campo. La scuola, sotto la pressione combinata di decenni di riforme orientate alla immediata destinazione lavorativa degli studenti, forma sempre più lavoratori e sempre meno cittadini. L’educazione civica è tornata nei programmi scolastici per legge nel 2020, ma nella pratica quotidiana resta spesso marginale, ridotta a nozioni formali piuttosto che a palestra di pensiero critico.
I partiti, che nella Prima Repubblica — con tutti i loro difetti — svolgevano una poderosa funzione pedagogica attraverso sezioni, circoli, giornali, scuole di partito, sono oggi per lo più comitati elettorali permanenti, attivi a intermittenza e privi di qualsiasi ambizione formativa.

Ma qualcosa – faticosamente – funziona.

Non si tratta di nostalgie o di utopie. Esistono esperienze concrete, recenti, che dimostrano come la formazione civica dal basso produca risultati.
In alcune periferie italiane, esperienze come quelle dei “presìdi culturali” in quartieri a rischio di Napoli o Palermo — realtà che combinano educazione non formale, aggregazione sociale e attivismo civico — mostrano che il cambiamento è possibile anche in contesti più difficilmente permeabili. Non è casuale che molte di queste esperienze nascano proprio nel Mezzogiorno, dove la presenza mafiosa ha storicamente sostituito lo Stato: è lì che la necessità di costruire anticorpi civici si avverte con più urgenza.
Lì dove è piu faticoso.
Però queste iniziative, se isolate presentano margini di rischio enormi

Resta quindi il nodo più difficile: costruire cittadinanza diffusa. Un lavoro lento, dispendioso, spesso ingrato. Chi si impegna in questo senso — nelle associazioni, nei centri culturali, nelle esperienze di educazione popolare — lo sa bene: è difficile coinvolgere le persone senza una risposta visibile nel breve termine, senza la gratificazione di un risultato immediato. E in un’epoca dominata dall’urgenza e dall’attenzione frammentata, questa difficoltà si moltiplica.

Ma forse è proprio qui che la lezione di Impastato e Moro — così diversi, così tragicamente accomunati — diventa più utile: non nell’eroismo del gesto estremo, ma nella scelta quotidiana, ostinata e non spettacolare, di non accettare le cose come stanno. Radio Aut trasmetteva in un paese dove la mafia sembrava eterna e invincibile. Peppino Impastato non aspettava che il vento cambiasse: cercava di cambiarlo lui, con i mezzi che aveva. Facciamo la nostra parte. È ancora l’unico metodo che funziona.

Basta totonomi. Costruiamo il programma.

I giornali riempiono le pagine con il totonomi e le scaramucce sulle modalità di scelta del leader. È comprensibile: fa notizia, genera dibattito, si presta ai titoli ad effetto. Ma è esattamente il contrario di ciò che i potenziali elettori del centro-sinistra chiedono.

Perché quell’elettorato è più composito e più esigente di quanto la politica sembri disposta ad ammettere. Ci sono i moderati che guardano a sinistra senza trovarvi ancora un approdo convincente. C’è una sinistra frammentata — soggetti e gruppi che spesso faticano a parlarsi. E ci sono — dato non trascurabile — quegli italiani che per anni avevano smesso di votare e che al referendum sulla separazione delle carriere sono tornati alle urne, scegliendo il No. Persone che non cercano un simbolo o un volto, ma un progetto in cui riconoscersi.

E c’è un elemento che rende tutto questo urgente, non rinviabile: dopo gli ultimi passi falsi del governo, la tentazione di andare alle urne anticipatamente diventa meno improbabile e meno lontana. Chi si oppone a questa maggioranza non può arrivare impreparato a un appuntamento che potrebbe essere convocato prima del previsto.

Cosa chiedono, concretamente, questi elettori? Di partecipare alla costruzione di un programma. Di trovare risposte serie su questioni che incidono sulla loro vita quotidiana: la distribuzione del carico fiscale, le politiche del lavoro e della sicurezza, il sostegno alle famiglie, le opportunità per i giovani. E poi le pensioni, da ripensare alla luce di un mercato del lavoro che le nuove tecnologie stanno trasformando in profondità.

C’è poi la questione che nessuna forza progressista può continuare a eludere: dove sta l’Italia sulle guerre in corso, sugli armamenti, su quale modello di Europa vogliamo costruire. Abbiamo la guida dell’art.11 della Costituzione cui attenerci.

Affrontare tutto questo è difficile e laborioso. Richiede coraggio, sintesi, disponibilità al conflitto interno. Ma è precisamente per questo che bisogna cominciare adesso, subito, con un confronto trasparente e aperto ai contributi di chi vuole essere protagonista — non spettatore — della politica che verrà.

la vittoria migliore.

C’è un tipo di vittoria in cui il nemico viene annientato. È una vittoria illusoria, gracile e temporanea: niente di umano può essere davvero annientato, e prima o poi qualcuno rimetterà tutto in discussione, chiedendo conto e rivincita.

C’è però un altro tipo di vittoria: quella in cui i due avversari, al termine del confronto, trovano la sintesi a cui approdare nel convincimento reciproco. Questa è una vittoria stabile, e rappresenta una crescita per entrambe le parti. I due tipi di vittoria promanano da due tipi diversi di conflitto: nell’uno si vince una battaglia che ammette un solo vincitore; nell’altro si convince.

Il referendum del 22-23 marzo ha sancito la sconfitta di una riforma costituzionale che, con la scusa di curare i mali della giustizia, mirava con ogni evidenza ad alterare l’equilibrio liberale dei poteri sancito dalla Costituzione. Chi la sosteneva cercava una vittoria totale: ha ottenuto una sconfitta netta.

Il campo di battaglia, come spesso accade, è rimasto pieno di scorie. Basta ascoltare le voci di chi ha votato sì in buona fede, convinto che quella riforma avrebbe davvero guarito i mali della giustizia. Queste persone si sentono sconfitte da un nemico malevolo, e questo sentimento riduce — e in parte offusca — il giusto compiacimento per la difesa della Costituzione:
vincere davvero significa convincere queste persone.

Le loro voci ci dicono con chiarezza che la battaglia non è finita, e non lo sarà finché chi ha difeso la Costituzione non riuscirà a mostrare la bontà delle proprie ragioni. Non esistono strade brevi: bisognerà affrontare con serietà ed equilibrio i mali reali della giustizia — a cominciare dalla lunghezza dei processi, dal sovraccarico che grava sul personale amministrativo e sugli stessi magistrati, requirenti e giudicanti.

Sarà altrettanto necessario che la magistratura dia evidenza, in ogni suo atto, della cura di sé: per mostrare al popolo che essa, come ogni potere dello Stato, trae la propria autorevolezza — sia pure indirettamente, attraverso la legge — dalla sovranità di quel popolo, nel cui nome afferma il diritto.

Giustizia italiana: capire prima di votare.

I numeri che nessuno ci spiega

Prima di parlare di referendum, vale la pena guardare i dati. Perché la crisi della giustizia italiana non è un’opinione: è aritmetica.

L’Italia ha circa 10.000 magistrati per 60 milioni di abitanti. Meno della media europea, con uffici che in alcune città lavorano con organici scoperti anche del 20%. I concorsi esistono, ma sono lenti e rari. Nel frattempo le cause si accumulano.

Il personale amministrativo — cancellieri, ausiliari, tecnici — è stato decimato da decenni di blocco del turnover. Un magistrato senza supporto amministrativo produce poco, indipendentemente dalla sua bravura. È come un medico senza infermieri.

Sul fronte opposto, l’Italia conta circa 250.000 avvocati iscritti all’albo. Il triplo pro capite della Germania. Il doppio della Francia. Non è una questione di cultura giuridica: è il segnale di un sistema che genera contenzioso invece di ridurlo, e che non ha mai trovato il coraggio di riformare l’accesso alla professione.

Le norme vigenti in Italia sono stimate intorno alle 150.000. In Germania sono circa 5.000. Ogni legislatura aggiunge migliaia di disposizioni nuove, spesso scritte male, spesso in contraddizione con quelle esistenti. Il risultato è un diritto che nemmeno i professionisti interpretano in modo uniforme — e una Cassazione intasata di ricorsi che esistono proprio per colmare l’ambiguità che il legislatore ha prodotto.


Di chi è la responsabilità?

Sarebbe comodo dare la colpa ai giudici lenti, agli avvocati numerosi, alla burocrazia pigra. Ma queste sono le conseguenze, non le cause.

Le cause stanno nelle scelte politiche degli ultimi trent’anni. Scelte precise: non finanziare adeguatamente gli organici, non semplificare il corpus normativo, non riformare l’accesso alle professioni legali, continuare a legiferare per emergenza invece che per sistema.

Non si tratta necessariamente di malafede. Ma si tratta di priorità: e la giustizia efficiente non è mai stata una priorità reale, perché una giustizia lenta — con processi che si prescrivono, con norme che si prestano a interpretazioni multiple — produce vantaggi diffusi per chi governa e per le reti di interesse che lo circondano. Una giustizia rapida e chiara è nell’interesse dei cittadini. Non sempre nell’interesse di chi legifera.


Il referendum: una risposta vera o una risposta comoda?

È qui che chi è indeciso ha ragione a esserlo. La domanda giusta non è “sei per riformare la giustizia?” — su questo siamo quasi tutti d’accordo. La domanda è: questo referendum riforma davvero qualcosa?

Chi sostiene il NO non difende lo status quo. Vuole un cambiamento, ma rifiuta anche l’idea che una riforma parziale, tecnica, a tratti ambiugua, difficile da comprendere per la maggior parte dei cittadini, possa essere spacciata per la soluzione.

Il sorteggio dei membri del CSM, ad esempio, può sembrare un colpo alle correnti interne della magistratura. Ma un organo scelto per sorteggio non è meno autorevole? Non é, paradossalmente, più esposto alle pressioni dell’esecutivo attraverso canali informali? La separazione delle carriere, senza investimenti reali e una riflessione approfondita e ampiamente condivisa, aggiunge complessità senza ridurre i problemi.

La giustizia italiana ha bisogno di più magistrati, meno norme, personale amministrativo adeguato e una politica che smetta di usare il diritto penale come arena di scontro. Il referendum non tocca nessuno di questi nodi.


Perché il NO può essere una scelta responsabile

Votare No non significa dire che va tutto bene. Significa dire che una riforma sbagliata, o insufficiente, può impedire le riforme necessarie — perché dà alla politica la possibilità di affermare di aver già fatto la sua parte, mentre aumenta il suo controllo sulla magistratura.

Chi rifiuta di aggregarsi ad una tifoseria mostra l’istinto giusto: sente che qualcosa non torna, che la complessità del problema non corrisponde alla semplicità della soluzione proposta. Quell’istinto merita rispetto, non pressione.

Prima di votare, vale la pena chiedersi: se passa questo referendum, quali problemi concreti della giustizia italiana verranno risolti? Se la risposta è difficile da trovare, probabilmente il No è la risposta più onesta: quale sarebbe il senso di procedere per tentativi e forzature di parte?

MEZZA TRUFFA

Mezza truffa. Prendiamo spunto da questa definizione, proposta da Nicola Gratteri durante una delle numerose trasmissioni televisive in cui, in questi ultimi mesi, è stato chiamato a illustrare i dettagli della “riforma costituzionale” sulla quale saremo chiamati a votare il 22 e 23 marzo, e soprattutto a spiegare le ragioni per cui votare NO.
In particolare, la definizione di Gratteri si riferisce al sistema con il quale, secondo la modifica proposta dal governo, dovrebbero venire in futuro designati i tre organi di governo autonomo della Magistratura, che andrebbero a sostituire l’attuale unico organo di autogoverno destinato a garantire, in base alla stessa Costituzione, l’autonomia del potere giudiziario.
La modifica, approvata senza possibilità di modifiche parlamentari e senza la maggioranza qualificata di 2/3 delle sue camere richiesta dalla Costituzione stessa per superare la richiedibilità della consultazione popolare) si caratterizza anche per il metodo di elezione dei tre organi.
Attualmente, a norma dell’Art. 104 della Costituzione (uno dei ben 7 che verrebbero modificati) al CSM, presieduto dal Presidente della Repubblica, “spettano le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”. Quanto alla composizione, “ne fanno parte di diritto il Primo presidente e il Procuratore generale della Corte di Cassazione. Gli altri componenti sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra Professori ordinari di Università in materie giuridiche e avvocati dopo quindici anni di esercizio”..
Questo, l’attuale dettato costituzionale, vanificato dal testo della riforma, che, per cominciare, all’Art. 104, sancisce la suddivisione fra “magistrati della carriera giudicante” e “magistrati della carriere requirente” e quindi istituisce due distinti CSM, uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri. Ma va anche molto oltre, istituendo un’unica ”Alta Corte” a cui è attribuita la “giurisdizione disciplinare”.
In tutto questo, il punto più rilevante, anzi, il classico “dettaglio in cui si nasconde il diavolo”, è che l’attuale metodo della scelta dei membri del del CSM viene sostituito con un sistema teoricamente basato sul sorteggio, e che quindi può essere presentato come imparziale e neutro.
Purtroppo è qui che si viene a configurare quella che Nicola Gratteri non esita a definire una “mezza truffa”, in realtà pericolosamente vicina a potersi prestare, in prospettiva, ad una truffa intera.
Infatti, la nuova norma dispone che i membri “togati”, ossia i rappresentanti dei magistrati, dei nuovi CSM, vengono scelti per sorteggio fra tutti i magistrati in attività, in possesso dei requisiti da definire in una successiva norma di legge, mentre i membri cosiddetti “laici” vengono per metà nominati dal Presidente della Repubblica, e per metà sorteggiati da una lista di soggetti votata dal Parlamento, sempre tenendo presenti i requisiti di professionalità elencati del testo attuale della Costituzione all’Art. 104.
Il punto è che di questo fantomatico “sorteggio” non si sa nulla. Non è difficile capire che il numero dei componenti di questa “lista” scelta – non si sa ancora come – dalla politica è di primaria importanza per garantire l’imparzialità del sorteggio. Mentre i magistrati verranno sorteggiati in un serbatoio di circa 8.000 nomi (senza peraltro la garanzia che escano dall’urna i nomi dei più esperti e preparati), la lista compilata dal parlamento sarà necessariamente ristretta, e con ogni probabilità con ciascun nome sottoposto ad un vaglio politico.
Questo rischio concreto di ingerenza della politica in un organo così delicato come l’Alta Corte, specificamente incaricata, come abbiamo visto, della funzione disciplinare, non può e non deve passare inosservato come se fosse un dettaglio tecnico. Tanto più considerando che, mentre contro un eventuale provvedimento disciplinare del CSM un magistrato, attualmente, può presentare ricorso alla Corte di Cassazione, la nuova normativa esclude questa possibilità. Il ricorso può essere presentato soltanto alla stessa Alta Corte che ha emesso il giudizio, e questa (per quanto mitigata da qualche correttivo cosmetico) è una stortura giuridica probabilmente inesistente in qualunque ordinamento.
Quindi, ciò che viene presentato come un metodo di scelta asettico, imparziale, puramente statistico di designare i componenti di quelli che dovrebbero essere organi di garanzia, si presta in realtà a manovre opache a cui, come sappiamo, la politica è tutt’altro che estranea. Sarebbe un altro mezzo, più o meno sottile, di minacciare l’indipendenza del Potere Giudiziario – che, non dimentichiamolo, è la suprema garanzia del rispetto della legalità per tutti i cittadini – senza che questo costituisca in alcun modo un miglioramento di quelli che sono i reali problemi, e cioè i tempi della giustizia, sia civile, sia penale, allungati a dismisura soprattutto dalla semplice mancanza di mezzi e di personale negli uffici.
La “riforma” è solo l’introduzione di un supplemento di burocrazia macchinoso, a serio rischio di manipolazione da parte degli altri poteri della stato, e che smonta un’architettura studiata dai Costituenti per il corretto funzionamento delle nostre istituzioni.
Per questo voteremo NO.

DI Marina Boagno